L’altra faccia dell’Adriatico

Per la seconda volta raggiungo l’Istria e vi rendo partecipi dell’ultima esperienza enoica nei pressi di Rovigno.

Collis così si chiama la cantina che ho visitato.

Un termine latino ad identificare questa amalvasiazienda vinicola: deduco le comuni radici culturali e il vino a confermarle.

Il nome che dice molto di una terra che fu prima latina poi veneziana poi italiana infine croata.

Le vestigia romane di Pola, ville romane e bizantine presso le isole Brioni, il campanile in stile veneziano a Rovigno e molto altro ancora.

Io avevo come obbiettivo la Malvasia istriana uno dei miei bianchi preferiti perché secca mentre in Italia la malvasia si associa usualmente a vini dolci o abboccati.

Vengo accolto molto cordialmente dalla proprietaria sig.ra Benussi.

L’enologo è il figlio che dopo viaggi nel nuovo mondo è tornato ed ha impresso una approccio moderno al vino. Per quanto ci è stato detto entrerà in produzione anche una bollicina.

La degustazione ha compreso anche il Terrano, uno vinificato in acciaio e un altro affinato in barrique che tralascio non per un giudizio di valore ma perché voglio concentrarmi sul mio obbiettivo che è stato centrato cioè la malvasia.

Alla vista di color giallo paglierino con riflessi verdognoli; al naso un bouquet di frutta bianca ed esotica; al palato salato, persistente. Perfetto in abbinamento al pesce ma anche al formaggio che ha arricchito la degustazione.

La vista dalla terrazza della azienda (non solo vinicola perché vi si produce anche olio e si allevano asini) è strepitosa. Si vede in lontananza il mare e l’Isola Rossa.

Si consiglia una visita.

Stancija Collis – Sarižol 11, 52210 Rovinj, Croatia – Tel +385 98 944 8970

By D.T.

Franciacorta, I love You… VI puntata… Pensavate di esservi liberati di me?

Pronto a partire finalmente per le ferie, in attesa che il nostro Dino ci racconti i suoi eccessi goriziani e che Paolone torni con il suo solito carico di straordinari rosati salentini, ma come facevo…ma come facevo a non salutarvi stappando un Franciacorta.
Sono andato sul sicuro, aprendo un vino che già apprezzo da tempo, un Blanc de noir non dosato della tenuta Villa Crespia della cantina Muratori, il Cisiolo: sempre tagliente, incisivo ma pulito con un equilibrio strabiliante, fra le sue durezze…Il campione sacrificato era sboccatura 2014, ma nella mia cantina trovasi bottiglie (ahimè non più numerose) con sboccatura dal 2012 alla recentissima. Non so se sia il prodotto più venduto dalla cantina, credo però che sia uno dei più indovinati.

Per cui in questo mio saluto di congedo (per qualche giorno…) dalle nostre chiacchiere, anche un invito per una prossima degustazione tecnica di raffronto dello stesso prodotto declinato nella profondità delle sboccature.

Buone vacanze amici miei.

d.c.

Franciacorta, I love You… V puntata… Ma che fine hanno fatto i Saten ?

Oramai mi conoscete bene e saprete come alle morbidezze dello Chardonnay, peraltro poco “gasate”, prediligo le durezze, anzi le spigolosità dei non dosati, ma complice un’apertura inattesa, ho incontrato un piacevole Saten. Ma a tale proposito: che fine hanno fatto i Saten? Si stanno progressivamente estinguendo? Si sta restringendo il mercato ? Stanno cambiando i gusti dei consumatori ? Mi piacerebbe sapere da un produttore cosa stia succedendo. Certo che gli investimenti in passato non si può dire che siano stati risparmiati! E non so quanto siano stati ripagati…Ricordo che meno di una decina di anni fa non si faceva altro che chiedere Saten; poi era diventato il vino per signore. Ma oggi?
Sarà forse questo il motivo per cui mi è poi piaciuto così tanto il Solive Saten (sboccatura Maggio 2013): morbido, elegante, pulito nonostante una temperatura di servizio non perfetta (che avrebbe sottolineato i difetti qualora presenti). Ed invece si è dimostrato molto equilibrato, con una gradevole persistenza. Che sia arrivato il tempo per cominciare ad accatastare i Saten rimasti?
Cascina agrituristica Solive dei F.lli Bariselli, Erbusco.
d.c.

La congrega dei ciciarù

In un mondo, quello del vino, oramai dominato da wine searchers, wine bloggers, wine lovers, wine victims era arrivato il momento giusto perché i 3 wine foolishes di questo blog si incontrassero finalmente attorno ad un tavolo per fare ciò che non necessariamente venga loro meglio, ma sicuramente tra i loro maggiori godimenti: chiacchierare di vino…
Chiacchierare… Trascorrere qualche ora a chiacchierare e stappare senza soluzione di continuità bottiglie su bottiglie.

È un po’ che siamo concentrati sulle bollicine e quella sera una grande bolla ha saturato il nostro cervello.

Ingeneroso il confronto tra il delicato Franciacorta Nature 2010 di Ronco Calino, che già non aveva completamente convinto il mio gusto ma che qui non ha sfoggiato il ritorno amarognolo della prima volta (segno questo che dobbiamo attendere…), e l’imperioso Cuvèe des Grands Vintages, Champagne della maison Eric Rodez: oro nel bicchiere, prezioso e raro all’olfatto ed al palato, con affascinanti pennellate di agrumi (su tutti un distinto bergamotto), infinito nella sua persistenza. Poi un passaggio su un commerciale Pommery, di grande carica “spumosa” con una effervescenza esuberante, ma di struttura non troppo lontana dal leggero Franciacorta. Poi la follia di un Metodo Classico di Cannonau: cosa ti scova sempre l’inquieto Paolone nelle terre della Gallura. Nota ramata alla vista di un vino dalle caratteristiche di fine e sorprendente perlage. Struttura rapida e leggera in bocca, con una nota di vinosità un po’ invasiva; troppo rapido a scappare via. Perché follia? Per un prezzo da Grand Cru! Non contenti (all’approssimarsi del cambio di data) attentiamo alle virtù di un altro Champagne: un Millésime 2010 Cuvèe Prestige (etichetta nera: ricordate che nella tradizione l’etichetta nera è destinata al prodotto di punta della maison?) da Hautvillers. JM Gobillard er Fils. 60% Pinot nero 40% Chardonnay. Forse un po’ fuori temperatura, forse giunto un po’ troppo tardi, ma il nostro è scappato via, senza impressionare gli astanti: naso delicato ma troppo leggero e mai complesso, delicatezza ribadita in bocca, ma anche qui troppo sfuggevole per un ricordo degno. Credo invero indelicato e fuorviante il richiamo in etichetta al “Moine Dom Perignon”. E poi…. Bonne nuit!

d.c.

In cantina con Defuk – Passeggiata enoica tra le vie di Montefiasconte

Sulla scorta di una lettura invernale (Gianmarco Navarini  – I mondi del vino – Ed. Mulino 2015) sono stato alla 58° Fiera del Vino di Montefiascone con la compagnia giusta per degustare qualcosa di nuovo e per capire cosa succede al di fuori del mio ambito territoriale quotidiano.

La fiera è all’insegna del noto Est!Est!!Est!!! una delle prime doc d’Italia (1966) ma non solo.

Questo non è vino che invita ad andare “ad oriente” ma deriva il suo nome dal latino medievale “est“=”c’è”.

Il servus Martino , mandato in avanscoperta dal Vescovo Conte Johannes Defuk, forte bevitore germanico sceso per la via Francigena verso Roma al seguito dell’Imperatore Enrico V di Svevia, vergò per ben tre volte est e con sei punti esclamativi  sulla porta di una locanda nei pressi di Montefiascone per segnalare la presenza del vino che piaceva a lui. Non parlo dell’esito infausto che ebbe l’eccessivo consumo che ne fece il Vescovo negli anni successivi.

A mio avviso quello che cercava il Defuk era un vino bianco aromatico (una malvasia o un moscato giallo) come piace ancor’oggi al popolo teutonico.

La produzione di questo vino importante per storia e tradizione ha soddisfatto negli anni più la quantità della qualità. Era ed è facile reperirlo nei supermercati a poco prezzo, anche in bottiglione. Ahimè ho bevuto in passato Est!Est!!Est!!! orrendi.

Recentemente, invece, la tendenza è stata giustamente  invertita (se un vino è doc dovrebbe essere anche di qualità superiore e non solo semplicemente di origine controllata) anche con l’istituzione, per merito principalmente di Riccardo Cotarella, nel 2015 del Consorzio di tutela dell’ Est!Est!!Est!!!. L’intento è quello di fare sistema (cosa che in Francia sanno fare molto meglio che da noi) per migliorare la qualità del prodotto e la conoscenza del territorio presso un pubblico non squisitamente locale. C’è ancora molto da fare (nessun riferimento al cinquantennale della doc e neppure un’integrazione della manifestazione vinicola con prodotti caseari e di norcineria locale) ma la strada è stata almeno intrapresa.

Sfogliando la brochure, la 58° festa del vino si presenta, a mio sommesso parere, ancora in stile anni ’60 quindi alimentare/inebriante mentre oggi le fiere del vino prediligono lo stile tecnico/edonistico.

Mi spiego è difficile fare una manifestazione tecnica (presenza del produttore che spiega le sue scelte in vigna e poi in cantina) quando i banchi di assaggio sono dalle 21 all’una di notte per quindici giorni di fila. E’ chiaro che l’appuntamento è più che altro finalizzato alla bevuta per passare una serata.

Varcata la porta di ingresso di Montefiascone sotto un vento di tramontana poco estivo, acquistiamo per un modico prezzo la tracolla  e il bicchiere da degustazione con i cinque assaggi previsti presso le cinque cantine presenti. Queste sono collocate nelle pittoresche stradine laterali.

Tuttavia, qui incomincia la caccia al tesoro perché non c’è una mappa che indichi la loro ubicazione né frecce che indichino la strada per raggiungerle. Bisogna chiedere. D’altronde siamo in un luogo medievale ci si deve rivolgere alla gente del posto.

Cominciamo il percorso dalla Cantina Villa Puri dove vengo prima edotto del fatto che l’Est!Est!!Est!!!  è un uvaggio con percentuali variabili di Roscetto, Malvasia e Trebbiano. Sono colpito dalla facilità di beva del suo  “base”, poi proseguo col mio amico accompagnatore verso la nota Falesco. In degustazione c’é “Le Pòggere” vengo attratto dal giallo paglierino e dai riflessi verdognoli dalla morbidezza ed equilibrio al palato. Note agrumate sia all’olfatto che al palato.

Non paghi di questo inizio, proseguiamo per le ulteriori tre degustazioni presso la Cantina Sociale dove ho assaggiato un Est!Est!!Est!!! onesto per la grande distribuzione ma non di più.

Siamo poi passati alla conosciuta Cantina Leonardi. L’Est!Est!!Est!!! mi ha dato la sensazione di una maggiore persistenza e un finale di mela piacevoli.

Alla quinta tappa presso le Cantine Stefanoni non mi sono fermato all’ottimo Est!Est!!Est!!! classico Foltone (Roscetto in prevalenza oltre a trebbiano toscano e malvasia) al naso più frutta che fiori leggermente tannico persistente, dalla piacevole beva.

Forse per la disponibilità dal figlio del titolare e dei suoi aiutanti a spiegare i vini prodotti, mi sono spinto oltre negli assaggi, altri due bianchi e un rosso nel finale.

Passo al Roscetto in purezza un po’ meno complesso nei profumi rispetto all’Est!Est!!Est!!! ma persistente ed inoltre soddisfa la mia predilezione per i monovitigni.

Poi il Moscato Secco! Cosa sentono le mie orecchie il Goldmuskateller in terra tuscia. Sono impossessato dallo spirito di Defuk!

Estrema piacevolezza al naso, un bouquet intrigante di frutta gialla, pensato per l’aperitivo o in abbinamento a salami e salumi non particolarmente agliati o piccanti. La vetta, in my opinion,

Dulcis in fundo l’Eatico a base di Aleatico semplice vinoso leggermente tannico si  è abbinato molto bene alle ciambelline all’anice finali.

Ecco mi sento di segnalare quindi in conclusione la Cantina Stefanoni in Via Stefanoni a Montefiascone www.cantinastefanoni.it tel e fax 0761825651.

By D.T.

 

Tuffi in Trebbia

Un caldo pomeriggio lavorativo piacentino; la volontà di distrarsi con due amici andando a fare, come dei ragazzini, i tuffi nel fiume. E poi incontri amici di vecchia data, gente che non hai mai conosciuto ma che dopo poche parole capisci di avere molte cose in comune ed una serata da condividere: pochi bicchieri della divina bevanda per scoprire che il vero fiume siamo noi… Con 40 oppure 50 od addirittura 70 anni da raccontare in un effluvio senza fine. Che importano le note organolettiche di fronte ad un ricordo così bello oramai impresso nella nostra memoria? imagePoco importa se Grand cru or seulment Premier, vi assicuro assolutamente i migliori!
I primi tre sinceramente semplici, corretti, uno di questi anche banale. Poi, già carichi, il mitico Pinot menieur in purezza di Egly Ouriet “Les Vignes de Vrigny” Premier Cru, riconoscibile per la sua “rusticità”, ma anche per la sua naturale purezza, tra mille. È un vino che amo moltissimo proprio per la sua originalità tutta incarnata nel solco della tradizione: dopo esclusivi Chardonnay e Pinot noir, tutti Grand cru e dal prezzo paragonabile ad un gioiello evviva evviva l’umile, ma generoso, Pinot “mugnaio” tanto bistrattato, ma tanto buono e ruspante (come dopo tutto siamo noi…) nonché no so expensive. (Nota tecnica “passage en cave” 46 mesi; degorgement Maggio 2013).
Chiusura con un altro Champagne della tradizione: il Cramant per antonomasia, Blanc de Blancs Grand Cru Lilbert-Fils. Anche questa, come mia abitudine, era una bottiglia dimenticata in cantina: alla classica struttura acida si affianca un frutto dolcissimo, riportando a memoria l’idea che mi sono fatto degli Champagnes delle origini: in bocca una leggera nota ossidativa trasforma questa dolcezza finissima in miele, corroborando le mie convinzioni…

d.c.

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