Brut 2014. Cà del Gè. Oltrepo Pavese Docg.

Il Pinot nero sprigiona tutta la sua potenza in un colore giallo carico, degno di un vino originario di qualche parallelo più a sud. La bollicina è bella, fine anche se non esplosiva e diffusa nel bevante. Ti aspetti profumi maturi e mediterranei ed invece il naso è sorpreso da una tenue e fresca sensazione di mela anurca. La complessità non è sicuramente la caratteristica principale, ma l’eleganza è suadente. E quella freschezza dei profumi si traferisce parallelamente alla bocca che viene rapita da un discreto spessore ed un’acidità non estrema ma che guida e sorregge l’intera struttura. Uscita non lunga in termini di persistenza ma pulita e fruttata.

d.c.

Slow wine ventiventi

Sono stato onorato di fare parte della “legione” oltrepadana capeggiata da Andrea Picchioni all’ultima edizione di Slow Wine nella splendida cornice delle Terme Tettuccio. Per me il mondo Slow food – Slow wine è un ritorno alle origini del mio primo approccio se non metodico quanto meno serio al mondo della enogastronomia. Nel lontano 1995 fui iscritto all’allora Slow Food Arcigola da mio zio Aldo, oggi non più fra noi. Bando alle nostalgie. Passiamo alla simpatica combriccola che si è aggirata per quattro ore circa fra i banchi di assaggio. Il Fabio, il Davide e la Raffaella mi hanno condotto nel viaggio fra le cantine presenti in uno slalom continuo fra il folto pubblico. Non suoni arrogante la definizione “la più grande degustazione di vino dell’anno” perchè per dovizia e qualità Slow Wine 2020 rasenta veramente lo zenit. Una per tutte, la bottiglia che ha giustificato il viaggio: lo Zinfandel Sinfarosa 2017 di Felline. Siamo in Puglia nella zona del Salento tarantino. Al di là del colore del vino nel bicchiere e dei cosiddetti archetti che lo qualificano già di per sè vino del Sud,  è l’equilibrio tra frutto, speziatura, struttura e alcolicità che lo rende a mio giudizio veramente ammirevole. L’uso del nome internazionale del Primitivo di Manduria denota il respiro cosmopolita che la casa produttice ha voluto dare alla bottiglia, credo utilizzando il clone americano della “famiglia primitivo”. Bella l’etichetta segnale che il vino non è solo bello dentro ma anche fuori, come dicevano gli antichi abitanti della magna grecia “καλός και ἀγαθός”.  Da ultimo, è notevole il rapporto qualità/prezzo che di questi tempi è da tenersi in considerazione.

E che segua al ventiventi anche il ventiventuno!

By D.T.

P.s.: Perdonate la fotografia scattata, dopo una rilevante serie di assaggi, in uno stato di non piena lucidità.

IL VINSANTISSIMO CHE FA BENISSIMO!

La sorpresona al Val Tidone Wine Fest è stata trovare Barattieri, che è sempre un produttore piacentino ma con la Val Tidone non c’azzecca proprio. Le terre da cui provengono i vini di Barattieri son in Val di Nure, come più facilmente evincesi dall’etichetta dell’Albarola, qui sopra fotografata.

Preso quasi da una strana eccitazione alla vista dello stand della cantina, ho attaccato subito ad assaggiare i suoi vini. Di primo acchito il Sauvignon (in purezza) frizzante che è tutto piacevolezza e facilità di beva poi il Sauvignon fermo, chiamato La Berganzina, che ne costituisce la prosecuzione sostituendo la piacevolezza con la ricchezza del frutto e la rotondità (mi raccomando dimenticare nell’assaggio i Sauvignon friulani e altoatesini).

Il Gutturnio (barbera 60%, croatina 40%) frizzante è fruttato, tannico e secco chiama forte i piatti della tradizione e, se si vuole, lo snack piacentino che si chiama batarö. Equilibrio e pulizia sia olfattiva (zero puzze) sia gustativa (zero difetti) fanno pensare ad un corretto allevamento della vite e una lavorazione altrettanto accurata. La versione ferma ne esalta la Barbera e il finale ammandorlato. La Barbera chiamata La Berganzina è piacevolmente varietale.

Il momento di commozione  è arrivato con l’assaggio del Vin Santo Albarola, 2004 (quindic’anni!). Questo vino richiama solo sè stesso, è un vino che va annusato, assaporato, meditato, venerato. Complesso, ricco, balsamico e al momento stesso umile per lo spiccato sentore di fico secco e dattero, comuni frutti meditteranei. Sembrerebbe un pezzo di Sicilia trapiantato nella pianura padana. Dolce ma con finale secco.  Viscoso e ambrato alla vista, deve molto alla qualità della Malvasia, alla bravura del cantiniere ma in principalità alla “madre” la più antica d’Italia, pare risalga al 1823! I grappoli di Malvasia di Candia vengono fatti appassire su graticci di bambù e giunti alla giusta concetrazione degli zuccheri vengono spremuti. Il mosto viene posto nei caratelli dove incontra per 9 anni “la madre” e qui avviene il miracolo. Si apprezza nell’assaggio l’acidità conservata nel tempo. Si beve un vino ma anche un pezzo di storia.

Grazie ad Andrea Fontana de’ Il Gabbiano di Corte de’ Cortesi che me lo fece conoscere e che qui ho ritrovato.

By D.T.

BATARö E I SUOI FRATELLI

PRODUTTORE: AZIENDA AGRICOLA ALBERTINI CARLO PODERE CISELLO
NOME DEL VINO: GUTTURNIO D.O.C.
ANNATA: 2018
PAESE: ITALIA
REGIONE: EMILIA-ROMAGNA
AREA VITIVINICOLA: VAL TIDONE 
TIPOLOGIA: VINO ROSSO FRIZZANTE
UVE: BARBERA 60%; CROATINA 40%  
GRADO ALCOOLICO: 13%
NOTE PERSONALI: In occasione del Valtidone Wine Fest abbiamo partecipato all’ultima domenica di degustazioni a Pianello Val Tidone. Trattandosi di sagra con abbinamenti di prodotti locali ai vini pur essi locali, vengo a conoscenza della esistenza di questa particolarità culinaria che si chiama batarö, che gode del riconoscimento della de.co. L’etimo non riesco a intuirlo ma ciò che importa è che trattasi di una forma particolare di pane: un disco di pasta allungato che inserito nel forno da pizza si rigonfia. Terminata la cottura viene tagliato in senso orizzontale e riempito di salumi e/o formaggi. La morte sua è con pancetta e gorgonzola. Presso il Podere Cisello abbiamo assistito alla preparazione del batarö dalla pasta fino al prodotto finale. Come si può intuire, il batarö farcito ha bisogno di trovare un vino che sgrassi la sua untuosità e il Gutturnio prodotto dal sig. Carlo Albertini, titolare del Podere Cisello, è perfetto per semplicità dei sentori  primari ed immediati di frutta rossa. Al palato svolge una funzione “pulente” per la presenza di un tannino vivo e di bollicine fini. Un boccone e un sorso, un boccone e un sorso in un concatenarsi di sensazione croccanti del pane, morbide e grasse della pancetta col gorgonzola ed asprigne e futtate del vino. Un po’ come un Karatè Kid piacentino: “metti la cera, togli la cera”. Il vino si integra con l’alimento facendo parte di un tutt’uno contadino, semplice e coinvolgente.
By D.T.
Le fasi della preparazione del batarö

Garofoli Brut Riserva Millesimato 2012

Credo sia stata la mia prima bollicina. Ancor prima di un Ferrari o del Berlucchi che, trent’anni or sono, dominavano il panorama del brut metodo classico. Il ricordo va a mio nonno che attraversando l’Italia in lungo e in largo tornava sempre con qualche tipicità dei luoghi che visitava, è così che conobbi lo spumante Garofoli. Oggi il panorama produttivo di bollicine marchigiane si è notevolmente ampliato. Oltre al verdicchio la spumantizzazione si è diffusa a pecorino e passerina. In ogni caso Garofoli, nella zona dei Castelli di Jesi, rimane indubbiamente un punto di riferimento quale storico produttore del metodo classico e non solo.

Di recente ho riassaggiato il Brut Riserva Millesimato annata 2012 che mi ha colpito, anche per il rapporto qualità prezzo. Già bella e invitante la bottiglia. Il verdicchio in purezza, sui lieviti per 48 mesi, si presenta con un elegante paglierino di cristallina e cremosa effervescenza. Croccante al naso, con sentori di frutta matura poi mandorla e pistacchio su sottofondo di pasticceria. Morbida mousse al palato, fresca e sapida come si addice a una bollicina di classe. Beva elegante. Promosso a pieno titolo. A mio avviso valida alternativa alle spumantizzazioni nordiche … solo come eccezione si intente!!

R.R.

Extra Brut 2009. Monzio Compagnoni. Franciacorta

Avete presente una radio che suona musica a volume elevato? Ecco qui la radio pompa al massimo… il colore è carico; le bollicine “frizzano” indomite; i profumi di frutta gialla matura ed ananas sono molto intensi. Non manca la finezza, anzi lo stile è di grande eleganza, ma in realtà l’attenzione è distratta dallo stordimento dei sensi… colpiti dal volume… La stessa intensità che si ribadisce in bocca, dove l’ottimo equilibrio lascia affiorare alternativamente la durezza strong della componente acida e la morbidezza e la rotondità alcolica, che apparentemente riesce anche ad addolcire un frutto maturo che dolce non è! Insolito ma bello.

d.c

SREGOLATEZZA E GENIO

PRODUTTORE: ANDREA PICCHIONI
NOME DEL VINO: SOLELUNA
ANNATA: 2018
PAESE: ITALIA
REGIONE: LOMBARDIA
AREA VITIVINICOLA: OLTREPO’ PAVESE
TIPOLOGIA: VINO BIANCO VIVACE
UVE:  PINOT NERO 100%
GRADO ALCOOLICO: 12,5% 
NOTE PERSONALI: Lo so Andrea Picchioni è un produttore rossista ma il suo Soleluna fa eccezione. Pur provenendo da uve rosse, il pinot nero, è vinificato in bianco. Non gli dà particolare importanza, infatti, è difficile trovarlo nei suoi banchi d’assaggio istituzionali. Tuttavia, ho avuto riscontro positivo presso molti ristoranti dove viene proposto alla clientela. Nel mio orticello bresciano, “il Franco” della Trattatoria Il Naviglio dice che non fa a tempo ad acquistarlo che lo ha già finito. All’Osteria del Maistrì mi hanno ribadito che incontra il gusto della clientela. Ve ne saranno anche altri che non conosco sparsi sul territorio lombardo  che avranno un analogo riscontro.
Il “Picchio” lo tratta con nonchalance e un po’ lo bistratta ma quest’anno l’ha veramente centrato. Ne abbiamo fatto un assaggio da campione di vasca prima della presa di spuma e ora nella bottiglia abbiamo ritrovato la succosità e la polposità dell’uva del primo sorso. L’etichetta naïve è coerente con un prodotto che vuole essere semplice, alla portata di tutti. Non certo elegante ma gioviale. Nel mentre lo si versa, il colletto bianco di spuma, che richiama la bière blanche belga, incorona un bel color giallo paglierino scarico. Le bollicine sono gradevoli sia alla vista sia al palato. Al naso l’effervescenza sprigiona note fruttate. In bocca si assapora un misto di frutta bianca su cui spicca la mela. Il finale è secco e di giusta lunghezza. E’ un “jolly” sulla tavola: va bene sia di aperitivo, sia con salumi sia con piatti di pesce. C’è del genio in questa bottiglia. E’ stato molto apprezzato  per la sua freschezza anche da miei amici che non conoscono affatto l’Oltrepo’ e bevono prevaletemente Prosecco, abitando a Padova.
L’unico sprone è: diamo un po’ di regolarità a questo genio. Su, dai, crediamoci!
By D.T.

IL CONERO IN UN BICCHIERE – IL “RIGO 23”

L’ho incontrato nell’agosto del 2017 a Sirolo. Era una sera in cui imperava un forte temporale estivo. Ho dovuto combattere il freddo. E’ così che ho assaggiato per la prima volta il Rigo 23 Riserva di Fioretti Brera, ed è sempre così che ho ritrovato le profondità della DOCG Rosso Conero che da tanto, troppo tempo non bevevo.
Puntatina al mare di fine estate. Di passaggio nelle Marche siamo riusciti a concordare, all’ultimo momento, una visita alla cantina. Sono le 22 di un sabato sera quando arriviamo a Castelfidardo nella tenuta di famiglia dove ci accolgono i titolari Emanuela e Paolo. La cantina nasce nel 2008 dalla loro volontà di valorizzare i terreni di proprietà e dalla passione per il vino.
L’ora tarda non ci consente di ammirare i vigneti adagiati sulla collina di fronte a noi. Entriamo allora nella piccola cantina: 10 mila bottiglie è il totale annuo di tutta la produzione, rigorosamente biologica, realizzata su 3 ettari e mezzo di coltivazione.
Ci accomodiamo nella ospitale sala degustazione, iniziamo dall’ Alba rosato da montepulciano. Moderno ed efficace tappo a vetro che ritroveremo anche nei bianchi. Sentori floreali, beva morbida con chiusura di fragoline. Passiamo al Sankara blend di trebbiano e malvasia di candia in pari percentuale, 6 mesi in acciaio e una piccola parte in tonneau. Paglierino vivace esala sentori floreali con un sottofondo di pesca. Fresco e intenso, di grande sapidità aromatica. Veniamo ora all’ Arghilos sempre uvaggio di trebbiano e malvasia, riposa per un anno in giare di terracotta. Tendente al dorato, al naso aumenta la complessità aromatica in cui spiccano agrumi e frutta matura poi miele. Sorso succoso e consistente, si sente l’effetto del particolare affinamento. Esauriti i bianchi, passiamo al Fausti Rosso Conero new entry della produzione. Beviamo un 2016, il montepulciano ha riposato 12 mesi in legno di 3° e 4° passaggio. Luminoso il rosso rubino, al naso subito la viola poi ciliegie e amarene con un interessante pepe nero in sottofondo. Sorso caldo e appagante. Davvero piacevole.
Ed eccoci al Rigo 23, Conero DOCG Riserva prima etichetta prodotta e top di gamma della cantina. E’ con il supporto dell’Università di Ancona che nel 2008 vengono piantati i 23 filari ad alberello del montepulciano. Particolare la dislocazione che consente l’esposizione alla luce di tutte le barbatelle: 10 mila per ettaro. L’alta densità, porta la vite a ricercare dal terreno tutto il nutrimento possibile, come abbiamo visto per i grandi sauvignon blanc della Francia. Resa ovviamente bassissima, di elevata ed eccelsa qualità.
Raccolta e selezionata rigorosamente a mano, l’uva dopo la macerazione in acciaio si affina per oltre 12 mesi in barriques giovani di rovere francese, poi circa 10 mesi nelle 2000/3000 bottiglie prodotte all’anno. Le premesse ci sono tutte, già premio decanter al suo esordio nel 2014 con la prima annata in commercio 2011.
Ma è giunta l’ora di assaggiarlo.
Spicca dal calice l’intenso e compatto rubino dell’annata 2015. La sensazione al naso è profonda, complessa e affilata. Cestino di frutti di bosco poi confettura di mora e marasca in un finale leggermente speziato che lascia presumere un potenziale evolutivo enorme.
In bocca è deciso, pieno e avvolgente. I 14,5° sono ben supportati da un’equilibrata acidità e da un bel tannino mai invasivo. L’equilibrio non manca nonostante la giovane età, la persistenza è lunga e piacevolissima.
Il Rigo ha ampiamente appagato le aspettative germinate dai miei ricordi. Ne ho presa qualche bottiglia che prometto di fare invecchiare. Merita davvero di aspettare la piena espressione della maturazione!

Grazie ancora ad Emanuela e Paolo per averci aperto le porte nonostante la tarda ora, è stata una bellissima serata!

R.R.