17° sfumatura di Anteprima dei vini della costa toscana

« Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, des “pomestja”* de la famille Buonaparte. »

Con queste parole, pronunciate da Anna Pàvlovna Scerer e rivolte al Principe Vassilij, inizia il famoso romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Il grande scrittore russo si riferiva all’atto con cui Napoleone volle creare il Principato di Lucca e Piombino e, per quello che a noi interessa, la cosa fu gravida di conseguenze anche sulla successiva produzione di vino.

 Noi di W.T.B. ci siamo decisi a seguire con maggiore assiduità la manifestazione lucchese “Anteprima dei vini della costa toscana” per cogliere qualcosa di diverso nel panorama vinicolo toscano. Una ottantina di produttori delle provincie rivierasche hanno avuto la brillante idea di associarsi sotto il nome di “Grandi Cru delle Costa Toscana” per rivendicare la propria identità, la propria peculiarità e, da ultimo, per affermare con forza che la Toscana non è solo Chianti e Brunello di Montalcino.

Già l’anno scorso scrivemmo di questa manifestazione che, tuttavia, rimane un po’ misconosciuta fuori dai confini toscani nonostante sia giunta alla diciassettesima edizione. Dal canto nostro non potremo che seguirla anche l’anno prossimo e negli anni a seguire.

Sarà la dovizia di eventi enogatronomici, ma l’Anteprima, a torto, stenta a diventare un punto di riferimento nonostante la qualità del parterre di produttori (ad esempio quest’anno oltre ad una ampia selezione di produttori della costa ci sono ospiti internazionali provenienti dall’Ungheria ma anche una agguerrita rappresentaza di cantine toscane dell’entroterra – tanto per citarne qualcuna Selvapiana e Tenuta San Giorgio). Importanti “seminari” sono stati organizzati durante la kermesse (Ad esempio si è festeggiato il 50° del Sassicaia con la degustazione di 5 annate rappresentative dei decenni passati sotto la guida di Daniele Cernilli ).

Lucca, non meno di altri capoluoghi di provincia toscani, ha una sua peculiarità enologica derivata dalla sua storia. Infatti, quello che ho potuto cogliere è che qui la Francia ha lasciato il segno nell’ottocento, introducendo barbatelle di vitigni che oggi definiamo internazionali ma che allora erano semplicemente francesi, quindi, innovative per l’epoca. Ciò è merito di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone io credo. Ella ottenne nel 1805 il principato di Lucca e Piombino e qui ci si ricollega all’incipit in quel momento fu instillata la prima goccia di vino francese.

I ben informati, tuttavia, ritengono che la svolta definitiva all’internazionalizzazione dei vini prodotti in provincia di Lucca sia avvenuta grazie a tal Giulio Magnani che volle migliorare la qualità dei suoi vini prodotti con le classiche uve locali Sangiovese, Trebbiano, Canaiolo e Colorino. Egli andò a imparare le tecniche di vinificazione francesi e importò Sémillon, Sauvignon, Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc, Roussanne e Syrah, Pinot Bianco e Grigio dalla Francia.

Questa mia divagazione storico-vinosa vuole focalizzare su Lucca e la sua provincia gli assaggi dei vini di alcune cantine partecipanti .

Per fare una breve panoramica dei produttori della provincia di Lucca presenti (peraltro delle lucchesi Tenuta Maria Teresa e di Villa Santo Stefano scrivemmo già l’anno scorso) abbiamo ristretto il campo alla Tenuta Lenzini, alla Tenuta di Valgiano, a Il Calamaio, a Colle di Bordocheo, alla Fattoria del Teso e alla Tenuta del Buonamico. Questo per darci modo l’anno prossimo di avere comunque il desiderio di provarne delle altre.

La Tenuta Lenzini mi ha aperto un mondo perché è da Michele Guarino,  “vignaiolo biodinamico”, che è partito l’input storico alla domanda del perché non c’è sangiovese nei suoi vini.  La Syrah, ma anche il Vermignon, il Casa e Chiesa, B-side e il Poggio de’ Paoli sono tutti “sangiovese e trebbiano free”.

Il Vermignon ha aperto l’assaggio. Già la crasi fra Vermentino e Sauvignon strizza l’occhio al francese di cui riprende le sonorità ma al palato si manifesta subito di italica schiatta. Di color paglierino, al naso più vermentino che sauvignon, “forgiato” in acciaio, di bella struttura, si presenta ben equilibrato fra freschezza e sapidità, affilato quanto basta. Di solito sono scettico sui bianchi toscani ma questo mi ha convinto.

B-side: un nome un po’ da discoteca. Questo rosato a base merlot è vinificato in acciaio ed ha le caratteristiche di un vino rosso, di cui ha la struttura, mascherate da un abito rosa quasi corallo. Al naso spicca la ciliegia, la fragola acerba. La piacevolezza di beva è data dalla morbidezza del merlot. Regge per la struttura piatti a base di carne.

Casa e Chiesa sempre merlot “centopercento” fratello maggiore di quello di cui sopra, quindi, al naso si caratterizza per la nota frutta rossa più spiccata tannino più carico e maggiore persistenza.

La Syrah: Syrah, o Shiraz, in purezza. All’occhio si presenta “deep ruby“.  Bel connubio fra frutti rossi e spezie che dal naso si ritrovano nel palato. Tannini smussati dal sapiente uso della barrique. Mi torna voglia di berne solo a scriverne figuriamoci quando ce l’avevo nel bicchiere.

Poggio de’ Paoli: E’ aristocratico ma al contempo tormentato e rivoluzionario per rimando all’excursus storico col Guarino. Questo per descrivere che le varie uve che lo compongono (Cabernet Sauvignon 70% Cabernet Franc 10%, Alicante bouchet 10% e Syrah 10%) lo rendono complesso. Frutti rossi maturi al naso ma anche spezie ma anche fiori fanés. Al gusto è rotondo con una bella trama tannica e qualche suggestione erbacea. Finale fruité. Un grande vino poliedrico.

Siamo sempre in provincia di Lucca ma ci spostiamo da Gragnano a Montecarlo con la ditta Fattoria del Teso di cui ho molto apprezzato la secchezza unita alla mineralità del Montecarlo Bianco Doc (Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Vermentino e Trebbiano) non che gli altri vini fossero da meno ma ha pienamente centrato quello che cercavo. E sarà per ciò motivo di visita in cantina. E’ risultato gradevole il Sovrano del Teso uno charmat (Chardonnay, Sauvignon, Trebbiano) che, tuttavia, subisce la concorrenza spietata del Prosecco per cui non credo che possa uscire dai confini locali. Ha piacevolmente impressionato il Vermentino per la sua freschezza e mineralità. E’ piaciuto per la nota spiccata di liquerizia il Montecarlo Vin Santo. Per quanto riguarda i rossi ho rinvenuto freschezza e rotondità nel Montecarlo Rosso Doc (Sangiovese, Merlot e Petit Verdot) grazie anche alla vinificazione in acciaio e cemento mentre da riassaggiare fra qualche anno l’Anfidiamante.  Mi son piaciute le classiche etichette delle bottiglie borgognotte meno quella dell’Anfidiamante.

Da Montecarlo di Lucca ci spostiamo a San Macario presso Il Calamaio di cui ho apprezzato il bianco denominato il Soffio (Chardonnay e Petit Manseng), un bianco originale e molto personale. Giallo paglierino, banana e ananas al naso, di bella struttura, intenso con un finale sapido. Certo non un vino piacione… e questo è un merito. Il Sangiovese trova la sua espressione nel Poiana. Non pensate al Sangiovese del Chianti potente e tannico, il Poiana è ciliegioso, fresco, morbido e sapido nel finale.  E’ una autentica espressione del territorio da cui proviene senza velleità di imitare il sangiovese chiantigiano.  Schietto. Chiude l’assaggio il polposo L’Antenato che ha il merito di essere prodotto da vigne vecchie autoctone di distinte tipologie (barsaglina, mazzese, buonamico, colorino) così da avere un prodotto personale che non si trova in altre cantine. A me questi vini un po’ “Jurassik Park” piacciono perché il vino non è solo assecondare il mercato ma è anche storia della vite.

Da San Macario ci dirigiamo verso Capannori presso Colle di Bordocheo in località Segromigno in Monte. Di questa cantina abbiamo assaggiato solo i bianchi: Bordocheo Bianco – Doc Colline Lucchesi e Bianco dell’Oca IGT. Innanzitutto complimenti alla ben fatta brochure per la sua chiarezza e sintesi espositiva. Anche i vini rispecchiano una chiarezza espositiva invidiabile al limite del didascalico. Ecco che il colore è giallo paglierino limpido con riflessi verdognoli senza ombra di dubbio. Al naso il vino rispecchia la complessità olfattiva conseguenza delle diverse anime che lo compongono  (Trebbiano, Vermentino, Malvasia toscana e Grechetto) e si traducono in un bel bouquet di fiori per la presenza di uve aromatiche. Secco al palato. Dichiamo che se ne scende bene e invoglia a berne più di un bicchiere. Non da ultimo il buon rapporto qualità prezzo lo rende un ottimo vino quotidiano.  Chiude l’assaggio il Bianco dell’Oca. E’ un bianco che ha un suo perché e abbinato al precendete giustifica la visita in cantina. Appaga l’occhio per i suoi riflessi dorati, accontenta il naso per il suo avvolgente bouquet di fiori e soddisfa il palato con ananas e un persistente finale balsamico. Chapeu.

Sempre nel comune di Capannori ci spostiamo in località Valgiano nell’omonima Tenuta: La cantina nasce rossista ma per nostra scelta abbiamo limitato l’assaggio al Palistorti Bianco. Il perché di questa scelta sta nel fatto che volevamo tastare con mano se nelle diverse cantine della c.d. Lucchesia vi sono dei bianchi degni di essere ricordati. Struttura da rosso per questo vino bianco, il corpo è esuberante un po’ a discapito della eleganza. I sentori sono netti di pompelmo e frutta tropicale. In bocca è caldo e ampio. Il finale è intenso. Buono si ma “adelante con juicio” a berne, non è certo un ballerino direi più un lanciatore del peso.

Chiudiamo con la arcinota Tenuta del Buonamico che si trova in quel di Montecarlo di Lucca. Di questa abbiamo assaggiato solo l’Inedito Premiére Cuvée. Uno Charmat “quasi lungo” perché la sosta in autoclave è per 6 mesi. Si fa notare per l’uva non facile da cui deriva il Pinot Bianco. Le uve di diverse annate  sono lavorate alcune in acciaio altre in barrique. Bolla piacevole con una nota boisée.  Da aperitivo ma di classe.

Poi mi sono fatto attrarre dai vermentini, quello di Col di Bacche, di Tenuta Sterpai, di Casa di Terra ma qui scriverne è un fuori tema e saranno oggetto di prossimi “focus”. Quod differtur non aufertur, dicevano i Latini. Quindi, non me ne voglia il simpatico Alberto Carnasciali della maremmana Col di Bacche se non scriverò del suo bel vermentino e del suo piacevolissimo Morellino perchè, dopo averli assaggiati, saranno anche oggetto di una visita in cantina.

Ringrazio Antonio e Piero, miei accompagnatori a questa manifestazione, per la loro pazienza.

By D.T.

*Pomestja = proprietà

Non chiamatelo Prosecco… chiamatelo Cartizze!

I miei tre amici ed oramai anche i nostri quattro lettori sanno che non amo i Prosecco ( dei cui produttori però ammiro il virtuoso modello agricolo-industriale). Ma c’è una collina, una piccola isola nello sterminato mare di Glera nelle valli del Valdobbiadene, che produce un frutto diverso, dove il vino è distintamente differente: questa è Cartizze! Ed in Cartizze c’è un solo agricoltore che ha solo vigneti sulla collina: questo è Marsuret! Bevo Marsuret da 20 anni e bevo solo lui…

Si presenta nel bicchiere di colore giallo scarico e spumoso, ma risulta intenibile all’olfatto per la fresca ed esuberante intensità. È gioviale, e non può non piacere nella sua semplicità ed immediatezza: percepisci nettamente le fragranze di una pera William e diffusa è la sensazione di camomilla. L’elevata componente zuccherina dichiarata non è mai invasiva ed il notevole equilibrio richiama un nuovo sorso. In bocca la frutta aumenta il gradiente di maturità, come una macedonia a polpa bianca leggermente macerata che accompagna il ricordo.

Un sentito ringraziamento a Bobo, provvidenziale corriere di felicità.

d.c.

BERRY AND BERRY: BELìN CHE COLORI!

Ieri sera presso la Trattoria Naviglio a San Zeno Naviglio (BS) si è tenuta un’interessante degustazione di vini prodotti dall’Azienda vitivinicola Berry And Berry, che, in una giornata piovosa, ha portato un po’ di sole della Riviera di Ponente in terra bresciana.

L’azienda si trova a Balestrino in provincia di Savona e si fregia di produrre vini da tre generazioni.

Lo Chef de Cave Alex Berriolo, con fare scanzonato, sintetizza, usando cinque termini, la propria attività: Pietra, Fatica, Passione, Vitigni e Vini. Pietra perchè sulle montagne liguri sono stati ricavati piccoli spazi dove coltivare vite e olivo; Fatica perché la coltivazione della vite sui terrazzamenti richiede una manodopera maggiore di quella usuale; Passione perché la tradizione di produrre vino viene rielaborata alla luce delle innovazioni agronomiche ed enologiche attuali; infine Vitigni : Pigato, Vermentino, l’antico vitigno Barbarùssa oltre a Sangiovese e Ormeasco coltivati fra le provincie di Savona e Imperia sono le uve da cui nascono i suoi Vini.

Si comincia con il rosato Lappazücche 2016 da uve Barbarùssa 80% e un saldo di un 20% di altre uve (Rossese, Grenache in quantità variabile a seconda dell’anno). Il colore rosa aranciato limpido (in seguito all’ossidazione degli antociani)  è veramente attraente, al naso si percepiscono frutti rossi (ribes). Al palato si mostra elegante e fresco per l’acidità che supporta la sapidità finale. Chiudendo gli occhi sembrava di essere in una spiaggia assolata mentre in realtà fuori cadeva pioggia a dirotto.  Abbinamento perfetto con le focacce liguri farcite con verdure o salumi stile pique-nique da spiaggia.

Si prosegue con il Baitinin 2016 (50% pigato, 50% vermentino), giallo paglierino con riflessi verdognoli, luminoso, erbe aromatiche, timo e fieno tagliato.  L’influenza del mare si sente subito per la nota immediatamente salmastra, fresco. Il vino è equilibrato, netto, con una bella pulizia finale del palato. Corretto è stato l’abbinamento con il risotto di pesce.

Entrambi questi vini sono vinificati e affinati in acciaio. Da rimarcare il non elevato grado alcoolico (12,5% vol) che facilita la beva.

Per ultimo il Poggi del Santo 2015 da sole uve Sangiovese. Rosso rubino, al naso frutta rossa (più prugna che ciliegia), al palato: tannino morbido dato dalle uve provenienti da viti di oltre 50 anni e ulteriormente affinato in barriques per 24 mesi, sapido. Abbinabile anche a piatti di pesce in umido, tuttavia, questa sera ha accompagnato una splendida faraona ripiena al forno, vero colpo da maestro dell’oste Franco.

Da ultimo Alex Berriolo (da cui il diminutivo Berry), con fare donchisciottesco, simpaticamente coadiuvato da Jacopo Fanciulli, ha tenuto a sottolineare che i suoi vini sono vini da tavola perchè egli rifugge le etichette delle doc e delle indicazioni geografiche “per creare una identificazione aziendale basata su unicità e tipicità”, sue testuali parole.

In conclusione: vini belli da vedere e buoni da bere.

By D.T.

 

 

Monumentale

Sapevo di averle cacciate da qualche parte; sapevo di averne ancora tre. E così, sotto una impolverata catasta di bottiglie, ammucchiata chissà quanto tempo fa, sono comparsi i tre “Cabochon” Rosé 2001. Signori… 2001! I dubbi di trovare il vino integro sono crescenti. Lo sconforto nella rottura del tappo oramai incollato alle vitree pareti. Il colore nel bicchiere è ben oltre la buccia di cipolla, ma oramai decisamente aranciato. Al naso tenui elementi terziari: tra una mora di gelso ed una prugna disidratata affiora netto un bastoncino di liquirizia. Il vino è perfetto, ed evolve di minuto in minuto. In bocca è gentile, leggero, equilibrato: è tutto in punta di fioretto, è tutto molto elegante, direi femminile. Ritornano aromi di fiori appassiti e dolce fragolina di bosco. Un monumento.

d.c.

Petite patisserie

Costruito su un equilibrio mirabile, tutto dosato senza eccessi: profumi intensi e di eleganza sussurrata come gioielli di piccola pasticceria; la frutta matura e leggermente dolce lascia poi il passo ad una golosa crema a pasta gialla. In bocca non c’è bisogno di mostrare i muscoli: è tutto così talmente suadente che ci si lascia abbandonare ed affascinare dalla misura degli elementi, sempre perfettamente calibrati, tanto da non accorgersi che, come niente fosse, le nostre papille passano da una nota di sapidità certa ad una chiusura che sembra persino dolce, che rimane lì in amovibile persistenza, quasi a ricordo dell’antica tradizione champenoise.

d.c.

Giona 2011. Salina Bianco igt

C’è il sole sull’etichetta, ma c’è tutto il sole del Paradiso delle Eolie nel bicchiere. Ero convinto di essere arrivato tardi. Ero convinto di trovare un vino oramai spento, ed invece… Ha perso la primavera fiorita delle prime bottiglie, ma si è trasformato e racconta tutto il calore dell’estate: il colore è oro; i profumi sono fusioni di frutti maturi e succosi, pesca, melone cantalupo, fichi d’india. Tipico assemblaggio di Inzolia e Cataratto. In bocca la struttura tiene, acidità e calore si avvicendano con alternanza. Solo l’uscita leggermente amarognola di mandorla tostata ci racconta che siamo arrivati appena in tempo…

d.c.

Lugana Riserva Borghetta 2014. Avanzi.

Della citata barrique di fermentazione ed affinamento non se ne scorgono i tratti mentre cerchi di identificare i singoli elementi aromatici fusi in una complessità ancora in evoluzione. Affiora una polpa gialla di frutto maturo, un fiore estivo, note medicinali ma già al naso è nettamente percepibile il calore alcolico, che qui assume caratteristiche “solari”. In bocca poi è morbido, grasso, riempie ed appaga. L’alcool sovrasta la struttura acida, chissà se il vino sarà in grado di evolvere ancora nel tempo?

d.c.

Timorasso Archetipo 2014. Ezio Poggio.

Mai mi ero inoltrato, in vita mia, nelle “Terre di Libarna”, recente sottozona della più ampia denominazione dei Colli Tortonesi. Ed, a quanto pare, ho incontrato una celebrità della zona, la cantina Poggio, nell’espressione del vino più caratterizzante l’intera denominazione, il Timorasso. Decisamente verde nel bicchiere, trasferisce il suo colore anche ai profumi: siamo nel pieno di uno sfalcio di erbe di campo. Solo dopo alcuni giri di areazione affiora un piacevole agrume, direi senz’altro un pompelmo rosa. Nel cavo orale è l’acidità a farla da padrona, tanto strutturata da soverchiare la nota alcolica, quest’ultima forse affiorante solo nella morbidezza di un’uscita lunghissima e citrina.

d.c.

Ferrari Perlé Zero 10: non solo Giulio Ferrari Riserva del Fondatore

Il Perlé Zero 10 è stato presentato dalle Cantine Ferrari nel settembre 2017 e segue l’uscita del “Bianco Riserva” (assolutamente da provare) per completare l’offerta della collezione Perlé.

Lo “Zero 10” (dall’anno della messa in bottiglia) è un nature composto da un mosaico di millesimi delle vendemmie 2006, 2008 e 2009. Raffinato chardonnay di montagna invecchiato in acciaio, legno e bottiglia per un sofisticato assemblaggio da cui ne sgorga, dopo almeno 6 anni sur lies, un “non millesimato” (o con più enfasi un “multivintage”) davvero interessante.

Degustato nell’autunno dello scorso anno, non mi aveva completamente convinto, la sensazione di legno la faceva da padrone forse a causa della ravvicinata sboccatura.

Ad alcuni mesi di distanza si presenta nel bicchiere con riflessi dorati e un perlage di tutto rispetto (finissimo e infinito) al naso spicca il frutto: sentori di pompelmo rosa, ananas, zenzero fresco con un finale leggermente balsamico. Non manca quindi l’eleganza aromatica anche se, a dirla tutta, non emergono la fragranza e la tostatura che ci si aspetterebbe da un Trentodoc di così elevato standing.

In bocca risulta preciso, avvolgente, pieno ed equilibrato con una buona persistenza aromatica. Una bollicina di grande struttura, a cui del resto la famiglia Lunelli ci ha abituato, a partire dall’ineguagliabile Riserva del Fondatore.

Ottimo l’abbinamento con del sushi o con crostini burro e acciughe del mar Cantabrico

R.R.

Ciampagnis Vieris 2015. Vie di Romans.

Lo Chardonnay che non ti aspetti. O perlomeno che non ricordi!

È per me un abominio stappare una bottiglia, a cui auguri, perlomeno, 15 anni di vita. Eppure sono stato io stesso autore di cotanto (ed efferato) delitto. Ma un vino, quando è grande, è capace di essere straordinario in ogni fase della sua evoluzione. E così questo Chardonnay, di provenienza friulana, di modello borgognone, e di imprevedibile gioventù ha illuminato una già buia serata. Al naso scatena con improvvida intensità, come solo un ragazzino sa fare, il calore del sole: c’è di tutto in quella cascata di profumi, dalla frutta gialla matura ai fiori di campo, passa da erbe aromatiche sino alla burrosità tostata dei legni di fermentazione. C’è l’albicocca, il pompelmo rosa, la banana, e poi la salvia. In bocca ti scarica la sua iniezione da torpedine, ti stordisce tutto appoggiato sulle durezze, che celano completamente le rotondità alcoliche, la cui presenza è rilevata esclusivamente dalle note in etichetta. Si muove al palato, vibra… continua a vibrare: è una persistenza tattile. Infinita.

d.c.