Ancora Loira, ecco il Pully fume’ – Chateau de Tracy

Ripartiamo da Sancerre e attraversiamo la Loira, siamo nella campagna di Poully-sur-Loire circondati da vigneti adagiati su lunghi e dolci pendii.
Il sauvignon di questa zona è famoso in tutto il mondo come Poully Fumè, amato per il suo sentore di “pietra focaia”.

Prima tappa Domaine du Château de Tracy. Il castello, restaurato negli anni ’50 dello scorso secolo dalla nobile famiglia che tutt’ora lo abita e che ha dato inizio all’attuale produzione vitivinicola, domina le colline del borgo che porta il suo nome.
Ci accoglie la figlia del proprietario e socia della cantina che ci accompagna in un tour nelle viti. Siamo sul terreno del Silex e veniamo invitati a sfregare tra loro due pietre: si esala un sentore misto di pietra focaia, polvere da sparo e zolfo, da qui i sentori di fumè che percepiremo nel bicchiere.
La produzione è completamente consacrata al sauvignon da cui 4 Poully Fumè di elevato standing: Mademoiselle de T, Château de Tracy, Haute Densité e 101 Rangs.
Iniziamo quindi con la degustazione del Château de Tracy che proviene da terreni calcarei e in parte silicei poi assemblati.
Giallo pallido nel bicchiere con riflessi verdognoli, al naso risulta intenso, fresco e ben definito. Note floreali, sambuco, poi frutta esotica e pompelmo. In bocca è cremoso, minerale, chiude con note agrumate, di buona persistenza. Perfetto per due ostriche.
Proseguiamo in crescendo con l’Haute Densité, dai migliori terreni calcarei del demaine, coltivato a circa 17000 piedi per ettaro (la media della zona è circa 7000).
Tale “alta densità” stressa la vite rendendola più robusta e spingendola a ricercare nutrienti in profondità amplificando così l’effetto del terroir.
Ogni barbatella rende un solo bicchiere di elevatissima concentrazione e complessità: una limitata produzione che, per il millesimo 2013 è pari a 3200 bottiglie.
Giallo paglierino intenso, al naso grande complessità: fiori d’acacia, ananas, pera e liquerizia. In bocca è pieno e intenso anche se la vaniglia derivante dal legno -ancora troppo esuberante – la fa da padrona. Occorrerà riprovarne una bottiglia fra una decina di anni per apprezzarne equilibrio ed evoluzione.
Concludiamo in nostro percorso con il vino di punta della maison Les 101 Rangs.
Dal vitigno più antico del castello, anche qui produzione limitatissima.
Il 50% del vino viene affinato in barriques per 9 mesi, mentre la restante metà in vasche d’acciaio soggette a rimescolamento.
Una volta assemblato si presenta dorato pallido nel bicchiere in cui occhieggiano riflessi rosa. Al naso è potente, verticale. Spicca forte la mineralità su note di arancio maturo, poi fiori di sambuco e mughetto. In bocca è intenso, profondo di grande freschezza con un finale di note dolci, mandorle tostate. Un grande vino di infinita persistenza. Pronto alla beva rispetto all’Haute Densité anche se, sicuramente, di pari potenzialità di invecchiamento.
Gran bella cantina, vini importanti, emozionanti.

Ma è ora di ripartire, alla scoperta di altre eccellenze del Blanc Fumè

…… segue.

R.R.

Lambrusco di Sorbara DOC Sant’Agata di Paltrinieri, PROVA!

<<Hai provato a bere vino/ dal tuo amico contadino/ mentre il grande Veronelli dice “No!”/ Prova!>>… così cantavano i Gatti di Vicolo Miracoli nel lontano ’77.

Fatta questa premessa da cabaret comico-demenziale, ora passiamo alle cose “serie”: il Lambrusco di Sorbara.

Il Grande Veronelli a proposito del Lambrusco di Sorbara così scriveva:

<<Nessun altro vino ci riporta, come lui, all’idea patriarcale, alla vita giornaliera. E’ un vino «umano». Proprio per questo, forse, è il vino contro cui massimi sono i tradimenti. Così che debbo attendere anni e far mille prove per bere e ribere un bicchiere che appieno mi soddisfi. Perchè sia realmente di Sorbara e quindi buono, il tuo Lambrusco deve avere le seguenti caratteristiche: colore rosso chiaro su netto fondo rosa, brillante; profumo allegro, con netta insistenza di viola; molto personale; sapore asciutto e sapido; accentuata freschezza per pulita vena acidula non privo di rustica eleganza; frizzante e vivace schiuma rossa. Il suo tenore d’alcool è tra i 10,5 e 12° e l’acidità totale da 6 a 8% . L’annata da consigliare è sempre l’ultima, da che è un vino fragile che vive una breve, incantata giovinezza. E’ importante che la bottiglia – portata alla temperatura di 14-16°C – sia servita al momento, così da goderne, in primis, l’abbondante, evanescente schiuma.>>*

Questa descrizione del Grande Veronelli si attaglia perfettamente al Lambrusco di Sorbara DOC Sant’Agata di Paltrinieri annata 2017. Io l’ho bevuto ad una temperatura inferiore rispetto ai 14/16 gradi consigliati perché l’ho stappato all’ora dell’aperitivo e non ne è stato affatto penalizzato, forse complice anche una temperatura esterna ancora settembrina.

Di Lambruschi ce ne sono tanti, già ho scritto di due diverse tipologie il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro e il Lambrusco Mantovano. Il Lambrusco di Sorbara, invece, si discosta da ciò che il consumatore medio ritiene sia il Lambrusco cioè un vino scuro molto frizzante tendenzialmente abboccato. Quel tipo di Lambrusco è usualmente un insieme, uvaggio o blend come si dice oggi, di uve Lambrusco di diverse varietà tipo il Lambrusco marani, maestri, salamino, montericco, grasparossa oltre all’uva Lancillotta e in taluni casi al Fortana variamente combinate.

Il Lambrusco di Sorbara, invece, è solo composto da una tipologia di uva Lambrusca la Sorbara ed è questo il mio preferito.

Il colore è rosato ed ha spiazzato i miei commensali abituati a bere gli altri Lambruschi. Il grado alcoolico è di 11,5 perfetto anche per la pausa pranzo. A mio avviso al naso il lampone la fa da padrone. La frizzantezza è equilibrata ma soprattutto è la secchezza e pulizia finali che stupiscono. Insomma è un vino per il quale un bicchiere tira l’altro, non solo per me ma anche per gli altri assaggiatori.

E allora, Prova!

By D.T.

*da “Conoscere il vino“, Rizzoli-Hachette, 1997

C’est la Loire e sua maestà «Le Sauvignon Blanc»

Vagabondare per la Francia alla scoperta dei sui favolosi vini è sempre emozionante. Se poi il fatto è di essere accolti dai leggendari “Domaine” della Loira immersi in incantevoli paesaggi ricchi di colline, castelli e vigneti, l’esperienza è da pelle d’oca. L’opportunità ci è data da una spedizione AIS Emilia, capitanata da Giovanni Derba, alla scoperta del Sauvignon Blanc. In questa zona dell’ampio panorama di produzione della Valle della Loira (che da Nantes passando per Orléans, seguendo il corso del fiume, arriva fino all’Oceano Atlantico) sapienti vigneron dediti al biologico e al biodinamico (di cui spesso non perseguono la certificazione), hanno saputo esaltare le doti di questo vitigno rendendo famosi i loro vini tra le cui eccellenze si annoverano alcuni tra i bianchi top al mondo.Siamo tra Sancerre e Poully-sur-Loire site ai lati opposti del letto della Loira. Il clima freddo fa maturare lentamente le uve favorendo il mantenimento dell’acidità e l’integrità dei profumi. Il sottosuolo è contraddistinto da diverse tipologie di terroir: marna “kimmeridiana”, argilla focaia e pietra calcarea (le cosiddette “caillottes”) i cui frutti, vinificati separatamente o sapientemente assemblati, esprimono nel bicchiere sentori di mineralità, pietra focaia, elegante sapidità e potenza oltre a una eccellente propensione all’invecchiamento.
Partiamo da Sancerre, dal cui belvedere si gode di una visita romantica e mozzafiato della valle della Loira, le viti sono poste in zona collinare sui 200/300 metri di altitudine e si estendono per circa 3000 ettari intorno alla cittadina. Della AOC Sancerre abbiamo avuto modo di assaggiare e visitare diversi produttori tra châteaux e cantine scavate nella roccia: Domaine de La Perriere, Chateau di Sancerre, Joseph Mellot e il petit vigneron (si fa per dire – 17 ettari di proprietà) Daniel Chotard che ci ha piacevolmente colpito.Una curiosità, la poca produzione di rosso – principalmente vocata al pinot noir – ci viene fatta degustare per prima! La motivazione dataci è legata all’autorità varietale e alla persistenza del sauvignon il quale coprirebbe, se bevuto prima, il pinot noir che comunque ci ha riservato alcune sorprese (…certo non ci troviamo di fronte alle maestosità della Bourgogne).
Ma è giunta l’ora di un bicchiere, ci troviamo a la Cave Henry Bougeois la cui famiglia detiene un mosaico di terreni tra Sancerre e Poully per un totale di circa 80 ettari. Cantina moderna, all’avanguardia: siamo in piena vendemmia e ci stupisce che la raccolta, per le sole uve bianche che vengono comunque istantaneamente lavorate, avvenga totalmente a macchina. Altra particolarità che ci lascia un po’ scettici, l’imbottigliamento avviene al momento della richiesta di fornitura da parte dei distributori internazionali (parliamo ovviamente di grossi quantitativi).Passando alla degustazione però le perplessità svaniscono. Dell’ampia produzione assaggiamo una decina di vini, senza nulla togliere al “Sanserre d’Antan” punta di diamante della maison, mi ha piacevolmente stupito il “La Bourgeoise” annata 2015. Proveniente da storici vitigni, vinificato parte in acciaio e per la restante in botte di quercia, “La Bourgeoise” si presenta oro pallido dai riflessi argentati, al naso è fresco con sentori di meringa agrumata, una lieve pietra focaia, spezie e frutta matura. Il gusto è pieno, armonioso, ricco di aromi profondi e variegati di bella concentrazione. Sorso di grande freschezza, con finale elegante e lunga persistenza. Davvero un bel Sancerre, da far invecchiare per una decina di anni.E’ stato piacevole (per quanto didattico) durante la degustazione paragonare la produzione locale con il “Clos Henri” da vigneto di proprietà di famiglia da agricoltura biologica a Marlborough in Nuova Zelanda: qui prevalgono le note fruttate e agrumate e una mousse di pompelmo, ben diverse dalle caratteristiche del Sancerre.Ma è giunta l’ora di andare verso Poully e il suo Blanc Fumè…… segue

R.R.

Quanto tempo senza vini dolci.

C’era un tempo in cui ci beavamo a degustare vini botrizzati o passiti, ed ad inventare abbinamenti avventurosi o audaci. Non c’era cena importante che non finisse con una “chicca” che attentasse a pancia e trigliceridi… Ma poi, quasi improvvisamente, ce ne siamo dimenticati, lasciando decine di bottiglie ad invecchiare ed evolvere nelle nostre cantine. E così, ogni tanto, ne affiora la voglia riportando a tavola bottiglie necessariamente agée.

Tredici anni per avere nel bicchiere un succo d’oro con un aroma di albicocca disidratata (a cui non eravamo più abituati) coniugato con sentori di marmellata di agrumi, miele d’acacia ed, ahimè, anche qualche traccia di zafferano, che un po’ indebolisce la poesia struggente. In bocca invece si compie la solita magia dei grandi vini di Sauternes, quando calore alcolico e dolcezza, necessariamente esuberanti, vengono attutiti dalla granitica durezza della componente acida. Poi persistenza caramellata.

d.c.

CCLXXII

A nozze con l’Editore

Si racconta che l’Editore al ritorno dal matrimonio principesco inglese di Meghan ed Henry (non è dato a sapersi se ospite ufficiale o imbucato… ma ciò non rileva) si sia portato via qualche bottiglia del vino offerto al ricevimento e… noi quelle bottiglie ce le siamo bevute! Mi aspettavo che questi spilorci di Principi e Duchesse almeno al loro matrimonio imbastissero tavolate di Riserve e Cru, ed invece un umilissimo A.O.C. Bourgogne…Radin…

Il vino però che ho bevuto è un grandissimo vino, in perfetto stile borgognone. Forse servito all’inizio troppo freddo, si è poi scatenato scaldandosi. Nel bicchiere si mostra giallo, non troppo carico. I profumi, nel momento di acme sensoriale, sono una lunghissima sequela di percezioni: la frutta gialla è intrisa di spezie dolci d’oriente, anice stellato, radici e dragoncello. E per fotografarli bisogna appuntarseli perché loro continuano a cambiare con toni di rara raffinatezza. In bocca il succo è rotondo, dona una magica sensazione di oro.. ma l’oro non ha gusto! Sei accarezzato dalla morbidezza e la tua lingua “suda” per l’acidità, ed invoca un altro bicchiere… Ces sales Victoriens!

d.c.

CCLXXI

Vite da winesnob (vip)

Chi sia l’Editore nessuno lo sa! A differenza dei critici delle guide enogastronomiche che girano incappucciati per non farsi riconoscere, Lui appare ovunque si mangi e soprattutto si beva (pare che il miracolo dell’ubiquità gli sia già stato riconosciuto da tempo). Ma di Lui nessuno conosce la vera identità (…probabilmente neanche il codice fiscale!). Non c’è bottiglia al mondo che Lui non abbia già bevuto; non c’è vignaiolo al mondo che non gli abbia offerto la Riserva più personale della cantina. Lui è l’Editore, e basta! Anzi Lui è l’Editoreebasta, perché nonostante conosca tutti nel mondo del vino, nonostante legga tutto ciò che si scrive sul vino, nonostante ascolti tutti coloro che raccontano il vino, bravi ed incapaci, e nonostante degusti (e beva) ogni anno qualcosa come 3.000 diversi assaggi, Lui non scriverà mai una parola!… perché a Lui basta esserci. E se sarà lì con voi, sarà solo perché Lui vuole vivere la percezione: vuole percepire parole, suoni, rumori, vibrazioni, profumi, sensazioni…perché l’Editore è un goloso di vita…

Ma l’Editore ce l’abbiamo solo noi di W.T.B. Gli altri si devono accontentare solo della sua presenza, perché Lui ci sarà!

d.c.

Ritorno a nord

Dopo qualche bottiglia proveniente dai limiti meridionali della Champagne, avevamo bisogno di ritornare alla “tradizione”: è così ci siamo affidati ad un assemblaggio dalle Montagne di Reims. Villedommange è a pochi minuti da Vrigny, capitale mondiale del Pinot Menieur (forse ricorderete il nostro amore per Les Vignes de Vrigny di Egly-Ouriet). Qui però il “Mugnaio” è solo in quota, accompagnato dai classici Chardonnay e Pinot Noir, per un risultato un po’ fiacco… Arriva subito il profumo di mandarino e poi l’attesa crosta di pane, ma poi nulla più. Anche in bocca, pur di fronte ad un indubbio equilibrio della struttura, tutto appare sottotono ed un po’ troppo scorrevole. Di certo la sorpresa alla notizia de prezzo: in Italia a 21 Eur! Ho visto bottiglie di Prosecco a 15…

d.c.

CCLXIX

Trifola!

Me lo sento! Quest’ autunno faccio il record di trifola: fine settembre ed il Bianco è già arrivato. E cosa ho abbinato ai primi tagliolini e uovo al tartufo? Il primo grande rosso è una sconosciuta ma interessantissima Barbera del Monferrato. Vivace olfatto che sa di violetta, prugna ed una leggera speziatura, ma il tutto con note che sanno di gioventù. Succoso in bocca, rotondo, leggermente più maturo: freschezza e frutto dolce coabitano il palato, il mirtillo evolve in susina matura per poi lasciare una sensazione di miceto. Giusta persistenza che contribuisce alla leggerezza di bevuta, nonostante un alcool da stordimento.

d.c.

CCLXVIII

Chissà da dove arriva questa Turbiana?

Che sia Turbiana in purezza non credo proprio che vi siano dubbi. Forse però è una Turbiana cresciuta su suoli diversi da quelli della zona “classica”: il mio dubbio nasce dal fatto che la Cantina è sita in Moniga del Garda (nel cuore della Valtenesi) dove i terreni sono sostanzialmente diversi da quelli della zona Sud Benaco (effettivamente limacciosi come indicato nella retroetichetta) ed io ribadisco che questo Lugana è un po’ diverso. Non dico non piacevole… solo diverso! O forse non ci capisco proprio niente e quella quota minoritaria di passaggio in legno piccolo nella fase di fermentazione mi confonde un po’ le idee. Il colore comincia a caricare verso l’oro (scarico). I profumi sono molto fruttati: sanno di mela Golden già in fase di maturazione avanzata e veramente di pera Williams, acidula e dolce. In bocca la struttura non impressiona, ma il vino appare piacevolmente leggero, forse un pochino cedente alle morbidezze di un volume alcolico piuttosto impegnativo. Per goderne l’intrinseca dolcezza degli aromi (non credo proprio degli zuccheri) appare necessario “forzare” un poco la temperatura di servizio, che deve guadagnare qualche grado in più rispetto all’uscita dal secchiello del ghiaccio. Però, vi assicuro, è diverso… leggermente diverso…

d.c.

CCLXVII