L’arte dell’ossidazione

Dopo una serie di incontri non propriamente piacevoli (alcuni dei quali racconterò in seguito) dovevo rinfrancarmi con il mondo, ed in tema di ossidazione mi sono tuffato nella “ruggine” aprendo uno straordinario Madera antico. Il Sercial old reserve Barbeito 10 years old dimorava nella mia cambusa da oltre un ventennio (cioè da quando per una settimana intera mi sono esclusivamente nutrito di liquidi relegato in un esilio paradisiaco sull’isola atlantica). Dal momento che questo blog (come già abbiamo detto) confidenziale non ha alcuna intenzione di essere una didascalica lezione da professorino, se qualcuno dei venticinque lettori è curioso di conoscere il metodo di produzione del Madera, se lo vada a studiare per conto proprio. Posso solo consigliare lui di abbinare alla lettura una fredda bottiglia di Sercial… vedremo poi se farà ancora quella faccia quando sentirà il termine “ossidazione”. Signori… il paradiso. Nei profumi di quel bicchiere puoi trovare di tutto: finezza da fioretto, intensità da pugile. L’uva passa vira al fico, cacao, tabacco (biondo). Una profondità da fossa delle Marianne. E poi perdendo un po’ di temperatura l’uva diventa spina e l’acidità ti avvolge l’olfatto. No… non sono ancora ubriaco! Ma le sensazioni si fondono confondendo i sensi. In bocca tagliente, misurato come un bisturi, infinito in persistenza. E tornano note agrumate imbevute di cioccolato amaro. Ma cosa fate ancora lì? Fra poco la bottiglia è finita.

d.c.



La felicità in un bicchiere ed in una bottiglia quasi finita… da solo!


Ai fondi del caffè preferisco la lettura di questi…

La curiosità a volte ha un costo…

Oro oro oro, Vino Spumante.Azienda vitivinicola Daniele Ponzini, Vicobarone (PC).

Bottiglia il cui studio estetico rivela la volontà di attrarre consumatori: poco tradizionale, molto di effetto, ma assolutamente priva di informazioni (peraltro non recuperabili neanche sul web). Il contenuto è sicuramente di colore dorato, ma tutto il resto è abbandonato alla maestria/fantasia dell’avventizio degustator bevitore. Tappo a fungo, anonimo. Olfatto che fa trasparire una consistente ossidazione che affossa una base aromatica di fiori gialli, camomilla e note fruttate dolci, ma anche qualche “puzzetta” di troppo (se dovessimo giocarci il vitigno, punterei la posta su una Malvasia, sottoposta ad una surmaturazione ). In bocca l’acidità si fa anche viva, ma il supporto carbonico del processo di spumantizzazione (credo, anzi potrei giurare in autoclave) però è insufficiente a dare struttura. L’aromaticità del vitigno ritorna cosparsa di sgradevole nota brûlé… dimentichiamo!

d.c.

P.s.

Mi viene voglia di invocare il grande Maestro e ricordarmi che la vita è troppo breve per mangiare e bere male…


Come siamo diventati sofisticati…

Ma quanto tempo era che non aprivo un rosso della mia terra? Ossia un vino della denominazione Curtefranca, già denominata Terre di Franciacorta, già… Ma quanti sono i produttori che insistono su questa denominazione? Si sa di nobili produttori di bollicine che si pregiano di alcune etichette di Curtefranca rosso e bianco a prezzi borgognoni. Ma mi incuriosisce sapere se il “tipico” taglio bordolese bresciano ha ancora un mercato significativo fuori dai confini locali.

La Montina Curtefranca Rosso dei Dossi 2012, 12% vol. di alcool. Da uve Cabernet (le indicazioni dell’etichetta non aiutano a rilevarne la tipologia, credo però il più morbido sauvignon) e Merlot. 8 mesi di affinamento in barrique ed 1 anno di bottiglia prima di essere messo in commercio. Vino semplice e facile, di gran frutto rosso all’olfatto, piacevole seppur non intensissimo. Fresco e brillante nel cavo orale, con una bella acidità che aiuta la pulizia dello stesso, pur se abbinato ad un piatto ricco dì grassezza come i tipici salumi bresciani. Ma la caratteristica più rilevante è la vivacità, anzi la giovinezza di un vino che invece comincia ad avere già 4 autunni alle spalle. Bottiglia di assoluta economicità: 13 eur in ristorazione (meno di 7 su vendite on-line). Ma perché ci siamo dimenticati dei nostri rossi?

d.c.

Il dettaglio dell’etichetta.


La retroetichetta un po’ troppo sintetica.


La vividezza di un rosso rubino da paradigma nonostante i 4 autunni.

Poco a poco, passo passo si va da Barbara

Il titolo trae ispirazione dalla canzone Rio de Janeiro  di Marcella Bella per raccontare di una piacevole giornata trascorsa a Riccione al ristorante Sol y Mar di Barbara e Teo.sol-y-mar-interno-ristorante

Si entra in clima festoso nel locale in stil provenzal-romagnolo. Il color bianco dell’interno mitiga il cielo plumbeo della domenica uggiosa.

Si festeggiava il compleanno di P.A. cui spetta l’indiscutibile merito della scelta del consolidato menù “vent’anni prima” e molto altro.

Il menù era così composto:  amuse-bouche di tonno scottato e, a seguire, purée di patate con olive taggiasche; Antipasto: Gamberi alla Greca; Primo: Spaghetti alle vongole; Secondi: Spiedone grigliato e fritto misto. Dolci Semifreddo al caffè e Su e Giù per l’Equatore.

Piatti solidi e senza fronzoli rispettosi della materia prima: il pesce, un pizzico di fantasia, invece, nel dolce finale.

Tutti i pani sono fatti in casa.

Compito non improbo è stato scegliere da bere (senza alcuna snobistica ambizione di degustare) per i commensali per la elevata qualità e non banalità della carta dei vini: abbiamo spaziato nell’area nord italia stappando bottiglie che rasentano la perfezione.

Dal Trentino: Abate Nero Brut chardonnay-1per l’amuse-bouche e l’antipasto – 100% Chardonnay, fresco, fine, piacevolmente libero da affinamenti in legno e particolari permanenze sui lieviti, fiori bianchi al naso, al palato minerale, secco. Ah, come va giù bene.

Dall’Alto Adige: Falkenstein Riesling riesling col primo di spaghetti con le vongole – Un Riesling paradigmatico, di levatura internazionale, tra i miei vini preferiti. All’occhio giallo paglierino con riflessi verdognoli, al naso un’esplosione di fiori vago sentore di idrocarburo, al gusto menta, a e persistente… ci devi mangiare sopra per cancellarlo dal palato.

 

Dal Friuli Venezia Giulia: Venica & Venica Sauvignon Ronco delle Mele . sauvignonUna delle colonne della mia esperienza da “eno-mane”, all’occhio giallo paglierino con riflessi dorati,  al naso: pesca bianca, salvia, litchi,  al palato pieno, sapido e verticale.  Perfetto nell’abbinamento con i secondi.

Dall’Emilia Romagna: albanaQuesto è stato bevuto a sè stante dopo il dolce. Fattoria Zerbina Scaccomatto. Albana passita stupenda. La muffa sa essere veramente… nobile. Color giallo dorato, Evidente complessità dei sentori che vanno dalla pesca alla albicocca disidratata per finire alla nota di zafferano al palato. Interminabile.  Alla faccia del Sauternes.

E come dice Marcella Bella alla fine “Riccione ricorda un sogno leggero… Rio de Janeiro, vero”.

By D.T.

 

E ora qualcosa di completamente diverso

Non so quanti hanno mai sentito parlare del vitigno Feteasca Alba.

Credo pochi qui da noi ma pare che in Romania e Moldavia sia molto diffuso e utilizzato soprattutto per spumanti e vini dolci.

Ho avuto la fortuna di assaggiarne, invece, una versione ferma e secca della cantina Vinaria din Vale annata 2015 di cui allego le fotografie in calce.

Il packaging è curato e accattivante. Il tappo in sughero pare di qualità, anche se avrei preferito per un mercato emergente, lo stelvin. Non è un rimprovero ma uno sprone a sperimentare nuove tecnologie. Si vede che in Moldavia non rinunciano ancora al rito della stappatura.

Il profumo mi ha sorpreso. Al naso un bouquet di fiori, al palato frutti bianchi e sentori di menta non molto ampio ma abbastanza equilibrato. Il finale presenta una acidità citrina un po’ troppo elevata forse dovuta al fatto che è ancora molto giovane. Complessivamente un prodotto interessante, soprattutto da pesce e formaggi non stagionati per un abbinamento tutt’altro che banale.

Certo riuscire a vendere questo vino, anche se di qualità, in Italia è come vendere ghiaccio agli eschimesi, però, in generale, il vino moldavo potrebbe ricavarsi delle nicchie se inserito al giusto prezzo.

La conoscenza dei vini provenienti dall’Est Europa è da approfondire, anche perché ad esempio l’Ungheria rappresenta una realtà ormai consolidata con in testa il famoso Tokaj, qui non voglio innescare la nota polemica, e pare poi che la Moldavia sia una potenza vinicola di livello mondale per quantità di ettolitri prodotti.

Viste queste premesse, nulla vieta una missione in terra moldava alla festa del vino che si tiene in ottobre nella capitale.

By D.T.

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Rebo, vino da invecchiamento

Qualche anno fa dedicai un po’ di attenzione ai vini nati dal misterioso vitigno Rebo, incrocio tra Merlot e Teroldego creato nel dopoguerra nella straordinaria “scuola” di San Michele all’ Adige dagli studi di Rebo Rigotti. Più facilmente rintracciabile in Trentino, sperimentato presso le cantine del Benaco bresciano alla fine dei primi lustri del nuovo millennio. Risale ad allora la mia raccolta e le mie bevute…

Così come risale al 2008 la vendemmia dello splendido Rebo stappato oggi. Ancora IGT del Benaco bresciano, Singia (che a mia memoria topografica è indicazione della vigna), Cascina Belmonte in Muscoline, località Moniga del Bosco (siamo ancora nella valle del Chiese, la vista del lago è inibita pur essendo a poche centinaia di metri dalla sommità della collina morenica).  Generoso il volume alcolico (14,5%). Sorprendente la vivacità e la vitalità del vino nel nostro bicchiere. Di un bel rubino intenso, impenetrabile. Mi sarei aspettato pennellate granate se non aranciate, qui introvabili. Naso intenso e delicato, giocato su note nette di mirtillo e di polveroso cacao, ma su uno sfondo decisamente “smaltato”.  In bocca meno intenso che all’olfatto, ma la tenuta di un’acidità ferrea bilancia la componente alcolica mai invasiva.  Delizioso il ritorno cioccolatoso, che sostiene la persistenza a livelli da record di durata.

Chi l’avrebbe mai detto di una tenuta del tempo tanto granitica, mantenendo il prodotto non solo integro, ma probabilmente non ancora al culmine della propria evoluzione (tranquilli compari… ne ho ancora un esemplare in cantina!). Avvicinato in abbinamento al primo spiedo dell’anno, ne è uscito come regale e perfetto compagno.

d.c.


Analisi di un tappo perfetto.


Il dettaglio di un’etichetta a mio giudizio bellissima (ed oramai abbandonata esaminate le ultime release).


I dettagli in controetichetta.


L’intensità di colore.

BOLLE SPAZIALI

Dopo una serie di tentativi non andati a buon fine, finalmente siamo riusciti a partecipare ad una delle serate organizzate presso il ristorante Prato Gaio di Montecalvo Versiggia (PV) dal caleidoscopico quartetto Francesco Beghi, maître à penser enogastronomico, Matteo Berté, enologo, Giorgio Liberti, patron del Prato Gaio e Roger Marchi, front man del gruppo.

Unisce questi simpatici signori la volontà di valorizzare il territorio oltrepadano dal punto di vista enogastronomico tant’è che hanno dato vita al progetto Oltre la storia. Scopo del progetto è quello di degustare di vecchie annate di vini dell’Oltrepò pavese affiancati da piatti della tradizione oltrepadana in modo da esaltare per contrapposizione o concordanza il vino scelto.

La cantina protagonista della cena del 7 ottobre è stata Monsupello di Torricella Verzate con i suoi Brut “Blancs de noir”. Al pubblico e al sottoscritto nota per gli spumanti metodo classico ma che in realtà presenta una produzione di vini vastissima. Ci si trova di tutto: bianchi, rosati, rossi, fermi, mossi, secchi, dolci, vitigni autoctoni ed internazionali: un vero spasso per gli amanti del vino.

L’Azienda ha visto nel fondatore Carlo Boatti la persona che ha “tracciato il solco”.

La linea che doveva essere seguita, non a parole ma nei fatti era quella dell’assoluta sostanziale qualità. Basta l’acronimo VSQ (vino spumante di qualità) perché il consumatore sia avvertito che ciò che viene prodotto è qualitativamente al top, ponendo in secondo piano l’elemento dell’indicazione geografica garantita da cui deriva (DOCG). In soldoni il marchio Monsupello è sinonimo di qualità, al di là della gerarchia dei segni distintivi.

Nel corso della serata il figlio Pierangelo, scevro da campanilistici apprezzamenti, ha affermato che beve Champagne perché vuole confrontarsi con i migliori per emularli.

Di questo obiettivo gli danno conferma i prestigiosi premi ripetutamente ottenuti, anche grazie ad una equipe di primo livello che vede nel pacato enologo Marco Bertelegni l’elemento di punta (inserimento del Monsupello Nature fra i 25 vini Platinum del Merano Wine Festival, il Tre bicchieri 2017 della Guida del Gambero Rosso per il Brut  e molti altri che non sto qui ad elencare per non scadere nell’adulazione).

Ma torniamo al racconto della serata.

Verso le ore 21.00, Roger Marchi presenta la cantina Monsupello, padroneggiando con consumata esperienza  il microfono e il campanellino che, al temine del prologo, dà inizio alle danze.

Viene servito l’antipasto costituito da una insalatina tiepida con baccalà su un letto di patate, ceci e anelli di porro fritto il tutto 2011legato dall’olio al ginepro. Accompagna la pietanza il Monsupello Brut Millesimato 2011 VSQ giallo paglierino note di miele e pesca bianca, persistente con notevole spalla acida. Abbinamento Azzeccato.

Di seguito, i farsulé (frittelle) di robiola di capra con salsa di pere si fondono ed esaltano con il Monsupello Brut Millesimato 2008 VSQ. Il piatto per nulla unto viene sgrassato dalle raffinate bollicine. Il vino di color giallo oro, perlage fine, al naso frutto al palato sapido e secco. Un vino verticale. Abbinamento molto azzeccato.

Successivamente, il primo piatto costituito da Tortelli di zucca amaretti e mostarda di Voghera con funghi. Abbinamento Monsupello Classese Brut millesimato 2006. Al naso nota di idrocarburo affiancata a nota balsamica con bollicina sottile. Ottimi entrambi il primo per la pasta fine e il ripieno misuratamente dolce, il secondo per la finezza e persistenza. Belli e buoni ma separati in casa dal fungo.

Come seconda portata, Faraona disossata con ripieno tradizionale della Valle Versa e Monsupello Classese Brut Millesimato 2004 definito dal Francesco Beghi “paradigma dell’Oltrepò“, piacevole vena ramata, bollicina evanescente. Un vino elegante. Buono l’accostamento alla carne bianca.

Dulcis in fundo, zuppetta di cachi con cioccolata amara e gelato alla cannella. Setosa la zuppetta grazie a cachi dolci privi di note astringenti aromatizzata dal gelato alla cannella e con la nota amara della cioccolata. C’è qualcosa di nuovo oggi nel dolce, anzi d’antico. A mio avviso nella tradizione delle pesche ripiene con cioccolata. Dolce ma non troppo, raffinato ma nel contempo semplice.

E a questo punto compaiono le promesse “pepite”: Monsupello Nature 2002 Riserva Carlo Boatti che non ho volutamente abbinato al dolce ritenendolo un vino da meditazione, come per altro suggeriva il menù stesso. Va gustato da solo.  Bollicina finissima e spuma leggerissima. Color oro tendente al ramato, al naso erbe officinali, sapido e persistente. Chapeau!

Applausi finali per la famiglia Boatti, per tutto lo staff del Ristorante Prato Gaio, in particolare per la cuoca, “che bella parola“, Daniela Calvi.

By D.T.

Ecco le bolle spaziali:

                      2011         2008                                    2006 2002

Colli, e sempre Colli, e fortissimamente Colli. II

Continua il mio studio piacentino sulla cantina Luretta: già avevamo analizzato un rosato di difficile connotazione ma di sicuro interesse e pregio.  Oggi invece percorriamo vie più conosciute e raffrontabili a prodotti similari sul terreno italico: Principessa Pas Dosè 2011. Da uve chardonnay e pinot noir, riposa 36 mesi sui lieviti, per un carattere indomito. Giallo dorato all’analisi visiva, perlage di piacevole finezza, la stessa finezza che si percepisce all’olfatto, blandendo la degustazione con delicatezza, quasi in punta di piedi. Cremoso, con frutta a polpa gialla ed agrumi, con un fondo di pasticceria. Pari note in bocca, dove imperia però una freschezza esemplare che doma e conduce la pur consistente dotazione alcolica (13,5% vol.). Eleganza nella retrolfattazione, nessuna nota amarognola, ma una persistente nota agrumata, lunghissima e piacevolissima. Da ricordare… “xxx”.

d.c.

La retroetichetta.


60 mesi e non sentirli… o perlomeno vederli! Colori di straordinaria vividezza.

90 punti? 

Ricordo quando il grandissimo sommelier e degustatore Luca Gardini assegnò al Valpolicella superiore 2011 di Roccolo Grassi il punteggio ricordato nel titolo.  Ieri ho avuto la fortuna di incontrare il 2012. Che grande vino! Naso intenso, una vera sferzata, con un complesso ventaglio di fiori e frutti rossi, accompagnagnati ai percettori da una colonna alcolica…alla vista la rossosità rubina è prova di una stabile giovinezza! In bocca l’entrata è potente e rotonda: la forza alcolica (14,5%) è anche qui veicolo non solo di calore ma di un frutto dolce e  scuro croccante che rimane di persistenza infinita. La giovinezza è ricordata da una freschezza che sorregge tutta la struttura e da una distinta nota di vinosità, nonostante i 4 autunni. Nessuna nota terziaria percepibile. Per i 90 punti… Non so! Ma di sicuro rimane la voglia di reincontrare questo 2012 fra qualche anno per goderne l’attesa evoluzione. Costo? Inferiore ai 20 euro.

Az. agricola Roccolo Grassi, Mezzane di Sotto (Vr).

d.c.