POLPENAZZE, WHY… PERCHE’?

Giunge alla 68° edizione la Fiera del Vino di Polpenazze e come ogni anno, seppur renitente, ci sono andato nonostante sia agli antipodi di quello che ritengo debba essere una manifestazione enogastronomica moderna.

Gli organizzatori non hanno predisposto per l’avventore brochures con l’elenco delle cantine presenti e dei vini in degustazione ma solo un bicchiere e via andare. Nel 2017, con tutto il rispetto, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una sagra paesana.

Quindi ho cercato di individuare il perché ogni anno ci ricasco:

  1. perchè è tradizione andarci con gli amici;
  2. perchè dalla Piazza della Chiesa della Madonna della Natività si gode uno dei panorami più belli della sponda bresciana del Lago di Garda;
  3. perchè di solito fa caldo e allora è piacevole stare all’aperto;
  4. perchè si mangia ancora lo spiedo;
  5. perchè attira una moltitudine variegata di persone dalle famiglie ai gruppi di giovani;
  6. perchè a me non piace il Chiaretto ma ci sono tanti altri vini;
  7. perchè è una sagra quindi c’è anche la musica;
  8. perchè sono presenti i produttori di vino all’interno delle casette di legno;
  9. perché il vino è ancora vissuto semplicemente come alimento;
  10. perchè ogni anno incontro le Cantine Pietta* che hanno sempre qualcosa di nuovo e di interessante da assaggiare.

Su quest’ultimo “perché” apro una piccola digressione. La novità di quest’anno è un rosato torbido sur lie da merenda/aperitivo molto beverino come una birra artigianale. Il Rismen (Riesling nella parlata locale) 2016  si conferma il prodotto di punta della cantina, quello assaggiato ancora giovane ha note verdi di menta e una buona freschezza e persistenza di bocca. Il metodo ancestrale da uve Chardonnay è ancora da registrare. Ha chiuso l’assaggio il Passito non banale nè stucchevole, perfetto in abbinamento con formaggi non stagionati o biscotti secchi. Non ho scattato fotografie, quindi, vi consiglio di andare in cantina perchè Stefano Pietta fa ancora il vino con la passione dello sperimentatore.

By D.T.

* Società Agricola Pietta S.S. – Piazza   Zanardelli   Fraz. Castrezzone   – Muscoline   (BS) –   25080 –info@cantinepietta.it  +39036532143

PRIMO LUSTRO, SI CAMBIA GUSTO?

In occasione della manifestazione Terre d’Italia – Vini d’Autore presso l’UNA Hotel di Lido di Camaiore (LU) organizzata da quei “geniacci” de L’Acquabuona, testata on line di cultura enograstronomica, ho avuto l’opportunità di degustare alcune perle provenienti da varie zone d’Italia.

La manifestazione giunge alla quinta edizione con una serie di importanti novità oltre alle sempre presenti cantine quali Andrea Picchioni, Vajra, Ruggeri etc. etc.

Ora, nella vasta serie di assaggi (Bruno Verdi, Firriato, Forlini Cappellini, Gioia del Sole, Liesielof, Mosnel, Pala, Pantaleone,  Roagna, Ronco del Gelso, Tenuta delle Terre Nere, Vajra, Vallarom, Vivera) scelgo quattro produttori “novità” o perché mai oggetto di una mia notarella o perché non presenti alle precedenti edizioni.

Spumante: Bruno Verdi – Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra 2012. Sarà stato il primo assaggio, sarà stata la sete ma a me questo metodo classico a base Pinot Nero (70% Pinot Nero, 30% Chardonnay)  42 mesi sui lieviti, dosaggio zero, è piaciuto molto. Profumi armoniosi, fruttati con prevalenza di mela bianca e di crosta di pane. In bocca è gradevole il perlage fine. La mineralità e la acidità lo rendono molto fresco e beverino. Finale di nocciola tostata. Sicuramente una bollicina equilibrata e che rappresenta bene il carattere del suo produttore Paolo Verdi, noto ai più per il blasonato rosso Cavariola.

Vino bianco fermo: Vivera – Etna Bianco Salisire 2012.  <<Bang Bang! A terra mi gettò>> recita la canzone dell’Equipe 84. Polvere da sparo è il primo inconfondibile sentore alla olfattazione di questo vino siciliano da uve Carricante. Fantastico.  Una caratteristica che è un out – out da subito, come la “pipì di gatto” del Sauvignon. O piace o non piace, tertium non datur. A me è piaciuto molto anche perché dopo lo sparo c’è dell’altro: frutta tropicale e fiori bianchi. In bocca è rotondo e sapido come ci si attende da un vino del sud, piacevolmente persistente. Brava Loredana Vivera, i tuoi colpi mi son rimasti impressi.

Vino rosso fermo: Gioia del Sole – Montepulciano d’Abruzzo DOP Bella Addormentata. Più che Bella Addormentata, noto balletto musicato da Čajkovskij, avrei propeso per un pucciniano Madama Butterfly per gli occhi a mandorla della sua simpatica e sorridente produttrice che ha l’entusiasmo della neofita del settore. Il prologo di questo balletto enoico è un Montepulciano d’Abruzzo in purezza coltivato in provincia di Chieti; Atto primo: Color rosso intenso con riflessi violacei; Atto secondo: profumi di frutta fra i quali spicca la mora, al palato è caldo con tannini robusti; Atto terzo: nota finale di cioccolata. Applausi e lancio di fiori. La Riserva 2012 è degna di menzione ma va rivalutata più avanti nel tempo per il tannino ancora astringente.

Vino dolce: Forlini Cappellini – Cinque Terre – Sciacchetrà Riserva 2011. Più che un vino è un simbolo, un dono, mi spiegava l’appassionato produttore. Vino passito dolce difficile da reperire per l’esiguità della produzione sui ripidi terrazzamenti delle Cinque Terre. Questo Sciacchetrà viene da uve Bosco (80%), Albarola (10%) e Vermentino (10%). Una volta stappata la bottiglia, sgorga una dolce ambra, viscosa al roteare del bicchiere. Al palato confettura di albicocca e pesca legate da note mielate. Un vino universale che non può non piacere. Che sia il caso di inserirlo, per proprietà transitiva, tra i Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, come la terra da cui proviene?

In conclusione, dopo un lustro dall’inizio della manifestazione, continuate così, non cambiate gusto.

By D.T.

Ribolla gialla 2012, Collavini.

Una ribolla gialla vinificata con metodo classico?  L’unica ribolla gialla ? Ero rimasto troppo appeso alla curiosità dopo aver sentito una mirabolante recensione durante una puntata di Decanter a Radio2. E quasi casualmente ho rintracciato una bottiglia del millesimo 2012, con sboccatura 2016 (quindi a maturità del prodotto al culmine).

Scende nel bicchiere in una bella veste giallo carico. Perlage di una certa finezza e persistenza. Deludente per intensità e spettro olfattivo, estremamente tenue e timido, incapace di contraddistinguersi per note aromatiche. Si rifà al palato con una buona incisività e pulizia, piena di frutto giallo. Di buona persistenza e chiusura fruttata senza note amaricanti. Non rimarrà, nonostante i redazionali ascoltati, nei miei ricordi più limpidi…

d.c.

La grafica dell’etichetta è nobile.


Complete anche le informazioni della retroetichetta

Panorama…

Cuvée 600uno, Concilio spa, Trento doc.

Ma bravo Vincenzo! Le aspettative non potevano di certo essere smisurate: Brut di produzione industriale, 6 eur (si si ! Ho scritto 6 eur…) alla bottiglia. Riposto in ghiacciaia per accompagnare qualche aperitivo improvvisato. Ed invece il prodotto è assolutamente corretto: forse, anzi sicuramente agevolato da una sboccatura non datata (giugno 2016), scende nel bicchiere di un bel giallo paglierino carico. Profumi di frutta gialla matura “da chardonnay”. Palato preciso, pulito, “rinfrescante”. Per fortuna mi sono lasciato fregare e ne ho acquistato un cartone… in Franciacorta avrei ottenuto a pari investimento un bottino molto più scarso!

d.c.

Barbera d’Alba doc: Lablù 2012, Damilano; Trevigne 2014, Domenico Clerico.

Il sabato la Barbera d’Alba di Damilano: facile, fruttata, piacevolmente succosa, ma con una acidità che sorregge costantemente la beva. Un inno alla convivialità. “Versato” su strabilianti Plin dell’Antico Pastificio De Filippis nel cuore della prima capitale d’Italia.


La domenica la Barbera di Domenico. Impostazione diversissima. Cupa, profonda (anzi profondissima), complessa e concentrata: nata per stordirti e stupirti. Difficile ad occhi chiusi riconoscere il vitigno, che si può solo intuire per la freschezza che traspare dopo che le papille si sono rilassate dalla corposità del fluido. Di persistenza impressionante.



  d.c.

On attend Emmanuel

Vive la France! Vive la France!!! Non troppo, anzi per nulla interessato alle vicende presidenziali transalpine, ho ben pensato di festeggiare il futuro Roi de France nell’unico modo che io conosca.


Champagne. Blanc de Blancs di uno dei Grand Cru a me graditi: Bouzy.  BARON DAUVERGNE. Elegante, cremoso, infinito al palato, il perfetto accompagnamento a qualsiasi cosa.


Ma non contento e seriamente intenzionato ad intonare al meglio la Marsigliese ecco la vera perla della serata:

Chablis, Grand Cru, Vaudésir, 2007, Jean-Paul & Benoit DROIN.


Un colpo di cannone! Scende nel bicchiere con una veste giallo oro, non intensissima, dando attesa di un prodotto perfetto, di incredibile concentrazione ed intensità. Ed all’olfatto di nuovo un colpo di cannone! Se ne percepisce nettamente il tipico (tipico solo nei grandi Chablis) profumo di canna da fucile ovvero di polvere da sparo, ma poi qui dentro c’è tutto! C’è un’intera macedonia di frutta gialla matura, con spruzzate d’agrumi. Ma c’è anche una leggera speziatura di erbe aromatiche. E’ talmente affascinante e perfetto che non riesci ad allontanare il naso dal bicchiere, e l’ossigenazione del liquido ora esalta alcuni profumi, ora altri, mantenendo un equilibrio sempre mirabile. Al palato la rotondità della concentrazione, ammorbidita da una componente di alcool (13,0% vol. inusuale) e polialcolica impressionante, anche qui perfettamente equilibrata da una freschezza che seppur non sferzante regge l’intera tessitura strutturale. 

Allons enfants de la Patrie….

d.c.


Albino Rocca, Barbaresco DOCG 2013.

Mi ha sempre emozionato nonchè suggestionato, fin da giovanotto, quella strada Rabaja che risale il dolce crinale della collina, e soprattutto quella via che si apre a destra: la Strada Giro del Mondo. E ti domandi (e mi domandavo): dove porterà? Da nessuna parte! Sei arrivato! Tutto il mondo è lì! Sei nel (mio) cuore del Barbaresco!

Frequento queste bottiglie da anni, e da anni bevo Albino Rocca (che in realtà è qualche decina di metri prima del Giro): è con queste bottiglie che ho compreso la mia incurabile nebbiolodipendenza.

E di conseguenza, anche questa volta, vale il silenzio…

d.c.

Message in a bottle

Sabato sera mi trovavo al mare e, preso dalla curiosità di riprovare un ristorante a Querceta (LU) che oggi nomasi Taverna Giuditta, ho deciso di prenotare un tavolo.

Come per i luoghi di culto c’è continuità. Cambiano i nomi e le gestioni ma il ristorante resta sempre lì come là dove sorgeva un tempio pagano oggi si trova una chiesa.

Qui si mangia, là si prega.

Cena a base di pesce e scelta di vino del luogo o comunque limitrofo. Ad affiancare un’ottimo piatto di spaghetti di Gragnano ai frutti di mare, mi è stato proposto il, da me già ben conosciuto ma per questo non meno gradito, Vermentino dei Colli di Luni,  Costa Marina di Ottaviano Lambruschi, annata 2016.

Mentre alla vista si presenta col classico giallo paglierino brillante, al naso palesa note agrumate e di mela verde. Al palato attacco morbido di frutta bianca con finale secco e sapido in fluttuante equilibrio.

La bottiglia ora galleggia nel mare con un messaggio al suo interno: anche ‘sta volta t’ho vuotata.

By D.T.

Io per te, Prime Alture, Brut Metodo Classico. OltrePo’ DOCG

Capitato per motivi lavorativi nell’ incantevole Resort, ad un passo da Casteggio, me ne sono venuto a casa con 3 bottiglie, delle quali una è stata immediatamente sacrificata alla mia curiosità.

Tipico Blanc de Noir da sole uve di Pinot Nero, si presenta nel bicchiere nella giovanile veste di un giallo scarico, con pennellate verdognole, perlage nobile caratterizzato da infiniti spilli di carbonica. Olfattazione entusiasmante, molto fruttata tra note di albicocca e di un agrume dolce, di rara finezza e purezza. Molto francese.  Più incerto il gusto, forse troppo condizionato da una dolcezza da liqueur un po’ troppo invasiva, che di fatto si trascina in persistenza. Forse il campione è ancora troppo giovane, non avendo ancora digerito una sboccatura probabilmente del gennaio 2017.

d.c.

Elegante nel suo insieme la bottiglia.

… un po’ meno la retroetichetta che però rappresenta tutte le informazioni necessarie.


Tappo nobile, di elevata qualità. Peccato (per i collezionisti)  la presenza di una capsula anonima.