Extra Brut Paul Lebrun

Serata di luglio, caldo afoso. Urge qualcosa di rinfrescante che abbia facoltà di sollevare il morale.
E allora Champo! Consigliato dal mio pusher opto per l’Extra Brut di Paul Lebrun di Cramant, villaggio “Grand Cru” della Côte des Blancs.
La maison è consacrata allo chardonnay che nel taglio extra brut é per l’80% proveniente da Cramant e per il restante 20% da Sézzane.
Blanc de blancs, circa tre anni sur lie. Abbondano i riflessi dorati nell’elegante giallo puntellato dagli spilli del fine perlage. Invoglia all’assaggio….
E allora mambo! Al naso la fragranza è immediata: agrumi e frutti canditi poi croissant al burro, note di caramello e accenni di miele. Al palato morbida mousse dal buon equilibrio aromatico non eccessivamente secco se consideriamo il basso dosaggio (circa 4 gr/litro). Ne berrei una cassa, rinfresca e allieta!
Ottima scoperta dal buon rapporto qualità prezzo.
Massimiliano grazie per il consiglio!

R.R.

Dosaggio zero Riserva 2007. Lo Sparviere. Franciacorta docg.

E poi… sicuramente per la benedetta incuranza di qualcuno, ti ritrovi a rintracciare, in un aperitivo nato per sbaglio, una bottiglia così… e tu invochi al miracolo! Perfetto alla vista, con un giallo paglierino carico ed un perlage degno di una grande maison di Epernay. I profumi che si sprigionano dal bicchiere sono la prova che in Franciacorta si producono grandi bottiglie ( ed io continuo a ripetermi: sempre più nei “non dosati”): c’è ancora molta gioventù in un frutto giallo molto croccante (trovi le pesche nettarine e le albicocche, mai l’attesa banana), fuso con note lontane di pinoli e nocciola tostata che cresce ogni secondo che passa. È meraviglioso l’equilibrio tra una rotondità abbracciante e l’assoluta assenza di dolcezza. In bocca la struttura è imperiosa, granitica: nulla è lasciato al caso. Il passaggio tra la coltellata dell’acidità e la morsa della sapidità è senza soluzione di continuità: la bocca è ingabbiata in una morsa, ma non se ne vuole liberare. È eleganza allo stato puro, finissima ed avvolgente. E rimane in bocca una percezione lunga che si trasforma magicamente già in ricordo. Magnifico!

d.c.

Le Vaglie 2018. Verdicchio dei Castelli di Jesi. Santa Barbara.

È incredibile la schiettezza di questo Verdicchio che ti cattura al primo assaggio. Alla vista ed al naso la sensazione è verde, ma l’orto in cui ti imbatti è variegato ed esteso: c’è lo sfalcio estivo delle erbe di alpeggio, ma presto arriva un pesto di basilico e rosmarino, per poi continuare su note più dolci e fruttate, tra il melone cantalupo ed un commovente pompelmo rosa maturo. Ma in verità, più inzuppi il naso è più scopri… In bocca il binario è dritto, tra un’acidità ancora corrosiva (che fa sperare in una vita lunghissima), ed una sapidità ancora non doma e che squilibra la bevuta verso le durezze, cancellando, di fatto, le morbidezze ancora letargiche. Bottiglia da aprire fin da subito senza inibizioni, e frequentarne la compagnia per i prossimi dieci anni!

d.c.

Citanò 2017. Falerio Pecorino doc. Fontezoppa.

Arriva fino a lì… e poi svanisce! Al naso convince con certezza: una volta areato e leggermente scaldato (corretta l’indicazione in etichetta di servirlo a 10 gradi, ossia non propriamente freddissimo) lascia scappare un intero “giardino dei giusti” composto da numerose erbe aromatiche e fiori. Profumi sussurrati, ma netti e ben distinguibili: e per cui potrete raccogliere dal rosmarino alla menta, accenni di salvia ed eucalipto. In bocca però si ferma… in punta di lingua! Dalla freschezza acida persino aggressiva non riesce ad arrotondarsi e coinvolgere con pienezza il cavo orale: struttura debole e persistenza deludente.

d.c.

Mandolara 2018. Le Morette, Zenato. Lugana doc.

Lugana che privilegia i toni del calore rispetto a temi, probabilmente individuati nella nouvelle vague stilistica della turbiana morenica del basso Benaco. La limpidezza del paglierino è tinta di un giallo carico. I profumi, senz’altro intensi, sanno di erbe aromatiche più che di frutta, che non celano quella mandorla, che per tanto tempo ha rappresentato un tema comune tra le cantine, ma è una mandorla un po’ amarognola, lenita solamente dalla morbidezza di una sensazione di calore. In bocca la freschezza è un po’ debole ed il cavo orale si scalda di calore alcolico, apparentemente più elevato della misura indicata in etichetta. E ritorna un ammandorlato che svanisce con una certa semplicità.

d.c.

Borghetta 2016. Lugana Riserva doc. Avanzi.

Forse è ancora molto presto (nel retro etichetta si invoca il plenilunio nel lustro…), ma il Lugana Riserva mi è apparso ancora un po’ immaturo nel gusto e nel “progetto”… Il frutto è fortemente tropicale (nel mitico Brolettino l’avevamo definito “avanguardista”), ma come correttamente rilevato da Tito (che mi ha aperto la bottiglia) è fin troppo dolce. Ma devo ammettere che la caratteristica che più ha frenato i miei entusiasmi è la quantità di legno nel bicchiere. La barrique è dichiarata come elemento di struttura, ma nel 2016 appare ancora troppo invasiva (o perlomeno ancora poco “digerita”…) e dal modello stilistico un po’ superato: sembra di ritornare al gusto anni ’90, poi disconosciuto un po’ da tutti.

Avanguardia e Modernariato sono forse oggi due stili ancora da conciliare…

Rosa di maggio 2017. I tramonti. Arrigoni. Cinqueterre doc

Un colore giallo carico inconsueto, assomigliante ad una produzione biodinamica. Profumi che lasciano l’impronta di un vino difficile, anche da comprendere: i profumi non sono usuali! Sicuramente corretti nella polpa gialla del frutto maturo e nei petali di fiori bianchi primaverili, in parte anche ammalianti (la nota di rosmarino appena accennata è un tocco sublime) per non dire affascinanti nella netta speziatura. Ma io profumi così, non li ho mai trovati! E come sempre la novità un po’ spiazza… ma l’impressione che ti coglie, in realtà, è che questi profumi siano antichi, dimenticati…In bocca poi prevale la sapidità alla freschezza (forse impressionati dall’immagine dei vigneti a picco sul mare…) ed una nota un po’ slegata di calore, che non concede senso armonico alla musica d’insieme. Torna una sensazione di frutta nella retrolfattazione, ma è amarognola, non graditissima, tanto da rappresentare forse questo l’elemento più penalizzante. Da consumare freddo, perché la temperatura un po’ elevata ne accentua le caratteristiche disattese (…).

d.c.

Brolettino 2017. Cà dei Frati. Lugana doc

L’indiscusso faro, da sempre, della viticoltura in Lugana. Turbiana avanguardista! Il Brolettino guardava verso Nord Ovest, oltre le Alpi, quando gli altri (Lugana) o frizzavano di carbonica ovvero si ossidavano al solo pensiero… Cà dei Frati ha insegnato a quasi tutti i viticoltori morenici ( e non solo a loro…) l’utilizzo del legno anche nei bianchi, anticipando (anzi forse anche condizionando) il gusto dei consumatori. E per cui “Il Brolettino” ha sempre rappresentato la milestone di riferimento, gli economisti lo definirebbero il benchmark. Ma nel tempo la matrice stilistica è cambiata; la mia memoria può testimoniare almeno 4 o 5 cambi di stile: dal sentore di legno volontariamente invasivo, alla rotondità di frutta quasi surmatura, fino all’esaltazione della struttura tra acidità e sapidità corrosiva. Credo che con il 2017 siamo di fronte ad un nuovo sorprendente cambio di stile: il naso è avvolto in un effluvio intensissimo di frutta dolce, matura, su cui spicca con decisione il frutto della passione. Quanta veemenza poi in bocca, con una acidità violenta, ma calibrata, segno che il pittore voleva proprio dipingere così il suo capolavoro! Prima la freschezza acida, poi la rotondità alcolica che rende suadente la beva e che richiama la dolcezza dei frutti assaporati con il naso. Ed infine, dopo lunga battaglia tra le papille ecco che si scorge il profilo del marchio di fabbrica: una sapidità che entra in punta di piedi ma che progressivamente diviene coprente e che diventa sostanza ed al contempo persistenza, senza fine.

Non è forse amore questo?

d.c.

Kettmeir – effervescenza altoaltesina

Lago di Caldaro, il 50% della vinificazione dell’Alto Adige (di cui si ha traccia già prima del 2000 A.C.) si concentra sui pendii adiacenti al collinare bacino d’acqua. Sono 37 le cantine dedite alla ricerca della qualità. Schiava, Traminer, Pinot Nero, Chardonnay e Lagrein sono solo alcuni dei vitigni autoctoni e non, che hanno reso famosa la produzione di questa zona ormai da anni collocatasi, con merito, nel panorama vitivinicolo italiano di maggior pregio.
Ma le bolle?
Il vicinissimo Trentino è storicamente maestro nella produzione del metodo classico di elevatissimo standing, con milioni di bottiglie prodotte, al pari delle altre zone più vocate al perlage. Ma la spumantizzazione in Alto Adige si limita a circa 300 mila unità all’anno!! Rarissime.
La mente corre inevitabilmente al ricordo di Sebastian Stocker, ma ne parleremo in altra occasione…
Innamorati delle bollicine, decidiamo di visitare la cantina Kettmeir fondata nel 1919 (festeggia giusto i 100 anni), oggi punto di riferimento e premiata realtà dell’effervescenza altoaltesina con circa 100 mila bottiglie di bolle all’anno.
Ci riceve Luca, che ci invita ad ammirare il paesaggio di fronte alla cantina. Lo sguardo si immerge nei vigneti, tra masi e campanili: per lo più piccoli terrazzamenti che si differenziano per pendenza, orientamento dei filari e tipologie di viti. Oltre 40 fidati conferitori forniscono le uve, esclusivamente raccolte a mano, alla cantina che su un totale di quasi 55 ettari produce circa 380 mila bottiglie l’anno. In oltre 30 anni l’enologo Joseph Romen ha affinato la produzione individuando la miglior tipologia di uva per ciascun terreno. La cantina produce oggi tre linee: Classici, Grandi Selezioni e Metodo Classico.
Una curiosità già riscontrata in altre realtà locali: sotto il porticato della cantina ci sono alcuni anziani del paese che godono di una bottiglia in allegra compagnia a testimonianza del forte legame tra i produttori e il tessuto sociale che li circonda.
Ma entriamo nell’edificio del 1934, data in cui il fondatore Giuseppe Kettmeir decise di trasferire la produzione nel cuore dei vigneti di Caldaro. Dall’aspetto esterno importante e raffinato, all’interno la storica cantina scavata nella collina si presenta ben organizzata e a misura d’uomo. Passiamo dalla zona di vinificazione alla sala di affinamento del metodo classico per poi scendere tra le barrique in cui riposano i vini più strutturati.
E’ giunto il momento di accomodarci nell’elegante wine shop dove Serena, addetta alle vendite, affianca Luca e così, chiacchierando di vino e non solo, ha inizio la degustazione. Partiamo ovviamente dalle bollicine. Grande Cuvée Brut: pionieristica spumantizzazione dal 1964, ottenuto con metodo charmat lungo. Pinot Bianco in purezza si eleva in autoclave per circa 9 mesi restituendo note fruttate e soprattutto cristallina, inebriante freschezza.
E’ il 1992 quando la cantina inizia la produzione del metodo classico, assaggiamo l’Athesis Brut Pinot Bianco 30%, Chardonnay 60% e Pinot Nero 10% affinati 24 mesi sui lieviti. Ritroviamo la sensazione di freschezza già riscontrata nello charmat. Il Pinot Bianco, raramente presente nel metodo classico, dona una beva eccezionale pur lasciando trasparire note di croccantezza. Finissimo il brillante perlage, si percepiscono sentori floreali poi polpa bianca e richiami di panificazione a cui segue una gradevole sensazione di mandorla. Sorso invitante. Ci conquista.
Il calice ora si tinge dell’elegante rosa etereo del Athesis Brut Rosé in produzione dall’anno 2000. Classico blend di Pinot Nero 60% e Chardonnay 40% sui lieviti per almeno 22 mesi. La delicatezza del colore si ritrova al naso: sentori di ribes, pompelmo rosa e note di lampone piacevolmente accompagnati dalla fragranza del lievito. Al palato morbida cremosità con sentori di piccoli frutti a bacca rossa e sensazioni agrumate. E’ un vero piacere sorseggiarlo.
Proseguiamo con il 1919 Riserva Extra Brut dal 2011 perla della produzione degli spumanti Kettmeir. Stesse proporzioni del rosé ma parte dello Chardonnay viene affinata in barrique, poi 60 mesi di presa di spuma in bottiglia. Proviamo il millesimo 2013. Accattivante il riflesso dorato nel finissimo e persistente perlage, naso complesso mela, agrumi e frutta tropicale poi effluvi di piccola pasticceria e spezie. Al sorso ricca mousse di appagante eleganza aromatica. Persistenza prolungata di gradevole sapidità. Chapeau!
Abbiamo terminato gli assaggi delle bollicine delle dolomiti, le accomuna la “brezza di montagna”: una ricercata freschezza da cui ne deriva, anche per i vini più complessi, una eccezionale e vivace bevibilità.
Il discorso si sposta sul Lugana! Nel wine shop infatti sono presenti le bottiglie della Cantina CàMaiol insieme a quelle delle altre cantine del Gruppo Vinicolo Santa Margherita di cui Kettmeir è entrato a far parte dal 1986. Deviamo il nostro percorso gustativo assaggiando qualche Lugana, ma avremo occasione di riparlarne.
Ritorniamo all’Alto Adige, assaporando alcuni vini della linea Classica espressioni varietali del terreno, in particolare il Gewürztraminer mi ha stupito per l’elegante sapidità spesso difficile da riscontrare nell’aromatico vitigno: davvero buono.
Avanti con le Grandi Selezioni. Dalle migliori uve di singoli Cru rappresentano la massima espressione del terroir. Rinunciando ad altre primizie, mi dedico ai miei amori giovanili di questa zona: Chardonnay e Pinot Nero. E allora Chardonnay Vigna Maso Reiner annata 2017, i circa 11 mesi in rovere francese restituiscono un intenso, luminoso giallo dorato. Al naso grande complessità, sensazioni di banana e ananas maturi poi mela cotta e miele con chiusura speziata di vaniglia e un pizzico di cannella. In bocca è pieno, morbido chiude con fine sapidità minerale. Che bello!
Avanti, Pinot Nero Vigna Maso Reiner annata 2016, circa 15 mesi in grandi fusti di legno. Rubino luminoso. Tabacco e pepe nero su un letto di frutti di bosco maturi con accenni di eucalipto e vaniglia. Deciso e affilato in bocca. Si percepisce l’eleganza che ti aspetti da un Pinot Nero, anche se forse merita qualche anno di affinamento per trovare la piena armonia.
La nostra degustazione volge al termine, chiudiamo con il Moscato Rosa Athesis del 2015 dall’unica vigna, pochi filari, di proprietà posta appena fuori dalla cantina. Vendemmia tardiva e appassimento, poi per pochi mesi in legno di secondo o terzo passaggio. Mito dell’Alto Adige il moscato rosa (Rosenmuskateller), di cui ci sono solo pochissimi appezzamenti, pare prenda il suo nome dal particolare profumo di rosa che si sprigiona dal bicchiere. Rosso rubino con lucenti riflessi aranciati. Ammaliante il bouquet al naso: petali di rose, frutti di bosco a cui seguono cannella e chiodi di garofano. Dolce, supportato da ottima acidità. Persistente e lunghissimo, profondo come un tramonto.
Bellissima esperienza, produzione che ben rappresenta l’elegante panorama vitivinicolo altoaltesino.
Un ringraziamento a Serena e Luca per l’accoglienza e la disponibilità. È stato un piacere, spero reciproco, lo scambio di esperienze e opinioni.

R.R.

POLPENAZZE: SETTANT’ANNI E NON SENTIRLI

La settantesima edizione della Fiera del Vino a Polpenazze è stata baciata dal sole dopo un lungo periodo di pioggia.

La tradizione andava rispettata anche quest’anno, non si poteva mancare. I miei motivi erano già stati esplicitati in questo “pezzino”.

Ci siamo andati sulla fiducia perché, anche quest’anno, non c’è stata una comunicazione ufficiale ma nemmeno ufficiosa delle aziende presenti negli stands e tantomeno dei vini proposti.  E ciò non piace a noi “cultori della materia” che vorremmo viaggiare sempre… informati. Qualche azienda oggetto delle nostre attenzioni ha annunciato sulla pagina facebook la propria presenza ma si pretende di più, non dalle aziende ma dagli organizzatori. Il tempo passa ma l’impostazione purtoppo non cambia. Mi si può ribattere che c’è sempre il pienone, quindi, evidentemente, alla gente piace così. Così è, se vi pare.

Ad onor del vero un elenco è stato fatto ma fra le pagine di un opuscolo reperibile solo in loco, quindi, per pochi fortunati (vedasi fotografia sottostante). E’ troppo poco. Sarebbe stato meglio inserire l’elenco nella pagina facebook della manifestazione in modo da raggiungere il maggior numero di persone non solo la ristretta cerchia dei possessori del summenzionato opuscolo, per altro credo coincidenti con la sola popolazione di Polpenazze.

Partiamo da Tenute del Garda di cui bevvi il Sottosopra 2014 presso la Trattoria Pegaso di Gavardo (BS), un annetto fa, per “sgrassare” la “Spessiga”, un piatto che consiglio di mangiare almeno una volta nella vita, e mi sono ripromesso di andare a conoscere i loro prodotti.

Dopo i convenevoli, faccio quattro parole con Andrea Lorenzi, socio di Tenute del Garda,  sulla presente annata 2018 che si preannuncia, a suo dire, buona e poi via con gli assaggi.

Si parte dal Sottosopra 2016 per poi passare al Chiaretto 2018 (un blend di 30% Groppello, 30% Marzemino, 25% Barbera e 25% Sangiovese) a seguire il Riesling 2016 (da uve renano e italico in egual percentuale) ed in fine il rosso Lucone 2015, che non è un “grande Luca” ma prende il nome da una zona del lago dove sono stati rinvenuti antichissimi insediamenti umani, guarda caso dove alligna la vite c’è anche l’uomo. Fatta questa spicciola considerazione, il Lucone è composto da un uvaggio di Groppello 85%, Sangiovese 5%, Barbera 5%, Marzemino 5%. Peccato non aver potuto assaggiare il top di gamma Vista Lago, sarà motivo per andare in cantina. Alcune bottiglie proposte allo stand non sono state assaggiate (le bollicine brut bianco e rosé metodo Charmat) per non eccedere già in partenza, per evitare di fare come quei corridori che partono a razzo e poi stremati finiscono in barella.

Il Sottosopra è un metodo classico ancora sur lie da uve Groppello vinificate in bianco (in quanto uva rossa autoctona del Lago di Garda). Questa è la nuova frontiera della lavorazione dell’uva Groppello. E’ stato stappato con i suoi lieviti “inside”, si sente la “birrosità”, l’asprigno in stile wiezen (di cui ha la nebulosità nel bicchiere) a fianco di una polpa di frutto integro. Spumoso,  immediato e giocoso vista la possibilità di mettere in punta  (sottosopra, appunto) la bottiglia e di far espellere i lieviti con un dégorgement à la volée. Se ne perde un poco ma val la pena di tentare, a mio parere. Sicuramente un prodotto ben studiato nella forma e astuto nel contenuto.

Il Chiaretto 2018 è di bel colore non troppo scarico cosa che per un Chiaretto è già partire col piede giusto. La scelta, operata in cantina, credo sia stata nella direzione della continutà con la tradizione locale più che ammiccare alle tendenze francesizzanti di altri produttori che prediligono sfumature più tenui che virano verso la buccia di cipolla o la cipria.

Il colore rosa con sfumature ciliegia è ottenuto equilibrando con diverse tempistiche di macerazione gli antociani provenienti dalle bucce del Groppello (macerazione 14 ore) del Barbera e Marzemino (macerazione 8 ore) e del Sangiovese (pressa). La beva è piacevole per il bouquet di piccoli frutti rossi tra la fragola di bosco e il lampone, l’acidità è contenuta ma la sapidità viene a supporto. La freschezza richiama l’estate incipiente. Come già scritto a più riprese non sono un “chiarettista”, tuttavia questo mi piace molto da giugno a settembre.

Ecco il mio pallino: il Riesling. Credo che il Lago di Garda abbia buone potezialità per esprimere bianchi di livello. Non conosco vitigno più internazionale del Riesling Renano (che fa da traino all’altro 50% di Riesling Italico presente nella bottiglia) e conseguentemente credo possa lanciare a livello sovranazionale i produttori gardesani. Il colore giallo con riflessi verdognoli è caratteristico. La nota fresca di menta non ancora sfociata nel sentore balsamico mi piace molto, mela bianca e una lieve “pepatura”. Qui al contrario del Chiaretto l’acidità si sente e garantisce una buona evoluzione che allo stato non è sfociata nella nota idrocarburica essendo l’annata recente. La vinificazione in acciaio e l’affinamento in bottiglia 9 mesi ne aumentano la piacevolezza di beva. In conclusione un bel bianco da tenere in cantina tutto l’anno.

Il Lucone è un Groppello con afflato toscaneggiante (nel senso della ricerca di struttura ed eleganza anche in Valtenesi). Rosso rubino, acidità contenuta, tannino morbido, persistente quel tanto da accompagnare i piatti della cucina quotidiana senza prevaricare. E’ giocato sulla nota fruttata del Groppello (evitato il sentore di “big babol” però) sostenuta anche dal Sangiovese ed è corretto nel colore dall’apporto di antociani degli altri vitigni come pure nella trama tannica. Non è un rosso impegnativo ma appagante.

Emerge a conclusione di questi assaggi la pulizia gusto-olfattiva dei prodotti di Tenute del Garda che è segno di qualità del lavoro in vigna prima e in cantina poi.

Della Antica Corte Ai Ronchi comincerò ad esporre gli assaggi non in ordine cronologico ma in ordine di gradimento. L’ultimo della serie ma il primo per lo stupore destato nelle mie papille è il Note Gialle vino passito da uve Riesling Renano, Incrocio Manzoni e Malvasia. Giallo dorato. Intenso profumo che dalla rosa vira verso la pesca e all’albicocca disidratate. Una vera sorpresa. Dolce ma non stucchevole buono per essere abbinato sia con formaggi erborainati sia con biscotti secchi. Ha qualcosa di certe malvasie passite dell’Oltrepò. Poi il Chiaretto è un “opus mixtum compositum” di Groppello, Sangiovese, Barbera e Marzemino. Il rosa è leggermente aranciato per “colpa” dell’antociano caratteristico del Groppello. Vero prodotto best price per qualità/prezzo.  Fragolina di bosco al naso. In bocca fresco con buona spalla acida. Sapido e con quel giusto grado alcoolico che “sgrassa” il palato. Nonostante la mia ritrosia al Chiaretto, se continua questo caldo ne prevedo un buon acquisto e conseguente consumo. Degni di nota sono l’Alet Dor spumante metodo classico da uve Chardonnay 90% e Pinot Nero 10% (ma in questa tipologia la concorrenza franciacortina è spietata) ed anche il Martì da uve groppello vinificato in bianco spumantizzato col metodo charmat. Il residuo zuccherino “Extra dry” lo rende piacione da aperitivo e dissetante dopo una giornata passata al sole.

Presso lo stand delle Cantine Pietta l’aplomb del degustatore è colpevolmente venuto meno nel senso che io e i miei accompagnatori abbiamo fatto sagra assaggiando di tutto e di più accompagnato da pizze, focacce e salumi acquistati sulle vicine bancarelle. La carrellata è stata ampia: dai simpatici rifermentati in bottiglia (su tutti il Piett-One da uve Groppello 40, Barbera 30, Sangiovese 30, lavorate col metodo ancestrale senza solfiti aggiunti con uso di soli lieviti indigeni) ai più nobili e, per me, convincenti vini fermi. A mio gusto su tutti, non mi stanco di dirlo, il Rismen da uve Riesling Renano in purezza, poi il Passito 2013 (40 Chardonnay , 40 Riesling e il saldo di Incrocio Manzoni) infine lo Chardonnay, pensato per anche per un palato internazionale, con passaggio in barrique. Mi piacerebbe che le Cantine Pietta producessero un Riesling (col suo vero nome non con quello dialettale) in bottiglia renana con tappo stelvin… chissà se l’anno prossimo vedrò coronato questo mio desiderio. Chi vivrà vedrà.

Niente rossi da Pietta. Che volete fare ogni stagione ha il suo vino.

Non potevo non assaggiare i vini della Cantina Zatti. A me piace il loro spirito innovativo e sperimentatore oltre al fatto che producono vini buoni. Forse a volte eccedono nella forma… lo stile della bottiglia da cuvée contentente il Metodo Classico imita un noto produttore della Franciacorta. Era meglio la sciampagnotta. Vista la temperatuta estiva ho assaggiato il Metodo Classico Sandrjolé 2016 sboccatura 2019 da uve Groppello. Accattivante il color rosa con riflessi ramati. Very good, Freschezza a go-go. Si segnala come contraltare ai più rinomati Franciacorta. Dal lato dei vini fermi il Riesling Renano Gep 2017 conferma la continuità qualitativa. Elegante. Note balsamiche al naso e frutta bianca su un ordito minerale. Ho tralasciato il Chiaretto perchè, non me ne si voglia, ho già raggiunto la mia dose giornaliera.

Da ultimo con i suoi Lugana bella impressione di sè ha lasciato la cantina Patrizia Cadore di Pozzolengo, che è un può fuori l’areale della Valtenesi ma è bene che sia presente a questa manifestazione. La collocazione dello stand all’interno della Fiera era un po’ svantaggiata non essendoci alcun “cartello stradale” che ti ci portasse. Ci siamo arrivati su indicazione specifica di un amico. Una volta giunti, la digressione dal centro della fiera valeva il piccolo spostamento. Di primo acchito ho apprezzato molto sia la scelta estetica della bottiglia renana così da strizzare l’occhio nella forma ai bianchi altoatisini ma con una sostanza lombardo-veneta. Convincenti sia il San Martino della Battaglia sia il Lugana sia nell’annate più recenti sia nelle riserve. Un po’ meno lo Chardonnay frizzante mentre il giudizio sui rossi è stato rinviato a più approfonditi assaggi autunnali. Il San Martino della Battaglia Doc è un vino prodotto con uve Tocai (Tuchì nel dialetto locale) oggi Friulano. Come mai le uve tipiche del Friuli sono giunte fra le province di Verona e Brescia? Ciò si spiega col fatto che per un lungo periodo storico sia la provincia di Verona sia la provincia di Brescia come il Friuli sono state sotto l’egemonia della Repubblica di Venezia che ha anche determinato le scelte di politica agricola. Fatto questa introduzione rispetto al parente friulano più famoso si presenta giallo paglierino scarico, secco, fresco con note citrine ed un finale ammandorlato. Il Lugana 2018 da uve 100% Turbiana. Lavorazione in acciaio. Mi hanno colpito la nota agrumata di pompelmo, la spalla acida e la nota leggermente piccante.  L’impressione glicerica in bocca è conseguenza della raccolta dell’uva a piena maturazione ampelografica (fine di ottobre). Il Lugana Riserva 2016 si pone in continuità filologica con il precedente colpiscono la secchezza e pulizia finali.

E anche l’edizione del 2019 se ne va tra i fuochi d’artificio.

All’anno prossimo per nuove esperienze con vista sul Lago di Garda.

By D.T.