Colli, e sempre Colli, fortissimamente Colli. Numero?

Anche qui ne ho perso il numero, segno che è venuto il tempo per inventarsi qualcosa di nuovo…

Ma amo le colline bellissime della Val Tidone (anche se non producono sempre vini indimenticabili..) e devo dire che la cantina del vino di cui parliamo questa sera viene da un vero angolo di paradiso incastonato tra i panorami della citata valle.

Siamo a Santa Giustina, ed avviciniamo un uvaggio di Ortrugo e Sauvignon: Anricus.

Scende pallido nel bicchiere, con un accenno di velatura, che riusciremo ad interpretare solo dopo… Olfatto da vino bianco rustico, pur ammorbidito da un tentativo di ingentilimento e finezza. Nonostante la retroetichetta “affermi la fermezza”, subito appare uno spunto di carbonica (ecco quella velatura) ed una certa non completa armonia: l’alcool, seppur non elevato ed invasivo, viaggia un po’ a parte, e la bocca si inscurisce con una nota verde-amara forse data dalla componente del Sauvignon. Semplice, destinato ad abbinamenti che non richiedono struttura.

d.c.

Non ricordo se ne abbiamo già parlato: Franciacorta mon amour?

All’alba del duecentesimo inserto nella nostra rubrica non ricordo se abbiamo mai parlato di un vino che spesso ha impreziosito la nostra tavola ed accompagnato le nostre chiacchiere. E per l’occasione modifico il nome di una mia storica intitolazione passando alla versione francese.

E’ il Satèn di casa Muratori: Cesonato. Delicato, sussurrato sia al naso che in bocca. Tutto è molto fresco e floreale, anche la frutta gialla che ritorna nelle note di retrolfattazione porta la croccantezza della primizia. Satèn paradigmatico, anche nella sua semplicità che potrebbe essere confusa con mancanza di carattere.

E quindi riaffiora in me la solita domanda: ma c’è ancora un mercato trainante per i Satèn franciacortini? Qualcuno mi aiuti…

d.c.

Amarone della Valpolicella 2006. David Sterza

Classico che più classico non si può! Nasce nella zona più “intima” della Valpolicella, e si presenta con un assemblaggio di uve vinificate nel solco della tradizione più antica. La rottura modernista è legata all’uso di legno piccolo nell’affinamento del vino. Ed infatti, abituato a bere Amaroni di 20 o anche 30 anni, il 2006 è maturo, forse ha già passato la sua vetta ed è nella fase di ripida discesa. Il colore è un bellissimo rubino sinamai luminoso, ma già l’olfatto è vincolato ad una riduzione coriacea, che non libera l’attesa frutta scura e le ricercate note evolutive (anzi, a dire la verità il mio naso è disturbato anche da uno sfumato difetto di tappo, ma a quanto pare solo il mio…). In bocca invece sfodera carattere, volume, un’elegante armonia tra un intenibile calore alcoolico ed una ancora marmorea struttura di acidità. E qui torna tutto ciò che ricercavo al naso: la prugna disidratata, il tabacco, l’amarena sotto spirito. E poi una imperdibile persistenza da campione.

d.c.

S.J. IV

Bottiglia datata. Sangiovese di incerta provenienza nella mia cantina, ma sicuramente Toscano, anche per quelle correzioni “internazionali” di difficile identificazione. Il vino è in fase calante: profumi che seppur non completamente terziarizzati faticano ad abbandonare il liquido. Il colore è ancora vivo, anche se l’impressione è che si stia via via schiarendo verso la trasparenza. In bocca è assolutamente sconnesso: c’è tutto, una decisa acidità, un calore di tutto rispetto, un frutto intenso nonostante una sensazione sabbiosa, ma tutto è ben lontano da una gradevole armonia tra gli elementi.

d.c.

Jurosa 2014, Lis Neris

Chardonnay giallo, maturo, intenso, di polpa croccante: dalla nettarina ad un inatteso melone estivo, il tutto ricondotto all’interno di due binari stretti stretti di acidità che conduce la bevuta, la appaga, ne richiama il sorso. La presente, ma mai invasiva nota di legno, in cui il vino fermenta e matura, richiede assolutamente l’abbinamento ad un piatto strutturato. Inconsapevoli di tanta complessità, abbiamo privilegiato la componente ittica nel piatto, ma forse avrebbe espresso meglio tutta la sua rotondità su una carne bianca.

d.c.

Qualche magia dello Chef… siamo al Cosmopolitan a Brescia.

Boh?! Botticino!

Si riprende col botto,… ma che dico, col Botticino.

Ieri sera nella cornice dell’Agriturismo Cascina Lago Scuro a Stagno Lombardo (CR), ho avuto la fortuna di partecipare alla cena delle cinque “chiocciole” Slow Food della Provincia di Cremona.

La serata è stata organizzata dalla Condotta di Cremona per celebrare l’assegnazione del simbolo di eccellenza costituito dalla “chiocciolina” della Guida delle Osterie d’Italia 2018 a cinque locali cremonesi.

Le Osterie insignite sono le seguenti: Il Gabbiano a Corte de’ Cortesi, il Caffè La Crepa a Isola Dovarese, la Trattoria dell’Alba a Vho di Piadena, la Locanda degli Artisti a Cappella de’ Pecenardi e, last but not list,  la Cascina Lago Scuro, teatro della cena.

La chiocciolina viene assegnata a quei locali che, per dirla in breve, reinterpretano piatti tradizionali con gusto moderno o riscoprono ingredienti dimenticati riportandoli a nuova vita.

Passiamo al menu proposto: Millefoglie di melanzane, provolone e Butòn de pajas della Trattoria il Gabbiano; Minestra “sporca” di Cappone della Trattoria dell’Alba, Tortelli di Zucca del Caffé La Crepa, Guanciale di maialino al cacao con polenta al cacao amaro della Locanda degli Artisti e, dulcis in fundo, Torta di rose con crema Chantilly della Cascina Lago Scuro.

Fortunatamente non abbiamo pasteggiato ad acqua. Gli organizzatori hanno proposto vini insigniti della prestigiosa “chiocciola” della Guida Slow Wine 2018:

Gli abbinamenti cibo/vino sono stati i seguenti: Alla millefoglie è stato accostato il NorEma 2016 Metodo Classico Pinot Nero Rosé di Calatroni – Oltrepò Pavese DOCG (di cui abbiamo già scritto); alla Minestra sporca è stato abbinato il Buttafuoco Luogo della Cerasa 2016 di Andrea Picchioni  – Oltrepò Pavese DOC; ai Tortelli il Merlot Cav. Enrico Togni Rebaioli 2015 – Togni Rebaioli Val Camonica IGT, al Guanciale il Botticino DOC, Pià de la Tesa di Noventa e, in fine, al dolce la Malvasia Frizzante Sasso Nero 2017 IGT delle Cantine Romagnoli – Colli Piacentini.

Premesso che, a mio avviso, i piatti serviti erano uno meglio dell’altro, invece, i vini non tutti mi hanno convinto nell’abbinamento in quanto ho trovato sia il Merlot sia la Malvasia ancora troppo giovani, so’ ragazzi.

Gli altri, invece, hanno passato ampiamente l’esame.

Il Metodo Classico di Calatroni reggeva l’urto di un piatto molto sapido e la bollicina “sgrassava” bene.

Il Buttafuoco preparava bene il palato alla minestra calda. Mi sarebbe piaciuto versarne un goccio nella scodella “e vedere di nascosto l’effetto che fa”, come cantava Jannacci, ma non sarebbe stato molto educato. Il Buttafuoco Luogo della Cerasa, da che me lo ricordo io,  l’è lü, l’è semper lü: identifica il suo produttore Andrea Picchioni.

Tuttavia, il connubio migliore, l’ho trovato fra il guancialino e il Botticino, fa pure rima.

Questa piccola ma storica DOC della provincia di Brescia, ci spiegava l’affabile produttrice con noi al tavolo, si caratterizza per la presenza di uve Barbera e Sangiovese, principalmente, alle quali vengono affiancate per disciplinare di produzione il Marzemino e, in misura ridotta, la Schiava Gentile.

Molto viene fatto dalla terra – Botticino è famosa per le cave di marmo -, dal sole – le viti sono esposte durante tutta la giornata ai raggi solari – e dal vento – le vigne sono collocate a 400 metri di altitudine  in una conca ventilata. Però a tutto questo si affianca anche l’attento lavoro in cantina che permette di raggiungere il bel colore rosso rubino intenso, il gusto rotondo e minerale, il sentore di ciliegie sotto spirito, di note speziate e il finale di cacao. Ecco quest’ultimo ha determinato, a mio avviso, il miglior connubio della serata col piatto proposto.

Ringrazio “fracchiescamente” Andrea Picchioni per avermi reso partecipe di tutto ciò: <<Com’è umano Lei>>.

By D.T.

Un po’ Amarone, un po’ Sfursat? Mi dispiace ma siamo ancora (molto) lontani

E’ passato qualche anno dal mio primo assaggio del “Camunnorum” il vino dei Camuni: credo almeno una decina di anni fa ne avevo apprezzato perlomeno il coraggio del tentativo di una vinificazione nobile in un territorio sicuramente ostile (la Valle Camonica è un’asse Nord-Sud con quindi possibili ed esclusive esposizioni ad est, perdendo il sole serale maturante, ovvero ad ovest, con il rischio non troppo remoto di gelate precoci, soprattutto per chi tenta la surmaturazione). Ma dopo un po’ di anni, disilluso oramai dagli effetti speciali del mondo del vino che cosa posso raccontarvi di un assemblaggio di Merlot-Marzemino-Cabernet (che costa quasi come un SuperTuscan)? Nel bicchiere scende denso e della trasparenza dell’inchiostro. L’olfatto è esclusivamente giocato da note di ciliegia e prugne sottospirito. Il palato rimane imbarazzato da un calore avvolgente quanto invasivo. Densità anche in bocca masticabile. Molto muscoloso, ma la finezza dov’è? Se i modelli sono i non lontanissimi Sforzati (che usano però un’uva assolutamente più nobile) o le tecniche della Valpolicella, beh, allora, di strada ce n’è da fare veramente tanta (non solo dal punto di vista geografico). Il prezzo (oltre 25 eur) apparentemente fuori mercato, forse è segno che un mercato questo vino ce l’ha, smentendo, di fatto, le mie severe osservazioni.

d.c.

Franciacorta o non Franciacorta?

Il primo: indubbiamente un Franciacorta! E con tutta la voglia di mostrare la propria nobiltà di millesimato. Struttura integra, persino “ferrea”. Olfatto e poi gusto giocato su note di frutta gialla al giusto punto di maturazione, ancora in fase di croccantezza. Persistenza importante. Una nota di chiusura di mandorla amarognola, tanto piacevole nell’essere sussurrata quanto desueta, visto che caratterizzava i Franciacorta di qualche anno fa (per non dire una decina).

Per cui il nome di “Emozione” è, questa volta, appropriato…

Nel NonFranciacorta che segue la mandorla invece non si trova! Tutto frutta gialla, anche ben matura. Scorre via piacevole, fresco, mai impegnativo (tanto che la Magnum che accompagna la prima parte della cena esce velocemente di scena… ed i bicchieri non sono tanti…). Non è un Franciacorta, non ne porta mai menzione ne fascette normative, anzi è espressamente un VSQ, ma sfiderei qualsiasi palato raffinato e sapiente a coglierne le differenze. Cosa si fà oggi per risparmiare qualche Euro…

d.c.

Passaggio a Nord Ovest

Non c’è dubbio! E’ sempre la nostra rotta! Sempre verso di là punta il nostro sguardo!

Ed il periodo appena trascorso è stato propizio di aperture e stappature in serie, come non succedeva almeno da un anno.

Doppio incontro con un Grand Cru di Avize: Frank Bonville.

Blanc des Blancs molto semplice, estremamente integro nonostante gli anni passati nella mia cantina ad affinare, contraddistinto dal solo (ed unico) sentore di nocciola tostata, un po’ troppo poco per le attese riposte.

Ancora più deludente le attese l’etichetta “Prestige”. Di identica impostazione: traspaiono solo note di frutta secca, in parte tostata. Impressionano però la bellezza del perlage e l’integrità assoluta di un vino che ha dimorato almeno una decina di anni nella mia cantina, ma che non ha lasciato spazio ad alcuna nota evolutiva e nessun accenno ossidativo. Però al di là della sua struttura “marmorea”, nessuna suadenza.

Di ben altra qualità, pur di fronte ad un prodotto da mercato, il Charles Heidsieck Brut Réserve. Qui la nota evolutiva è già più percettibile, ma è di grande piacevolezza per quella sua veste di cremosità già percettibile al naso, ed avvolgente in bocca. Lunghissimo con una uscita di agrume candito che non ti rende mai appagato.

Molto più sbarazzino e ruffiano il Premier Cru qui sotto ricordato: Duval Leroy (che mi dicono essere tra i preferiti dall’Editore…). Assemblaggio Classico di Chardonnay e Pinot Nero provenienti dai grandi santuari della Champagne. Rimane cremoso in bocca, pur appoggiandosi su una struttura di grande acidità ed acidulità da agrume. Il più facile, tra i precedenti, e per questo evaporato anche in tempi molto più ristretti…

d.c.