San Cristoforo Pas Dosè 2013

Era tanto che non riapprodavo alle sponde di questa virtuosa cantina franciacortina, mai in assaggio di un non dosato. Non c’è da sorprendersi se una cantina che ha sempre fatto della qualità una delle proprie caratteristiche salienti se ne esca con un prodotto da… urlo. È un vino dal taglio moderno, ma che di fatto rappresenta un po’ un archetipo, un modello di cui mi sono riempito testa e bocca. È apparentemente semplice, schietto… vero; ma in realtà è sintesi e misura. Paglierino alla vista, con persino riflessi verdognoli (segno che il tempo è stato domato). Il naso si impressiona facilmente per l’intensità della scossa: ed anche qui una netta sensazione di frutta croccante, forse anche acerba. Non c’è una complessità da far girare la testa, anzi, ma un’integrità del frutto da divenire sostanza. In bocca è cesello e bisturi: ritorna l’idea della misura perfetta, scientifica; tutto è perfettamente calibrato, ma l’equilibrio sa di naturale, mai di artefatto. Ed anche qui una croccantezza di frutto che disseta e che diventa edibile.

d.c.

CCXCII

Rebo di Vallecamonica

Ne è passato di tempo daile prime scorribande enoiche in Vallecamonica e non si può dire che lì il tempo si sia fermato; infatti la qualità della produzione sta crescendo verticalmente di vendemmia in vendemmia. Ne è testimonianza questo “vino rosso” ( che bello la sperimentazione fuori dai disciplinari giustamente rigidi…) da vitigno Rebo (incrocio genetico tra Teroldego e Merlot) prodotto da una delle cantine più attive nella promozione del vino camuno (Rocche dei Vignali). Pur nella sua semplicità (ed economicità) appare corretto, con profumi di netta impronta fruttata (gradevolissima la ciliegia affiorante), nessuna nota verde né al naso né al palato. Le note di grande freschezza percepite tra i profumi si ribadiscono in bocca con un liquido corroborato da elevata acidità, che pulisce e drena con forza, ma che progressivamente svanisce lasciando un ricordo di mora da rovo appena raccolta.

d.c.

CCXC

Voglia di Chianti

Ammetto da sempre di essere nebbiolodipendente, ma talvolta, alcune sere, soprattutto autunnali, mi cresce una irrefrenabile voglia di Vino Toscano e fra tutti di Sangiovese Toscano, ed a quel punto l’irrefrenabilità si trasforma in stappature…

Il primo Chianti, Tenuta Cortine e Mandorli, viene da Montespertoli, confinante tra le “Classiche” Val di Pesa e Val d’Elsa. L’avevamo già incontrato qui, nelle nostre chiacchiere sul vino, almeno un autunno fa (…), ed un’ ulteriore stagione di maturazione gli ha giovato. È tutto ben equilibrato: il frutto rosso e dolce è ben supportato da una freschezza, mai soverchiante, che comincia però a far affiorare in chiusura piacevolissime note di rotondità cioccolatose.

Di impressionante vivacità invece l’intensità fruttata della Riserva “Classica” 2008 seguente. Chissà come sia arrivato nella mia cantina e chissà come mai la nostra Bibbia (wine-searcher) non conceda citazioni per la vendemmia 2008 (ho per le mani un pezzo unico?). I profumi richiamano una macedonia di piccoli frutti rossi e di prugna, ma rapidamente affiora una nota terrosa che diventa cuoio e poi fungo. In bocca risulta, nonostante i due lustri sulle spalle, giovanissimo. Le durezze imperano: acidità a manetta e tannino ancora ruvido, che avrebbe permesso alla bottiglia di durare integro per ancora molto tempo. Gradevole il ritorno di prugna che svanisce piano piano.

d.c.

CCCLXXXIX

…Adesso ne abbiamo la certezza!

…passano due giorni: una nuova tavola, in un luogo nuovo, ma chiudiamo con l’ennesimo vino dolce (e siamo a tre in meno di 20 giorni, dopo lo zero di alcuni anni…). Un vino dolce che rappresenta per me assolutamente una novità: un passito di uva Verdea dalle colline di San Colombano. Nel complesso molto semplice, sicuramente più sbilanciato verso le componenti morbide rispetto ai campioni (nel significato valoriale del termine) dei giorni precedenti. Ma lo ricorderò per un gradevolissimo profumo di albicocca disidratata e per un’altrettanto nobile aroma, seppur sussurrato, di marmellata di agrumi, segno tangibile che la strada intrapresa dai vinificatori è quella corretta.

d.c.

CCLXXXVIII

Due indizi fanno una prova. La versione di d.c.

Qualche giorno fa ci stupivamo di come fosse divenuta oramai desueta la degustazione di vini dolci, in occasione della strappatura di un solare Sauterne. A pochi giorni di distanza il desiderio di aprire nuovamente una bottiglia dolce: vuoi vedere che il gusto sta ricambiando, portando nuovamente a godere delle note da appassimento?

È ambra antica nel colore, scende e rotea nel bicchiere con viscosità. L’ambiente si permea di sentori di fichi maturi, zucchero caramellato, di una carruba appiccicosa, ma anche di profumi della terra: ha ragione R.R. quando evoca la presenza del “fungo”, perché effettivamente la nota di fungo essiccato c’è, come la chiusura speziata o forse di ginger, di zenzero. E come tutti i grandi passiti la prima percezione di quando il nettare scende in bocca non è la dolcezza né la morbidezza dell’alcol bensì una astringenza acida. Bellissimo poi l’oblio in un crescendo mellifluo.

d.c.

CCLXXXVII

Franciacorta, i love you. Nr. ?

Si, lo so! So perfettamente che i tre (o tremila) lettori di WTB diranno che parliamo sempre delle stesse cantine… forse è anche vero, ma… quanto è buono il Brut 2010 di Ronco Calino! Le bollicine sono minuscole ed infinite, movimentando un giallo che ha già acquisito un gradiente di intensità di colore superiore. I profumi sono ammalianti: alla polpa gialla della frutta, alle note agrumate di mandarino ed alla piccola pasticceria si associano note evolutive ancora più interessanti, forse speziate; incredibile la carruba che lascia i bordi del bicchiere ed una insolita (in Franciacorta) mirabelle di stampo “nobile”. In bocca esalta la precisione: tagliente all’ingresso, pieno al palato, di elegante e lunghissima persistenza.

A che numero siamo arrivati per “Franciacorta, I love you”? I lettori, se provano un vino così, sicuramente mi perdoneranno…

d.c.

CCLXXXVI

Proseguendo con il Pouilly fume’- Didier Dagueneau “Le Roi du Sauvignon Blanc”

Ci sono ricordi che rimangono indelebili nella nostra mente, momenti emozionanti che anche il vino sa regalare….. mi era già successo da Mouton Rothschild ad esempio o da Château d’Yquem….
Siamo ancora immersi tra i dolci pendii di Pouilly-sur-Loire, lo sguardo si perde all’orizzonte nei vitigni.
Percorriamo una piccola stradina di campagna, Rue Ernesto Che Guevara – Saint-Andelain.
I lettori più appassionati avranno sicuramente già compreso, ci troviamo nel cuore dei 12 ettari di produzione di un grandissimo vigneron che portava i capelli scompigliati e la barba incolta, dedito alla cultura biodinamica, anticonvenzionale e fuori dagli schemi che ha saputo elevare il suo sauvignon blanc a rango di eccellenza, fino a divenire mito.
Già da tempo annoverato nei libri e nelle riviste del settore Didier Dagueneau, a volte definito pazzo (sicuramente un genio della viticoltura), ci ha atrocemente lasciato nel 2008 a soli 52 anni. I figli Charlotte e Louis-Benjamin proseguono la sua opera alla guida della Maison che esprime la quintessenza del terroir di questa zona della Loira.
E’ fine settembre e fervono le attività della vendemmia, non ci avevano assicurato la visita e invece, veniamo accolti all’interno della piccola cantina (circa 50 mila bottiglie prodotte all’anno).
Ci incuriosisce la particolare vinificazione, da subito in barrique per un anno poi in acciaio per lo stesso periodo. Assaggiamo il vino in primeur, come avviene dai grandi del Bordeaux, rimaniamo sbalorditi e capiamo che siamo davanti a qualcosa di grande, il vino dopo un anno in legno ne trattiene solo un lieve sentore.
Sorseggiamo poi il prodotto dalle vasche di acciaio: Silex e Pur Sang del millesimo 2017 e già i vini, per quanto non pronti, donano sentori e profumi complessi, variegati.
La visita giunge alla fine, ci viene versato nei raffinati calici fornitici per la degustazione Le Jardin de Babylone vino dolce di grande eleganza e complessità. Petit Manseng, vinificato e maturato in barrique. Giallo oro intenso, di elegante morbidezza e profondità. Si godono sentori di frutta esotica matura e spezie dolci. Lascia la bocca fresca, di lunghissima persistenza. Spettacolare anche perché ottenuto, con nostra sorpresa, senza attacco di botrytis.
Soddisfatti siamo pronti a lasciare la cantina ma un vigneron, forse incitato da alcuni compagni di viaggio, sta versando nei bicchieri una bottiglia di Silex annata 2002.
Contemplato a pieno titolo tra più grandi vini bianchi al mondo, nel calice si mostra giallo paglierino con decisi riflessi brillanti. Al naso è emozionante, ricco e complesso. I 16 anni di affinamento ci restituiscono, probabilmente, il vino al massimo della sua essenza. Mineralità di grande eleganza, effluvi tipici del siliceo: fumè, pietra focaia e grafite. Poi emergono erbaceo, scorza d’agrume e frutta tropicale.
Il sorso è eccelso, affilato e avvolgente. Di grande freschezza, riempie il palato con equilibrio vellutato e morbidezza che lascia spazio a un finale di profonda sapidità aromatica. Persistenza infinita.
Vino impressionante, indimenticabile. Per chiudere in gloria non ci rimarrebbe che assaggiare l’Asteroide “Franc de Pies”. Ma lasciamo questa leggenda ai nostri sogni…
Che altro dire, mi affido a un romantico motto Cubano dedicato appunto al “Che” che calza a pennello: grazie Didier “tu ejemplo vive tus ideas perduran”.

Un encomio a Simona e Giovanni, le nostre guide, che con il loro impegno ci hanno regalato questa grande emozione. Grazie
E ora via verso l’ultima tappa del Blanc Fumè …… segue

R.R

E con il carrello dei bolliti?

Continua il girovagare, senza sazietà, nell’allevare la ciccia che contraddistingue il nostro girovita. Ma cosa abbinare ad uno straordinario carrello di bolliti ed arrosti? Trovandosi in terra veronese, presso il famoso “Ceccarelli”, abbiamo ricercato un abbinamento di vicinanza, preferendo un Ripasso locale di Tommasi. Di colore intenso e purpureo, rimarca con forza al naso un impeto alcolico (pur mostrando un volume alcolico complessivo non impressionante) ed una varietà un po’ monocorde di frutti rossi, in primis la prugna disidratata. Corretto al palato, forse apparentemente già più squilibrato verso le morbidezze, ma la bocca risulta sempre perfettamente pulita e mi permetterei di dire “sgrassata” pur in presenza di un piatto impegnativo. Certamente la ratio prezzo/qualità per una bottiglia di poco superiore ai 12 eur al ristorante ne aumenta verticalmente la godibilità.

d.c.

CCLXXXIV

Sfursat Fruttaio Cà Rizzieri 2013. La versione di d.c.

Per molto tempo la mia dichiarata nebbiolodipendenza mi ha portato a navigare tra Langhe, Roero e Valtellina (nonché zone più marginali, come oramai sapete…): tutte espressioni diverse di un vigneto che ti appaga, sempre, ma non ti sazia, mai. Ed in Valtellina ho sempre ritrovato l’eccellenza espressiva in due grandi vini: lo Sforzato 5 Stelle di Nino Negri ed appunto il Fruttaio di Rainoldi. Potete immaginare come siano brillati i miei occhi quando la comanda è stata lanciata, colma di sicumera ed un po’ di tracotanza, da parte di R.R.: è evidente che questo Sfursat sia un monumento per tutti gli amanti del bere bene.

Rosso rubino di profondità abissale. Profumi mai domi, che continuano a cambiare e rincorrersi: lo spettro olfattivo è impressionante. Difficile definire una complessità non arginabile che va dal frutto rosso e nero di bosco (fragolina, mirtillo, lampone) per poi trasformarsi in una dolcissima mora di gelso, per poi ancora andare su note terrose, di fungo essiccato, di tabacco e probabilmente di cuoio toscano. E la ruota del pavone continua a girare, e la nostra capacità percettiva è finita, incapace di farsi ulteriormente impressionare. Quando scende nel cavo orale non si percepisce minimamente l’elevato contenuto alcolico, ma rimane integro, racchiuso all’interno di due lunghissimi binari di durezze che ne regolano una struttura sontuosa e granitica. Persistenza non terrena: a giorni di distanza mi pare di averlo ancora lì in bocca. Suggestione? Senz’altro! Ma R.R.raccontami il tuo Cà Rizzieri… il mio è stato, come sempre, indimenticabile.

d.c.

CCCLXXXIII