Vigna Vescovi 2002. Zaccagnini. Marche Igt

Boh… non so cosa succeda quando entro nella mia piccola cantina e lì, tra qualche centinaia di bottiglie, qualcuna di essa ti chiama: dimorava da almeno 15 anni, ma il suo turno era solo questa sera, quando mi ha chiamato!

Il colore appare ancora di assoluta vividezza, pur cominciando ad assumere toni granati, segno di una maturità in arrivo. I profumi sono estremamente intensi, di estesa complessità ma anche complicati: la prugna disidratata, immediatamente percepibile, si fonde dopo pochi istanti a petali di rosa in appassimento, a farina di castagne, a sbuffi di tabacco biondo, ed a molto altro ancora che il mio naso non riesce a riconoscere. Lo spessore in bocca è minimo, ma di estrema eleganza: pur cedendo in punto di acidità, l’impressione generale è di grande equilibrio che invoglia la beva. E si recupera gioventù, perché, sempre in bocca, rimangono i sapori qui di una prugna fresca e croccante e di un ortaggio (peperone?) tagliato.

Sorprendente l’assemblaggio di uve scoperto (e tanto misteriosamente celato in etichetta): Montepulciano (60%) e Cabernet Sauvignon, con una probabile quota di Pinot nero.

d.c.

Vini La Fralluca – Toscana tra Maremma e mare

Ci volevo andare, ci volevo andare, ci volevo andare!
Era da Marzo, da quella bellissima zingarata con gli amici. Lì, davanti ad una succulenta bistecca avevo assaggiato il blend de La Fralluca. Mi aveva entusiasmato, per la sua tagliente genuinità fuori dal coro.
L’occasione viene da un fine settimana di inizio autunno in Toscana. Diretti a sud ci lasciamo alle spalle Bolgheri, i suoi cipressi e i suoi blasonati vitigni, addentrandoci nell’entroterra toscano in direzione dell’antico borgo di Suvereto. Tra boschi e corsi d’acqua giungiamo così sul crinale dove ha sede la cantina di recente costruzione, completamente interrata sotto i vitigni.
Ci accoglie calorosamente Luca la metà di “La Fralluca” completata da Francesca.
Dalla loro passione per il vino e dall’amore per la Toscana, trovato quest’angolo di paradiso, inizia nel 2005 la produzione con il supporto di Federico Curtaz.
La nostra visita non poteva che iniziare dai 10 ettari di produzione suddivisi in piccole vigne, circondate da cipressi e immerse in sconfinati panorami. Regna la pace tra i ventilati filari di Vermentino, Cabernet Franc, Sangiovese, Viognier, Syrah e Alicante posti a circa 120 metri di altitudine a 15 Km in linea d’aria dal mare.
Il terreno, di natura sassosa, minerale e calcarea, disegna a terra un alternarsi di mattonelle e lastroni intervallati da sassi. Richiede un impegnativo rimescolamento, ma sa restituire un raffinato corredo aromatico anche grazie all’alta densità (circa 7000 piante per ettaro) a bassa resa.
Iniziamo i nostri assaggi, i vini hanno tutti nomi epici dovuti alla passione di Luca per i Classici.
Occhieggia nel bicchiere il giallo paglierino del Filemone 2018, vermentino in purezza che fa solo acciaio. Al naso è affilato, rigoroso. Spicca l’elegante mineralità su toni agrumati e frutta bianca. Freschezza infinita, decisamente fuori dal coro. Così me lo aspettavo. Splendido! E pensare che alla prima annata i contadini della zona hanno consigliato a Luca di cambiare stile: qui il vermentino non si fa così!!! Chissà se ora avranno imparato a capirlo e ad amarlo.
Bando alle chiacchiere è ora di assaggiare l’Elice 2016, cru di vermentino affinato per 2 anni in bottiglia. Grande eleganza nei profumi. Espressione più morbida, evoluzione del frutto. Nuova linea, credo voluta per incontrare più facilmente i gusti del mercato.
Ma ecco che a sorpresa Luca sbicchiera un Filemone 2011, l’invecchiamento restituisce toni avvolgenti, alla frutta segue il balsamico. Di vibrante sapidità aromatica, senza compromessi. Lascia in bocca la voglia di bere, peccato non lo si possa più acquistare.
Eccoci all’ultimo bianco, Bauci 2016, viognier in purezza in parte elevato in tonneau. Si sente un pizzico di Francia nel bicchiere. Note floreali poi frutta a polpa bianca in cui spicca la pesca. Seguono toni di erbe aromatiche il tutto esaltato da verticale, avvolgente mineralità. Bella la grassezza in bocca.
E’ giunta l’ora del Fillide 2014 il cosiddetto rosso “base” che mi aveva affascinato. Sangiovese 60%, Syrah 20% e Alicante Bouschet 20%. Unico uvaggio della cantina, percentuali diverse rispetto all’etichetta personalizzata a suo tempo assaggiata, ma buon sangue non mente! E così riconosco la forza del frutto seguito da una equilibrata complessità. Ciliegia, mora e sottobosco seguiti da spezie e tabacco biondo. Piacevole e di facile beva senza mai perdere l’intensa, profonda identità.
Seguono poi il Ciparisso e il Pitis entrambi del millesimo 2014, massima espressione di autenticità varietale.
Il primo è un sangiovese DOCG in purezza, elevato 18 mesi in tonneau poi per due anni in bottiglia. Esprime limpida raffinatezza olfattiva: definiti frutti rossi seguiti da eleganti spezie. Il secondo, lo syrah, esplode sentori che dalla violetta si estendono ad accenni di grafite. Di morbida e intensa complessità su un tenore minerale di tutto rispetto. Merita, a mio avviso, ancora qualche anno di maturazione per esprimere al meglio il pieno potenziale aromatico.
Siamo giunti alla fine: affina in barrique (per il 30% di primo passaggio) il Toscana Cabernet Franc, punta di diamante della produzione. L’annata 2014 si presenta importante e profonda nel calice. Tagliente e schietta la materia succosa in cui si susseguono effluvi di frutti di bosco e ribes, poi balsamico e spezie. Carico e avvolgente in bocca sorretto da una piacevole freschezza. Persistenza infinita. Che bel finale!!
Che dire, avrei dovuto già capirlo al primo assaggio del blend che il gusto per il vino di Luca è molto affine al mio. Alla ricerca dei più elevati e taglienti toni varietali, espressione massima di terroir e vitigni senza scendere a compromessi. Avanti così!
Se vi capitasse di incontrare i vini de La Fralluca non esitate. L’assaggio merita, il rapporto qualità prezzo è ottimo. Assaggiate gente, assaggiate!!

R.R.

FALSTAFF E IL SUO SERVO

 

Si conclude all’Osteria del Frate l’apertura della stagione teatrale bresciana 2019/2020, dove alla fine dell’esibizione tutta la compagnia si è trasferita per rifocillarsi e festeggiare il gran lavoro messo in scena.

Falstaff e il suo Servo, al debutto in prima nazionale, è la pièce portata sul palco dal CTB in coproduzione col Teatro degli Incamminati e col Teatro Stabile d’Abruzzo.

E cosa più di due bottiglie di vino, l’uno bianco e l’altro rosso proposti durante la cena, può rendere materialmente la contrapposizione fra Sir John Falstaff, magistralmente intepretato da Franco Branciaroli, e il suo Servo, interpretato con consumata maestrìa da Massimo De Francovich? L’uno fresco, ciarliero, un po’ Candide, l’altro caldo, austero e razionale fino al cinismo, un po’ Tartufo.

Non vi svelerò la battuta finale perchè lo spettacolo è da vedere… e, se si vuole, anche da bere.

By D.T

Brut 2014. Cà del Gè. Oltrepo Pavese Docg.

Il Pinot nero sprigiona tutta la sua potenza in un colore giallo carico, degno di un vino originario di qualche parallelo più a sud. La bollicina è bella, fine anche se non esplosiva e diffusa nel bevante. Ti aspetti profumi maturi e mediterranei ed invece il naso è sorpreso da una tenue e fresca sensazione di mela annurca. La complessità non è sicuramente la caratteristica principale, ma l’eleganza è suadente. E quella freschezza dei profumi si traferisce parallelamente alla bocca che viene rapita da un discreto spessore ed un’acidità non estrema ma che guida e sorregge l’intera struttura. Uscita non lunga in termini di persistenza ma pulita e fruttata.

d.c.

Slow wine ventiventi

Sono stato onorato di fare parte della “legione” oltrepadana capeggiata da Andrea Picchioni all’ultima edizione di Slow Wine nella splendida cornice delle Terme Tettuccio. Per me il mondo Slow food – Slow wine è un ritorno alle origini del mio primo approccio se non metodico quanto meno serio al mondo della enogastronomia. Nel lontano 1995 fui iscritto all’allora Slow Food Arcigola da mio zio Aldo, oggi non più fra noi. Bando alle nostalgie. Passiamo alla simpatica combriccola che si è aggirata per quattro ore circa fra i banchi di assaggio. Il Fabio, il Davide e la Raffaella mi hanno condotto nel viaggio fra le cantine presenti in uno slalom continuo fra il folto pubblico. Non suoni arrogante la definizione “la più grande degustazione di vino dell’anno” perchè per dovizia e qualità Slow Wine 2020 rasenta veramente lo zenit. Una per tutte, la bottiglia che ha giustificato il viaggio: lo Zinfandel Sinfarosa 2017 di Felline. Siamo in Puglia nella zona del Salento tarantino. Al di là del colore del vino nel bicchiere e dei cosiddetti archetti che lo qualificano già di per sè vino del Sud,  è l’equilibrio tra frutto, speziatura, struttura e alcolicità che lo rende a mio giudizio veramente ammirevole. L’uso del nome internazionale del Primitivo di Manduria denota il respiro cosmopolita che la casa produttice ha voluto dare alla bottiglia, credo utilizzando il clone americano della “famiglia primitivo”. Bella l’etichetta segnale che il vino non è solo bello dentro ma anche fuori, come dicevano gli antichi abitanti della magna grecia “καλός και ἀγαθός”.  Da ultimo, è notevole il rapporto qualità/prezzo che di questi tempi è da tenersi in considerazione.

E che segua al ventiventi anche il ventiventuno!

By D.T.

P.s.: Perdonate la fotografia scattata, dopo una rilevante serie di assaggi, in uno stato di non piena lucidità.