Chi ben comincia è a metà dell’opera

Partecipare alla presentazione del catalogo di Proposta Vini con annessa degustazione sta diventando una tradizione. Anche l’anno scorso l’incipit fu con la medesima caleidoscopica manifestazione.


Il 19 e 20 gennaio 2020 presso L’Hotel Parchi del Garda di Lazise (VR) la “palette” di cantine presenti è veramente ragguardevole. Sono 133 i produttori provenienti da diverse regioni vinicole italiane e straniere, come ben rappresenta la mappa distribuita all’ingresso unitamente al catalogo. Proposta Vini ricerca sul territorio nazionale ed estero giacimenti enologici rari ed autentici avendo come obiettivo quello di valorizzare prodotti unici.

La valorizzazione del vino per Aree Tematiche è l’aspetto qualificante il catalogo. Fra queste si annoverano: i Vini Estremi, i Vini dell’Angelo, le Bollicine da Uve Italiane, i Vini delle Isole Minori, i Vini Franchi e i Vini Vulcanici.

Nel 2019 parlammo di Champagne, ça va sans dire che la prima volta si parte col botto. E lo schioppo del tappo-fungo rende bene l’idea. Quest’anno, invece, per non scrivere sempre delle stesse cose puntiamo il “mirino” su nuove esperienze.

Scriviamo un poco di sud una volta tanto. Ricerco cantine della Calabria e ne trovo una: Scala. Dico fra me e me “sarai mia”. Lì mi dirigo dopo alcuni assaggi fatti di Champagne (Dourdon-Vieillard) e bianchi del Friuli Venezia Giulia (Klanjscek) in modica quantità perché non voglio distogliermi dal mio obbiettivo.

Giungo quindi alla postazione n. 103 all’interno della grande sala dell’Hotel Parchi e, dopo una breve presentazione col produttore Francesco Scala, cominciamo a riempire il bicchiere dapprima col bianco poi col rosato ed infine con i due rossi. Accattivanti le etichette rétro sulle bottiglie, come “quelle che già utilizzava il nonno negli anni ’50” sentenzia Francesco.

Cirò Bianco 2019 : L’uva utilizzata è il Greco Bianco in purezza vinificato in acciaio per mantenerne profumi e freschezza. All’occhio si mostra giallo paglierino con riflessi verdognoli (anche se la luce della sala pareva aggiungere qualche riflesso dorato). Al naso i sentori primari di frutta bianca sono avvolgenti e appaganti. Al palato è sapido e persistente ma deve ancora bilanciarsi con il naso che ammalia. Il grado alcoolico contenuto nei 12 gradi ne facilita la beva che può variare dall’aperitivo all’accompagnamento di piatti a base di pesce.

Cirò Rosato 2019: L’uva utilizzata è esclusivamente il Gaglioppo anche questo vinificato in acciaio. Il bel colore rosa ramato viene raggiunto con una macerazione di 4/5 ore delle bucce. Al naso, data la lavorazione in acciaio, si presentano note di frutta rossa asprigna (tipo la fragolina di bosco) meno le spezie, al palato è fresco e coerentemente agrumato. Più significativa la presenza dell’alcool che tuttavia appare ben integrato nel corpo del vino.
Lasciato al bianco il momento dell’aperitivo, lo spettro delle pietanze da abbinare si amplia dai piatti di pesce ai primi piatti anche con la carne. Mi è piaciuto anche perché è un rosato monovitigno, comme il faut.

Cirò Rosso Classico Superiore 2018: qui obiettivamente si percepisce che del grappolo viene sfruttato tutto il potenziale. Il rosa versato in precedenza cede al rosso rubino con riflessi granati. Gli archetti sul bicchiere lasciano intuire una alcolicità importante. Esuberante ma nel contempo elegante. Sentori di ciliegia e prugna. Tannini presenti ma non eccessivamente astringenti. Armonico al palato e simmetrico alle sensazioni olfattive di frutta, come si addice ad un vino ben fatto. Sapido come si conviene ad un vino proveniente da uve allevate non distanti dal mare. Francesco ha tenuto a sottolineare che la maturazione di due anni avviene in vasche di cemento… sempre come una volta. Ci si è chiesti se potesse andare bene con lo spiedo bresciano. Dopo ampia discussione con i miei compagni di assaggio (“R.R.” e “la Anto”, n.d.r.), si è giunti alla conclusione che: sì è un grande vino, ci può stare, tuttavia predilige la carne ovina o comunque alla griglia piuttosto che la carne allo spiedo più burrosa e grassa. Ma il guanto della sfida è stato lanciato.

Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2015: Sempre l’uva Gaglioppo la fa da padrona nel senso che trattasi di monovitigno. Questo vino fa intuire una lunga tenuta nel tempo. It’s a long way to Tipperary. Si presenta rosso granato che darà sviluppi aranciati dei quali si intravedono già alcune sfumature ai margini. Dopo quasi un quinquennio si sente ancora il frutto rosso chiaramente giocato sulle note sotto spirito e cotto. Le spezie si percepiscono a fianco del cacao tostato. Il tannino è smorzato dal tempo e dall’uso non prevaricante della barrique. Alla freschezza della versione classica assaggiata prima contrappone note balsamiche finali con il fil rouge della sapidità del Classico. Grado alcoolico leggermente superiore. In conclusione, ricordando una antico re persiano, possiamo battezzarlo: “Cirò il Grande”.

Non si può non dire qualcosa sulla sezione Vini Vulcanici per altro ben evidenziata sulla mappa delle cantine partecipanti. Innanzitutto perché si chiamano Vini vulcanici? Perché sono esplosivi? Perché producono in chi li beve grande fantasia e immaginazione? No! Sono appellati vini vulcanici perché le viti vengono coltivate su terreni da natura vulcanica particolarmente variabili, ricchi di basalto e altre sostanze minerali. I vulcani in Italia sono a sud, quindi, sono solo vini del sud? No! Vini vulcanici sono presenti anche al nord, ad esempio il Soave è un vino vulcanico, i vini provenienti dai Colli Euganei sono vulcanici ma non solo anche in centro Italia ci sono i vini vulcanici. Quindi la vulcanicità è una caratteristica dei terreni che attraversa tutta l’Italia da nord a sud.

Per farmi un’idea assaggio i vini dolci delle cantine Hibiscus, Salvatore D’Amico e Sergio Mottura.

Minimo comun denominatore come detto è il terreno vulcanico ma diverse sono le uve e le tecniche di lavorazione. Mentre Hibiscus dall’Isola di Ustica, di fronte a Palermo, produce lo Zhabib da uve Zibibbo (Moscato di Alessandria) in purezza, invece D’Amico produce la Malvasia delle Lipari passita, quindi sempre Sicilia ma dell’est, da uve Malvasia con un saldo di Corinto Nero. Infine, Mottura collocato nel Lazio rielabora con la tecnica della botritizzazione le uve Grechetto per realizzare il Muffo. Tre chicche nella loro diversità.

Lo Zhabib 2017 colpisce per la sua concentrazione. Colore ambrato o meglio “ambrato del mare” come si legge su il Grande Libro dei vini dolci di Massimo Zanichelli. Al palato è un estratto di albicocca che parte dolce e finisce salato. Albicocca e sale, un contrasto dolce/salato assolutamente intrigante che mi richiama gli shortbread. Sapidità marina che stimola la salivazione e invita a continuare a berne. Fico, dattero, miele e ancora albicocca disidratata e candita. Vino dolce per il dolce. Me lo immagino abbinato a della pasticceria secca e a fianco di un piatto di frutta martorana per chiudere il quadro visivo. Qui il palato si satura di dolcezza e sapidità. Sul tavolo d’assaggio, la produttrice Margherita Longo (bresciana ex parte matris), ha messo sapientemente un sacchetto a mo’ di cestino con dell’uva passa, la stessa che dà vita al suo passito. Appaga l’occhio e anche il palato.

La Malvasia delle Lipari 2014 di D’Amico viene prodotta sull’isola di Salina (ME) con Uve Malvasia (95%) e Corinto nero (5%). Appassimento su graticci. Colore giallo ambrato. Profumi di frutta gialla (albicocca e pesca) candita c’è anche dell’agrume candito, al palato si completa con retrogusto ammandorlato e tostato. Persistente senza essere stucchevole. Qui ci vedo anche un abbinamento per contrasto a dei formaggi erborinati oltre che al classico dolce secco. La gradazione alcoolica importante “sgrassa” bene il formaggio. L’eleganza e la versatilità della Malvasia si fanno apprezzare dopo l’esuberanza dello Zibibbo che, bonariamente, “asfalta”.

Povero Muffo 2016 di Sergio Mottura, dopo due campioni del genere deve farsi onore e ci riesce, chiaramente non per potenza gusto/olfattiva ma per leggiadria. La muffa nobile (botrytis cinerea, termine scientifico), favorita dall’umidità, attacca gli acini di Grechetto, provocando la concentrazione degli zuccheri e delle sostanze aromatiche. L’uva una volta colta (novembre) viene fatta maturare in barrique. Le tonalità ambrate cedono il passo al giallo dorato. L’oro è metallo prezioso. Il grado di dolcezza si abbassa, la frutta bianca diventa agrume e si mescola con la nota di zafferano “sauternosa“. Ben bilanciato e amalgamato non spicca per la forza alcoolica ma per freschezza e persistenza. Oltre ai formaggi ci vedo anche del fois gras da abbinare, meno della pasticceria. A me è piaciuto avendo il palato abituato a vini dolci/non dolci. Certo che almeno il nome potrebbe essere un po’ più poetico.

Abbiamo cominciato bene l’anno, speriamo di essere anche alla metà dell’opera.

By D.T.

P.S.: Un particolare ringraziamento alla sig.ra Federica Schir.

Francesco Iacono. Dosaggio Zero. Riserva 2008. Villa Crespia.

Questa è una bottiglia che mi è sempre piaciuta! La cantina ha prodotti e produzioni “alterne” (…), ma il Dosaggio Zero Riserva è proprio un buon Franciacorta. 12 anni di bottiglia di cui 4 dalla sboccatura hanno donato solo un giallo intenso al colore, ma i profumi, intensi, sono di frutta fresca e l’acidità appare ancora violenta con la struttura del vino molto appagante al palato.

d.c.

Rocca Sveva 2005. Amarone della Valpolicella. Cantina di Soave

C’era un tempo (… oramai inizio tutti gli articoli così!), in cui, a casa mia, se un Amarone non aveva almeno vent’anni non era pronto!

E così ho atteso paziente per questo 2005, scommettendo note ancora giovanili. Ed invece sono arrivato appena appena in tempo per incontrare la chiusura dell’arco dell’arcobaleno…

Nonostante un giusto periodo di ossigenazione,  la riduzione ha bloccato fragranze e profumi per alcune ore, per poi concedere solo alcuni accenni di prugna e cacao. In bocca la freschezza è ancora invitante, ma tutto svanisce rapidamente, troppo rapidamente lasciando solo una scia alcolica.

Ma dove si sono nascosti i miei vecchi Amaroni?

d.c.

Boccadoro Satèn. Franciacorta

C’era un tempo, in cui giovane mi applicavo con ardente intensità allo studio del vino; ed in quel tempo mi ero ripromesso di bermi, nel corso della mia vita, tutta la Champagne, dalle grandi maison agli sconosciuti garagiste: impresa eroica che solo i giovani dall’incosciente coraggio potevano progettare, ignari della relativa titanicità (e probabilmente irrealizzabilità). Ma oggi, canuto e più prudente nelle “stappature“, mi domando seriamente se sarò in grado, nel mio percorso senza meta, di riuscire almeno a bermi tutta la Franciacorta, pur essendovi di casa… Sempre nuovi produttori nascono, nuove etichette attirano i miei sguardi, e più flebile diventano le mie certezze…

d.c.

Villa Trasqua. Brut. Vsq

Per la rubrica “Vini strani dal mondo”, finalmente un campione che non vede l’Editore come scopritore (in effetti la rubrica più coerente per il nostro Editore dovrebbe essere “Strani vini dal mondo sorprendenti”…). In effetti questo Spumante di Qualità Brut da uve Sangiovese è effettivamente strano, sorprendente… ancora non lo so!
Molto corretto al palato, anche di discreta struttura, ma alla fine un po’ banale. La domanda da porsi è quindi: ma avevamo veramente bisogno di un ennesimo spumante, quand’anche particolare perché prodotto da uve rosse? Io dico di no! A Castellina in Chianti, per favore, lasciatemi solo il mio adorato Chianti!

d.c.