Mesdames et Messieurs, Champagne!

Che giornata il 20 gennaio! Il 2019 incomincia col botto.

Abbiamo preso parte alla presentazione del Catalogo 2019 di Proposta Vini  ed abbiamo bevuto cose che voi umani… (rifacendo il verso ad un noto monologo cinematografico).

La selezione di produttori eccellenti (Andrea Picchioni, Calatroni Vini, Vigneti Massa, Sassotondo, Torre dei Beati, Paltrinieri, Vignalta, Armin Kobler, Lieselehof et cetera et cetera) copre tutto il territorio italiano, isole comprese ed anche l’estero. Tuttavia, di fronte a così tanto brillare, per scelta, abbiamo propeso, in primis, per l’assaggio di vini stranieri e fra questi il più conosciuto fra loro: lo Champagne.

Le  cantine presenti in carta ed alla manifestazione erano Encry da Le Mesnil-sur-Oger e Georges Vesselle da Bouzy. Erano lì posizionate nei primi banchetti a sinistra entrando e non ci poteva essere miglior inizio della presentazione del catalogo.

Estasi plotiniana per questi due francesi che ben rappresentano, a mio parere, due facce dell’essere Champagne.

Per fare un esempio banale, mentre Encry è elegantemente Chardonnay, è fashion, è seduttivo, è femminile. Georges Vesselle, invece, è un carterpiller, un carrarmato con i cingoli fatti di Pinot Noir, è maschile. Entrambi lasciano per opposte ragioni a bocca aperta, appunto, in estatica contemplazione. Inimitabili a qualsiasi latitudine, à mon avis. Ho assaggiato tutto di loro e mi è piaciuto tutto. Le fotografie sottostanti esemplificano la carrellata di bicchieri che sono stati riempiti.

Fra questi scelgo di Encry il “Dosage Zero Gran Cru Blanc de Blancs” e di Georges Vesselle il “Brut Nature Gran Cru Millesimé”. Il primo come dice la tipologia stessa è 100% Chardonnay mentre il secondo è 90% pinot noir e 10% Chardonnay. Del primo colpiscono il giallo paglierino di uve che si “abbronzano” poco a quelle latitudini, i fiori bianchi al naso, la raffinata mineralità “gessosa” in bocca, la finezza del perlage, la freschezza, la persistenza; Del secondo, invece, salta all’occhio il giallo che da paglierino tende al dorato. Rapisce al naso la frutta del pinot nero, in bocca, invece, la struttura, la ruvida personalità che ruspa il palato… un pugno di ferro in un guanto di fini bollicine e sapidità e nocciola e lunghezza gusto-olfattiva. Chapeau per entrambi.

Spiace dirlo ma contro questa Francia non c’è Francia…corta che tenga.

Chiedo venia, passatemi, se non il giudizio, almeno il calembour.

By D.T.

 

 

Voglia di Francia, il ricordo e l’occasione – Chablis Pic 1er Cru 2005

Weekend.Visita al ristorante di un caro amico noto sommelier, amante del vino e della buona compagnia: è l’opportunità! Ogni volta che ho il piacere di andare a salutarlo trova il modo per farmi degustare qualcosa di unico: questa volta vorrei ricambiare. Scendo in cantina; l’avevo acquistata appositamente per una di queste occasioni; il ricordo subito corre all’ultimo viaggio in Loira, l’avevo così già citata nel post dedicato alla visita al Baron de Ladoucette: “Ci rechiamo al wine shop nel parco del castello, dove non resisto all’acquisto di uno chablis Albert Pic 1er cru 2005 (tra le maisons di proprietà), ma questa è un’altra storia……..”.
E’ giunto il momento di bere questa titolata bottiglia. Punta di diamante della storica Maison “Albert Pic & Fils”, vinificato esclusivamente in acciaio per esaltare la fragranza floreale e fruttata di questo grande chardonnay.
Nel calice appare paglierino intenso con tenui ombreggiature di giallo antico, avvicinandolo al naso veniamo stuzzicati da un’ampia soavità di fine eleganza, emerge delicata la frutta candita e la dolcezza del miele poi nocciola seguita da una intrigante mineralità. Accarezza la bocca di piacevole freschezza nonostante l’età, ricordi vegetali con sottofondo minerali e lieve percezione di pietra focaia. La Persistenza Aromatica Intensa piacevole non lunghissima ma certo di grande eleganza.
Il ricordo della Francia, l’emozione del momento e la favolosa compagnia mi hanno regalato un bellissimo pomeriggio ovviamente proseguito con altre spettacolari bottiglie…

R.R.

A TUTTO ALTO ADIGE: Merano Wine Festival e In der eben

Gentili venticinque lettori, prima di cominciare a scrivere delle nuove esperienze vinose del “millesimo” 2019, occorre concludere i racconti dell’anno trascorso con il Merano Wine Festival

Ho preso parte alla kemesse sabato 10 novembre 2018 grazie alla benevola intercessione di una signora architetto della quale per ragioni di privacy ometto di menzionare il nome.

Oh, niente di illecito si intenda. Il cordone di sicurezza per entrare era certamente importante, imbucarsi era impossibile.

Bellissima la cornice della Kurhaus nel centro di Merano, per l’occasione rigorosamente pedonalizzato. Fortuna ha voluto che trovassi parcheggio nelle vicinanze in modo da non disperdere energie in estenuanti trasferimenti a piedi visto che dentro la “Casa di Cura” la strada da fare è tanta.

Sarà anche, come alcuni detrattori l’hanno definita, una manifestazione anni ’90 ma io sono un nostalgico e a me è piaciuta molto per l’elevato livello dei produttori scelti da Helmuth Köcher in arte The WineHunter, guru del vino ed encomiabile creatore della manifestazione.

Tante le cose buone, molto buone, buonissime assaggiate sia sotto forma di vino sia in forma di cibo lungo tutta la giornata di sabato.

Poi a me garbano le manifestazioni nelle quali sono presenti sia vino sia cibo in fondo sono fatti l’uno per l’altro. L’importanza e il successo della manifestazione sono poi rappresentati dal sold out dei biglietti a prezzo pieno, che non è proprio popolare.

Forse la frequentazione con cadenza biennale, per me quisque de populo ed eterno neofita non professionista del settore,  è la dimensione giusta per approcciarsi alla manifestazione per il fatto che lo spostamento impone di dormire in loco e di sacrificare un intero fine settimana al “trattamento terapico” del dio Bacco.

Sarebbe ancora più completa questa manifestazione e ne varrebbe ancor di più la pena frequentarla, se i negozianti della zona (fornerie, salumerie, negozi di abbigliamento, cantine, etc. etc.)  tenessero aperto in via eccezionale anche la domenica per poter meglio assaporare e godere di un clima di festa in Alto Adige. Certamente, dico fra me e me, questo è pretendere troppo. Si sa la cosa non rientra nel carattere, bello o brutto che sia a voi il giudizio, della gente di queste terre.

Per mia specifica scelta ho spinto il pedale sui produttori del Trentino-Alto Adige trovandomi in casa loro ma le zone vinicole rappresentate toccavano tutto il territorio italiano e non solo, si spigevano anche all’estero. Comunque per non tediarvi in una lunga e quindi stucchevole lista di vini assaggiati mi permetto di scremare a soli due prodotti a me sconosciuti.

Peter Sölva, Amistar. Un “cocktail” in senso positivo di diverse uve (un uvaggio o come di dice oggi un blend di Merlot, Cabernet Sauvignon, Lagrein, Cabernet Franc, Petit Verdot, in varie percentuali), in stile “Castelnuovo del Papa”, ehm scherzo… Châteauneuf-du-Pape, complesso ma nel contempo armonico e l’armonia fra olfatto e palato dona eleganza. Grande capacità in vigna e grande tecnica in cantina che si concretizza nella perfetta  sintesi tra natura (sentori di prugna secca e frutti di bosco) e agire umano (spezie e uso della barrique). Intenso ed ammaliante!

Kornell, Sauvignon Blanc Oberberg 2017 lo eleggerei a coup de foudre della manifestazione per me amante del sauvignon blanc. Anche in antitesi all’uvaggio rosso, ho scelto un monovitigno bianco che esprime l’identità del sauvignon alto atesino. Nein nein pipì di gatto ma salvia e frutta esotica. Mineralità e e freschezza e lunghezza gusto-olfattiva. Bello e buono!

Il giorno successivo sempre grazie alle persone che mi hanno accompagnato in questo “Südtiroler tour” sono stato presso la cantina In der Eben ove fra un giro per le vigne, assaggi di botte e degustazione finale si è concluso il week-end vinoso. La visita in cantina era stata ampiamente programmata e concordata altrimenti avremmo trovato chiuso.

Sempre fra i vari assaggi fatti scelgo un vino emblematico il Freistil, Merlot in purezza. Rosso rubino, al naso ricorda il ribes rosso, al palato si pecepiscono anche note di rabarbaro. Estrema pulizia che dimostra il lavoro di qualità svolto sia in vigna sia in cantina come ho potuto toccare con mano. L’invecchiamento in botte di rovere permette di levigare i tannini. Finale persistente.

Ho acquistato su commissione  un Sauvignon e un Gewürztraminer ma ve ne parlerò quando li avrò stappati.

Ora ho la coscienza a posto col 2018.

Ringrazio le Signore A.G. e A.C. per aver contribuito alla realizzazione del fine settimana meranese e buona continuazione di nuovo anno.

By D.T.

PODIO 2018

Come ogni anno redigo un piccolo elenco di vini che, chiudendo gli occhi, mi hanno impressionato durante il 2018.

Quest’anno per cambiare la formula, invece della top ten, ho scelto un improbabile podio olimpico.

Medaglia d’oro: Biondi Santi, Tenuta Greppo Brunello di Montalcino 2001.

Medaglia d’argento: Louis Huot, Champagne Annonciade 2012.

Medaglia di bronzo: Hofstätter, Vigna Kolbenhof, Gewürztraminer 2015.

Scusate se è poco.

By D.T.

A rebours: Bottiglie Aperte 2018.

Siamo agli inizi del 2019 e mi volto indietro a ripensare alle esperienze vinose dell’anno appena concluso.

Di una non avevo ancora colpevolmente scritto ed è il Bottiglie Aperte tenutasi dal 7 all’8 ottobre 2018 a Milano.

C’era un caldo estivo quando ci siamo immersi nella kermess meneghina del vino alla quale nel 2017 non abbiamo preso parte perché la consideriamo un po’ una biennale… come se fosse arte.

La nuova sede (la precedente in cui andai era all’interno del Palazzo delle Stelline) è molto funzionale e resa gradevole dalle coreografie in listelli di legno chiaro appese al soffitto a simboleggiare botti destrutturate. Danno profondità e movimento ad una struttura industriale che altrimenti sarebbe anonima. Il bianco, tutto attorno, è il colore dominante.

I banchi d’assaggio sono collocati in due sale confinanti. Nella sala denominata 2 la luminostà è diffusa e ideale per apprezzare il colore del vino metre la sala 1 riscontro una luminosità naturale meno intensa.

Nella sala 2 erano collecate le due cantine mio obbiettivo di quella giornata: Renato Ratti  e Fruscalzo.

La prima è grande classico della produzione vinicola piemontese già negli anni ottanta in famiglia acquistavamo vini da loro. Le etichette mi rassicurano perché son sempre le stesse nello stile, nel colore e nella divisa da soldato. Quella del vino bianco mi mancava mentre le altre le avevo già viste sia a bottiglia piena sia a bottiglia vuota. Bottiglia rigorosamente Albeisa per tutta la linea a manifestare identità e quindi riconoscibilità del prodotto. Questo è il packaging ma siccome sono un “sostanzialista” non mi fermo a giudicare un vino solo dall’aspetto esteriore: voglio capire cosa mi comunica anche dal suo interno perchè il contenuto prevale sul contentente.

Parto dallo Chardonnay DOC “Brigata” annata 2017. Chardonnay in purezza vinificato in acciaio. Questo vino bianco, all’epoca sopraindicata non lo producevano ancora, per me è stata una piacevole sorpresa anche perché non è uno di quei bianchi prodotti tanto per accontentare il cliente: questo ha stoffa. Giallo paglierino, piacevolmente fruttato più che floreale (pesca e banana), fine. Un bella struttura anche alcoolica  (14 gradi) e freschezza che lo rende piacevole e consono alla giornate estiva in cui è stato assaggiato. Secco con bella persistenza nel finale. Quindi in un cantina “rossista” anche il bianco non sfigura.

Poi passiamo ai classici rossi: il “dusèt” delle Langhe. Dolcetto DOC Colombè 2017, vinificato in acciaio. Rosso rubino, spiccano la ciliegia e l’amarena. Non impressiona per struttura, l’alcool è ben integrato, tannico quel tanto, ma è la freschezza che lo rende piacevole e di facile ma non banale beva con un finale amaricante. Grande immediatezza….

Barbera DOCG “Battaglione” 2016 Barbera in purezza con un passaggio di 6 mesi in botte piccola e affinamento in bottiglia. Rosso brillante il colore e rossa la frutta che si percepisce decisa al naso con sentori di prugna. Speziata ed equilibratamente tannica. La freschezza del dolcetto sopradetto cede ed è sopraffatta dalla maggiore personalità anche un poco rustica della uva barbera. Chapeau!.

Villa Pattono Monferrato DOC 2015 da uve Barbera e Merlot in pari quota vinificato in accaio per poi passare per un anno in botte grande e affinato in botte piccola. Rosso intenso, frutta rossa che richiama la susina a fianco di note più complesse di spezie e tostatature finali. Nota tannica presente con sensibile sensazione di astringenza. Molto persistente.

Nebbiolo DOC Ochetti 2016. Colore scarico e belle trasparenze “nebbiolose”,  fine al naso con note floreali e piccoli frutti di bosco, astringente e fresco con buona persistenza al palato. Il grado alcoolico fa da sostegno all’elegante struttura.

Barolo DOCG Marcenasco 2014. Rosso “granata” d’altronde siamo in Piemonte e un po’ di Toro ci sta anche nel bicchiere. La frutta da rossa passa a nera con note speziate. Astringente per evidente giovinezza, ha solo quattro anni. Si fa notare per sapidità e persistenza. Molto molto fine. Con un elevato rapporto qualità/prezzo per dare una connotazione anche economica all’assaggio.

Alla fine è un peccato non poter acquistare qualche bottiglia.

***

Mea culpa, Mea culpa, Mea maxima culpa! Pensavo di conoscere il Friuli-Venezia Giulia del vino ma per mia insipienza mai avevo bevuto e nemmeno sentito parlare di Fruscalzo, sebbene produca vini nel Collio dal 1950.

Quindi a tappeto ho assaggiato i vini in degustazione. Per sete di sapere… si intende.

A presentar i vini c’era direttamente la signora Daniela Fruscalzo, che affianca i due fratelli nella realizzazione dei vini, e questo è un “plus” perché col produttore par di essere in cantina.

Punto di partenza è la Ribolla Gialla 2017 da uve provenienti anche da un vigneto di cinquant’anni e, si sa, vigna vecchia fa buon ehm… vino. Un convincente giallo paglierino colpisce l’occhio con riflessi verdognoli. Parte floreale al naso e si dipana con sentori di pera in bocca chiudendo agrumato. Struttura e corpo da vendere ma senza perdere di vista l’eleganza. Grado alcoolico ideale che non supera i 12,5 gradi (old style) per invogliare la beva. Vinificato in acciaio chiama forte “pesce, pesce”.

Friulano 2017. Un bel Tocai come si diceva quando c’era ancora il vecchio conio. Vigne anche in questo caso di vecchio impianto (si arriva anche a 65 anni) e raccolta dell’uva verso la metà di settembre. Color giallo quasi dorato, punto. Frutta gialla matura quasi tropicale nell’attacco, corposo, materico e ammandorlato nel finale. Lunga persistenza. Chiama forte “prosciutto di San Daniele, montasio e frico”.

Pinot Grigio 2017 sempre vinificato in acciaio il color è giallo con riflessi ramati tipici del pinot grigio. Si fa apprezzare per la spiccata freschezza e sapidità. Anche per questa tipologia di uva, il grado alcoolico non è esuberante attestandosi sui 13 gradi. Lo abbinerei ad un risotto al masurìn (anatra in friulano) in quanto trovo che possa “sgrassare” bene.

Sauvignon 2017. Io ho un debole per il sauvignon per cui se sbagli il sauvignon per me “sei fuori”.  Questo è un sauvignon blanc vinificato in acciaio. Color giallo paglierino con sentori di rametto di pomodoro e salvia, licis al palato.  Strutturato, fresco, sapido e persistente. Molto bene, esame passato brillantemente. Io lo abbinerei a tutto: dall’aperitivo ai primi piatti e ai secondi a carne bianca per finire coi formaggi ma affiancato ad un risotto con le code di gambero credo sia la morte sua.

Il palato è ora appagato ma, visto il mio gap di preparazione, non mi lascio sfuggire i vini rossi. E’ quell’irrefrenabile sete… di sapere!

Merlot 2014. Non è affatto un merlot “da frasca” anzi è bello impegnativo. Vinificato in acciaio per poi passare per sei mesi alla botte grande. La raccolta dell’uva avviene a piena maturazione ampelografica verso la metà di ottobre. Rosso rubino con sentori di prugna e frutta nera. Il passaggio in legno gli regala note tostate e ammorbidisce il tannino. Si addice a piatti impegnativi.

Cabernet Sauvignon 2011. Vinificato in acciaio per poi passare in botte grande. Rosso granato. Al naso spiccano i frutti rossi, un po’ cotti e, al palato, le note di china. Un vino che segue gusti internazionali. A Milano d’altronde non ci si può presentare solo con autoctoni. Nel mio piccolo avrei preferito il Cabernet Franc bello erbaceo che fa tanto tipicità e goût du terroir.

Rosso Bruno 2009 conclude la maratona. E’ un Igt da uve Merlot per il 90% e Refosco per il 10%. Color rubino con riflessi granati. Presenza di frutta nera sia al naso che al palato. Caldo, rotondo e persistente. Sebbene vengano utilizzate uve appassite, il grado alcoolico non è da Amarone ma rimane contenuto nei 13 gradi.

Ho trovato sia i bianchi sia i rossi possenti e molto personali. Complessivamente una bella esperienza lontana dalle moderne elevate gradazioni alcooliche che pregiudicano la facilità di beva.

Vale la pena andare a fare un giro in cantina a Ruttars per approfondire la conoscenza di tutta la produzione. Mi è rimasta la voglia di Malvasia e Refosco.

Daniela, aspettami!

By D.T.

P.S. Questi sono gli assaggi fatti en solitaire. Per non tediarvi ulteriormente troverò lo spunto per scrivere anche di quelli fatti assieme ai miei accompagnatori, che per il momento restano anonimi.