Metodo Classico Rosato in terra di Franciacorta.

Qui siamo fuori dal disciplinare della Docg, pur rimanendo nei confini geografici della Franciacorta: l’azienda Agricola “Il Pendio” di Michele Loda in Monticelli Brusati, che già produce Pas dosè classici e vini rossi abbastanza liberi (in termini di disciplinare, e lo sottolineo come aspetto positivo), presenta oggi ai nostri occhi ed alle nostre papille un vino quantomeno…strano!Abbiamo già detto: Vino Spumante di Qualità, naturalmente Metodo Classico, Pas dosè, Rosè, prodotto con la tecnica del salasso, o come direbbero ad Ambonnay “rosée de saignée”, come alcuni tra i più grandi Champagne. È il Brusato Rosa, che la scheda tecnica svela essere un millesimo 2011. Da sole uve pinot nero.

Il colore è un elegante rosa tenue, ma già al naso arriva l’intensità vinosa di un pinot noir molto fruttato. E questa vinosità avvolge anche il palato, che rimane dominato da una sensazione di frutto rosso e di un po’ di calore.

Nel suo complesso ne apprezzo un equilibrio ed una eleganza discreta, ma su tutto l’utilizzo di una tecnica qui desueta.

d.c.

Una storia incantata: il tempo ne svelerà la bellezza, la profondità e i dettagli.

È evidentemente un’ impressione esclusivamente personale, ma nessun vino in territorio italico mi riesce a trasmettere un senso di perizia e di “saper fare” come i vini di Langa. E non può essere diverso per questo meraviglioso Barbera d’ Alba Superiore 2013 dell’ Az.agr. G.D. Vajra di Barolo. Ciò che riporto nel titolo è recitato poeticamente nella contro etichetta, e pur essendo puro marketing condiziona fin da subito l’avventizio degustatore, perché pare fin dal primo sorso drammaticamente vero. Equilibrio e profondità: questo sono le note da taccuino dei ricordi. Il vino ti avvolge nel suo velluto e ti trascina nella sua profondità, raccontandoti di colline brumose, di canuti cantinieri pazienti, di orizzonti amati. 

d.c.

Franciacorta, I love you… VII puntata.

Nonostante una sboccatura nel primo semestre 2016 il campione, in entrambe le bottiglie (rapidamente scolate) è apparso di un equilibrio straordinario. Sto trattando l’assaggio di un Faccoli extra brut (delle mie preferenze gustative non vi tedierò più) che è apparso nella cena di questa sera di una bellezza e bontà egregia. In barba all’aspettativa di un vino “duro” o perlomeno tracciato su solchi tartarici, qui il frutto la fa invece da padrone: un frutto vivo, giallo, elegante persino dolce, probabilmente evocato dalla componente di chardonnay dell’assemblaggio (qui sposato a pinot nero e pinot bianco). Pulita l’uscita dal cavo orale, davvero fresca ed invitante al nuovo sorso. Giusta persistenza. Da consumare senza inibizioni… Possibilmente accompagnato da una croccante tempura, con sottofondo musicale il pianoforte stregante di Bill Evans sulle note di “Waltz for Debby”.

d.c.


Si fa presto a dire Custoza!

Abituato a vini leggeri, beverini, a volte troppo spesso anche banali prodotti all’interno della denominazione veronese di Custoza, ma indubbiamente incuriosito dai recenti successi per cosí dire…”editoriali”, quest’oggi ho fatto il mio piacevole incontro con l’ “Amedeo” de l’Azienda Agricola Cavalchina: vendemmia 2015, un Custoza doc Superiore con 13,5 % di titolo alcolometrico e tante tante cose da raccontare. Prodotto da uve Garganega, Fernanda (in premio un bicchiere pieno a chi ne conosce l’esistenza), Trebbiano e Trebbianino. Luminosissimo alla vista, elegante all’olfattazione con note di frutta gialla, frutta secca ed un piacevole “verde” falciato, non troppo invasivo. Struttura acida imponente, tale da camuffare con estrema facilità la nota alcolica che affiora con un senso di rotondità solo nella retrolfattazione. Qui piacevole uscita con un cenno di nota amarognola, dissetante e che invita al prossimo assaggio. Risultato? Il pomeriggio era caldo ma le due bottiglie sono volate via con una velocità impressionante! Da provare. Ma allora, ogni tanto, le guide ci beccano…

Per i due amici curiosi di mia conoscenza rivolgersi a Tito, per gli altri venticinque lettori a: Az.agr.Cavalchina di Giulietto Piona viticoltore a Custoza di Sommacampagna.

d.c.

Colli, e sempre Colli, e fortissimamente Colli.

Lo sapevo che prima o poi ci sarei cascato: con questa notte do principio ad una mia piccola rubrica, mille volte pensata ed abbozzata e ripetutamente abortita. È evidente che la mia esperienza lavorativa piacentina mi avrebbe portato a parlare di questi splendidi luoghi ed incantevoli colline nonché dei suoi vini così diversi da quelli che normalmente rincorriamo.Cosa mi ha fatto rompere l’indugio? Una riflessione durante le mie notti insonni riguardante il concetto di qualità nel vino.

Cosa si intende per qualità di un vino? La mera piacevolezza sensoriale è solo soggettività, mentre la qualità deve rappresentare un archetipo di massima oggettività! I disciplinari normativi tutelano prodotto, territorio e soprattutto consumatore, ma di per sé non sono più esclusiva prova di qualità. Le tendenze biologiche e biodinamiche degli ultimi anni chiamano qualità il rispetto del frutto e della sua integrità prima e dopo la vinificazione. Il sottoscritto, che non ha alcuna velleità di indicare una tendenza (…), invecchiando è estremamente attirato dalla capacità di innovazione, ritenendo questa un fattore di qualità suprema.

Tutta questa sbrodolata per spiegare il perché parto tra tutte le cantine del territorio piacentino con quella sicuramente più innovativa e disallineata alla tradizione: Luretta.

Prende il nome dalla bellissima piccola valle, dominata dal magnifico castello medievale di Momeliano nei cui pressi è situata la cantina e nel cui interno riposano ed affinano gli spumanti. Ma nei vini della Luretta di antico non vi è proprio nulla! Qui non troverete nulla di paragonabile a prodotti del territorio anche immediatamente circostante.

La prima frattura di discontinuità con il territorio e fattore di novità che qui andrò a raccontare è un particolarissimo Spumante (metodo classico) rosato da Pinot nero (beh no! credo che il produttore gradisca Pinot noir) “On attend Les Invités” 2011 (ma sboccatura non decifrabile) volume alcolico 13,5%. Rosa carico alla vista, pura buccia di cipolla rossa di Tropea. Frutto rosso, anzi fruttissimo invasivo che fa assaporare mirtilli e fragole di bosco, con una struttura acida che supporta ma che non può coprire un calore e morbidezza prettamente alcolici. Ricorda i transalpini “saignée” ma non ricordo in Italia rosati analoghi di siffatto carattere. Persistenza impressionante. Non necessariamente indimenticabile per gradevolezza, ma sicuramente unico!

d.c.


P.s.

E come non ringraziare qui il sapiente D.T.ispiratore ed autore del titolo, straordinario ed antico, di questo articolo.

Bianco che più bianco non si può!

Non sto citando un oramai antico slogan pubblicitario relativo alle miracolose capacità sbiancanti di un detersivo, bensì la celebrata capacità dei produttori siciliani di realizzare vini bianchi da urlo. Ed il tutto, dico io, nonostante due fattori sufficientemente ostativi; il primo, assolutamente banale, legato alla tradizione: la Sicilia è terra di Rossi! Lo è talmente tanto che questa affermazione condiziona pesantemente anche il mercato interno (ecco il secondo elemento, meno banale) ed il consumo locale: il Siciliano doc beve il vino rosso anche se abbinato al pescato. Ed invece la vera ricerca e voglia di novità la si trova tra gli innumerevoli bianchi prodotti nell’isola, siano essi doc ovvero igt: molti tra questi appunto straordinari.
Duri e puri come il carattere delle donne di questa isola del paradiso: luminosi, brillanti, profumati come gli sguardi decisi di queste femmine forgiate dalla lava dei suoi vulcani. Sanno di erbe e frutti maturi, ma sono freschi e taglienti come i colorati agrumi ovunque presenti.

E sanno inspiegabilmente di una storia millenaria, come la profondità degli occhi di queste affascinanti sirene omeriche.

In questi miei quindici giorni di vacanza ne ho bevuti decine, ma tre, tra i più semplici, sono qui a ricordare: un facilmente commerciato Regaleali 2015 di Tasca (inzolia, cataratto, grillo ed un furbissimo (cosa dicevamo delle femmine?) chardonnay che ne addolcisce ed arrotonda il carattere spiccatamente spigoloso), Sicilia doc, 12 % di volume alcolico (alla faccia di chi pensa ai vini caldi e cotti…).

E poi un insolito vino vulcanota, biologico (ma qui non fanno certamente fatica), da Malvasia bianca Terre di Sicilia Igt del 2015, 12% vol. alcolico (dicevamo?) “Punta Aria” Francangelo, dell’az.agr. Pollastri/Cambiago (due cognomi che di isolano non hanno nulla!), che ha degnamente accompagnato le mie cene ittiche.

Ed infine “the winner is…” :  Lantieri, Isola di Vulcano, Malvasia 2015 Salina Igp (12,5% vol.). Vigneti che si tuffano a precipizio sul mare con perfetta esposizione Sud, tale da essere baciati dal sole da mane a sera, in località Gelso di Vulcano. Prodotto dall’ az. agr. Punta dell’ Ufala di Paola Lantieri (cognome che a noi franciacortini fa tintinnare le antenne, ma apparentemente di origine e residenza palermitana). Freschezza acida puntuale, sapidità suadente, su un fondo di aromaticità e frutto appena accennati. Giusta persistenza gusto-olfattiva. 6.400 bottiglie per un inebriante oblio. Tranquilli amici cari, il numero di telefono della signora Paola è saldo nelle mie mani, per cui qualche bottiglia (dal costo ingiustificato per limitatezza: 15 eur al ristorante) c’è la facciamo spedire…

Qui bianco è femmina, ed è abbinamento strabiliante!

d.c.



P.s.

Ringrazio necessariamente la mia sirena Angelica, senza il cui supporto ora non potrei allegare nessun ricordo visivo…

Franciacorta, I love You… VI puntata… Pensavate di esservi liberati di me?

Pronto a partire finalmente per le ferie, in attesa che il nostro Dino ci racconti i suoi eccessi goriziani e che Paolone torni con il suo solito carico di straordinari rosati salentini, ma come facevo…ma come facevo a non salutarvi stappando un Franciacorta.
Sono andato sul sicuro, aprendo un vino che già apprezzo da tempo, un Blanc de noir non dosato della tenuta Villa Crespia della cantina Muratori, il Cisiolo: sempre tagliente, incisivo ma pulito con un equilibrio strabiliante, fra le sue durezze…Il campione sacrificato era sboccatura 2014, ma nella mia cantina trovasi bottiglie (ahimè non più numerose) con sboccatura dal 2012 alla recentissima. Non so se sia il prodotto più venduto dalla cantina, credo però che sia uno dei più indovinati.

Per cui in questo mio saluto di congedo (per qualche giorno…) dalle nostre chiacchiere, anche un invito per una prossima degustazione tecnica di raffronto dello stesso prodotto declinato nella profondità delle sboccature.

Buone vacanze amici miei.

d.c.

Franciacorta, I love You… V puntata… Ma che fine hanno fatto i Saten ?

Oramai mi conoscete bene e saprete come alle morbidezze dello Chardonnay, peraltro poco “gasate”, prediligo le durezze, anzi le spigolosità dei non dosati, ma complice un’apertura inattesa, ho incontrato un piacevole Saten. Ma a tale proposito: che fine hanno fatto i Saten? Si stanno progressivamente estinguendo? Si sta restringendo il mercato ? Stanno cambiando i gusti dei consumatori ? Mi piacerebbe sapere da un produttore cosa stia succedendo. Certo che gli investimenti in passato non si può dire che siano stati risparmiati! E non so quanto siano stati ripagati…Ricordo che meno di una decina di anni fa non si faceva altro che chiedere Saten; poi era diventato il vino per signore. Ma oggi?
Sarà forse questo il motivo per cui mi è poi piaciuto così tanto il Solive Saten (sboccatura Maggio 2013): morbido, elegante, pulito nonostante una temperatura di servizio non perfetta (che avrebbe sottolineato i difetti qualora presenti). Ed invece si è dimostrato molto equilibrato, con una gradevole persistenza. Che sia arrivato il tempo per cominciare ad accatastare i Saten rimasti?
Cascina agrituristica Solive dei F.lli Bariselli, Erbusco.
d.c.

La congrega dei ciciarù

In un mondo, quello del vino, oramai dominato da wine searchers, wine bloggers, wine lovers, wine victims era arrivato il momento giusto perché i 3 wine foolishes di questo blog si incontrassero finalmente attorno ad un tavolo per fare ciò che non necessariamente venga loro meglio, ma sicuramente tra i loro maggiori godimenti: chiacchierare di vino…
Chiacchierare… Trascorrere qualche ora a chiacchierare e stappare senza soluzione di continuità bottiglie su bottiglie.

È un po’ che siamo concentrati sulle bollicine e quella sera una grande bolla ha saturato il nostro cervello.

Ingeneroso il confronto tra il delicato Franciacorta Nature 2010 di Ronco Calino, che già non aveva completamente convinto il mio gusto ma che qui non ha sfoggiato il ritorno amarognolo della prima volta (segno questo che dobbiamo attendere…), e l’imperioso Cuvèe des Grands Vintages, Champagne della maison Eric Rodez: oro nel bicchiere, prezioso e raro all’olfatto ed al palato, con affascinanti pennellate di agrumi (su tutti un distinto bergamotto), infinito nella sua persistenza. Poi un passaggio su un commerciale Pommery, di grande carica “spumosa” con una effervescenza esuberante, ma di struttura non troppo lontana dal leggero Franciacorta. Poi la follia di un Metodo Classico di Cannonau: cosa ti scova sempre l’inquieto Paolone nelle terre della Gallura. Nota ramata alla vista di un vino dalle caratteristiche di fine e sorprendente perlage. Struttura rapida e leggera in bocca, con una nota di vinosità un po’ invasiva; troppo rapido a scappare via. Perché follia? Per un prezzo da Grand Cru! Non contenti (all’approssimarsi del cambio di data) attentiamo alle virtù di un altro Champagne: un Millésime 2010 Cuvèe Prestige (etichetta nera: ricordate che nella tradizione l’etichetta nera è destinata al prodotto di punta della maison?) da Hautvillers. JM Gobillard er Fils. 60% Pinot nero 40% Chardonnay. Forse un po’ fuori temperatura, forse giunto un po’ troppo tardi, ma il nostro è scappato via, senza impressionare gli astanti: naso delicato ma troppo leggero e mai complesso, delicatezza ribadita in bocca, ma anche qui troppo sfuggevole per un ricordo degno. Credo invero indelicato e fuorviante il richiamo in etichetta al “Moine Dom Perignon”. E poi…. Bonne nuit!

d.c.

Tuffi in Trebbia

Un caldo pomeriggio lavorativo piacentino; la volontà di distrarsi con due amici andando a fare, come dei ragazzini, i tuffi nel fiume. E poi incontri amici di vecchia data, gente che non hai mai conosciuto ma che dopo poche parole capisci di avere molte cose in comune ed una serata da condividere: pochi bicchieri della divina bevanda per scoprire che il vero fiume siamo noi… Con 40 oppure 50 od addirittura 70 anni da raccontare in un effluvio senza fine. Che importano le note organolettiche di fronte ad un ricordo così bello oramai impresso nella nostra memoria? imagePoco importa se Grand cru or seulment Premier, vi assicuro assolutamente i migliori!
I primi tre sinceramente semplici, corretti, uno di questi anche banale. Poi, già carichi, il mitico Pinot menieur in purezza di Egly Ouriet “Les Vignes de Vrigny” Premier Cru, riconoscibile per la sua “rusticità”, ma anche per la sua naturale purezza, tra mille. È un vino che amo moltissimo proprio per la sua originalità tutta incarnata nel solco della tradizione: dopo esclusivi Chardonnay e Pinot noir, tutti Grand cru e dal prezzo paragonabile ad un gioiello evviva evviva l’umile, ma generoso, Pinot “mugnaio” tanto bistrattato, ma tanto buono e ruspante (come dopo tutto siamo noi…) nonché no so expensive. (Nota tecnica “passage en cave” 46 mesi; degorgement Maggio 2013).
Chiusura con un altro Champagne della tradizione: il Cramant per antonomasia, Blanc de Blancs Grand Cru Lilbert-Fils. Anche questa, come mia abitudine, era una bottiglia dimenticata in cantina: alla classica struttura acida si affianca un frutto dolcissimo, riportando a memoria l’idea che mi sono fatto degli Champagnes delle origini: in bocca una leggera nota ossidativa trasforma questa dolcezza finissima in miele, corroborando le mie convinzioni…

d.c.

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