Franciacorta, I love you…? IX puntata.

Scendo dall’empireo degli ultimi incontri, e torno finalmente a casa: Franciacorta Essence Brut 2010 Antica Fratta (Monticelli Brusati, deg. 2015 luglio (credo), 13%volume alcolico). Perché il punto di domanda? Perché in un raro momento di clemenza mi sono chiesto quale potesse essere il motivo per penalizzare un prodotto di fattura integerrima, pulito, elegante, non solo senza difetti, ma ben equilibrato in tutte le sue parti: come uno scolaro a scuola un po’ (tanto) secchione e con tutti gli 8 in pagella. Solo che noi preferiamo la vivace irrequietezza del più scalmanato… Tanto poco equilibrato quanto imprevedibile. Ecco! Il brut sacrificato al nostro oblio è perfetto quanto prevedibile: è fresco al punto giusto; è rotondo, con un bel frutto giallo dolce ed una nota agrumata (di composizione da uve chardonnay e pinot nero) al punto giusto; ha una piacevole persistenza al punto giusto. Non credo che sia senza anima, ma è tanto noioso…pur se di godibilità al palato significativa. Merita però  una menzione l’eleganza della bottiglia (qui in formato magnum) e dell’habillage decorativo.

d.c.

A la prochaine fois mes amis… Cuvée N.F.

Era da tempo che non infilavo una serie (continua) di tanti vini e di tale qualità: dopo l’esperienza mistica della Cuvée Rosa (di cui ci siamo completamente innamorati) perché non concludere il nostro viaggio con una delle bandiere della maison Billecart-Salmon, con la sua espressione maschile: Cuvée Nicolas Francois Billecart, anno domini 2000. Da uve Pinot noir e Chardonnay provenienti esclusivamente da vigneti classificati Grand Cru, anche se il produttore non ne riporta mai la menzione, evidente consapevolezza della grandezza del prodotto. All’olfatto è di ampia complessità: apre su note grasse, opulente, quasi burrose per defilarsi su pennellate fruttate a polpa gialla e secca. In bocca il vino entra tagliente, compatto, un puro fendente sulle papille linguali, per poi addolcirsi prima su note fruttate e poi morire con una persistenza impressionante su ricordi d’agrumi, su tutti un distinto bergamotto. Abbinabile a tutto, anche solo alla vita… A la prochaine fois, Monsieur NF!

d.c.

Asso pigliatutto…

E chi si ferma più ? Chiudo (ma sarà poi vero?) la serie di Rosé incontrati in questi ultimi giorni, e prontamente raccontativi, con un vino incredibile, magico, una vera meraviglia del creato: Cuvée Elisabeth Salmon Brut Rosé 2002 prodotto in onore della fondatrice da parte della maison di Mareuil sur Ay Billecart-Salmon: processo di tirage dall’ assemblaggio di vini singolarmente prodotti da uve chardonnay da una parte e da uve di pinot noir dall’altra. Eleganza strabiliante nel bicchiere con la brillantezza di un profondo rosa salmone. Ma fra tutte le caratteristiche sono i profumi a rendere estasiati: non ricordo tanta complessità in uno Champagne… Rosa, peonia, fragoline di bosco, una croccante pasticceria, un intera cassetta di agrumi ed infine mi sembra di scorgere un’affascinante nota “silicea”. Al palato tagliente ed avvolgente: il primo impatto è di assoluta freschezza, poi il frutto rosso ed una ribadita fragolina permea il palato, per chiudere con una persistenza sapida infinita. Un vino da sogno, ora abbinato ad un altrettanto onirico plateau di crostacei… Obiettivamente poco accessibile dal punto di vista economico, la bottiglia diventa oggetto di esclusività e di privilegio per i fortunati presenti.
d.c.

Franciacorta, I love You…VIII puntata.

Ieri un Rosé franciacortino solo per origine di produzione, ma non per denominazione e disciplinare, oggi un Franciacorta Rosé perfettamente DOCG. Era da tempo che attentavo all’apertura della bottiglia detenuta in cantina, ma la voglia di confronto tra vini ha avuto oggi il sopravvento. Ieri un Pas Dosé oggi un Brut: é il “Rosi delle Margherite” della cantina Le Cantorie in Gussago. Pinot nero in purezza, qui nella spumantizzazione più classica, non per salasso, ma per macerazione sulle bucce per qualche ora. Colori tenui, con un rosa leggero e dagli evidenti bagliori ramati. Olfatto di piccoli frutti rossi di bosco, ma anche qui la nota di vinosità, tanto invasiva nel non dosato di ieri, ritorna: più tenue ma in sottofondo continuo. Molto decisa l’entrata al palato, fresca, tartarica, poi avvolgente con sempre un frutto rosso e vinosità che via via si trasforma in calore. Persistenza notevole, con una nota finale amaricante ma mai spiacevole.

d.c.

Metodo Classico Rosato in terra di Franciacorta.

Qui siamo fuori dal disciplinare della Docg, pur rimanendo nei confini geografici della Franciacorta: l’azienda Agricola “Il Pendio” di Michele Loda in Monticelli Brusati, che già produce Pas dosè classici e vini rossi abbastanza liberi (in termini di disciplinare, e lo sottolineo come aspetto positivo), presenta oggi ai nostri occhi ed alle nostre papille un vino quantomeno…strano!Abbiamo già detto: Vino Spumante di Qualità, naturalmente Metodo Classico, Pas dosè, Rosè, prodotto con la tecnica del salasso, o come direbbero ad Ambonnay “rosée de saignée”, come alcuni tra i più grandi Champagne. È il Brusato Rosa, che la scheda tecnica svela essere un millesimo 2011. Da sole uve pinot nero.

Il colore è un elegante rosa tenue, ma già al naso arriva l’intensità vinosa di un pinot noir molto fruttato. E questa vinosità avvolge anche il palato, che rimane dominato da una sensazione di frutto rosso e di un po’ di calore.

Nel suo complesso ne apprezzo un equilibrio ed una eleganza discreta, ma su tutto l’utilizzo di una tecnica qui desueta.

d.c.

Una storia incantata: il tempo ne svelerà la bellezza, la profondità e i dettagli.

È evidentemente un’ impressione esclusivamente personale, ma nessun vino in territorio italico mi riesce a trasmettere un senso di perizia e di “saper fare” come i vini di Langa. E non può essere diverso per questo meraviglioso Barbera d’ Alba Superiore 2013 dell’ Az.agr. G.D. Vajra di Barolo. Ciò che riporto nel titolo è recitato poeticamente nella contro etichetta, e pur essendo puro marketing condiziona fin da subito l’avventizio degustatore, perché pare fin dal primo sorso drammaticamente vero. Equilibrio e profondità: questo sono le note da taccuino dei ricordi. Il vino ti avvolge nel suo velluto e ti trascina nella sua profondità, raccontandoti di colline brumose, di canuti cantinieri pazienti, di orizzonti amati. 

d.c.

Franciacorta, I love you… VII puntata.

Nonostante una sboccatura nel primo semestre 2016 il campione, in entrambe le bottiglie (rapidamente scolate) è apparso di un equilibrio straordinario. Sto trattando l’assaggio di un Faccoli extra brut (delle mie preferenze gustative non vi tedierò più) che è apparso nella cena di questa sera di una bellezza e bontà egregia. In barba all’aspettativa di un vino “duro” o perlomeno tracciato su solchi tartarici, qui il frutto la fa invece da padrone: un frutto vivo, giallo, elegante persino dolce, probabilmente evocato dalla componente di chardonnay dell’assemblaggio (qui sposato a pinot nero e pinot bianco). Pulita l’uscita dal cavo orale, davvero fresca ed invitante al nuovo sorso. Giusta persistenza. Da consumare senza inibizioni… Possibilmente accompagnato da una croccante tempura, con sottofondo musicale il pianoforte stregante di Bill Evans sulle note di “Waltz for Debby”.

d.c.


Si fa presto a dire Custoza!

Abituato a vini leggeri, beverini, a volte troppo spesso anche banali prodotti all’interno della denominazione veronese di Custoza, ma indubbiamente incuriosito dai recenti successi per cosí dire…”editoriali”, quest’oggi ho fatto il mio piacevole incontro con l’ “Amedeo” de l’Azienda Agricola Cavalchina: vendemmia 2015, un Custoza doc Superiore con 13,5 % di titolo alcolometrico e tante tante cose da raccontare. Prodotto da uve Garganega, Fernanda (in premio un bicchiere pieno a chi ne conosce l’esistenza), Trebbiano e Trebbianino. Luminosissimo alla vista, elegante all’olfattazione con note di frutta gialla, frutta secca ed un piacevole “verde” falciato, non troppo invasivo. Struttura acida imponente, tale da camuffare con estrema facilità la nota alcolica che affiora con un senso di rotondità solo nella retrolfattazione. Qui piacevole uscita con un cenno di nota amarognola, dissetante e che invita al prossimo assaggio. Risultato? Il pomeriggio era caldo ma le due bottiglie sono volate via con una velocità impressionante! Da provare. Ma allora, ogni tanto, le guide ci beccano…

Per i due amici curiosi di mia conoscenza rivolgersi a Tito, per gli altri venticinque lettori a: Az.agr.Cavalchina di Giulietto Piona viticoltore a Custoza di Sommacampagna.

d.c.

Colli, e sempre Colli, e fortissimamente Colli.

Lo sapevo che prima o poi ci sarei cascato: con questa notte do principio ad una mia piccola rubrica, mille volte pensata ed abbozzata e ripetutamente abortita. È evidente che la mia esperienza lavorativa piacentina mi avrebbe portato a parlare di questi splendidi luoghi ed incantevoli colline nonché dei suoi vini così diversi da quelli che normalmente rincorriamo.Cosa mi ha fatto rompere l’indugio? Una riflessione durante le mie notti insonni riguardante il concetto di qualità nel vino.

Cosa si intende per qualità di un vino? La mera piacevolezza sensoriale è solo soggettività, mentre la qualità deve rappresentare un archetipo di massima oggettività! I disciplinari normativi tutelano prodotto, territorio e soprattutto consumatore, ma di per sé non sono più esclusiva prova di qualità. Le tendenze biologiche e biodinamiche degli ultimi anni chiamano qualità il rispetto del frutto e della sua integrità prima e dopo la vinificazione. Il sottoscritto, che non ha alcuna velleità di indicare una tendenza (…), invecchiando è estremamente attirato dalla capacità di innovazione, ritenendo questa un fattore di qualità suprema.

Tutta questa sbrodolata per spiegare il perché parto tra tutte le cantine del territorio piacentino con quella sicuramente più innovativa e disallineata alla tradizione: Luretta.

Prende il nome dalla bellissima piccola valle, dominata dal magnifico castello medievale di Momeliano nei cui pressi è situata la cantina e nel cui interno riposano ed affinano gli spumanti. Ma nei vini della Luretta di antico non vi è proprio nulla! Qui non troverete nulla di paragonabile a prodotti del territorio anche immediatamente circostante.

La prima frattura di discontinuità con il territorio e fattore di novità che qui andrò a raccontare è un particolarissimo Spumante (metodo classico) rosato da Pinot nero (beh no! credo che il produttore gradisca Pinot noir) “On attend Les Invités” 2011 (ma sboccatura non decifrabile) volume alcolico 13,5%. Rosa carico alla vista, pura buccia di cipolla rossa di Tropea. Frutto rosso, anzi fruttissimo invasivo che fa assaporare mirtilli e fragole di bosco, con una struttura acida che supporta ma che non può coprire un calore e morbidezza prettamente alcolici. Ricorda i transalpini “saignée” ma non ricordo in Italia rosati analoghi di siffatto carattere. Persistenza impressionante. Non necessariamente indimenticabile per gradevolezza, ma sicuramente unico!

d.c.


P.s.

E come non ringraziare qui il sapiente D.T.ispiratore ed autore del titolo, straordinario ed antico, di questo articolo.

Una sera, nelle bottiglie, cantava l’anima del vino.

Ho avuto la fortuna di partecipare alla manifestazione Soave Versus presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona in una calda serata estiva.

Penso che tutti conoscano il palazzo che si affaccia su piazza Bra in stile tardo rinascimentale di fronte la famosissima Arena.

Nell’ampio porticato erano presenti numerose cantine facenti parte del Consorzio di tutela del Soave.

Il titolo del mio trafiletto è tratto dalla poesia di Baudelaire L’âme du vin perché, come intuì il poeta, penso che questa sia stata una di quelle sere in cui l’anima del vino ha cantato.

Ha cantato tutte le “note gustative” da quelle fresche e sapide del Soave Classico a quelle calde e dolci del Recioto.

Per non tediare “i venticinque lettori” mi limiterò a raccontare uno tra gli innumerevoli assaggi scelti dalla sommelier ais Aurora Favuzza nel percorso esplicativo del Soave Superiore.

Per inquadrare il tema, i terreni da cui proviene il Soave sono di natura vulcanica, quindi particolarmente fertili. Sono situati nella provincia di Verona dal comune di Soave, da cui trae il nome, fino al confine ad est con la provincia di Vicenza. Soave Superiore perché è prodotto  con una percentuale elevata uve Garganega almeno il 70%, di grado alcoolico importante, vinificato non in acciaio ma  in botte grande o barrique a seconda della scelte del produttore.

 slavinusTra i vari assaggi, come scrivevo, ho sentito, a mio avviso, un vero “do di petto” della cantina Monte Tondo (situata a Soave – Via S. Lorenzo, 89): il Foscarin Slavinus  – Soave Superiore DOCG Classico –  2013:

All’occhio giallo dorato, al naso sentori di mela bianca golden con note di spezie, in bocca sapido e persistente con, a mio avviso, un retrogusto di zafferano. Grande equilibrio finale.

Visto che siamo nella città della lirica il “tenore” è il Soave.

Applausi!

By D.T.