Il ritorno dal Franco dopo il lockdown

Era stata il 13 Febbraio l’ultima cena corale dal Franco prima della pandemia. Ora il primo ritrovo si è tenuto l’8 ottobre. Otto lunghi e duri mesi sono trascorsi fra i due eventi organizzati entro “le mura” della Trattoria il Naviglio.

Un gruppetto di produttori emiliano romagnoli (al secolo Cesare Corazza, Jacopo Giovannini e il “giovin” Giovanni Paltrinieri) ha infranto il tabù, ha esorcizzato la paura.

Ci siamo ritrovati in amicizia (nel rispetto delle norme sul distanziamento)

Vale il commento alla serata che ha rilasciato Jacopo Giovannini ed al quale vorrei dare risalto “Era da tanto tempo che volevo tornare da queste parti, è successo con imbarazzo e con rispetto per tutto quello che è stato. Come sempre il vino ha unito le persone. Emilia e Romagna e Brescia sedute a tavola. Avere ancora dell’uva appesa aiuta a capire la materia, quella che si tocca e si può capire. Averla ritrovata nel vino è sempre il più bel ricordo! “

Non voglio dar giudizi sui vini, sui cibi e sull’abbinamento cibo-vino: è stato bello solo esserci nuovamente.

By D.T.

P.S.: Comunque s’è mangiato e bevuto molto bene.

*Si ringrazia l’Editore per la gentil concessione delle immagini.

VIVA VERDI!

Conosco Paolo Verdi ormai da una quindicina di anni e forse più (la prima volta che lo incontrai fu alla Rassegna dei Vini di Casteggio nei primi anni 2000) e sono stato per lungo periodo un assiduo frequentatore della sua azienda poiché il Riesling Italico pétillant era uno dei bianchi estivi  preferiti da mio papà.

Ora le vicende della vita ci hanno un po’ allontanato ma la tappa al Vinitaly al suo stand è un obbligo annuale (covid permettendo) e se lo trovo a qualche manifestazione, per così dire minore, non mi lascio sfuggire la sosta (si veda infatti questa mio cenno al Terre d’Italia).

L’azienda agricola Bruno Verdi è a conduzione famigliare. E’ così famigliare che, all’epoca, assieme a Paolo conobbi anche la mamma e la sorella sempre presenti in cantina a Vergomberra frazione di Canneto Pavese.

Come spiega la presentazione della serata a cura dell’AIS di Brescia, “le vigne sono ubicate nelle zone più vocate alla viticoltura in Oltrepò, esattamente nella porzione collina più impervia che si situa tra i torrenti Scuropasso e Versa, a monte della città di Broni. Paolo Verdi ci ha mostrato con chiare diapositive l’ubicazione della azienda vinicola e delle vigne in particolar modo delle vigne che danno il nome al Cavariola.

I vini prodotti sono ottenuti prevalentemente da uve autoctone (come da regola AIS tutte con la lettera minuscola) tra cui prevalentemente la croatina ma anche la barbera, l’ughetta di Canneto o vespolina, l’uva rara e il riesling renano e italico benché non manchino pinot nero e chardonnay e, udite udite anche, pinot meunier di cui verrà a breve prodotta una versione in purezza con metodo classico.

Riccardo Contessa è il relatore AIS della serata e pone sul “banco degli imputati” per essere giudicati visivamente, olfattivamente e gustativamente i seguenti vini prodotti da Paolo Verdi:

  • O.P. METODO CLASSICO D.O.C.G VERGOMBERRA EXTRA BRUT 2016 (pinot Nero, chardonnay e pinot meunier): Paolo Verdi nel presentarlo afferma che la permanenza sui lieviti è stata accorciata rispetto alle precedenti annate riducendola la 42 a 36 mesi. La sboccatura è recente e il vino si fa notare per la sua freschezza. E’ un extra-brut pas dosé. Al naso la nota agrumata la fa da padrona con una percezione lieve anche di mandarino, al palato è fruttato, secco, con un finale non molto lungo ma asprigno che invoglia a berne un altro bicchiere.
  • O.P. RIESLING D.O.C. VIGNA COSTA 2018 (riesling renano 100%): Al naso la nota evoluta di idrocarburo non copre la frutta matura ma vi si affianca. Al palato si percepisce l’estremo equilibrio. La polpa del frutto è ancora ben percepibile. E’ minerale e sapido. Persistente. Se l’uva viene trattata bene in vigna e rispettata in cantina i buoni risultati si percepiscono. A titolo di esempio, ci spiega Paolo che, durante la fase prefermentativa, viene praticata la stabulazione a freddo del mosto per integrare il processo di estrazione della frazione aromatica delle uve. Forse, in my opinion, per essere un 2018 presenta già delle note terziarie in anticipo, però c’è a chi piace.
  • O.P. BONARDA D.O.C. POSSESSIONE DI VERGOMBERA 2019 (croatina 100%): Un vino materico nel colore, nell’odore nel sapore. E’ rosso violaceo, tannico, polposo. L’olfatto è pulito tutto giocato su sentori primari di frutta rossa. Si beve la fragola, la mora, il gelso rosso. La frizzantezza è contenuta ma ben percepibile e accompagna il tannino nel detergere il palato. Il tasso zuccherino è quello naturale. Un vino gastronomico perché va bevuto nell’ottica dell’accompagnamento a del cibo grasso e a base di carne di maiale: del cotechino o del salame. Mi ha talmente convinto che ne ho comprata una cassa.
  • O.P. BUTTAFUOCO D.O.C. 2019 (croatina 60%, barbera 25%, uva rara e ughetta di Canneto per la restante parte): Per rendere compatibile la croatina con la barbera viene abbassato il grado di tannicità della croatina separando il mosto dalle bucce e dai vinaccioli. I lieviti utilizzati per la fermentazione sono quelli autoctoni. La solforosa è a livelli minimi: 30 mg/l! La barbera seriosa si innesta nella paciosità della croatina. E’ un vino… vinoso. Il sentore di ciliegia è ben percepibile. Saprà dare soddisfazioni anche negli anni a venire.
  • O.P. ROSSO RISERVA D.O.C. CAVARIOLA 2016 (croatina 50%, barbera 30%, ughetta di Canneto 10%, uva rara 10%): E’ il top di gamma e lo si percepisce subito anche per un lavoro di cantina più complesso. I terreni calcarei dell’appezzamento Cavariola danno quella marcia in più alle uve che più o meno rispettano la composizione del buttafuoco. Una viva crème de cassis inonda le sensazioni olfattive. La nota di vaniglia della barrique c’è ed amplia il bouquet. Al palato si percepiscono sensazioni coerenti con i profumi arricchiti da note di cacao e cioccolata al latte. E’ ancora allappante e succoso. L’annata recente non fa esprimere le note terziarie che si svilupperanno in futuro rendendo ancor più complesso e coinvolgente il sorso.

Un plauso va alle rinnovate etichette del Vigna Costa e del Cavariola (so che deve essere stata una scelta sofferta perché la cantina è tradizionalista ma, al giorno d’oggi, l’occhio vuole la sua parte).

Ora che Paolo Verdi è stato all’AIS di Brescia non potrò più chiedergli come declamava Giorgio Bracardi nei suoi spettacoli con Arbore e Boncompagni “perché non sei venuto? Tin!”

By D.T.

L’UGIVI A FRASCATI È IN PRESENZA

Il 26 di settembre in quel di Frascati, grazie all’iniziativa dell’Avv. Floriana Risuglia, dei soci di Roma e del Presidente Avv. Stefano Dindo, è stato organizzato l’incontro di studio dal titolo “Il mondo del vino dopo la pandemia da corona virus: aspetti gius-economici”. A conclusione del convegno si è poi tenuta l’Assemblea annuale dei soci.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza la disponibilità del Sig. Sindaco del Comune di Frascati, Avv. Roberto Mastrosanti, e del locale Consorzio tutela delle denominazioni vini Frascati, rappresentato dal Consigliere del Consorzio, l’enologo Lorenzo Costantini, che hanno messo a disposizione le grandi aule presso le Scuderie Aldobrandini in grado di consentire la celebrazione prima del convegno e poi dell’assemblea nel rispetto delle norme di sicurezza in materia di Covid-19.

Una fortuna, visto che ci eravamo lasciati a maggio con un “vinebinar” e visto che molte iniziative già calendarizzate sono state annullate causa pandemia.

Senza entrare nel merito delle questioni brillantemente trattate dai relatori, anche perché saranno presto disponibili sul sito internet della Unione dei Giuristi della Vite e del Vino, che invito per ciò a visitare, quello che preme mettere sotto la lente d’ingrandimento di questo blog è stato il piacevole intermezzo organizzato dal Consorzio di tutela dei Vini Frascati che si è tenuto fra i due momenti lavorativi.

Il sig. Oreste Molinari, imprenditore gastronomico, vignaiolo e consigliere del Consorzio ha fatto da Anfitrione con competenza e disponibilità.

Due brevi parole sul Consorzio che tutela i vini di Frascati. È attivo dal 1949 ed è ora presieduto dal Sig. Felice Gasperini. Quest’anno la Doc Frascati ha compiuto i 54 anni mentre la Docg ne ha compiuti 9. Una delle prime Doc d’Italia contestualmente all’Est!! Est!! Est!! di Montefiascone, prima ancora della Vernaccia di San Gimignano.

Il sig. Molinari ha voluto sottolineare la rinascita del Frascati quale vino che rappresenta una storia millenaria, un “terroir” unico, ricco e vitale.

In degustazione sono state portate tutte le versioni del Frascati dallo spumante, al fermo (sia secco sia dolce).

Per essere più precisi occorre fare due parole sul vino Frascati perché prende il nome non da un’uva ma da un luogo. Le uve utilizzate per la produzione del Frascati sono: la Malvasia del Lazio o Puntinata, la Malvasia di Candia, il Trebbiano Giallo, il Trebbiano Toscano, il Bombino Bianco e il Bellone.

Tre sono le denominazioni: Frascati DOC, Frascati Superire DOCG, Cannellino di Frascati DOCG.

I vini serviti sono stati i seguenti: Conte Zandotti Frascati DOC Brut 2018; Cantine San Marco Frascati DOC Brut 2018; Vitus Vini, Auranova, Frascati Doc 2018; De’ Notari Frascati Superiore DOCG 2018; Cantina Villa Franca Riserva Frascati Superiore DOCG 2018; Conte Zandotti Frascati Superiore DOCG 2018; Villa Simone, Villa dei Preti, Frascati Superiore DOCG, 2018; Minardi, Cannellino di Frascati DOCG, 2018; Poggio le Volpi, Cannellino di Frascati DOCG, 2018;

Ho potuto apprezzare una precisione realizzativa notevole nei Frascati assaggiati. Però non posso non tacere che alcuni mi sono piaciuti più di altri, in my opinion.

Ho ritenuto di particolare piacevolezza il Frascati Auranova 2018 prodotto da Vitus Vini con Malvasia Puntinata e Malvasia di Candia, per la facilità di beva che non va confusa con banalità. La freschezza, il titolo alcoolico non eccessivo lo rendono particolarmente adatto come vino da pasto quotidiano da abbinare ai piatti della tradizione romana. Un vino franco. Non è passata inosservata la nota vulcanica al naso che a mio avviso è stato il graffio che me l’ha fatto rimanere impresso e che mi ha descritto il territorio. Non da ultimo mi ha colpito il packaging: la scelta della bottiglia borgognotta l’ha contraddistinto fra tutte le altre bottiglie bordolesi. Etichetta senza fronzoli come il vino. Mi ha coinvolto, infine, la storia che sta dietro Vitus Vini: è una cooperativa in cui si sono uniti una quarantina di vignaioli tuscolani per valorizzare il Frascati ripartendo dalle sue origini.

Il Villa dei Preti, Frascati Superiore DOCG, 2018 di Villa Simone è invece più impegnativo (assemblaggio di Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia e Grechetto ) e assurge a vino che può competere con altri bianchi del centro Italia un nome non a caso il Verdicchio marchigiano. Floreale all’olfattazione e ricco al palato, sapido e strutturato finisce elegantemente agrumato cosa che lo rende abbinabile a piatti di pesce. Caldo per il tenore alcoolico di 13,5°. Persistente senza stufare. Ottimo equilibrio.

Infine, il Poggio le Volpi, Cannellino di Frascati da uve Malvasia di Candia, Malvasia del Lazio e Trebbiano. Ammalia per il colore dorato. All’olfatto presenta note di albicocca e frutti tropicali senza però cedere a facile zuccherosità. Mi è piaciuto perchè è dolce ma al contempo sapido. Ho voluto abbinarlo all’originale ricotta con la gelatina di vino servita come amuse-bouche. Bella accoppiata.

Questo momento associativo durante l’“annus horribilis” 2020 è stato come dicono i giovani “tanta roba”.

By D.T.

P.S. Un vivo ringraziamento al sig. Molinari che ha cortesemente risposto alle mie domande un po’ scomode, manifestando grande pazienza nei miei confronti.

VIGNE OLCRU – VINO, PROGETTUALITA’ E INNOVAZIONE

La partnership con 5 università perseguendo sperimentazione e ricerca. Un progetto di neuro-marketing con la possibilità di sottoporsi a una analisi emozionale grazie a una sofisticata “Poltrona sensoriale”. La collaborazione con scuole alberghiere e istituti agrari per offrire agli studenti l’opportunità di un percorso formativo dalla teoria alla pratica in cantina, grazie al progetto “Vinifichiamo insieme, dalla vigna al vino”. Una vera e propria accademia sul terroir e la possibilità di scoprire e conoscere centinaia di aromi del vino grazie alla presenza di una banca aromatica, creando il ricordo dei sentori da ritrovare poi nel bicchiere. Un piano di ecosostenibilità a 360°, che vede l’utilizzo di moderni strumenti per la riduzione e il riciclo delle emissioni di Co2, l’impiego di materiali ecocompatibili e la partecipazione al “Progetto Vino” che consente di salvaguardare uccelli in via d’estinzione preservando la biodiversità del territorio.  La presenza di stazioni meteo connesse fra loro che permette una gestione ridotta dei fitosanitari utilizzati solo all’occorrenza e non a calendari in modo preventivo. Siamo da Vigne Olcru, immersi tra i vigneti di Santa Maria della Versa nel cuore dell’Oltrepò Pavese. Grazie a un importante investimento della famiglia Brambilla nel 2013 viene inaugurata questa avveniristica e innovativa cantina volta alla valorizzazione del Pinot Nero. Ci troviamo infatti nell’area più estesa d’Italia – terza in Europa – per la coltivazione di questo nobile vitigno. Qui si vanta anche una lunga tradizione di spumantizzazione con Metodo Classico di cui si hanno tracce sin dal 1870. E così, il simbolo della cantina non poteva che essere la croce Benedettina, in ossequio ai monaci che coltivavano il Pinot Nero all’interno dei loro conventi e l’incisivo nome Olcru, un omaggio a zona e vitigno (“Ol” è riferito ad Oltrepò mentre la denominazione “cru” è una dedica al Pinot Nero). Passeggiamo nei 29 ettari vitati in cui troviamo oltre a 40 diversi cloni di Pinot Nero anche Chardonnay, Moscato, Croatina e Barbera poi ancora, in minor quantità, Uva Rara, Vespolina, Dolcetto, Nebbiolo e Moradella destinati all’assemblaggio del No’ singolare blend di casa Olcru. Interessante la parte di vigneto adiacente la cantina in cui possiamo vedere sul campo, a scopo didattico, le diverse forme di allevamento della vite. In zona anche i filari “intitolati” ad associazioni private e istituti scolastici per la produzione in loco, nell’area adibita ad accademia, del “proprio vino” che troveremo poi ad affinare nelle barrique sempre in “affitto”. Entriamo nell’imponente struttura, dotata di attrezzature all’avanguardia. Sulle pareti gli schemi esplicativi della costante mappatura dei vigneti, grazie al monitoraggio satellitare, così da poter valutare le curve di maturazione e di effettuare gestioni agronomiche in base alla vigoria delle piante, senza tralasciare lo studio del sughero e dei tappi da destinare alla presa di spuma del Metodo Classico. Ci immergiamo poi nella barricaia in cui non poteva mancare lo studio dei diversi legni utilizzati e dove è possibile ammirare la collezione di storici Jeroboam di Metodo Classico (dal 1985 al 1991). Saliamo nella parte alta della struttura dove troviamo un elegante e sofisticato wineshop che ospita una semipermanete di arte moderna. Ancora più su scopriamo la panoramica sala di degustazione, una maestosa terrazza sulla splendida cornice dei colli dell’Oltrepò. Insomma, una vera e propria fucina di stile, progetti e innovazione ma anche tanta sostanza: sono circa 200 mila le bottiglie prodotte all’anno. Assaggiamo allora qualche Pinot Nero, iniziando dalle bollicine Metodo Classico tutte rigorosamente nature e millesimate. Partiamo dal Virtus Pas Dosè 2016: 85% di Pinot Nero e 15% di Chardonnay che dopo 30 mesi sui lieviti si presenta paglierino intenso dal vigoroso perlage. Tanta polpa a cui non manca la croccantezza. Intrigante beva dal taglio attuale. Proseguiamo con il Victoria Pas Dosè 2016 elegante rosè 100% Pinot Nero, sempre affinato 30 mesi. Affascinante il rosa retrò di fine bollicina. Affilati effluvi di frutto rosso, fragoline di bosco e ribes, poi avvolgente pan brioches. Bella e decisa interpretazione. Avanti con il Verve Pas Dosè 2014 sempre Pinot in purezza ma vinificato in bianco. Occhieggiano riflessi dorati nell’intensa effervescenza. I 50 mesi sui lieviti portano in dote una coinvolgente complessità aromatica che esala sentori agrumati e note di miele su crosta di pane. Beva importante che merita il giusto accompagnamento culinario. Passiamo alle due versioni in rosso. Da prima l’Enigma Nero, affinato esclusivamente in acciaio che assaggiamo nella versione 2018. Interpretazione decisamente contemporanea, di tendenza (permettetemi di dire) “alto altesina”.  Lucente e vivace carminio, esprime note di sottobosco e ciliegia accompagnate da lieve speziatura. Sorso preciso di immediata freschezza aromatica. Chiudiamo con il Coppiere Nero annata 2017. Riposa 20 mesi in barrique di rovere francese. Nobile rosso rubino dal raffinato bouquet dove il ribes è inseguito da liquirizia e cacao in cui poi entrano balsamico, confettura di mirtilli e l’immancabile pepe nero. Sorso morbido e intenso dai garbati tannini. Di lunga e piacevole persistenza. In attesa di assaggiare il resto della produzione…..non ci resta che dire: “e W e W il Pinot Nero!!”

Un ringraziamento a Fabio Mondini referente commerciale di Olcru oltre che caro amico e a Massimiliano Brambilla galante padrone di casa, che ci hanno accompagnato nella visita di questa progettuale e innovativa cantina. Al prossimo bicchiere insieme!! (uno solo?…..)

R.R.

Bianchetto. Le Coste.

Ovvero “Un angolo di Francia rivoluzionaria sulle rive del lago di Bolsena”!

Beh… ammetto che questo biologico non è immediato, né tantomeno consigliato ad un palato impreparato, però, qui dentro, c’è tanta roba…

Il naso è di una complessità imbarazzante: l’approccio da tisana dalle mille erbe aromatiche ti stordisce. Sembrano all’inizio prevalere i sentori di camomilla, ma poi si scatena un potpourri di petali floreali e poi erbe aromatiche (quanto timo!) e poi ancora esplosioni floreali e vegetali, e con la temperatura una crescente percezione di salsedine. La sensazione di tisana (…) si trasferisce poi in bocca (e li temo che il neofita del biologico si possa perdere): il liquido è scorrevole, non si percepisce la componente acida, paradossalmente una sensazione di ruvidezza vegetale, che però non mi ardisco a definire tannino, e forti note salmastre. Non ha persistenza lunga, ma il vino è profondo, e ti racconta di luoghi lontani ed antichi, di semplicità agresti, di sole estivo e di rive…

Avvicinato ad una serie di antipasti di pesce, non è riuscito ad abbinarsi, ma ha poi trovato un connubio quasi esemplare con una pasta riccamente impreziosita da piccoli pesci di acqua dolce.

d.c.

Champagne Larnaudie-Hirault.

Me lo diceva l’Editore che avrei trovato soddisfazione dalla bevuta: e così è stato!
Piacione l’Extra Brut 2012…nonostante la dichiarata quota residuale di zuccheri, il vino, anche per una “ragionata” ossidazione, appare rotondo e di taglio classico, quasi antico, con una lussureggiante grassezza! Il numero di esemplari tirati hanno fatto della degustazione un evento esclusivo (ndr. 1260 bottiglie).

E se questo era classico, il Zéro Dosage invece cambia completamente canone ed appare modernissimo: non abbiamo le quote dell’assemblaggio, ma il vino è aggressivo, molto fresco. Tanto opulento il primo, quanto essenziale questo, misurato all’osso, ma non per questo non godibile, anzi appare di sicuro più facilmente abbinabile alla cucina contemporanea .

d.c.

Lupetti… @aisbrescia

<<Ma come?! Non conosci Alberto Lupetti?>>.
<<Francamente non lo conosco>> risposi io, alla domanda fattami da mio cugino, addicted dello Champagne.
<<E’ il maggior esperto di Champagne italiano. Quello della guida>> concluse lui.

Da quel dì, molto umilmente, ho cominciato a studiarlo ed a conoscerlo, diciamo così, per via telematica consultando il sito internet diretto dallo stesso Lupetti e guardando le sue dirette instagram, in periodo di lockdown.

Non potevo, quindi, farmi sfuggire l’opportunità di incontrarlo di persona presso la sede dell’AIS di Brescia dove il 18 settembre si è tenuta la degustazione dal titolo “Piccole Maison, grandi Champagne” con la partecipazione di Alberto Lupetti “in presenza” (come si usa dire adesso).

L’introduzione all’evento inviata dall’AIS di Brescia metteva subito in rilievo che i produttori di Champagne si dividono in due grandi categorie: le Grandes Marques (ad es. Billecart-Salmon, Canard-Duchêne, Lanson, Moët & Chandon etc.) e i Vigneron (cioè i piccoli produttori, noti anche come R.M., acronimo di “Récoltant Manipulant”).

Il relatore ci ha fatto conoscere tre sue “scoperte” fra i vignerons che hanno saputo raggiungere, al pari delle Grandi Maisons, piacevolezza gustativa e costanza qualitativa.

Un applauso ad Alberto Lupetti va fatto a prescindere perchè parlare davanti ad una sala gremita con la mascherina davanti alla bocca è di per se stesso uno sforzo ed un sacrificio in nome della Champagne come regione e dello Champagne come vino.

La premessa è stata ampia ed esaustiva propria di chi dà del tu alla materia. Si sono toccati i grandi temi dal riscaldamento globale che ha ridimensionato la pratica della “chaptalisation” (o zuccheraggio) alla merceologia dello Champagne cioè dove viene prodotto lo Champagne (a 150 km a sud est di Parigi in 34.000 ettari vitati, composizione dei terreni: vin de montagne e vin de rivière), come viene prodotto lo Champagne (qualità delle uve: Pinot Noir, Meunier, Chardonnay ed alcune autoctone residuali, la qualità, la resa e il prezzo delle uve. Quali sono le tecniche di coltivazione dello Champagne (ad esempio: la lotta al diserbo) e di vinificazione (ad esempio: la fermentazione malolattica, si o no?) e come viene commercializzato lo Champagne (costo della bottiglia al produttore ed al consumatore, le certificazioni, l’etichettatura).

Si è sottolineato anche che il consumatore predilige l’assemblage al millesimato perché il primo rispetto al secondo garantisce l’identità del prodotto nel tempo.

Non da ultimo è stata tratteggiata la personalità dei produttori, nell’ordine: Jean-Philippe Trousset (Vigneron Indépendant), Mathilde Bonnevie-Bocart ed Eric Taillet per rendere più vera e partecipata la degustazione.

Tutto questo ha creato un’attesa spasmodica all’assaggio.

I Vignerons presentati da Alberto Lupetti (coadiuvato da Vania Valentini e Manlio Giustiniani) sono stati: TROUSSET-GUILLEMART, ROCHET-BOCART ed ERIC TAILLET, come visivamente mostrato in calce al post.

Il primo si segnala per la freschezza, la pulizia e la piacevolezza per tutti i palati; il secondo (o meglio la seconda perché è una vigneronne) si segnala per l’energia del Pinot Noir in terra di Chardonnay; il terzo, invece, per la riscoperta e la valorizzazione del Pinot Meunier in purezza.

Gli Champagne in degustazione sono stati i seguenti:

Per la Maison TROUSSET-GUILLEMART:

  1. CREME BRUT – Premier Cru – (50% Pinot Noir; 31% Pinot Meunier, 19% Chardonnay): Definito Champagne gourmand per la sua estrema abbinabilità ai cibi e per l’ecletticità dei momenti di beva che vanno dall’aperitivo al pasto. Sprigiona sentori di frutto rosso, sorretto da bella freschezza e mineralità. Sostanzioso e sapido al palato. Mi ha colpito la grana fine delle bollicine ma soprattutto la loro fugacità al palato. Un classico.
  2. BRUT NATURE – Premier Cru – (50% Pinot Noir; 31% Pinot Meunier, 19% Chardonnay): Più esile del precedente, più da aperitivo e da plateau de coquillages e piatti di pesce, magari meno resistente all’evoluzione nel tempo ma di estrema immediata piacevolezza. Contemporaneo.
  3. MILLESIME 2014 – Premier Cru – (50% Pinot Noir, 50% Chardonnay): Il tempo passato lo vedi già dal colore e dalla scarsezza delle bollicine che se ne scappano al palato. La stoffa c’è ancora e difetti non se ne ravvedono. La longevità dei vini prodotti sta diventando un obbiettivo delle case vinicole ma anche di quelle farmaceutiche… dopo un po’ di tempo c’è bisogno di medicine.
  4. ROSÉ – Premier Cru- (56,5% Crème Brut, 35% Chardonnay, 8,5% Vin Rouge): E’ un rosé d’assemblage (con aggiunta di vino rosso) e non rosé de saignée (estrazione del colore attraverso il contatto del mosto con le bucce). Con uno Champagne di questa struttura si può ardire l’abbinamento anche a piatti di carne rossa per spingersi financo allo spiedo bresciano. La bolla in questo caso sgrassa e il frutto si accompagna alla carne arrostita. Multitasking.
  5. ANNA T. – Premier Cru- (100 % Chardonnay): E’ quello che mi è piaciuto di più per l’eleganza sia all’occhio (il giallo paglierino, la mousse bianca e il pérlage fine e persistente) sia al naso (floreale e agrumato) ed, infine, anche al palato (con una sapidità burrosa che “istiga” alla beva). E’ stato definito uno Chardonnay del Nord. C’est à moi!

Per la Maison ROCHET-BOCART:

  1. BLANC DE NOIRS – Premier Cru – (100 % Pinot Noir): Definito Pinot noir “con i tacchi a spillo” per la tesa acidità del pinot nero senza compromessi. Piccoli frutti rossi in bocca. Ancora giovane sprigiona la sua irruenza. Che carattere incisivo! Pare che rappresenti bene la vulcanica vigneronne Mathilde.

Per la Maison ERIC TAILLET:

  1. EXLUSIV’T (100% Meunier): E’ stata la sorpresa della serata perché ci si aspettava il Blanc de Blancs della Maison Rochet-Bocart ed, invece, Alberto Lupetti ha “changé le jeu“. Un (Pinot) Meunier di ineguagliabile personalità contro un “mare magnum” di Pinot Noir e Chardonnay. Al naso frutta nella quale si scorge anche il tipico mandarino e poi note di pasticceria e poi ancora sapida mineralità. Ricco e polposo al palato. Persistente e non stucchevole. Vorrei sottolineare anche una “carbonica” perfetta, né numerosa né scarsa e ben integrata. Chapeau!

E alla fine, come cantava Peppino di Capri, “Champagne per brindare a un incontro…” con Alberto Lupetti.

By D.T.

PASSIONE ALTO ADIGE – TENUTA UNTERHOFER

Dopo qualche giorno di quiete sulle alture dell’Alpe di Siusi, come farci mancare una giornata tra i dolci pendii della strada del vino del Lago di Caldaro? Siamo a fine agosto, le viti sono cariche d’uva, pronte per la vendemmia, che spettacolo! Puntiamo alla piccola Tenuta Unterhofer, scoperta durante l’ultima edizione del Mercato dei Vini di Piacenza nel novembre 2019, grazie al nostro D.T. che più volte ne ha elogiato le qualità. Ci accoglie Thomas fondatore nel 2006 della cantina di famiglia, dopo aver maturato oltre 15 anni di esperienza nel mondo del vino. La tenuta, letteralmente immersa nei filari, è stata oggetto nel 2020 di un’importante ristrutturazione che ha visto la nascita del wineshop, l’espansione dei locali sotterranei e l’adozione di una moderna domotica che consente la puntuale gestione di lavorazione e temperature. Gli investimenti tecnologici e il contributo innovativo del giovane Andreas, che porta avanti la passione del padre, proiettano la cantina a pieno titolo nel futuro della vinificazione. I terreni dedicati alla produzione, pari a un totale di circa 4,5 ettari, sono ubicati in parte nei pressi della tenuta e in parte sopra Bolzano. Le due zone hanno natura diversa: la prima, limitrofa al lago, presenta un terreno calcareo e argilloso mentre la seconda è di tipo sabbioso e ricco di porfido. Peculiarità diverse che riscontreremo poi nel bicchiere, a volte anche sapientemente intrecciate tra loro. La produzione, pari a circa 20 mila bottiglie l’anno, è prevalentemente focalizzata sui vini autoctoni ma troveremo anche un’interessante versione dell’internazionale merlot.

Che dite iniziamo l’assaggio? Ci accomodiamo sulla terrazza del nuovissimo e luminoso wineshop che ci regala un’impagabile vista a 360° sui vigneti, quale migliore location per calarci nella degustazione. Partiamo dallo Spalier pinot bianco in purezza, 80% della zona di Caldaro e il restante 20% proveniente dai terreni di Bolzano. Dai 7 ai 9 mesi in acciaio. Giallo paglierino di eccezionale, elegante trasparenza che ritroveremo anche negli altri bianchi di Unterhofer, tutti assaggiati dell’annata 2019. Naso incisivo e tagliente come questo vitigno sa regalare, una cascata di mela e limone (by D.T.). Sorso intrigante ed equilibrato. Passiamo allo Chardonnay, mix 50 e 50 delle due zone di produzione, da vitigni a pergola di 45-50 anni. Spiccato paglierino in cui già occhieggiano lievi sfumature dorate. Fresco di fiori di montagna, poi un cesto di frutta tropicale in cui affiorano il miele e sentori speziati dati dal passaggio in legno di rovere. Bocca piena di morbida e intensa sapidità. Ecco ora nel bicchiere il Mirum, sauvignon in purezza dai soli vitigni di Bolzano fermentato e affinato in acacia. Paglierino intenso, dall’affilatissimo bouquet aromatico che spazia dal lime all’ortica, dalla mela golden al tipico bosso. Eccitante aromaticità e persistenza infinita. E’ la volta del Kerner che stupisce per freschezza: kiwi e lime poi consistenza di albicocca e pesca matura. Proveniente da giovani viti del 2007 della proprietà di Bolzano. Eccezionale come aperitivo o dopo il pasto.  Non sorprende che questo vitigno ora si stia sempre più diffondendo nella zona. Un plauso ai coraggiosi come Thomas che perseverano. Avanti con l’ultimo bianco il Reitl l’unico blend di casa Unterhofer. 30% sauvignon, 60% chardonnay e una piccola percentuale di passito. Aumenta la densità nel bicchiere da cui si esalano sentori evoluti di frutta esotica: banana, ananas seguiti maracuja. Dice Thomas: “da provarsi con un buon sushi”. Condivido!! Cambio di bicchieri e via con i rossi. Leitn 2019 Lago di Caldaro classico Superiore: 100% schiava da vigneto a pergola sulla strada del vino di circa 40 anni.  Lampone, ciliegia e concentrato di Alto Adige. Beva meravigliosa. Saliamo di complessità con l’Artis 2018 St.Magdalener, miscela delle uve schiava più vecchie e un 5% di lagrein. Il 20% fa appassimento poi fermentazione in acciaio e se l’annata lo richiede affina per breve tempo in barrique. Anche qui sono i frutti di bosco e la ciliegia a farla da padrone ma già con tendenza alla confettura. Bella persistenza con toni di spezie dolci. Chiudiamo con il Ka&Ka 2017, decisamente fuori dal coro. Merlot proveniente da entrambe i terreni, appassito in cassette di legno e poi per 2 anni in barrique nuove. Rubino denso dai sentori di marasca e sottobosco inseguiti da note di pepe bianco e tabacco. In bocca morbida e densa polpa di lunghissima persistenza. Siamo giunti al termine. Tutti i vini sono accomunati da pulizia e ricerca dei profumi varietali. Il legno, quando utilizzato, è accuratamente dosato e assolutamente mai invasivo. Produzione di marcata identità, anche nella scelta dei tappi rigorosamente a vite per tutte le bottiglie. Questo mi aspettavo dai vini di Thomas, continuate così!!

R.R.

LE BOLLE DI ÈFESTO

PRODUTTORE: TERRAZZE DELL’ETNA

NOME DEL VINO: BRUT ROSÉ – 50 MESI

ANNATA: 2014

PAESE: ITALIA

REGIONE: SICILIA

AREA VITIVINICOLA: ETNA

TIPOLOGIA: METODO CLASSICO – BRUT

UVE: PINOT NERO 90%, NERELLO MASCALESE 10%

GRADO ALCOOLICO: 12,5%

NOTE PERSONALI: <<Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι>> così finivano le favole di Esopo tradotte ai tempi del Liceo. La frase significa “il racconto insegna che”,
rendendo in italiano il testo greco antico.

E dietro il Brut Rosé – 50 Mesi di Terrazze dell’Etna si può dire che c’è un racconto o meglio un mito.

In breve. Tra Èfesto, dio del fuoco, bruttarello e stortignaccolo, ed Afrodite, la dea della bellezza, fu un matrimonio un po’ forzato. Alla dea della bellezza, il pensiero di essere sposata con il bravissimo orafo ma brutto Èfesto non piaceva affatto. Afrodite, segretamente innamorata del “macho” Ares, dio della guerra, più volte tradì il marito che, stanco di essere cornuto e mazziato, lasciò l’Olimpo per nascondersi nelle viscere del Vulcano Etna a produrre i suoi gioielli. Al bando ogni riflessione morale, per quel che qui ci occupa.

E così dalla ricchezza del terroir dell’Etna esce questo piccolo gioiello dal color oro rosa con un eruzione di spuma e fitto perlage. Al naso è complesso. Il Pinot Nero e il terroir la fanno da padroni. Il ribes, la mela, la mandorla amara si affiancano a note iodate sottilmente fumé, che si ritrovano anche al palato quasi fosse un sottile fil rouge che unisce le due percezioni olfattiva e gustativa. In bocca è fragrante con una ben riconoscibile sensazione di crosta di pane. E’ fresco grazie ad una acidità equilibrata, amaricante e sapido con una nota fumé appunto… il tocco di Èfesto.

L’abbinamento perfetto è con le crudités de mer per le quali è diventato famoso il Ristorante Santo Gusto, che ringrazio per avermi fatto conoscere un po’ di vera Sicilia enogastronomica sul Lago di Garda.

By D.T.