UN AMORE PREDESTINATO – GALFRIDUS MAREMMA TOSCANA DOC SHIRAZ

Iniziò tutto nel 2017 al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti. Ricordo ancora chiaramente, nonostante il mio tenore alcolico elevato dopo i tanti assaggi, che sul finire della giornata percorrendo i lunghi corridoi stipati dai tantissimi espositori, venni attratto dalle artistiche etichette. Assaggiai così, per la prima volta i vini di De Vinosalvo piccoli vignaioli, su circa 4 ettari, della maremma toscana. Fu senza ombra di dubbio l’avvolgente e intensa profondità del Galfridus, presumo all’epoca annata 2012, che mi stupì e così, privo di alcun indugio, mi accaparrai una bottiglia. Ma si sa l’imprevisto a volte è dietro l’angolo. Si, in uno spigolo dello scaffale della mia cantina dove, poco tempo dopo, ho urtato la bottiglia che cadendo è andata in frantumi. Ora la rabbia monta sempre velocemente in queste circostanze, ma ricordo che quella volta ci rimasi davvero male: “tra le tante, proprio quella doveva rompersi!!”. Ne avevo solo una. E in amor si sa vince chi fugge, ero disperato!! Ma il destino a volte sa riservare piacevoli sorprese…..E così trascorsi ormai quasi due anni, qualche giorno prima della manifestazione riceviamo un invito dall’azienda De Vinosalvo a partecipare alla FIVI 2019 tenutasi a fine novembre a Piacenza. Ci accoglie Claudio all’ingresso omaggiandoci dei biglietti, a cui offriamo un piccolo souvenir gastronomico piacentino da gustare insieme ai suoi vini nel pomeriggio.Trascorriamo la piacevole giornata tra gli assaggi e le battute, unitamente al gruppo dei soliti noti come già accuratamente descritto da D.T. Eccoci quindi giunti da Claudio che unitamente ad Alison, australiana enologa della cantina, ci fa riassaggiare le loro eccellenze. Partiamo alti, nel bicchiere il Santàrio 2015 Shiraz in purezza frutto dell’esperienza maturata da Alison nella gavetta australiana sull’internazionale vitigno. Occhieggia il rubino nel luminoso violaceo, naso importante in cui nell’iniziale nota pepata emergono frutti di bosco e viola seguiti poi dal cioccolato. Sorso tosto, forse merita ancora un po’ di riposo, già comunque avvolgente in cui riaffiora il pepe accompagnato da bacche di ginepro. Bene equilibrati i 14,5 gradi supportati da acidità e piacevoli tannini. Lunga in bocca la persistenza. Un gran bel bere! Avanti con il Galfridus 2014 Selezione del Saggio sempre 100% Shiraz. Rubino profondo dai porpurei riflessi. Penetrante al naso, un pot-pourri di fiori rossi intrecciato da amarene e more macerate seguite da appagante cioccolato nero e nuance di vaniglia. Beva voluminosa e calda, l’apporto del legno è poco invadente con tannini di elegante fattura e fini sensazioni sapide. La chiusura potente e lunghissima lascia una scia di balsamico. Potenziale evolutivo enorme. Che spettacolo! Ritrovo l’amore perduto. Un plauso a Claudio ed Alison per la passione che sanno trasmettere ai loro vini. Grazie ancora per il bel pomeriggio trascorso insieme e per il gradito omaggio. Non ci resta che raggiungervi prima o poi in maremma per un pic-nic.

R.R.

E il 24 novembre F.I.V.I. FU!

Il Mercato dei Vini di Piacenza emanazione della FIVI è la manifestazione che non può andare persa. Quest’anno anche in extended version: sabato, domenica e lunedì.

Per me ha il fascino della scapagnata perché “il Franco” della Trattoria il Naviglio, che ci tiene alle nostre patenti di guida, si premura ogni anno di prenotare il pullman che ci conduce al Palazzo dell’Expo di Piacenza.

Partenza da quel di San Zeno Naviglio verso le nove e mezza di mattina con arrivo verso le undici. Come in un perfetto meccanismo svizzero entro già munito in precedenza di biglietto, ritiro il kit per l’assaggio cioè la tracollina e il bicchiere ma soprattutto mi approprio del carrello dove riporre giubbotto, zaino e sopratutto i vini da acquistare qua e là.

Il pubblico già si accalca all’entrata e comincia ad occuprare i primi stands posti all’inizio del salone.

Unitamente al gruppo dei soliti noti, fra cui il Nostro Editore, domenica 24 novembre mi inoltro nello stabile dell’esposizione spinto dalla voglia di reincontrare persone più che bere i vini: Cesare Bosio dell’omonima cantina, Gigi Nembrini di Corte Fusia, Bruno Dotti di San Cristoforo e molti altri conterranei bresciani; e poi Andrea Picchioni, Giuseppe Tosi, Stefano Calatroni delle omonime cantine, Valeria Radici Kent di Frecciarossa per l’Oltrepò Pavese; Tomas Unterhofer e Armin Kobler per l’Alto Adige e/o Sud Tirolo; Diletta Tonello per l’omonima cantina e Matilde Poggi di Le Fraghe per il Veneto. Qui finisco l’elenco ma potrei andare avanti. Da alcuni di loro ho anche acquistato con soddisfazione delle bottiglie.

Rivedersi è sempre bello, riassaggiare i loro prodotti è buona cosa. Tuttavia, non è di questi che voglio scrivere.

Preferisco descrivere qualcosa di nuovo, zone vinicole distanti dalla natia Brescia.

Essendo convinto che le foto non hanno a che fare coi profumi e coi sapori, questo articolo sarà privo di qualsiasi fotografia, pur avendone scattate alcune per mero scopo mnemonico e di pessima di qualità. Pertanto per chi vorrà approfondire la visione delle bottiglie lascio il link della cantina.

“Parlamo un po’ de ‘sto Lazio” che tante potenzialità ha. Due province meno conosciute posson bastare, perché “der vino de’ li castelli” romani ne sentiamo cantare dal tempo delle stornellate.

Lo spunto me l’ha dato il grande Pasquale Pace, aka Il Gourmet Errante, incontrato casualmente dietro il banco di Alberto Giacobbe produttore della provincia di Frosinone. Cominciamo dalla Passerina (uva “bullizzata
a causa del nome dalla facile allusione sessuale). Il vino si chiama “Duchessa” e viene prodotto con la Passerina del Frusinate in purezza. Colpisce per freschezza e rotondità date, la prima, dalla vinificazione in acciaio e, la seconda, dal terreno argilloso. Ricca nel colore e nel gusto. Vino fruttato tendente al tropicale non senza note minerali. Difetti zero, esame brillantemente superato. Complimenti.

Poi Pasquale Pace ci introduce il “Giacobbe” – Cesanese di Olevano Romano Doc che è la premessa al successivo “Lepanto” Cesanese del Piglio
Superiore Riserva DOCG. Mi permetto di scherzare gogliardicamente sul nome Olevano ma il sorso mi riporta alla serietà: un rosso rubino trasparente, più floreale che fruttato al naso. Scorrevole. Ci vorrebbe della porchetta per completare il quadro tanto tipicamente laziale quanto universalmente godereccio.

Mi appassionai al Cesanese del Piglio di Casale della Ioria e ho qui assaggiato l’intensa versione di Roberto Giacobbe. Il “Lepanto” Cesanese del Piglio mi ha favorevolmente impressionato per il colore granato che non fa vedere attraverso il bicchiere, per i sentori netti di confettura di prugne. Al sorso è tannico e suadente, non asciuga il palato ma lo riempie appagandolo senza stufarlo. Ottima bevibilità di un vino importante che non stanca pur nella lunga persistenza finale. Grande equilibrio.

Bene l’anno prossimo me ne porterò a casa qualche bottiglia; quest’anno negli acquisti ho prediletto… le strade già conosciute.


Bello viaggiare lungo lo stivale senza fare tanta strada e così dallo stand E26 di Roberto Giacobbe in provincia di Forsinone passo allo stand D84 della cantina Palazzo Prossedi, in provincia di Latina .

Qui mi colpiscono, oltre la simpatia della vignaiole (credo), i vitigni utilizzati nei rossi.

A Borgo Prossedi, dove si trova la cantina, mi si dice che il terreno è di natura argillosa e limosa, scorre a valle il fiume Amaseno, ma ciò che mi attrae è l’eterogeneità delle uve lavorate. Non c’è traccia di Cesanese d’Affile non c’è traccia di Passerina (assaggiati in precedenza). Passi per quelli internazionali: il Merlot, passino il Montepulciano con il Sangiovese e il Canaiolo Bianco, che sono presenti in tutto il centro Italia, ma la Barbera nel Lazio non me l’aspettavo. Credevo fosse confinata nelle regioni nordiche. Leggo nella brochure che fu il nonno dell’attuale proprietaria a impiantare la Barbera. I vini sono tutti IGT.

L’esordio è con l'”Altaica” da uve Canaiolo bianco in purezza: salmastro, fieno e camomilla, sapido e con bella pulizia finale; poi il “Nero della Corte” da uve Barbera in purezza una declinazione personale della Barbera con spiccata sapidità e sentori primari. Un vino da bersi nell’immediato.
Lo “Sterparo” da uve Sangiovese, Merlot e Barbera conclude l’assaggio. Vigna vecchia fa buon… vino nel senso che lo senti nella pienezza del frutto rosso maturo e nella morbidezza al palato. Il legno si sente ma non si vede nel senso che la presenza non è invasiva rientra nella struttura e non copre con sgradevole vanigliatura.

Belle e nobili le etichette che esprimono la blasonata storia della tenuta. Anche la sobria brochure completa il quadro di misurata classe.

Fra i vari altri assaggi, che non sto qui ad elencare, c’è stata anche una pausa di ristoro con un piatto caldo di piacentini pisarei e fasö, bombette pugliesi e tagliere di formaggi. Anche questo è il Mercato dei Vini della F.I.V.I.

Bene così. Il pullman ha riacceso il motore, si deve tornare.

Il pensierino finale è: il Mercato dei vini è un po’ come l’Epifania… tutte le manifestazioni le porta via.

By D.T.

Sì, sì, sì, sì sembra facile…

PRODUTTORE: CANTINA TONELLO

NOME DEL VINO: IoTeti

ANNATA: 2015 – Sboccatura 2019

PAESE: ITALIA

REGIONE: VENETO

AREA VITIVINICOLA: LESSINI DURELLO DOC

TIPOLOGIA: SPUMANTE METODO CLASSICO – BRUT

UVA: DURELLA 100%

GRADO ALCOOLICO: 12%

NOTE PERSONALI: Sì, sì, sì, sì sembra facile… così diceva l’omino della pubblicità della Bialetti ma trarre un bello spumante da uva Durella non è così scontato.
Apro una parentesi perché Diletta Tonello, enologa, ha voluto creare all’interno dei vini prodotti dall’azienda di famiglia una propria linea personale che si differenzia dalla produzione tradizionale, che richiama solo la denominazione del vitigno da cui è tratto il vino, identificandola con nomi di fantasia: Io-Teti, appunto, poi io-Eos; io-Cloe; io-Aura.

L’uva che dà origine al metodo classico di Diletta Tonello (di cui si vedono le iniziali della griffe sull’etichetta) viene coltivata in località Molinetto di Montecchio Maggiore (VI) su terreni di natura basaltico/argillosa che donano spiccata mineralità.

Tornando al come è fatto il metodo classico, l’uva è vendemmiata verso la fine di settembre/inizi di ottobre quando raggiunge la piena maturazione fisiologica dopo di che viene pressata a bassa temperatura e mantenuta a temperatura controllata dopo di che vengono aggiunti lieviti selezionati.

Passata questa prima fase in acciaio, avviene l’imbottigliamento nell’aprile dell’anno successivo alla vendemmia. Sono poi aggiunti zuccheri e lieviti selezionati su cui il vino sosterà per 3 anni.

Il giro dei pallet viene fatto ancora a mano (l’ho visto io di persona), dettaglio questo che indica l’artigianalità del prodotto. Una volta eseguita la sboccatura ed eliminato il residuo di lieviti la bottiglia viene ricolmata con una liqueur, ci spiegava Antonio Tonello, che è differente da quella degli anni passati: è più secca, il che l’allontana da tentazioni extra dry.

Nel bicchiere si presenta giallo paglierino chiaro, perlage fitto e persistente, spuma che crea un bel colletto bianco. Al naso profumi di agrumi in secondo piano la crosta di pane, in bocca si ritrova la mineralità e una coinvolgente freschezza, conclude il sorso lasciando una buona sensazione di pulizia in bocca. Che bella acidità (7,20 g/l ) e secchezza (residuo zuccherino 6 gr/lt). Un vino giovane, in tutti i sensi, che invoglia alla beva.

Viva la Cantina Tonello, Viva il Durello!

By D.T.

P.S. Foto scattata al Mercato dei Vini di Piacenza il 25 c.m.

Quale il modello per i vini rossi di Franciacorta?

Ed ogni tanto mi riaffiora il pensiero: ma perchè in Franciacorta si insiste a produrre ancora (tanto) vino rosso? In un mondo inondato da Prosecco, in un mercato (senz’altro quello italico) dove la bollicina franciacortina ha saputo ritagliarsi una nicchia di emergente valore, in un mondo che pare avere interesse solo per le bolle, non importa se provengano dal Regno Unito o dalla assolata Trinacria, ma perchè continuare a produrre vini rossi? Che peraltro sono rimasti bloccati su modelli fermi ad almeno una decina di anni fa. Vino rosso se ne beve di meno, anche perchè lo stanno emarginando… I grandi chef sembrano progettare i loro piatti solo in funzione di un abbinamento superacido e bollicinoso; se ti azzardi a bere un bicchiere ed un dito di vino rosso è meglio che lasci la macchina parcheggiata e ti fai chiamare un taxi; anche nelle trattorie champagnotte ed etichette fluorescenti vanno per la maggiore, con abbinamenti azzardati a cucina “tradizionale” (prima o poi lo provo il prosecco con lo strinù o con lo spiedo… forse è ancora preferibile la CocaCola!). Eppure il vino rosso io lo bevo ancora (spero di averlo dimostrato almeno in questo nostro diario di incontri) e lo bevo per il lungo ed il largo dell’italica penisola, ma nessuno è rimasto al palo come il Curtefranca doc. Ma perchè? Forse i miei amici/maestri del blog potranno darmi qualche risposta. Forse i fatturati calanti non spingono ad investire? Oppure, a mia insaputa, questi vini, che costicchiano e non possono essere tutti definiti vini da pasto, hanno un loro mercato stabile (“effervescente” non ci credo!). Ma perchè per questi vini il gusto è rimasto a quello dei primi anni novanta? Si è vero: il legno è sparito! Prova che le cantine stanno risparmiando… E si intenda che non ce l’ho con la cantina la cui bottiglia vedete ritratta qui sotto, e che mi ha aiutato ad abbinare un piatto della tradizione bresciana. Di questa cantina amo irrefrenabilmente le sue bollicine, ma non credo aprirò più un loro Curtefranca Rosso, privilegiando altre zone, anche non lontane dalla Franciacorta (vedi il Benaco, su entrambe le coste, o il Trentino, e perchè no il Veneto? Etc etc.) dove ancora si investe molto sulla qualità e sulla continua evoluzione del gusto che modifica anche la tradizione: temo di più la pigrizia ( e le casse vuote…), che la giustificazione di un fantomatico ancoraggio alla tradizione.

Editore… D.T… R.R… Tito… aiutatemi a capire…

d.c.

Braccale 2006. Maremma Toscana IGT. Jacopo Biondi Santi

Sangiovese fuso con Merlot. Vino che nasce probabilmente con progetti di “umiltà” e che effettivamente non è stato in grado di sopportare adeguatamente il riposo d qualche anno in bottiglia: nessuna nota ossidativa, ma tanta, troppa debolezza aromatica sia nei profumi, per nulla intensi e di triste monotonicità, sia al gusto che ha perso completamente la struttura acida, ha annullato la presenza tannica, ma mantiene solo ed esclusivamente il calore alcolico. Forse dieci anni fa la stappatura avrebbe regalato maggiore espressività, ma noi, oramai, ricerchiamo nei nostri vini solo emozioni “forti”.

d.c.

Exultet 2017. Fiano d’Avellino docg. Quintodecimo

Certo che siamo strani! Teniamo in cantina, coccolate e vezzeggiate, bottiglie che magari meriterebbero un pronto consumo, solo per il gusto di vedere come sarà domani, ed invece quelle nate appositamente per sopportare anche lunghi invecchiamenti le stappiamo subito.., forse solo per vedere l’effetto che fa…

Data la carica corrosiva dell’acidità, l’invasiva percezione di sapidità, la netta sensazione olfattiva di legno (nobilissimo) la bottiglia avrebbe meritato la stappatura come minimo nel novembre 2027 (forse qualche sapiente l’avrebbe dimenticata in cantina fino al 2035…), ma noi no! L’Editore ( e chi se no?) non ha atteso un solo minuto ed i calici erano già ampiamente colmi per l’incoerente nuova esperienza. Verde luminoso alla vista, di brillante trasparenza. Profumi immaturi ed impegnativi: da note erbacee e vegetali, a sensazioni minerali e poi marine, per poi virare, con la temperatura, ad un netto burro di nocciole con cui mantecare tutti i nostri sensi. Il legno arriva, solo dopo, solo dopo un bel po’ e ricorda le delicate tostature della Borgogna. In bocca è solo una miscela di acido e sale: troppo immaturo per essere considerato un grande; troppo perfetto, nella sua collimata calibratura, per essere deludente. Mettetelo via! Muratelo in qualche intercapedine del muro! Lasciate un biglietto per il 2035, nella speranza di poter essere voi i futuri scopritori…

d.c.

Quartomoro. VSQ.

Di vino ne bevo la giusta quantità… di bottiglie ne ho aperte tante nella mia vita, provenienti da tutte le parti del mondo, ma un Metodo Classico dalla Sardegna NO! E perchè mai la Sardegna non dovrebbe produrre uno spumante Metodo Classico? E perchè mai non farlo anche buono? Globalizzazione? Monotematicità ( e monotonia) dei mercati? Forse è tutto vero! Forse per primi noi dovremmo rifiutare le bollicine che arrivano dall’isola di Ichnusa (ma anche dalla Trinacria e da tutta la Magna Grecia, e dalla Costa adriatica, e così via per il mondo…), ma vi assicuro che il vino che ho bevuto era proprio buono, sorprendente, irrinunciabile!

L’impianto non è originalissimo: pur utilizzando uve (mi dice l’Editore… e chi se no?) di Vermentino, sembra di trovarsi di fronte ad un bicchiere di Franciacorta (ma buono!). Giallo brillante, con bollicina di nobiltà inattesa. Al naso, delicato, sussurato, ma elegante: si percepisce una frutta gialla non matura, una sensazione, questa si originale, di litchi. E’ evidente che il vino vuole sferzare la sua scossa elettrica! Ed invece in bocca, pur giocato sulle durezze, il liquido divino è equilibrato: il mordente iniziale dell’acidità viene immediatamente trasformato in percezione salina e poi di nuovo in una “non dolcezza” fruttata. Ti viene voglia di bere; la bevuta è inappagata: hai bisogno ancora di un sorso… Scaldandosi poi affiora al naso ed al palato una percezione di nocciola, straordinario richiamo o ispirazione alle grandi bollicine del molto più a Nord…

d.c.

Pace – Roero Docg Riserva 2014

“Il futuro è il Roero!!” cosi mi dice sempre d.c.
E’ per ciò che quest’anno, la classica capatina invernale per degustare il tartufo bianco ha avuto come meta Canale nel cuore del Roero, a soli 15 minuti di auto da Alba. Forse è per la così breve distanza dalle più celebri zone di Barolo e Barbaresco che non ci ero mai stato.
Scelto accuratamente il ristorante, l’Osteria della stellata Enoteca di Canale, ci immergiamo nei piatti al tartufo. E’ in tal modo che, alla ricerca dell’abbinamento perfetto, dopo aver assaggiato alcuni blasoni del Roero ci viene consigliato il Riserva di Pace.
E’ limpido l’intenso granato nel bicchiere. Mi ha ammaliato già al premier nez: vibrante e verticale. Intensi i piccoli frutti rossi, di cui si percepisce in parte ancora la croccantezza, ben immersi in uno straordinario corredo speziato. Si susseguono liquerizia, pepe e chiodi di garofano poi sentori di tamarindo, vaniglia e noce moscata.
Elegante e profondo al palato. La beva, dai tannini forse ancora un po’ scalpitanti, è appagante e setosa con un finale leggermente ammandorlato. Di lunghissima fragrante persistenza.
Davvero un gran bella scoperta, anche nel rapporto qualità prezzo che all’Info Point Wineshop di Canale è quasi imbarazzante: da comprarne a casse!!!

Forse il futuro è già qui!!

R.R.

PROSECCO E PECORINO … ABBINAMENTO BIRICHINO

… E si ricomincia con le originali cene di degustazione  organizzate da Franco Gentilini presso la sua Trattoria Il Naviglio a San Zeno Naviglio (BS).

Dopo lo stop estivo, giovedì 10 ottobre sono stati invitati “dal Franco” l’Az. Agricola Bele Casel, produttore FIVI di Prosecco nella Val D’Asolo (TV), e la Formaggeria Girometti di Santarcangelo di Romagna (RN) con i suoi pecorini di fossa.

L’accoppiata sulle prime mi ha stupito perché non vi è comunanza territoriale: un vino veneto con un formaggio romagnolo? Si capiranno, parlando dialetti diversi? Proviamo.

Il menù della serata è stato il seguente: Antipasti misti costituiti da prosciutto crudo, coppa, salame, piadina e cassoni variamente farciti, giardiniera, composta di pomodori verdi e il percorino di fossa (nudo e crudo) abbinati al Prosecco Vecchie Uve; Risotto con pecorino di fossa abbinato al Prosecco Extra Brut; Carpaccio con rucola e grana – Polpa di granchio e gamberetti con Prosecco Col Fondo e, dulcis in fundo, Sbrisolona con Prosecco Dry.

Un piccolo preambolo. Il “suo” pecorino di fossa, spiegava il sig. Saverio Girometti, viene prodotto con solo latte ovino e viene affinato per alcuni mesi nelle tipiche fosse di tufo nei presso di Santarcangelo di Romagna. Questa fase di stagionatura viene svolta in assenza di ossigeno perché la forma viene coperta prima da una tela e poi da paglia. Il formaggio subisce una rifermentazione anaerobica che gli conferisce il particolare gusto e l’inconfondibile aroma.

All’assaggio si è manifestata un’esplosione di sapori e profumi intensi che vanno dalla nota selvatica della percora, alla nota verde del fieno e di sottobosco tartufato. A seguire la nota sapida, la pastosità e dolcezza del latte ed alla fine il piccante sulla lingua. E’ friabile tanto che lo si può tagliare anche a scaglie con uno scudetto. Chapeau!

Una sorpresa sono state le piadine “home made“, perfette con i salumi, e i crescioni della Formaggeria Girometti serviti per arricchire l’antipasto.

Ma non di solo pane si vive.

A proporre i vini di Bele Casel era presente personalmente il “vignaiuolo” Luca Ferraro che gestisce unitamente alla sorella l’azienda famigliare. Introduce i suoi Prosecchi mostrando alcune tavole: la prima sulla collocazione geografica della Val d’Asolo, dove si produce l’Asolo Prosecco Superiore DOCG all’interno della vastissima area del Prosecco Doc. La natura marnosa-argillosa del terreno conferisce all’uva una spiccata mineralità; La seconda sulla ampelografia del suo Prosecco che non viene prodotto con la sola Glera ma alla stessa sono affiancati la Marzemina Bianca, la Perera, la Bianchetta e la Rabbiosa per la realizzazione di prosecchi personali, sfaccettati. 

Qui sotto riporto fedelmente quanto scritto sul menu della serata per evidenziare che era stata posta l’attenzione sul basso residuo zuccherino (chiaramente riferito ai primi tre prosecchi) quale indice distintivo e qualitativo di Bele Casel rispetto alla massa di prosecco “piacione” esistente sul mercato. Ad onor del vero la cantina produce anche l’Extra Dry (mainstream ma di qualità) che nel carnet dei prodotti non può mancare. L’organizzatore ha selezionato le bottiglie meno usuali includendo anche il Prosecco realizzato con metodo tradizionale (denominato sulla bottiglia COL FONDO) o sur lie (sui lieviti). Il Prosecco rifermenta in bottiglia e non viene sboccato. I due Prosecchi Extra Brut e il Dry vengono spumantizzati con Metodo Martinotti, ça va sans dire.

  1. Prosecco DOCG EXTRA BRUT “VECCHIE UVE”             0   Gr/litro
  2. Prosecco DOCG EXTRA BRUT                                           4   Gr/litro
  3. Prosecco DOCG COL FONDO                                            1   Gr/litro
  4. Prosecco DOCG DRY                                                           23 Gr/litro

Ci è sembrato molto azzeccato l’abbinamento del prosecco Extra Brut con il risotto al pecorino di fossa. Il riso stemperava il selvatico e il piccante del pecorino rendendolo compatibile col Prosecco. Bene l’abbinamento con i salumi, bene l’abbinamento con i secondi piatti (anche se meglio col pesce che con la carne) e ci sta anche il Dry con la Sbrisolona (anche se un dolce lievitato sarebbe stato la morte sua) mentre il pecorino tout court con il Prosecco Vecchie Uve non dialogava affatto lo prevaricava facendo la voce grossa. Due cose molto buone ma che parlano dialetti diversi: non si capiranno mai. 

Avanti così verso nuove ardite sfide di gusto.

By D.T. 

CHATEAU LYNCH BAGES 1993. GRAND CRU CLASSE’. A.Pauillac C.

Le jeux sont fait.

Nasce originariamente tra i Fifth Growth ossia i 18 (grandi) produttori del Medoc (con particolare attenzione al Pauillac) che Napoleone III incluse nella classifica del 1855, questo Chateau (allora denominato solo Lynch) si pregiava di essere riconosciuto come Cinquième Grand Cru Classée. Assemblaggio variabile da vendemmia a vendemmia , con una costante predominanza del Cabernet Sauvignon miscelato a Merlot, Cabernet Franc e piccole quote di Petit Verdot.

Il vino nel bicchiere appare ancora non completamente granata, ha corpo nel fluttuare sulle pareti del bicchiere, con una carica glicerica apparentemente importante. I profumi, nonostante una stappatura di oltre 4 ore, sono ancora sopiti e molto difficili da interpretare: svetta su tutti un peperone verde abbastanza invasivo e qualche spruzzata di cannella. E per tutto il pranzo è rimasto molto stabile, senza mai dare accenno di evoluzione: bisogna chiedere a Tito se il poco avanzato, e gelosamente custodito, si fosse modificato a fine giornata. La stessa cripticità riscontrata al naso era percepibile in bocca: nonostante i 26 anni l’acidità non ha perso nerbo, peraltro supportata da una decisa sapidità, che devo dire rappresenta il ricordo più caratterizzante del vino. Sottile la percezione sulle labbra e palato, sorprendendo le attese di un maggior corpo promesso dalla osservata viscosità. Persistenza sottotono che sfuma su note vegetali.

d.c.