L’IMPORTANZA DELL’ACRONIMO: B.I.B.

Vorrei articolare adeguatamente la parola in modo che il pensiero sia chiaro.

Il timore è che, nello scimmiottare l’usanza americana del linguaggio telematico, che deve sintetizzare a tutti i costi (pc, usb e chi più ne ha più ne metta), si perda il senso di ciò che si dice o scrive.

L’acronimo B-I-B sta per Bag–In–Box ovvero, traducendo dall’inglese, sacchetto nella scatola.

Cosa ha a che fare con il vino? Molto di più di quanto non sembri.

Il vino è una sostanza liquida che per essere consumata a tavola va in bottiglia (per tradizione nelle diverse declinazioni alsaziana, borgognotta, sciampagnotta, bordolese, e altri formati residuali) col tappo di sughero, al massimo di silicone o a vite od anche di vetro. In estrema ipotesi col tappo a corona per i vini frizzanti e/o rifermentati .

Passi per le versioni del vino da supermercato nel brik ma una sacca di tipo ospedaliero dentro un involucro di cartone no! E invece… è la modernità.

Malinconicamente risiedono nella mia cantina di casa tutti gli attrezzi che una volta servivano per infiascare il vino acquistato in damigiana.

La damigiana, i tappi, la trisìa per la pulizia delle bottiglie, che dopo stavano a sgocciolare su un trespolo tipo albero di Natale, la cannula che serviva a spillare il vino dalla damigiana per versarlo nelle singole bottiglie, la tappatrice sono strumenti ormai desueti.

Sono ancora lì a perenne ricordo di momenti vissuti con persone che non ci sono più.

Era una festa di famiglia imbottigliare o addirittura infiascare (… anche il fiasco oramai è caduto in disuso).

Che io ricordi imbottigliammo Tocai Friulano, si può scrivere perché allora era lecito chiamarlo così, Montecarlo di Lucca sia rosso sia bianco, Frascati, Sangiovese di Romagna e altri ancora. Oggi questo rituale che sta tutt’intorno al vino considerato come alimento quotidiano parte integrante del pasto non c’è più o meglio è cambiato. C’è molta meno partecipazione dell’acquirente nel mettere in tavola il vino.

Il vino sfuso ora trova questo nuovo contenitore appunto il Bag-in-Box.

Si spera che anche la qualità non ne risenta.

Il B.I.B. è facile da stabulare in frigorifero.

Il vino dura circa un mese dall’apertura della confezione perché l’ossidazione è limitata per l’assenza di luce e d’ossigeno all’interno della sacca opaca chiusa da una valvola di tenuta a farfalla.

Dovrebbe così essere garantito il mantenimento delle caratteristiche organolettiche del prodotto fino al totale svuotamento del contenitore.

Il basso tenore alcoolico (intorno agli 11-12°) e la freschezza del vino sono un ulteriore aspetto a favore di questa forma di packaging.

Durante il convegno dell’Ugivi a Frascati, è emerso dalla relazione dell’Avv. Chiara Menchini, responsabile dell’Ufficio Giuridico dell’Unione Italiana Vini, che la domanda di vini frizzanti e di vini in Bag-in-Box durante il periodo del primo lockdown 2020 è stata in controtendenza positiva rispetto alla contrazione delle altre tipologie di vino.

La vendita dei Bag-in-Box è stata facilitata dalla convenienza, in un momento non particolarmente brillante dal punto di vista economico, e dalla praticità di consumo sia sul mercato interno sia, soprattutto, sui mercati stranieri quali il Canada, la Svizzera, l’UK e i Paesi Scandinavi.

Devo dire che in alcuni comportamenti mi sto uniformando ai Paesi Nordici almeno come calmiere quotidiano del vino da pasto in alcuni momenti dell’anno, specificatamente l’estate.

Penso che riempire il vecchio contenitore da mezzo litro da osteria (la fojetta come la chiamano a Roma e dintorni) e porlo sul tavolo dà una parvenza rustica alla mensa quotidiana.

Ho provato il vino in bag-in-box di alcuni produttori di cui mi fido: Cascina Belmonte e Lazzari, per rimanere in terra bresciana, Cadibon per il Friuli e il mio giudizio su quelli bevuti è che “se lassano beve”.

By D.T.

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SAN CRISTOFORO – FRANCIACORTA BRUT N/D

In queste uggiose settimane un ricordo di una giornata pre serrata. Domenica mattina, passeggiata tra le vie del centro di Parma. Tappa d’obbligo l’aperitivo al Tabarro dove, seduti all’aperto intorno alle botti, ci godiamo il tepore del sole autunnale. Tra le sempre interessanti proposte alla mescita ci balza all’occhio un San Cristoforo Franciacorta, niente meglio di una bollicina metodo classico per stimolare l’appetito. Ci intriga subito la complessità che spicca dal calice. Conoscenza da approfondire: non basta certo un bicchiere, dobbiamo assolutamente riassaggiarlo. Così ci accomodiamo all’interno del locale in un intimo e confortevole (insomma di questi tempi isolato) angolino. Ordiniamo un tagliere di speck del mitico Pretzhof e un Parma 42 mesi al coltello, recuperiamo la bottiglia e via!! L’etichetta avvalora la struttura percepita: tiraggio 2015 sboccato nel 2020!! Diego, appassionato proprietario del Tabarro, ci conferma che la bottiglia in degustazione è una versione insolita dell’N/D di casa San Cristoforo normalmente sui lieviti per 30 mesi. Il maltempo abbattutosi sul raccolto delle stagioni 2016/2017 ha persuaso a rinunciare alla riserva di famiglia che porta il nome di Celeste, la figlia del produttore a cui è dedicata. Questo ha permesso di, “sbloccare” le Riserve 2013 e 2014
destinate a divenire per l’appunto il vino denominato Celeste. Il produttore ha così concesso soltanto ad alcuni selezionatissimi clienti e
amici il privilegio di godere praticamente di una “Riserva” sotto mentite spoglie. Presumo che anche in questa versione ci si trovi davanti a un 100% Chardonnay. L’intenso giallo dai dorati riflessi lascia presumere la complessità dei sentori che da mela verde e pera williams evolve a miele e a croccanti note di panificazione. Sorso fresco e invitante accompagnato da intensa sapidità, la giusta grinta che ti aspetti da un non dosato. Grazie ai ragazzi del Tabarro per il bel pomeriggio poi, neanche a dirlo, proseguito con altri interessanti assaggi.

R.R.