Bianchetto. Le Coste.

Ovvero “Un angolo di Francia rivoluzionaria sulle rive del lago di Bolsena”!

Beh… ammetto che questo biologico non è immediato, né tantomeno consigliato ad un palato impreparato, però, qui dentro, c’è tanta roba…

Il naso è di una complessità imbarazzante: l’approccio da tisana dalle mille erbe aromatiche ti stordisce. Sembrano all’inizio prevalere i sentori di camomilla, ma poi si scatena un potpourri di petali floreali e poi erbe aromatiche (quanto timo!) e poi ancora esplosioni floreali e vegetali, e con la temperatura una crescente percezione di salsedine. La sensazione di tisana (…) si trasferisce poi in bocca (e li temo che il neofita del biologico si possa perdere): il liquido è scorrevole, non si percepisce la componente acida, paradossalmente una sensazione di ruvidezza vegetale, che però non mi ardisco a definire tannino, e forti note salmastre. Non ha persistenza lunga, ma il vino è profondo, e ti racconta di luoghi lontani ed antichi, di semplicità agresti, di sole estivo e di rive…

Avvicinato ad una serie di antipasti di pesce, non è riuscito ad abbinarsi, ma ha poi trovato un connubio quasi esemplare con una pasta riccamente impreziosita da piccoli pesci di acqua dolce.

d.c.

Champagne Larnaudie-Hirault.

Me lo diceva l’Editore che avrei trovato soddisfazione dalla bevuta: e così è stato!
Piacione l’Extra Brut 2012…nonostante la dichiarata quota residuale di zuccheri, il vino, anche per una “ragionata” ossidazione, appare rotondo e di taglio classico, quasi antico, con una lussureggiante grassezza! Il numero di esemplari tirati hanno fatto della degustazione un evento esclusivo (ndr. 1260 bottiglie).

E se questo era classico, il Zéro Dosage invece cambia completamente canone ed appare modernissimo: non abbiamo le quote dell’assemblaggio, ma il vino è aggressivo, molto fresco. Tanto opulento il primo, quanto essenziale questo, misurato all’osso, ma non per questo non godibile, anzi appare di sicuro più facilmente abbinabile alla cucina contemporanea .

d.c.

Lupetti… @aisbrescia

<<Ma come?! Non conosci Alberto Lupetti?>>.
<<Francamente non lo conosco>> risposi io, alla domanda fattami da mio cugino, addicted dello Champagne.
<<E’ il maggior esperto di Champagne italiano. Quello della guida>> concluse lui.

Da quel dì, molto umilmente, ho cominciato a studiarlo ed a conoscerlo, diciamo così, per via telematica consultando il sito internet diretto dallo stesso Lupetti e guardando le sue dirette instagram, in periodo di lockdown.

Non potevo, quindi, farmi sfuggire l’opportunità di incontrarlo di persona presso la sede dell’AIS di Brescia dove il 18 settembre si è tenuta la degustazione dal titolo “Piccole Maison, grandi Champagne” con la partecipazione di Alberto Lupetti “in presenza” (come si usa dire adesso).

L’introduzione all’evento inviata dall’AIS di Brescia metteva subito in rilievo che i produttori di Champagne si dividono in due grandi categorie: le Grandes Marques (ad es. Billecart-Salmon, Canard-Duchêne, Lanson, Moët & Chandon etc.) e i Vigneron (cioè i piccoli produttori, noti anche come R.M., acronimo di “Récoltant Manipulant”).

Il relatore ci ha fatto conoscere tre sue “scoperte” fra i vignerons che hanno saputo raggiungere, al pari delle Grandi Maisons, piacevolezza gustativa e costanza qualitativa.

Un applauso ad Alberto Lupetti va fatto a prescindere perchè parlare davanti ad una sala gremita con la mascherina davanti alla bocca è di per se stesso uno sforzo ed un sacrificio in nome della Champagne come regione e dello Champagne come vino.

La premessa è stata ampia ed esaustiva propria di chi dà del tu alla materia. Si sono toccati i grandi temi dal riscaldamento globale che ha ridimensionato la pratica della “chaptalisation” (o zuccheraggio) alla merceologia dello Champagne cioè dove viene prodotto lo Champagne (a 150 km a sud est di Parigi in 34.000 ettari vitati, composizione dei terreni: vin de montagne e vin de rivière), come viene prodotto lo Champagne (qualità delle uve: Pinot Noir, Meunier, Chardonnay ed alcune autoctone residuali, la qualità, la resa e il prezzo delle uve. Quali sono le tecniche di coltivazione dello Champagne (ad esempio: la lotta al diserbo) e di vinificazione (ad esempio: la fermentazione malolattica, si o no?) e come viene commercializzato lo Champagne (costo della bottiglia al produttore ed al consumatore, le certificazioni, l’etichettatura).

Si è sottolineato anche che il consumatore predilige l’assemblage al millesimato perché il primo rispetto al secondo garantisce l’identità del prodotto nel tempo.

Non da ultimo è stata tratteggiata la personalità dei produttori, nell’ordine: Jean-Philippe Trousset (Vigneron Indépendant), Mathilde Bonnevie-Bocart ed Eric Taillet per rendere più vera e partecipata la degustazione.

Tutto questo ha creato un’attesa spasmodica all’assaggio.

I Vignerons presentati da Alberto Lupetti (coadiuvato da Vania Valentini e Manlio Giustiniani) sono stati: TROUSSET-GUILLEMART, ROCHET-BOCART ed ERIC TAILLET, come visivamente mostrato in calce al post.

Il primo si segnala per la freschezza, la pulizia e la piacevolezza per tutti i palati; il secondo (o meglio la seconda perché è una vigneronne) si segnala per l’energia del Pinot Noir in terra di Chardonnay; il terzo, invece, per la riscoperta e la valorizzazione del Pinot Meunier in purezza.

Gli Champagne in degustazione sono stati i seguenti:

Per la Maison TROUSSET-GUILLEMART:

  1. CREME BRUT – Premier Cru – (50% Pinot Noir; 31% Pinot Meunier, 19% Chardonnay): Definito Champagne gourmand per la sua estrema abbinabilità ai cibi e per l’ecletticità dei momenti di beva che vanno dall’aperitivo al pasto. Sprigiona sentori di frutto rosso, sorretto da bella freschezza e mineralità. Sostanzioso e sapido al palato. Mi ha colpito la grana fine delle bollicine ma soprattutto la loro fugacità al palato. Un classico.
  2. BRUT NATURE – Premier Cru – (50% Pinot Noir; 31% Pinot Meunier, 19% Chardonnay): Più esile del precedente, più da aperitivo e da plateau de coquillages e piatti di pesce, magari meno resistente all’evoluzione nel tempo ma di estrema immediata piacevolezza. Contemporaneo.
  3. MILLESIME 2014 – Premier Cru – (50% Pinot Noir, 50% Chardonnay): Il tempo passato lo vedi già dal colore e dalla scarsezza delle bollicine che se ne scappano al palato. La stoffa c’è ancora e difetti non se ne ravvedono. La longevità dei vini prodotti sta diventando un obbiettivo delle case vinicole ma anche di quelle farmaceutiche… dopo un po’ di tempo c’è bisogno di medicine.
  4. ROSÉ – Premier Cru- (56,5% Crème Brut, 35% Chardonnay, 8,5% Vin Rouge): E’ un rosé d’assemblage (con aggiunta di vino rosso) e non rosé de saignée (estrazione del colore attraverso il contatto del mosto con le bucce). Con uno Champagne di questa struttura si può ardire l’abbinamento anche a piatti di carne rossa per spingersi financo allo spiedo bresciano. La bolla in questo caso sgrassa e il frutto si accompagna alla carne arrostita. Multitasking.
  5. ANNA T. – Premier Cru- (100 % Chardonnay): E’ quello che mi è piaciuto di più per l’eleganza sia all’occhio (il giallo paglierino, la mousse bianca e il pérlage fine e persistente) sia al naso (floreale e agrumato) ed, infine, anche al palato (con una sapidità burrosa che “istiga” alla beva). E’ stato definito uno Chardonnay del Nord. C’est à moi!

Per la Maison ROCHET-BOCART:

  1. BLANC DE NOIRS – Premier Cru – (100 % Pinot Noir): Definito Pinot noir “con i tacchi a spillo” per la tesa acidità del pinot nero senza compromessi. Piccoli frutti rossi in bocca. Ancora giovane sprigiona la sua irruenza. Che carattere incisivo! Pare che rappresenti bene la vulcanica vigneronne Mathilde.

Per la Maison ERIC TAILLET:

  1. EXLUSIV’T (100% Meunier): E’ stata la sorpresa della serata perché ci si aspettava il Blanc de Blancs della Maison Rochet-Bocart ed, invece, Alberto Lupetti ha “changé le jeu“. Un (Pinot) Meunier di ineguagliabile personalità contro un “mare magnum” di Pinot Noir e Chardonnay. Al naso frutta nella quale si scorge anche il tipico mandarino e poi note di pasticceria e poi ancora sapida mineralità. Ricco e polposo al palato. Persistente e non stucchevole. Vorrei sottolineare anche una “carbonica” perfetta, né numerosa né scarsa e ben integrata. Chapeau!

E alla fine, come cantava Peppino di Capri, “Champagne per brindare a un incontro…” con Alberto Lupetti.

By D.T.

PASSIONE ALTO ADIGE – TENUTA UNTERHOFER

Dopo qualche giorno di quiete sulle alture dell’Alpe di Siusi, come farci mancare una giornata tra i dolci pendii della strada del vino del Lago di Caldaro? Siamo a fine agosto, le viti sono cariche d’uva, pronte per la vendemmia, che spettacolo! Puntiamo alla piccola Tenuta Unterhofer, scoperta durante l’ultima edizione del Mercato dei Vini di Piacenza nel novembre 2019, grazie al nostro D.T. che più volte ne ha elogiato le qualità. Ci accoglie Thomas fondatore nel 2006 della cantina di famiglia, dopo aver maturato oltre 15 anni di esperienza nel mondo del vino. La tenuta, letteralmente immersa nei filari, è stata oggetto nel 2020 di un’importante ristrutturazione che ha visto la nascita del wineshop, l’espansione dei locali sotterranei e l’adozione di una moderna domotica che consente la puntuale gestione di lavorazione e temperature. Gli investimenti tecnologici e il contributo innovativo del giovane Andreas, che porta avanti la passione del padre, proiettano la cantina a pieno titolo nel futuro della vinificazione. I terreni dedicati alla produzione, pari a un totale di circa 4,5 ettari, sono ubicati in parte nei pressi della tenuta e in parte sopra Bolzano. Le due zone hanno natura diversa: la prima, limitrofa al lago, presenta un terreno calcareo e argilloso mentre la seconda è di tipo sabbioso e ricco di porfido. Peculiarità diverse che riscontreremo poi nel bicchiere, a volte anche sapientemente intrecciate tra loro. La produzione, pari a circa 20 mila bottiglie l’anno, è prevalentemente focalizzata sui vini autoctoni ma troveremo anche un’interessante versione dell’internazionale merlot.

Che dite iniziamo l’assaggio? Ci accomodiamo sulla terrazza del nuovissimo e luminoso wineshop che ci regala un’impagabile vista a 360° sui vigneti, quale migliore location per calarci nella degustazione. Partiamo dallo Spalier pinot bianco in purezza, 80% della zona di Caldaro e il restante 20% proveniente dai terreni di Bolzano. Dai 7 ai 9 mesi in acciaio. Giallo paglierino di eccezionale, elegante trasparenza che ritroveremo anche negli altri bianchi di Unterhofer, tutti assaggiati dell’annata 2019. Naso incisivo e tagliente come questo vitigno sa regalare, una cascata di mela e limone (by D.T.). Sorso intrigante ed equilibrato. Passiamo allo Chardonnay, mix 50 e 50 delle due zone di produzione, da vitigni a pergola di 45-50 anni. Spiccato paglierino in cui già occhieggiano lievi sfumature dorate. Fresco di fiori di montagna, poi un cesto di frutta tropicale in cui affiorano il miele e sentori speziati dati dal passaggio in legno di rovere. Bocca piena di morbida e intensa sapidità. Ecco ora nel bicchiere il Mirum, sauvignon in purezza dai soli vitigni di Bolzano fermentato e affinato in acacia. Paglierino intenso, dall’affilatissimo bouquet aromatico che spazia dal lime all’ortica, dalla mela golden al tipico bosso. Eccitante aromaticità e persistenza infinita. E’ la volta del Kerner che stupisce per freschezza: kiwi e lime poi consistenza di albicocca e pesca matura. Proveniente da giovani viti del 2007 della proprietà di Bolzano. Eccezionale come aperitivo o dopo il pasto.  Non sorprende che questo vitigno ora si stia sempre più diffondendo nella zona. Un plauso ai coraggiosi come Thomas che perseverano. Avanti con l’ultimo bianco il Reitl l’unico blend di casa Unterhofer. 30% sauvignon, 60% chardonnay e una piccola percentuale di passito. Aumenta la densità nel bicchiere da cui si esalano sentori evoluti di frutta esotica: banana, ananas seguiti maracuja. Dice Thomas: “da provarsi con un buon sushi”. Condivido!! Cambio di bicchieri e via con i rossi. Leitn 2019 Lago di Caldaro classico Superiore: 100% schiava da vigneto a pergola sulla strada del vino di circa 40 anni.  Lampone, ciliegia e concentrato di Alto Adige. Beva meravigliosa. Saliamo di complessità con l’Artis 2018 St.Magdalener, miscela delle uve schiava più vecchie e un 5% di lagrein. Il 20% fa appassimento poi fermentazione in acciaio e se l’annata lo richiede affina per breve tempo in barrique. Anche qui sono i frutti di bosco e la ciliegia a farla da padrone ma già con tendenza alla confettura. Bella persistenza con toni di spezie dolci. Chiudiamo con il Ka&Ka 2017, decisamente fuori dal coro. Merlot proveniente da entrambe i terreni, appassito in cassette di legno e poi per 2 anni in barrique nuove. Rubino denso dai sentori di marasca e sottobosco inseguiti da note di pepe bianco e tabacco. In bocca morbida e densa polpa di lunghissima persistenza. Siamo giunti al termine. Tutti i vini sono accomunati da pulizia e ricerca dei profumi varietali. Il legno, quando utilizzato, è accuratamente dosato e assolutamente mai invasivo. Produzione di marcata identità, anche nella scelta dei tappi rigorosamente a vite per tutte le bottiglie. Questo mi aspettavo dai vini di Thomas, continuate così!!

R.R.