LE TERRE… DELL’ACQUABUONA

Per economia processuale, come direbbero gli avvocati, tratterò nel medesimo post sia il “Terre di Toscana – Eccellenza nel bicchiere” sia il “Terre d’Italia – Vini d’autore” per l’identità soggettiva dell’organizzatore (L’AcquaBuona periodico di cultura enogastronomica on line),  per l’identità di luogo dove si tengono le manifestazioni (Una Hotel di Lido di Camaiore), per identità dell’oggetto: il vino nelle sue varie espressioni (bianco, rosso, rosato, fermo e spumante) e l’identica qualità del parterre di vignaioli che nel primo tocca la sola regione Toscana mentre nel secondo si espande a tutto il territorio italiano… isole comprese.

Vi è un sottile fil rouge fra le due esperienze. Ciò è comprovato dal fatto che durante l’ultima edizione del Terre d’Italia abbiamo partecipato ad una degustazione-approfondimento sull’annata 2016 della Vernaccia di San Gimignano, vino, appunto, toscano.

Il Terre d’Italia, sebbene anagraficamente più giovane (giunge quest’anno alla sua settima edizione), è la prosecuzione e il completamento del Terre di Toscana (questo più anzianotto, giunge quest’anno alla sua dodicesima edizione).

Da avventore, reputo che proporre il solo Terre di Toscana privato del Terre d’Italia resterebbe sempre interessante ma parziale. Per cui che vadan sempre di pari passo!

Per bizzarria del clima, la domenica 3 marzo, in cui ha esordito il Terre di Toscana, si è presentata sin dalle prime ore del mattino primaverile con temperature oltre i venti gradi nell’arco della giornata. Sembrava di essere a maggio. Al contrario la domenica 19 maggio si è presentata con un clima piovoso – autunnale. Sembrava di essere a marzo. All’Acquabuona sono bravi ma non si può pretendere che organizzino anche il tempo in linea con la stagione!

Anche quest’anno ha preso parte alle due manifestazioni un nutrito, nel vero senso della parola, gruppo di amici.

Al Terre di Toscana abbiamo avuto l’onore e il piacere di avere assieme a noi il produttore Andrea Picchioni in veste di degustatore unitamente al suo amico Davide,  mentre al Terre d’Italia abbiamo avuto il piacere, per converso, di avere Andrea Picchioni dall’altro lato del tavolo e di degustare i suoi vini collocati al banco n. 52 (il Profilo Rosé…. in primis) .

Il Terre di Toscana è caduto nell’anno del ventennale dalla nascita dell’Acquabuona la testata giornalistica on line, motore immobile da cui tutto ciò scaturisce. Tant’è che nelle giornate del 3 e 4 marzo sono state organizzate degustazioni ad hoc per festeggiare degnamente l’anniversario stappando bottiglie importanti del 1999. Domenica è stata la volta del sangiovese con la degustazione a tema “Sangiovese & Co.” tutti del ’99 targati FI e SI. Lunedì invece è stata la volta de “La Nuova tradizione” tutti del ’99 ma con targhe provinciali differenti. Io purtroppo per motivi organizzativi ho dovuto soprassedere. Fortunatamente mi sono preso una piccola rivincita al Terre d’Italia partecipando al seminario  intitolato “2016, una annata da ricordare” condotto da Ernesto Gentili con la partecipazione del Presidente del Consorzio della Vernaccia di San Gimignano Sig.ra Letizia Cesani.  I seminari sono proseguiti anche lunedì con al centro sempre la Vernaccia ma in questo frangente con una verticale di quattro annate e dieci vini.

Fatto questo breve excursus, i produttori presenti al Terre di Toscana sono stati centotrenta per 600 vini in degustazione, tanto per dare un’idea a chi non vi avesse mai preso parte.

E’ chiaro che il fegato è uno solo, quindi, non è possibile assaggiarli tutti. Si sono dovute operare delle scelte, anche dolorose, e il raggio d’azione è stato limitato ad alcuni Metodo Classico toscani, ad alcuni Brunelli di Montalcino e qualche altro assaggio qua e là.

Sui tavoli che presentavano dei metodo classico ho apprezzato molto il Fèlsina Metodo Classico Brut: un blend di Sangiovese 60%, Chardonnay 20% e Pinot Nero 20%. Dalla zona del Chianti, rossista per antonomasia, una bollicina gradevole giallo-paglierina. Un bell’equilibrio fra uva che parla toscano e uve che parlano francese. Secco e minerale. Subito è venuto in mente l’abbinamento ideale con il piatto di crudités de mer mangiato la sera prima allo Scoglietto a Rosignano Marittimo. Poi, lo Spumante Metodo Classico di Vopaia Brut 2010 a base di solo Sangiovese: giallo oro che colpisce. Importante, austero, il suo abbinamento però non è col pesce per la sua struttura da uva rossa vestita di bianco. L’uso del legno si sente e ciò va a gusti… . Ci spostiamo poi un po’ a nord in provincia di Lucca, in quel di Massarosa, con Tenuta Mariani che ci ha proposto un metodo classico interessante, il Segreto 2014, composto da Pinot Nero vinificato in bianco per il 70 % e da Chardonnay per il restante 30 %. Sosta sui lieviti per una ventina di mesi. Direi un prodotto centrato e personale che dimostra che anche a certe latitudini Pinot Nero e Chardonnay sanno dire la loro. Meno aggraziato il Segreto Rosé. La Tenuta Mariani produce anche bollicine con metodo charmat che non abbiamo assaggiato perché sarebbe stato un fuoritema.

Sui tavoli dei Brunelli di Montalcino che dire… il nettare sgorgato dalla magnum di Brunello di Montalcino del Marroneto Madonna delle Grazie Riserva 2013 ha provocato un coup de foudre. Gli assegnerei il premio di miglior assaggio della giornata ma si sono battuti bene, nonostante l’annus horribilis… il 2014, anche “il fruttato” Petroso, “l’onesto” Barbi, “l’austero” La Gerla, “il morbido” Le Chiuse, “l’elegante” Lisini, “lo scolastico” Mastrojanni.

Sui tavoli del “non si vive di solo Brunello” ho apprezzato molto di Pieve de’ Pitti il bianco Tribiana 2016 da uve Trebbiano per il suo appeal tropical-balsamico e il Vinsanto per il suo piacevole ossimoro dolce nell’attacco/secco nel finale, di grande eleganza.  Di Col di Bacche, forse per la simpatia che mi ingenera il patron, mi è piaciuto tutto ciò che ho assaggiato. Sono vini da convivium etrusco, vini che vanno messi in tavola nelle cene fra amici. Fra tutti il Morellino di Scansano 2017 “da rosticciana”, tannico e fruttato, ha colto nel segno.

Venire al Terre di Toscana ed andare via senza aver assaggiato almeno un Chianti sarebbe stato un sacrilegio per cui la sosta da Solatione si è resa necessaria. I suoi supertuscan  lasciamoli ai clienti stranieri… anche se sono all’apice della produzione e del prezzo (i “vinoni costosoni” come li definisce Camillo Langone nel suo “Dei miei vini estremi“, letto tutto d’un fiato). Ho puntato subito il Chianti Classico 2013. E’ un classico rivisitato per la scelta delle uve che lo compongono sangiovese (85 %), Colorino e Canaiolo (5% )  ingentilite da un tocco percepibile di Merlot (10%). L’è proprio fatto a modino!  E’ da bersi subito ma lo si potrà apprezzare anche in prospettiva per il frutto, ancora presente, e il rovere ben integrato. Meglio ancora il Chianti Classico Riserva  2013 per le note balsamiche e la persistenza finale. Sicuramente dei vini personali quelli di Solatione. Sarà un caso ma è anche un vignaiolo aderente alla Fivi.

Concludo con Piaggia, azienda vinicola della provincia di Prato, che ha colpito la mia personale attenzione da tempo per l’ottimo rapporto qualità/prezzo. Avevo avuto occasione di acquistare il Pietranera presso la gastronomia Dai Parmigiani a Forte dei Marmi e mi era piaciuto… confermo anche ora lo stesso giudizio. Ho in questa sede assaggiato qualcosa di nuovo: il Poggio de’ Colli 2015, 100% cabernet franc. Frutta, spezie e tannino levigato. Chapeau!

Bene, il Terre di Toscana ha raggiunto la dozzina di edizioni ma non è mai dozzinale, mi si passi il gioco di parole. Punto e a capo.

Al Terre di Italia, invece, i produttori presenti sono stati un’ottantina per 400 vini in degustazione, più contenuti nel numero ma non per questo meno interessanti.

Esordiamo verso le 12 e 30 con I Moschettieri 2016 della Cantina Frecciarossa sita in quel di Casteggio, nell’Oltrepò pavese. Storia italiana (tanto che scrissero dei loro vini a due mani Gianni Brera e Luigi Veronelli nel libro “La Pacciada”, presente negli scaffali della mia libreria, modestamente) ma cultura francesizzante e cosa più di un metodo classico da uve Pinot Nero vinificato in bianco extra brut può sintetizzare le due cose in un sol bicchiere? Non so. Giallo paglierino, fresco e minerale, secco, sottile come un foglio, un bel grip al palato e una sensazione “gessosa”  nel finale. Bravo!

Dopo l’Oltrepò un tributo alla Franciacorta è necessario per contrappeso. Abbiamo scelto il Teatro alla Scala Brut vendemmia 2013 di Bellavista. Bollicina identitaria della casa franciacortina da uve Chardonnay e Pinot Noir: crosta di pane, burro salato, nota vanille-boisée. Carbonica ben integrata e bella persistenza. Racchiude in sè tutto quello che ha determinato il successo di Bellavista.

Per concludere le bollicine metodo classico battendo una strada alternativa ho assaggiato i Metodo classico da uva Durella di Sacramundi. Packaging azzeccato per un prodotto che si deve far notare, sgomitando, in un settore alquanto affollato. A mio gusto personale, la permanenza sui lieviti per 36 mesi fa della Durella spumantizzata col metodo classico il prodotto più convincente perché contempera la fragranza del frutto e la nota citrina con la mineralità. Quindi, fra tutti scelgo il Lessini Durello D.O.C. Extra Brut Metodo Classico Riserva 36 mesi, come bottiglia da tenere sicuramente nella cantina di casa. Ottimo rapporto qualità prezzo per il Ventus, metodo charmat però.

Degno di menzione a conclusione degli “assaggi di aperitivo” è il metodo classico da uve Nebbiolo in purezza il Brut Rosè di Bricco Maiolica. Azzeccatissimo il colore. Una bolla di indubbia personalità e che sa di antico perchè pare che in Piemonte già nell’ottocento si producesse con questa uva rossa un vino frizzante. Sfrutta la versatilità del Nebbiolo capace di dare grandi rossi come il Barolo ma anche vini spumanti. La versione rosè, oltre ad essere di moda, permette di percepire meglio il tannino del nebbiolo. Mi sorge spontanea una domanda è più versatile il Nebbiolo o il Sangiovese? Ai posteri l’ardua sentenza.

Chiusa la fase dedicata ai soli “sparkling” passiamo ai vini fermi.

Un saluto è doveroso a Loredana Vivera, di cui avevamo già parlato in due post relativi alle antecedenti edizioni. Per non tediare il lettore, mi limito a confermare la bontà del Salisire 2014 e ad esaltare l’Etna Rosso 2017 da uve Nerello Mascalese in purezza vinificato in acciaio. Frutta rossa  e pepe al palato e quella sulfurea mineralità che fa da sfondo. E’ affascinante la finezza di questo vino etneo.

Dalla Sicilia di Vivera alla Sicilia di Avide e Barone Villagrande: una carrellata di bianchi dai territori di Comiso (RG) e di Milo (CT). Si intraprende il percorso dallo Spumante metodo classico Nutaru 2016 da uve Frappato al 100% 36 mesi sui lieviti, colore giallo con riflessi dorati, finale asprigno che lo proietta direttamente in riva al mare ad accompagnare piatti di pesce. Il Grillo in purezza Lidiae 2016, vinificato in acciaio è floreale, leggermente aromatico con finale agrumato.  Tuttavia, quello che ha colpito per qualità/prezzo è stato il Sicilia Bianco Là 2018 da uve Grillo e Inzolia, in pari quota, che donano nel bicchiere note di ananas e balsamiche unite alla freschezza del vino giovane. Di Barone di Villagrande mi sono limitato ad assaggiare l’Etna Bianco, che è il mio pallino della zona dell’Etna: Carricante pressoché in purezza secco, mineral/vulcanico e sapido. Ha fatto centro!

Due pennellate su Calabria e Puglia.

Ho avuto il piacere di conoscere i titolari della Tenuta del Travale nello specifico l’Avv. Nicola Piluso con la Sua Signora. Mi ha presentato il suo studio sui Nerelli, sia Mascalese che Cappuccio, che si traduce nel vino Eleuterìa (nome di chiara origine greca ad indicare la parola libertà). Il racconto mi ha rapito prima dal punto di vista intellettuale poi dal punto di vista sensoriale. Pensavo che fosse presente solo in Sicilia il Nerello Mascalese ma al contrario mi è stato detto che ha trovato sua sede principale in Sicilia ma l’origine era calabra… (i greci, non sarà stato un caso chiamavano la Calabria: Enotria). Ex novo ha piantato in zona vocata le barbatelle di Nerello mascalese e Nerello Cappuccio e da lì è nata l’avventura di Eleuterìa. Sintetizzando, il nerello mascalese (80%) si completa alla perfezione con il nerello cappuccio (20%) che gli dona maggior colore avendo antociani più presenti.  Nel bicchiere il 2016 si mostra rosso rubino con riflessi granati. Floreale all’olfattazione. Frutta matura al palato, conseguenza della raccolta delle uve a piena maturazione deduco, accoppiata ad un tannino presente ma aggraziato, il tutto è completato da un’alcoolicità importante ma ben integrata. Ciò che ho notato e che lo identifica rispetto al Nerello etneo è la sapidità priva della mineralità vulcanica propria dell’Etna rosso.  Comunque, la mia impressione è che i titolari abbiano compreso l’importanza di puntare su vitigni autoctoni per ricavarsi uno spazio nell’affollato panorama enologico nazionale, cosa che mi sta a cuore e di cui, autocitandomi, ho già scritto in un mio post. Bene, avanti così.

Da ultimo la regione Puglia in cui abbiamo scelto Marco Ludovico per le particolari tecniche di lavorazione (macerazioni, uso dell’anfora). In my opinion, il Matin 2017 è un bell’esperimento (uva Fiano Minutolo, vinificazione con i raspi, rifermentazione in bottiglia, torbido) ma complessivamente non mi attrae il palato e nemmeno l’occhio. Mi attrae invece il Verdeca 2017, da uve Verdeca… lo dice la parola stessa, vinificato in acciaio dal color giallo paglierino con riflessi verdognoli. La modalità di vinificazione rispetta il gusto varietale dell’uva e ne preserva la freschezza. Mi è piaciuto assai il Trebbiano in purezza 2017, Anforeas, per il bouquet intenso e variegato e per le note di frutta matura al limite della frutta candita. Mi è altresì piaciuta molto la Malvasia Occhio del Sole 2017. Un vino macerato che però non è stucchevole e le note ossidative visibili già a partire dal colore non inficiano il quadro gusto-olfattivo della Malvasia. Quello che cercavo era il Primitivo 2017, il nome non da adito ad incertezze è monovitigno.  L’ho trovato di frutto succoso e raffinato, non “marmellatoso”. Malvasia e Primitivo valgono il viaggio fino a Mottola dove si trova l’azienda, ma questo è solo un mio parere. Il Trabaco 2017, Sangiovese in purezza,  per l’annata calda vira verso un Montepulciano d’Abruzzo con note di susina. Meritano un plauso le belle etichette.

La degustazione di 10 Vernacce di San Gimignano 2016  richiede un capitolo a parte anche per non rendere troppo prolisso il presente racconto.

Complimenti al Direttore Fernando Pardini ma anche al suo valido staff per lo sforzo intellettuale e fisico profuso per regalarci queste due belle manifestazioni.

By D.T.

P.s.: Ho indicato i nomi dei vitigni in maiuscolo per personificarli, artificio retorico che i greci chiamavano Pròsopon.

Rosso di Valbissera 2013. Poderi di San Pietro. San Colombano doc.

“Naso” complessivamente interessante: all’imperiosa, per intensità, frutta rossa, ciliegie, marasche, anche già sotto forma di confettura, si abbina una particolare ed accattivante sensazione di legno, ma non da botte, bensì più da mobile antico e nobile. Tanto esuberante al naso quanto un po’ scomposto in bocca, ove l’acidità sta cedendo un po’, ma la struttura in generale è deboluccia: rimane una nota di calore leggera, la sensazione flebile di una ciliegia già matura e tutto poi svanisce rapidamente.

d.c.

Waris-Larmandier. Champagne Brut.

Risalente ad un bottino di ritorno da un’antica guerra nelle Gallie, combattuta con onore più di quindici anni fa (sigh… mi è rimasta l’ultima bottiglia da quel bottino…). Qui lo Chardonnay mostra un pochino più di delicatezza rispetto alle compagne di viaggio (già consumate); i profumi non sono completamente evoluti: la complessità dello spettro olfattivo parte dalla frutta gialla, succosa, devia su note gessose, ritorna alla carruba, questa sì leggermente mielosa, forse segno di un principio ossadativo, ancora però pienamente controllato. In bocca si esalta l’espressione di equilibrio, condizionato solo all’inizio da note di durezza che rapidamente cangiano ammorbidendosi, lasciando una dolcezza di frutto infinita.

d.c.

Giulio Ferrari 2005. Trento doc. La responsabilità di essere sempre perfetto.

È così! Come per le bottiglie delle grandi maison: tutte le volte che mi approccio ad una Riserva del Fondatore, le attese vanno sempre oltre. E difficilmente, al di là della soggettiva preferenza, tali attese risultano deluse. Quattordici anni di maturazione non sono ancora sufficienti per pennellare la divin bevanda di note dorate: il colore è un giallo brillante come potrebbe essere un sur lies dell’ultima vendemmia. Il perlage è composto da spilli di grandezza “atomica”, e si riproduce nel bicchiere, e nel cavo orale, senza soluzione di continuità. I profumi, intensi, sono di complessità imbarazzante: c’è la frutta a polpa gialla, succosa ma non ancora dolce, fiori gialli che insegnano l’estate, la frutta secca, la mandorla leggermente tostata e forse anche una piccola arachide salata, c’è la spezia, nobile ed orientale. Cosa cercare e cosa volere di più. Non so cosa possa essere la perfezione del vino: questo però si avvicina molto alla mia idea di perfezione. In bocca è un levare e battere musicale di freschezza e sapidità, perfettamente alternative. La lingua soffre e ricerca il nuovo sorso. Torna una perfetta fusione di aromi fruttati e speziati che rimangono in bocca senza risolvere la nostra disperazione per la bottiglia oramai vuota.

d.c.

Fratus . Franciacorta. Brut (biologico).

Due bottiglie a distanza di pochi giorni. La prima, sinceramente, non perfetta con un piccolo difetto al naso… una sensazione di mela ammaccata ha condizionato la degustazione (uffi… che noia questi Winesnobs… sempre con il naso nel bicchiere a ricercare difetti…), la seconda invece molto interessante. Profumi di esemplare fragranza: una mela renetta ancora croccante, la percezione di lieviti ancora vivi, una freschezza moderna e gradevolissima. La finezza dell’olfatto è sorretta anche da una nobiltà di aspetto distintiva: la bollicina è minuscola, continua, ipnotica. In bocca entra fendente, preciso, ancora molto “duro” e proprio per questo di qualità superiore.

“Strana” questa insistenza sulla menzione di “biologicità” del vino, soprattutto in un periodo storico come quello attuale in cui molte blasonate etichette si sono pienamente convertite (senza farne vanto in habillage): mi piacerebbe conoscerne i motivi.

d.c.

Champagne in Villa Reale

Torniamo, a distanza di poco più di un anno, nella sontuosa cornice della Villa Reale di Monza, dove avevamo degustato le meraviglie del Bolgheri.
Questa volta Fabio Mondini e ASPI ci hanno fatto immergere nel perlage delle bollicine francesi. Presenti una trentina di piccole maison di champagne proposti dai distributori o direttamente dai petit vigneron orgogliosi di trasmettere tutta la loro passione.
Ci tuffiamo quindi nello Chardonnay e nel Pinot Noir che vinificati in purezza o saggiamente assemblati, magari con l’aggiunta di Meunier, ci trasmettono subito quella piacevole ebrezza e leggera euforia che lo champagne sa regalare.
Come accade per altre tipologie di vino anche in questo caso la tendenza di mercato ci restituisce, almeno per le linee base, una certa omologazione di prodotto che comunque, dato l’elevato standing dell’effervescenza francese, ci piace!!
Escono dal coro e ci stupiscono alcune bottiglie a partire da Proy-Goulard la cui giovane produttrice definisce il suo base Brut Tentation vino da tutti i giorni per esprimerne la facile e piacevole beva. Le abbiamo risposto in coro che ci piacerebbe davvero poterlo bere a ogni pasto! Ma è il suo Grande Réserve, classico blend dei tre principali vigneti che ci incuriosisce per l’eleganza e la cremosità.
Ci imbattiamo poi in Fumey-Tassin & Marie Tassin e rimaniamo sorpresi dalla insolita spumantizzazione del Pinot Bianco (presente solo per lo 0,002% sul totale della produzione della zona vocata a champagne) che, nella vinificazione in purezza del Marie Tassin, ci dona un prodotto di estrema freschezza: da bere a casse! Davvero un interessante inedito.
Proseguiamo nel nostro percorso e assaggiando la Cuvée Prestige di H. Goutorbe ci guardiamo l’un l’altro affermando: quello che ti aspetti dallo champagne!! Si esalano infatti sentori di croccante fragranza che solo un grande premier cru sa esprimere.
E’ poi la volta di Gratiot & Cie che fa del Pinot Meunier la sua forza vinificandolo, a seconda dell’etichetta, con minime parti di chardonnay e pinot nero. Tutta la produzione mostra la corpulenza del vitigno principale raggiungendo l’apice con il Desiré Gratiot annata 2008 con i suoi 9 anni sur lies: grasso, pastoso e pieno. Alla grande.
Chiudiamo in bellezza con il Brut Nature – Blanc de Noir di Gabriel-Pagin dove ho ritrovato i motivi del mio amore per lo champagne: sorso affilato, complesso e avvolgente. Bolla sopra le righe.

Bella manifestazione davvero ben organizzata, continuate così. Aspettiamo con trepidazione il successivo evento.
Un saluto ai nostri compagni di degustazione. Ragazzi grazie per il bellissimo pomeriggio trascorso insieme, alla prossima!!

R.R.

Jackson. VS Extra dry. Monterosso.

Rosa tenue e delicato, come delicati ed un po’ flebili i profumi di fragoline di bosco e mirtilli. Necessita di temperatura di servizio adeguata, perché dopo i 10 gradi, i profumi si scompongono, e lo spettro aromatico appare confuso. In bocca mantiene una discreta eleganza, e l’acidità, ben corroborata da una carbonica non invasiva e che si manifesta con un perlage di minima caratura (sorprendente per il metodo di vinificazione) dona equilibrio generale, compensando la dolcezza zuccherina, presente ma non immediatamente affiorante. Vino senz’altro da aperitivo, da consumo (anche “smodato”) estivo, ghiacciato, alla rincorsa del dolce oblio…

d.c.