Chi ben comincia è a metà dell’opera

Partecipare alla presentazione del catalogo di Proposta Vini con annessa degustazione sta diventando una tradizione. Anche l’anno scorso l’incipit fu con la medesima caleidoscopica manifestazione.


Il 19 e 20 gennaio 2020 presso L’Hotel Parchi del Garda di Lazise (VR) la “palette” di cantine presenti è veramente ragguardevole. Sono 133 i produttori provenienti da diverse regioni vinicole italiane e straniere, come ben rappresenta la mappa distribuita all’ingresso unitamente al catalogo. Proposta Vini ricerca sul territorio nazionale ed estero giacimenti enologici rari ed autentici avendo come obiettivo quello di valorizzare prodotti unici.

La valorizzazione del vino per Aree Tematiche è l’aspetto qualificante il catalogo. Fra queste si annoverano: i Vini Estremi, i Vini dell’Angelo, le Bollicine da Uve Italiane, i Vini delle Isole Minori, i Vini Franchi e i Vini Vulcanici.

Nel 2019 parlammo di Champagne, ça va sans dire che la prima volta si parte col botto. E lo schioppo del tappo-fungo rende bene l’idea. Quest’anno, invece, per non scrivere sempre delle stesse cose puntiamo il “mirino” su nuove esperienze.

Scriviamo un poco di sud una volta tanto. Ricerco cantine della Calabria e ne trovo una: Scala. Dico fra me e me “sarai mia”. Lì mi dirigo dopo alcuni assaggi fatti di Champagne (Dourdon-Vieillard) e bianchi del Friuli Venezia Giulia (Klanjscek) in modica quantità perché non voglio distogliermi dal mio obbiettivo.

Giungo quindi alla postazione n. 103 all’interno della grande sala dell’Hotel Parchi e, dopo una breve presentazione col produttore Francesco Scala, cominciamo a riempire il bicchiere dapprima col bianco poi col rosato ed infine con i due rossi. Accattivanti le etichette rétro sulle bottiglie, come “quelle che già utilizzava il nonno negli anni ’50” sentenzia Francesco.

Cirò Bianco 2019 : L’uva utilizzata è il Greco Bianco in purezza vinificato in acciaio per mantenerne profumi e freschezza. All’occhio si mostra giallo paglierino con riflessi verdognoli (anche se la luce della sala pareva aggiungere qualche riflesso dorato). Al naso i sentori primari di frutta bianca sono avvolgenti e appaganti. Al palato è sapido e persistente ma deve ancora bilanciarsi con il naso che ammalia. Il grado alcoolico contenuto nei 12 gradi ne facilita la beva che può variare dall’aperitivo all’accompagnamento di piatti a base di pesce.

Cirò Rosato 2019: L’uva utilizzata è esclusivamente il Gaglioppo anche questo vinificato in acciaio. Il bel colore rosa ramato viene raggiunto con una macerazione di 4/5 ore delle bucce. Al naso, data la lavorazione in acciaio, si presentano note di frutta rossa asprigna (tipo la fragolina di bosco) meno le spezie, al palato è fresco e coerentemente agrumato. Più significativa la presenza dell’alcool che tuttavia appare ben integrato nel corpo del vino.
Lasciato al bianco il momento dell’aperitivo, lo spettro delle pietanze da abbinare si amplia dai piatti di pesce ai primi piatti anche con la carne. Mi è piaciuto anche perché è un rosato monovitigno, comme il faut.

Cirò Rosso Classico Superiore 2018: qui obiettivamente si percepisce che del grappolo viene sfruttato tutto il potenziale. Il rosa versato in precedenza cede al rosso rubino con riflessi granati. Gli archetti sul bicchiere lasciano intuire una alcolicità importante. Esuberante ma nel contempo elegante. Sentori di ciliegia e prugna. Tannini presenti ma non eccessivamente astringenti. Armonico al palato e simmetrico alle sensazioni olfattive di frutta, come si addice ad un vino ben fatto. Sapido come si conviene ad un vino proveniente da uve allevate non distanti dal mare. Francesco ha tenuto a sottolineare che la maturazione di due anni avviene in vasche di cemento… sempre come una volta. Ci si è chiesti se potesse andare bene con lo spiedo bresciano. Dopo ampia discussione con i miei compagni di assaggio (“R.R.” e “la Anto”, n.d.r.), si è giunti alla conclusione che: sì è un grande vino, ci può stare, tuttavia predilige la carne ovina o comunque alla griglia piuttosto che la carne allo spiedo più burrosa e grassa. Ma il guanto della sfida è stato lanciato.

Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2015: Sempre l’uva Gaglioppo la fa da padrona nel senso che trattasi di monovitigno. Questo vino fa intuire una lunga tenuta nel tempo. It’s a long way to Tipperary. Si presenta rosso granato che darà sviluppi aranciati dei quali si intravedono già alcune sfumature ai margini. Dopo quasi un quinquennio si sente ancora il frutto rosso chiaramente giocato sulle note sotto spirito e cotto. Le spezie si percepiscono a fianco del cacao tostato. Il tannino è smorzato dal tempo e dall’uso non prevaricante della barrique. Alla freschezza della versione classica assaggiata prima contrappone note balsamiche finali con il fil rouge della sapidità del Classico. Grado alcoolico leggermente superiore. In conclusione, ricordando una antico re persiano, possiamo battezzarlo: “Cirò il Grande”.

Non si può non dire qualcosa sulla sezione Vini Vulcanici per altro ben evidenziata sulla mappa delle cantine partecipanti. Innanzitutto perché si chiamano Vini vulcanici? Perché sono esplosivi? Perché producono in chi li beve grande fantasia e immaginazione? No! Sono appellati vini vulcanici perché le viti vengono coltivate su terreni da natura vulcanica particolarmente variabili, ricchi di basalto e altre sostanze minerali. I vulcani in Italia sono a sud, quindi, sono solo vini del sud? No! Vini vulcanici sono presenti anche al nord, ad esempio il Soave è un vino vulcanico, i vini provenienti dai Colli Euganei sono vulcanici ma non solo anche in centro Italia ci sono i vini vulcanici. Quindi la vulcanicità è una caratteristica dei terreni che attraversa tutta l’Italia da nord a sud.

Per farmi un’idea assaggio i vini dolci delle cantine Hibiscus, Salvatore D’Amico e Sergio Mottura.

Minimo comun denominatore come detto è il terreno vulcanico ma diverse sono le uve e le tecniche di lavorazione. Mentre Hibiscus dall’Isola di Ustica, di fronte a Palermo, produce lo Zhabib da uve Zibibbo (Moscato di Alessandria) in purezza, invece D’Amico produce la Malvasia delle Lipari passita, quindi sempre Sicilia ma dell’est, da uve Malvasia con un saldo di Corinto Nero. Infine, Mottura collocato nel Lazio rielabora con la tecnica della botritizzazione le uve Grechetto per realizzare il Muffo. Tre chicche nella loro diversità.

Lo Zhabib 2017 colpisce per la sua concentrazione. Colore ambrato o meglio “ambrato del mare” come si legge su il Grande Libro dei vini dolci di Massimo Zanichelli. Al palato è un estratto di albicocca che parte dolce e finisce salato. Albicocca e sale, un contrasto dolce/salato assolutamente intrigante che mi richiama gli shortbread. Sapidità marina che stimola la salivazione e invita a continuare a berne. Fico, dattero, miele e ancora albicocca disidratata e candita. Vino dolce per il dolce. Me lo immagino abbinato a della pasticceria secca e a fianco di un piatto di frutta martorana per chiudere il quadro visivo. Qui il palato si satura di dolcezza e sapidità. Sul tavolo d’assaggio, la produttrice Margherita Longo (bresciana ex parte matris), ha messo sapientemente un sacchetto a mo’ di cestino con dell’uva passa, la stessa che dà vita al suo passito. Appaga l’occhio e anche il palato.

La Malvasia delle Lipari 2014 di D’Amico viene prodotta sull’isola di Salina (ME) con Uve Malvasia (95%) e Corinto nero (5%). Appassimento su graticci. Colore giallo ambrato. Profumi di frutta gialla (albicocca e pesca) candita c’è anche dell’agrume candito, al palato si completa con retrogusto ammandorlato e tostato. Persistente senza essere stucchevole. Qui ci vedo anche un abbinamento per contrasto a dei formaggi erborinati oltre che al classico dolce secco. La gradazione alcoolica importante “sgrassa” bene il formaggio. L’eleganza e la versatilità della Malvasia si fanno apprezzare dopo l’esuberanza dello Zibibbo che, bonariamente, “asfalta”.

Povero Muffo 2016 di Sergio Mottura, dopo due campioni del genere deve farsi onore e ci riesce, chiaramente non per potenza gusto/olfattiva ma per leggiadria. La muffa nobile (botrytis cinerea, termine scientifico), favorita dall’umidità, attacca gli acini di Grechetto, provocando la concentrazione degli zuccheri e delle sostanze aromatiche. L’uva una volta colta (novembre) viene fatta maturare in barrique. Le tonalità ambrate cedono il passo al giallo dorato. L’oro è metallo prezioso. Il grado di dolcezza si abbassa, la frutta bianca diventa agrume e si mescola con la nota di zafferano “sauternosa“. Ben bilanciato e amalgamato non spicca per la forza alcoolica ma per freschezza e persistenza. Oltre ai formaggi ci vedo anche del fois gras da abbinare, meno della pasticceria. A me è piaciuto avendo il palato abituato a vini dolci/non dolci. Certo che almeno il nome potrebbe essere un po’ più poetico.

Abbiamo cominciato bene l’anno, speriamo di essere anche alla metà dell’opera.

By D.T.

P.S.: Un particolare ringraziamento alla sig.ra Federica Schir.

Il podio 2019

In conclusione di anno stilo uno schematico e del tutto personale terzetto di vini, delle tre principali tipologie, bevuti durante ritrovi famigliari o amichevoli in casa o al ristorante ma non durante manifestazioni aperte al pubblico o degustazioni .

Il podio è dettato dall’eccellenza, in alcuni casi, o bontà, in altri, del prodotto.

Ma non solo.

Contribuisce alla citazione anche il particolare momento in cui il vino è stato stappato tale da renderlo degno di essere ricordato nel 2019 e negli anni a seguire.

Per gli spumanti:

  1. *Champagne Billecart-Salmon, Cuvée Nicolas François Billecart – Brut, 2000 (2/2/2019 – Spiedo casalingo – presso la sede “vacante” di W.T.B.)
  2. Champagne, Marie-Noelle Ledru, Brut, Grand Cru 2008 (6/11/2019 -Pranzo al Ristorante Sol y Mar di Riccione – RN)
  3. Andrea Picchioni, Profilo Rosé, 2009 (Magnum) (22/4/2019 – Pranzo di Pasquetta 2019)

Per i bianchi

  1. * Collavini, Ribolla Gialla Turian, 2018 (10/8/2019 – Cena familiare presso Osteria della Ribolla – Corno di Rosazzo – UD)
  2. Ca’ dei Frati, Lugana I Frati, 2017 (Magnum) (28/11/2019 – Cena all’Osteria Il Bianchi a Brescia)
  3. Dievole – Tenuta Meraviglia , Bolgheri Vermentino, 2018 (29/11/2019 – Cena al Ristorante da Miro a Viareggio – LU)

Per i rossi

  1. Fontodi, Chianti Classico, 2015 (16/6/2019 – Compleanno casalingo)
  2. Le Cinciole, Chianti Classico, 2015 (12/10/2019 – Cena all’Osteria il Vignaccio a Santa Lucia – LU)
  3. Scriani, Valpolicella Ripasso, 2017 (7/9/2019 – Compleanno presso Ristorante Gaudenzi a Rodengo Saiano – BS).

By D.T.

*Oggetto di post durante l’anno.

UN AMORE PREDESTINATO – GALFRIDUS MAREMMA TOSCANA DOC SHIRAZ

Iniziò tutto nel 2017 al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti. Ricordo ancora chiaramente, nonostante il mio tenore alcolico elevato dopo i tanti assaggi, che sul finire della giornata percorrendo i lunghi corridoi stipati dai tantissimi espositori, venni attratto dalle artistiche etichette. Assaggiai così, per la prima volta i vini di De Vinosalvo piccoli vignaioli, su circa 4 ettari, della maremma toscana. Fu senza ombra di dubbio l’avvolgente e intensa profondità del Galfridus, presumo all’epoca annata 2012, che mi stupì e così, privo di alcun indugio, mi accaparrai una bottiglia. Ma si sa l’imprevisto a volte è dietro l’angolo. Si, in uno spigolo dello scaffale della mia cantina dove, poco tempo dopo, ho urtato la bottiglia che cadendo è andata in frantumi. Ora la rabbia monta sempre velocemente in queste circostanze, ma ricordo che quella volta ci rimasi davvero male: “tra le tante, proprio quella doveva rompersi!!”. Ne avevo solo una. E in amor si sa vince chi fugge, ero disperato!! Ma il destino a volte sa riservare piacevoli sorprese…..E così trascorsi ormai quasi due anni, qualche giorno prima della manifestazione riceviamo un invito dall’azienda De Vinosalvo a partecipare alla FIVI 2019 tenutasi a fine novembre a Piacenza. Ci accoglie Claudio all’ingresso omaggiandoci dei biglietti, a cui offriamo un piccolo souvenir gastronomico piacentino da gustare insieme ai suoi vini nel pomeriggio.Trascorriamo la piacevole giornata tra gli assaggi e le battute, unitamente al gruppo dei soliti noti come già accuratamente descritto da D.T. Eccoci quindi giunti da Claudio che unitamente ad Alison, australiana enologa della cantina, ci fa riassaggiare le loro eccellenze. Partiamo alti, nel bicchiere il Santàrio 2015 Shiraz in purezza frutto dell’esperienza maturata da Alison nella gavetta australiana sull’internazionale vitigno. Occhieggia il rubino nel luminoso violaceo, naso importante in cui nell’iniziale nota pepata emergono frutti di bosco e viola seguiti poi dal cioccolato. Sorso tosto, forse merita ancora un po’ di riposo, già comunque avvolgente in cui riaffiora il pepe accompagnato da bacche di ginepro. Bene equilibrati i 14,5 gradi supportati da acidità e piacevoli tannini. Lunga in bocca la persistenza. Un gran bel bere! Avanti con il Galfridus 2014 Selezione del Saggio sempre 100% Shiraz. Rubino profondo dai porpurei riflessi. Penetrante al naso, un pot-pourri di fiori rossi intrecciato da amarene e more macerate seguite da appagante cioccolato nero e nuance di vaniglia. Beva voluminosa e calda, l’apporto del legno è poco invadente con tannini di elegante fattura e fini sensazioni sapide. La chiusura potente e lunghissima lascia una scia di balsamico. Potenziale evolutivo enorme. Che spettacolo! Ritrovo l’amore perduto. Un plauso a Claudio ed Alison per la passione che sanno trasmettere ai loro vini. Grazie ancora per il bel pomeriggio trascorso insieme e per il gradito omaggio. Non ci resta che raggiungervi prima o poi in maremma per un pic-nic.

R.R.

E il 24 novembre F.I.V.I. FU!

Il Mercato dei Vini di Piacenza emanazione della FIVI è la manifestazione che non può andare persa. Quest’anno anche in extended version: sabato, domenica e lunedì.

Per me ha il fascino della scapagnata perché “il Franco” della Trattoria il Naviglio, che ci tiene alle nostre patenti di guida, si premura ogni anno di prenotare il pullman che ci conduce al Palazzo dell’Expo di Piacenza.

Partenza da quel di San Zeno Naviglio verso le nove e mezza di mattina con arrivo verso le undici. Come in un perfetto meccanismo svizzero entro già munito in precedenza di biglietto, ritiro il kit per l’assaggio cioè la tracollina e il bicchiere ma soprattutto mi approprio del carrello dove riporre giubbotto, zaino e sopratutto i vini da acquistare qua e là.

Il pubblico già si accalca all’entrata e comincia ad occuprare i primi stands posti all’inizio del salone.

Unitamente al gruppo dei soliti noti, fra cui il Nostro Editore, domenica 24 novembre mi inoltro nello stabile dell’esposizione spinto dalla voglia di reincontrare persone più che bere i vini: Cesare Bosio dell’omonima cantina, Gigi Nembrini di Corte Fusia, Bruno Dotti di San Cristoforo e molti altri conterranei bresciani; e poi Andrea Picchioni, Giuseppe Tosi, Stefano Calatroni delle omonime cantine, Valeria Radici Kent di Frecciarossa per l’Oltrepò Pavese; Tomas Unterhofer e Armin Kobler per l’Alto Adige e/o Sud Tirolo; Diletta Tonello per l’omonima cantina e Matilde Poggi di Le Fraghe per il Veneto. Qui finisco l’elenco ma potrei andare avanti. Da alcuni di loro ho anche acquistato con soddisfazione delle bottiglie.

Rivedersi è sempre bello, riassaggiare i loro prodotti è buona cosa. Tuttavia, non è di questi che voglio scrivere.

Preferisco descrivere qualcosa di nuovo, zone vinicole distanti dalla natia Brescia.

Essendo convinto che le foto non hanno a che fare coi profumi e coi sapori, questo articolo sarà privo di qualsiasi fotografia, pur avendone scattate alcune per mero scopo mnemonico e di pessima di qualità. Pertanto per chi vorrà approfondire la visione delle bottiglie lascio il link della cantina.

“Parlamo un po’ de ‘sto Lazio” che tante potenzialità ha. Due province meno conosciute posson bastare, perché “der vino de’ li castelli” romani ne sentiamo cantare dal tempo delle stornellate.

Lo spunto me l’ha dato il grande Pasquale Pace, aka Il Gourmet Errante, incontrato casualmente dietro il banco di Alberto Giacobbe produttore della provincia di Frosinone. Cominciamo dalla Passerina (uva “bullizzata
a causa del nome dalla facile allusione sessuale). Il vino si chiama “Duchessa” e viene prodotto con la Passerina del Frusinate in purezza. Colpisce per freschezza e rotondità date, la prima, dalla vinificazione in acciaio e, la seconda, dal terreno argilloso. Ricca nel colore e nel gusto. Vino fruttato tendente al tropicale non senza note minerali. Difetti zero, esame brillantemente superato. Complimenti.

Poi Pasquale Pace ci introduce il “Giacobbe” – Cesanese di Olevano Romano Doc che è la premessa al successivo “Lepanto” Cesanese del Piglio
Superiore Riserva DOCG. Mi permetto di scherzare gogliardicamente sul nome Olevano ma il sorso mi riporta alla serietà: un rosso rubino trasparente, più floreale che fruttato al naso. Scorrevole. Ci vorrebbe della porchetta per completare il quadro tanto tipicamente laziale quanto universalmente godereccio.

Mi appassionai al Cesanese del Piglio di Casale della Ioria e ho qui assaggiato l’intensa versione di Roberto Giacobbe. Il “Lepanto” Cesanese del Piglio mi ha favorevolmente impressionato per il colore granato che non fa vedere attraverso il bicchiere, per i sentori netti di confettura di prugne. Al sorso è tannico e suadente, non asciuga il palato ma lo riempie appagandolo senza stufarlo. Ottima bevibilità di un vino importante che non stanca pur nella lunga persistenza finale. Grande equilibrio.

Bene l’anno prossimo me ne porterò a casa qualche bottiglia; quest’anno negli acquisti ho prediletto… le strade già conosciute.


Bello viaggiare lungo lo stivale senza fare tanta strada e così dallo stand E26 di Roberto Giacobbe in provincia di Forsinone passo allo stand D84 della cantina Palazzo Prossedi, in provincia di Latina .

Qui mi colpiscono, oltre la simpatia della vignaiole (credo), i vitigni utilizzati nei rossi.

A Borgo Prossedi, dove si trova la cantina, mi si dice che il terreno è di natura argillosa e limosa, scorre a valle il fiume Amaseno, ma ciò che mi attrae è l’eterogeneità delle uve lavorate. Non c’è traccia di Cesanese d’Affile non c’è traccia di Passerina (assaggiati in precedenza). Passi per quelli internazionali: il Merlot, passino il Montepulciano con il Sangiovese e il Canaiolo Bianco, che sono presenti in tutto il centro Italia, ma la Barbera nel Lazio non me l’aspettavo. Credevo fosse confinata nelle regioni nordiche. Leggo nella brochure che fu il nonno dell’attuale proprietaria a impiantare la Barbera. I vini sono tutti IGT.

L’esordio è con l'”Altaica” da uve Canaiolo bianco in purezza: salmastro, fieno e camomilla, sapido e con bella pulizia finale; poi il “Nero della Corte” da uve Barbera in purezza una declinazione personale della Barbera con spiccata sapidità e sentori primari. Un vino da bersi nell’immediato.
Lo “Sterparo” da uve Sangiovese, Merlot e Barbera conclude l’assaggio. Vigna vecchia fa buon… vino nel senso che lo senti nella pienezza del frutto rosso maturo e nella morbidezza al palato. Il legno si sente ma non si vede nel senso che la presenza non è invasiva rientra nella struttura e non copre con sgradevole vanigliatura.

Belle e nobili le etichette che esprimono la blasonata storia della tenuta. Anche la sobria brochure completa il quadro di misurata classe.

Fra i vari altri assaggi, che non sto qui ad elencare, c’è stata anche una pausa di ristoro con un piatto caldo di piacentini pisarei e fasö, bombette pugliesi e tagliere di formaggi. Anche questo è il Mercato dei Vini della F.I.V.I.

Bene così. Il pullman ha riacceso il motore, si deve tornare.

Il pensierino finale è: il Mercato dei vini è un po’ come l’Epifania… tutte le manifestazioni le porta via.

By D.T.

Sì, sì, sì, sì sembra facile…

PRODUTTORE: CANTINA TONELLO

NOME DEL VINO: IoTeti

ANNATA: 2015 – Sboccatura 2019

PAESE: ITALIA

REGIONE: VENETO

AREA VITIVINICOLA: LESSINI DURELLO DOC

TIPOLOGIA: SPUMANTE METODO CLASSICO – BRUT

UVA: DURELLA 100%

GRADO ALCOOLICO: 12%

NOTE PERSONALI: Sì, sì, sì, sì sembra facile… così diceva l’omino della pubblicità della Bialetti ma trarre un bello spumante da uva Durella non è così scontato.
Apro una parentesi perché Diletta Tonello, enologa, ha voluto creare all’interno dei vini prodotti dall’azienda di famiglia una propria linea personale che si differenzia dalla produzione tradizionale, che richiama solo la denominazione del vitigno da cui è tratto il vino, identificandola con nomi di fantasia: Io-Teti, appunto, poi io-Eos; io-Cloe; io-Aura.

L’uva che dà origine al metodo classico di Diletta Tonello (di cui si vedono le iniziali della griffe sull’etichetta) viene coltivata in località Molinetto di Montecchio Maggiore (VI) su terreni di natura basaltico/argillosa che donano spiccata mineralità.

Tornando al come è fatto il metodo classico, l’uva è vendemmiata verso la fine di settembre/inizi di ottobre quando raggiunge la piena maturazione fisiologica dopo di che viene pressata a bassa temperatura e mantenuta a temperatura controllata dopo di che vengono aggiunti lieviti selezionati.

Passata questa prima fase in acciaio, avviene l’imbottigliamento nell’aprile dell’anno successivo alla vendemmia. Sono poi aggiunti zuccheri e lieviti selezionati su cui il vino sosterà per 3 anni.

Il giro dei pallet viene fatto ancora a mano (l’ho visto io di persona), dettaglio questo che indica l’artigianalità del prodotto. Una volta eseguita la sboccatura ed eliminato il residuo di lieviti la bottiglia viene ricolmata con una liqueur, ci spiegava Antonio Tonello, che è differente da quella degli anni passati: è più secca, il che l’allontana da tentazioni extra dry.

Nel bicchiere si presenta giallo paglierino chiaro, perlage fitto e persistente, spuma che crea un bel colletto bianco. Al naso profumi di agrumi in secondo piano la crosta di pane, in bocca si ritrova la mineralità e una coinvolgente freschezza, conclude il sorso lasciando una buona sensazione di pulizia in bocca. Che bella acidità (7,20 g/l ) e secchezza (residuo zuccherino 6 gr/lt). Un vino giovane, in tutti i sensi, che invoglia alla beva.

Viva la Cantina Tonello, Viva il Durello!

By D.T.

P.S. Foto scattata al Mercato dei Vini di Piacenza il 25 c.m.

Quale il modello per i vini rossi di Franciacorta?

Ed ogni tanto mi riaffiora il pensiero: ma perchè in Franciacorta si insiste a produrre ancora (tanto) vino rosso? In un mondo inondato da Prosecco, in un mercato (senz’altro quello italico) dove la bollicina franciacortina ha saputo ritagliarsi una nicchia di emergente valore, in un mondo che pare avere interesse solo per le bolle, non importa se provengano dal Regno Unito o dalla assolata Trinacria, ma perchè continuare a produrre vini rossi? Che peraltro sono rimasti bloccati su modelli fermi ad almeno una decina di anni fa. Vino rosso se ne beve di meno, anche perchè lo stanno emarginando… I grandi chef sembrano progettare i loro piatti solo in funzione di un abbinamento superacido e bollicinoso; se ti azzardi a bere un bicchiere ed un dito di vino rosso è meglio che lasci la macchina parcheggiata e ti fai chiamare un taxi; anche nelle trattorie champagnotte ed etichette fluorescenti vanno per la maggiore, con abbinamenti azzardati a cucina “tradizionale” (prima o poi lo provo il prosecco con lo strinù o con lo spiedo… forse è ancora preferibile la CocaCola!). Eppure il vino rosso io lo bevo ancora (spero di averlo dimostrato almeno in questo nostro diario di incontri) e lo bevo per il lungo ed il largo dell’italica penisola, ma nessuno è rimasto al palo come il Curtefranca doc. Ma perchè? Forse i miei amici/maestri del blog potranno darmi qualche risposta. Forse i fatturati calanti non spingono ad investire? Oppure, a mia insaputa, questi vini, che costicchiano e non possono essere tutti definiti vini da pasto, hanno un loro mercato stabile (“effervescente” non ci credo!). Ma perchè per questi vini il gusto è rimasto a quello dei primi anni novanta? Si è vero: il legno è sparito! Prova che le cantine stanno risparmiando… E si intenda che non ce l’ho con la cantina la cui bottiglia vedete ritratta qui sotto, e che mi ha aiutato ad abbinare un piatto della tradizione bresciana. Di questa cantina amo irrefrenabilmente le sue bollicine, ma non credo aprirò più un loro Curtefranca Rosso, privilegiando altre zone, anche non lontane dalla Franciacorta (vedi il Benaco, su entrambe le coste, o il Trentino, e perchè no il Veneto? Etc etc.) dove ancora si investe molto sulla qualità e sulla continua evoluzione del gusto che modifica anche la tradizione: temo di più la pigrizia ( e le casse vuote…), che la giustificazione di un fantomatico ancoraggio alla tradizione.

Editore… D.T… R.R… Tito… aiutatemi a capire…

d.c.

Braccale 2006. Maremma Toscana IGT. Jacopo Biondi Santi

Sangiovese fuso con Merlot. Vino che nasce probabilmente con progetti di “umiltà” e che effettivamente non è stato in grado di sopportare adeguatamente il riposo d qualche anno in bottiglia: nessuna nota ossidativa, ma tanta, troppa debolezza aromatica sia nei profumi, per nulla intensi e di triste monotonicità, sia al gusto che ha perso completamente la struttura acida, ha annullato la presenza tannica, ma mantiene solo ed esclusivamente il calore alcolico. Forse dieci anni fa la stappatura avrebbe regalato maggiore espressività, ma noi, oramai, ricerchiamo nei nostri vini solo emozioni “forti”.

d.c.

Exultet 2017. Fiano d’Avellino docg. Quintodecimo

Certo che siamo strani! Teniamo in cantina, coccolate e vezzeggiate, bottiglie che magari meriterebbero un pronto consumo, solo per il gusto di vedere come sarà domani, ed invece quelle nate appositamente per sopportare anche lunghi invecchiamenti le stappiamo subito.., forse solo per vedere l’effetto che fa…

Data la carica corrosiva dell’acidità, l’invasiva percezione di sapidità, la netta sensazione olfattiva di legno (nobilissimo) la bottiglia avrebbe meritato la stappatura come minimo nel novembre 2027 (forse qualche sapiente l’avrebbe dimenticata in cantina fino al 2035…), ma noi no! L’Editore ( e chi se no?) non ha atteso un solo minuto ed i calici erano già ampiamente colmi per l’incoerente nuova esperienza. Verde luminoso alla vista, di brillante trasparenza. Profumi immaturi ed impegnativi: da note erbacee e vegetali, a sensazioni minerali e poi marine, per poi virare, con la temperatura, ad un netto burro di nocciole con cui mantecare tutti i nostri sensi. Il legno arriva, solo dopo, solo dopo un bel po’ e ricorda le delicate tostature della Borgogna. In bocca è solo una miscela di acido e sale: troppo immaturo per essere considerato un grande; troppo perfetto, nella sua collimata calibratura, per essere deludente. Mettetelo via! Muratelo in qualche intercapedine del muro! Lasciate un biglietto per il 2035, nella speranza di poter essere voi i futuri scopritori…

d.c.

Quartomoro. VSQ.

Di vino ne bevo la giusta quantità… di bottiglie ne ho aperte tante nella mia vita, provenienti da tutte le parti del mondo, ma un Metodo Classico dalla Sardegna NO! E perchè mai la Sardegna non dovrebbe produrre uno spumante Metodo Classico? E perchè mai non farlo anche buono? Globalizzazione? Monotematicità ( e monotonia) dei mercati? Forse è tutto vero! Forse per primi noi dovremmo rifiutare le bollicine che arrivano dall’isola di Ichnusa (ma anche dalla Trinacria e da tutta la Magna Grecia, e dalla Costa adriatica, e così via per il mondo…), ma vi assicuro che il vino che ho bevuto era proprio buono, sorprendente, irrinunciabile!

L’impianto non è originalissimo: pur utilizzando uve (mi dice l’Editore… e chi se no?) di Vermentino, sembra di trovarsi di fronte ad un bicchiere di Franciacorta (ma buono!). Giallo brillante, con bollicina di nobiltà inattesa. Al naso, delicato, sussurato, ma elegante: si percepisce una frutta gialla non matura, una sensazione, questa si originale, di litchi. E’ evidente che il vino vuole sferzare la sua scossa elettrica! Ed invece in bocca, pur giocato sulle durezze, il liquido divino è equilibrato: il mordente iniziale dell’acidità viene immediatamente trasformato in percezione salina e poi di nuovo in una “non dolcezza” fruttata. Ti viene voglia di bere; la bevuta è inappagata: hai bisogno ancora di un sorso… Scaldandosi poi affiora al naso ed al palato una percezione di nocciola, straordinario richiamo o ispirazione alle grandi bollicine del molto più a Nord…

d.c.