Roero Riserva Pace 2014

“Il futuro è il Roero!!” cosi mi dice sempre d.c.
E’ per ciò che quest’anno, la classica capatina invernale per degustare il tartufo bianco ha avuto come meta Canale nel cuore del Roero, a soli 15 minuti di auto da Alba. Forse è per la così breve distanza dalle più celebri zone di Barolo e Barbaresco che non ci ero mai stato.
Scelto accuratamente il ristorante, l’Osteria della stellata Enoteca di Canale, ci immergiamo nei piatti al tartufo. E’ in tal modo che, alla ricerca dell’abbinamento perfetto, dopo aver assaggiato alcuni blasoni del Roero ci viene consigliato il Riserva di Pace.
E’ limpido l’intenso granato nel bicchiere. Mi ha ammaliato già al premier nez: vibrante e verticale. Intensi i piccoli frutti rossi, di cui si percepisce in parte ancora la croccantezza, ben immersi in uno straordinario corredo speziato. Si susseguono liquerizia, pepe e chiodi di garofano poi sentori di tamarindo, vaniglia e noce moscata.
Elegante e profondo al palato. La beva, dai tannini forse ancora un po’ scalpitanti, è appagante e setosa con un finale leggermente ammandorlato. Di lunghissima fragrante persistenza.
Davvero un gran bella scoperta, anche nel rapporto qualità prezzo che all’Info Point Wineshop di Canale è quasi imbarazzante: da comprarne a casse!!!

Forse il futuro è già qui!!

R.R.

PROSECCO E PECORINO … ABBINAMENTO BIRICHINO

… E si ricomincia con le originali cene di degustazione  organizzate da Franco Gentilini presso la sua Trattoria Il Naviglio a San Zeno Naviglio (BS).

Dopo lo stop estivo, giovedì 10 ottobre sono stati invitati “dal Franco” l’Az. Agricola Bele Casel, produttore FIVI di Prosecco nella Val D’Asolo (TV), e la Formaggeria Girometti di Santarcangelo di Romagna (RN) con i suoi pecorini di fossa.

L’accoppiata sulle prime mi ha stupito perché non vi è comunanza territoriale: un vino veneto con un formaggio romagnolo? Si capiranno, parlando dialetti diversi? Proviamo.

Il menù della serata è stato il seguente: Antipasti misti costituiti da prosciutto crudo, coppa, salame, piadina e cassoni variamente farciti, giardiniera, composta di pomodori verdi e il percorino di fossa (nudo e crudo) abbinati al Prosecco Vecchie Uve; Risotto con pecorino di fossa abbinato al Prosecco Extra Brut; Carpaccio con rucola e grana – Polpa di granchio e gamberetti con Prosecco Col Fondo e, dulcis in fundo, Sbrisolona con Prosecco Dry.

Un piccolo preambolo. Il “suo” pecorino di fossa, spiegava il sig. Saverio Girometti, viene prodotto con solo latte ovino e viene affinato per alcuni mesi nelle tipiche fosse di tufo nei presso di Santarcangelo di Romagna. Questa fase di stagionatura viene svolta in assenza di ossigeno perché la forma viene coperta prima da una tela e poi da paglia. Il formaggio subisce una rifermentazione anaerobica che gli conferisce il particolare gusto e l’inconfondibile aroma.

All’assaggio si è manifestata un’esplosione di sapori e profumi intensi che vanno dalla nota selvatica della percora, alla nota verde del fieno e di sottobosco tartufato. A seguire la nota sapida, la pastosità e dolcezza del latte ed alla fine il piccante sulla lingua. E’ friabile tanto che lo si può tagliare anche a scaglie con uno scudetto. Chapeau!

Una sorpresa sono state le piadine “home made“, perfette con i salumi, e i crescioni della Formaggeria Girometti serviti per arricchire l’antipasto.

Ma non di solo pane si vive.

A proporre i vini di Bele Casel era presente personalmente il “vignaiuolo” Luca Ferraro che gestisce unitamente alla sorella l’azienda famigliare. Introduce i suoi Prosecchi mostrando alcune tavole: la prima sulla collocazione geografica della Val d’Asolo, dove si produce l’Asolo Prosecco Superiore DOCG all’interno della vastissima area del Prosecco Doc. La natura marnosa-argillosa del terreno conferisce all’uva una spiccata mineralità; La seconda sulla ampelografia del suo Prosecco che non viene prodotto con la sola Glera ma alla stessa sono affiancati la Marzemina Bianca, la Perera, la Bianchetta e la Rabbiosa per la realizzazione di prosecchi personali, sfaccettati. 

Qui sotto riporto fedelmente quanto scritto sul menu della serata per evidenziare che era stata posta l’attenzione sul basso residuo zuccherino (chiaramente riferito ai primi tre prosecchi) quale indice distintivo e qualitativo di Bele Casel rispetto alla massa di prosecco “piacione” esistente sul mercato. Ad onor del vero la cantina produce anche l’Extra Dry (mainstream ma di qualità) che nel carnet dei prodotti non può mancare. L’organizzatore ha selezionato le bottiglie meno usuali includendo anche il Prosecco realizzato con metodo tradizionale (denominato sulla bottiglia COL FONDO) o sur lie (sui lieviti). Il Prosecco rifermenta in bottiglia e non viene sboccato. I due Prosecchi Extra Brut e il Dry vengono spumantizzati con Metodo Martinotti, ça va sans dire.

  1. Prosecco DOCG EXTRA BRUT “VECCHIE UVE”             0   Gr/litro
  2. Prosecco DOCG EXTRA BRUT                                           4   Gr/litro
  3. Prosecco DOCG COL FONDO                                            1   Gr/litro
  4. Prosecco DOCG DRY                                                           23 Gr/litro

Ci è sembrato molto azzeccato l’abbinamento del prosecco Extra Brut con il risotto al pecorino di fossa. Il riso stemperava il selvatico e il piccante del pecorino rendendolo compatibile col Prosecco. Bene l’abbinamento con i salumi, bene l’abbinamento con i secondi piatti (anche se meglio col pesce che con la carne) e ci sta anche il Dry con la Sbrisolona (anche se un dolce lievitato sarebbe stato la morte sua) mentre il pecorino tout court con il Prosecco Vecchie Uve non dialogava affatto lo prevaricava facendo la voce grossa. Due cose molto buone ma che parlano dialetti diversi: non si capiranno mai. 

Avanti così verso nuove ardite sfide di gusto.

By D.T. 

CHATEAU LYNCH BAGES 1993. GRAND CRU CLASSE’. A.Pauillac C.

Le jeux sont fait.

Nasce originariamente tra i Fifth Growth ossia i 18 (grandi) produttori del Medoc (con particolare attenzione al Pauillac) che Napoleone III incluse nella classifica del 1855, questo Chateau (allora denominato solo Lynch) si pregiava di essere riconosciuto come Cinquième Grand Cru Classée. Assemblaggio variabile da vendemmia a vendemmia , con una costante predominanza del Cabernet Sauvignon miscelato a Merlot, Cabernet Franc e piccole quote di Petit Verdot.

Il vino nel bicchiere appare ancora non completamente granata, ha corpo nel fluttuare sulle pareti del bicchiere, con una carica glicerica apparentemente importante. I profumi, nonostante una stappatura di oltre 4 ore, sono ancora sopiti e molto difficili da interpretare: svetta su tutti un peperone verde abbastanza invasivo e qualche spruzzata di cannella. E per tutto il pranzo è rimasto molto stabile, senza mai dare accenno di evoluzione: bisogna chiedere a Tito se il poco avanzato, e gelosamente custodito, si fosse modificato a fine giornata. La stessa cripticità riscontrata al naso era percepibile in bocca: nonostante i 26 anni l’acidità non ha perso nerbo, peraltro supportata da una decisa sapidità, che devo dire rappresenta il ricordo più caratterizzante del vino. Sottile la percezione sulle labbra e palato, sorprendendo le attese di un maggior corpo promesso dalla osservata viscosità. Persistenza sottotono che sfuma su note vegetali.

d.c.

L’Ala del Drago 2012. Gutturnio Superiore Doc. Luretta.

Quanta veemenza in quel bicchiere, quanta intensità e forza espressiva. Eppure non credevo che dopo sette anni un Gutturnio potesse apparire così vivo, giovane e forte. Nel bicchiere è inchiostro, ma nelle pennellate di colore il viola è ancora dominante. I profumi sono intensi, fruttati e rapidamente cangianti: apre una prugna croccante e matura, per poi richiamare note di mirtillo, per poi ancora trasformarsi in fiori, o meglio in profumo di petali di fiori carnosi, ed infine sfumare su sensazioni cioccolatose. In bocca la componente acida è ancora ben presente e rappresenta il cuore della struttura del vino che qui però appare più debole e sottile, con minore capacità di impressionare “chi sia in ascolto della storia…” Mantiene comunque una bella persistenza che ribadisce la rossa fruttuosità. Credo, e comunque sorprendentemente, all’apice della maturità, con forse la possibilità di invecchiare ancora qualche anno, e di modificare, con effluvi terziari, gli impatti olfattivi.

d.c.

Authentique. Le Brun de Neuville. Champagne

Siamo sul confine sud della Marna a veramente poche decine di metri dal confine dell’Aube: vigne in ogni suo dove.

Splendente alla vista, come, ahimè, forse solo alcuni Champagne sanno essere. Profumi particolari, fuori dagli schemi o perlomeno dalle attese: l’intensità della nocciola e del burro di arachidi è quantomeno singolare. La prevalenza di percezioni di frutta secca (il calore farà emergere anche la presenza della noce) supera ampiamente il fondo agrumato di scorza di limone e bergamotto. In bocca invece avviene un ribaltamento improvviso: le papille vengono travolte da una spremitura di agrumi e soffrono come sottoposte apparentemente alla corrosione di acido citrico. Ed i due binari (naso e bocca) viaggeranno paralleli per tutto il viaggio, senza mai incontrarsi, lasciando, di fatto, qualche dubbio sull’armonia generale.

d.c.

1703. Togni Rebaioli. Vino Rosso (Vallecamonica).

Canone inverso

Nebbiolo della Vallecamonica. I vigneti adagiati sulle pendici del Monte Altissimo in località di Erbanno, condotti da uno dei maggiori sperimentatori camuni: Togni Rebaioli. L’ultima volta che avevo provato alcuni campioni di Nebbiolo camuno era circa 15 anni fa, quando un coraggioso enologo cercava di convincermi della potenzialità del divin vitigno, vista la vicinanza alla Valtellina (che però, fino a prova contraria ha un’esposizione solare esattamente perpendicolare alla valle dell’Oglio). Poi da allora più nulla, ammettendo come colpa grave che, pur essendo un assiduo frequentatore della Valle, non sono un altrettanto assiduo bevitore dei suoi vini. L’occasione si è presentata in un recente pranzo a Borno, presso il mitico Cantinì, convinti (facilmente) dalle insistenze di una giovane e preparata sommelier. A quanto pare la produzione è limitata e non costante nel tempo, troppo condizionata dall’andamento meteo della stagione (mi dicono che anche il “2019” non sarà prodotto).

Chi si attende di trovare i caratteri varietali del Nebbiolo, anche quello Valtellinese (…), rimarrà deluso: ma il vino è comunque molto interessante.

Il colore è caldo, già maturo, e rotea nel bicchiere con grande eleganza. I profumi sono tenui, leggeri, appena sussurati, ma eleganti: esce una confettura di piccoli frutti rossi ed una lontana nota di cioccolato al latte. In bocca entra sottile sottile; è duro, molto fresco, per nulla aggressivo in tema di tannini. Rimane la percezione di gelatina di more. E’ tutto molto semplice, ma corretto e godibile. E poi, dopo un po’ di minuti, dopio ampia areazione i temi si invertono, il canone diventa inverso… improvvisamente al naso ringiovanisce! La frutta affiorante è rossa ed immatura: la componente acida è percepibile senza portare il liquido alle labbra. La suadenza suggerita appena dopo la stappatura si trasforma in scontrosa aggressività, segno che è presto, ancora troppo presto per essere veramente conosciuto.

d.c.


Vigna Vescovi 2002. Zaccagnini. Marche Igt

Boh… non so cosa succeda quando entro nella mia piccola cantina e lì, tra qualche centinaia di bottiglie, qualcuna di essa ti chiama: dimorava da almeno 15 anni, ma il suo turno era solo questa sera, quando mi ha chiamato!

Il colore appare ancora di assoluta vividezza, pur cominciando ad assumere toni granati, segno di una maturità in arrivo. I profumi sono estremamente intensi, di estesa complessità ma anche complicati: la prugna disidratata, immediatamente percepibile, si fonde dopo pochi istanti a petali di rosa in appassimento, a farina di castagne, a sbuffi di tabacco biondo, ed a molto altro ancora che il mio naso non riesce a riconoscere. Lo spessore in bocca è minimo, ma di estrema eleganza: pur cedendo in punto di acidità, l’impressione generale è di grande equilibrio che invoglia la beva. E si recupera gioventù, perché, sempre in bocca, rimangono i sapori qui di una prugna fresca e croccante e di un ortaggio (peperone?) tagliato.

Sorprendente l’assemblaggio di uve scoperto (e tanto misteriosamente celato in etichetta): Montepulciano (60%) e Cabernet Sauvignon, con una probabile quota di Pinot nero.

d.c.

Vini La Fralluca – Toscana tra Maremma e mare

Ci volevo andare, ci volevo andare, ci volevo andare!
Era da Marzo, da quella bellissima zingarata con gli amici. Lì, davanti ad una succulenta bistecca avevo assaggiato il blend de La Fralluca. Mi aveva entusiasmato, per la sua tagliente genuinità fuori dal coro.
L’occasione viene da un fine settimana di inizio autunno in Toscana. Diretti a sud ci lasciamo alle spalle Bolgheri, i suoi cipressi e i suoi blasonati vitigni, addentrandoci nell’entroterra toscano in direzione dell’antico borgo di Suvereto. Tra boschi e corsi d’acqua giungiamo così sul crinale dove ha sede la cantina di recente costruzione, completamente interrata sotto i vitigni.
Ci accoglie calorosamente Luca la metà di “La Fralluca” completata da Francesca.
Dalla loro passione per il vino e dall’amore per la Toscana, trovato quest’angolo di paradiso, inizia nel 2005 la produzione con il supporto di Federico Curtaz.
La nostra visita non poteva che iniziare dai 10 ettari di produzione suddivisi in piccole vigne, circondate da cipressi e immerse in sconfinati panorami. Regna la pace tra i ventilati filari di Vermentino, Cabernet Franc, Sangiovese, Viognier, Syrah e Alicante posti a circa 120 metri di altitudine a 15 Km in linea d’aria dal mare.
Il terreno, di natura sassosa, minerale e calcarea, disegna a terra un alternarsi di mattonelle e lastroni intervallati da sassi. Richiede un impegnativo rimescolamento, ma sa restituire un raffinato corredo aromatico anche grazie all’alta densità (circa 7000 piante per ettaro) a bassa resa.
Iniziamo i nostri assaggi, i vini hanno tutti nomi epici dovuti alla passione di Luca per i Classici.
Occhieggia nel bicchiere il giallo paglierino del Filemone 2018, vermentino in purezza che fa solo acciaio. Al naso è affilato, rigoroso. Spicca l’elegante mineralità su toni agrumati e frutta bianca. Freschezza infinita, decisamente fuori dal coro. Così me lo aspettavo. Splendido! E pensare che alla prima annata i contadini della zona hanno consigliato a Luca di cambiare stile: qui il vermentino non si fa così!!! Chissà se ora avranno imparato a capirlo e ad amarlo.
Bando alle chiacchiere è ora di assaggiare l’Elice 2016, cru di vermentino affinato per 2 anni in bottiglia. Grande eleganza nei profumi. Espressione più morbida, evoluzione del frutto. Nuova linea, credo voluta per incontrare più facilmente i gusti del mercato.
Ma ecco che a sorpresa Luca sbicchiera un Filemone 2011, l’invecchiamento restituisce toni avvolgenti, alla frutta segue il balsamico. Di vibrante sapidità aromatica, senza compromessi. Lascia in bocca la voglia di bere, peccato non lo si possa più acquistare.
Eccoci all’ultimo bianco, Bauci 2016, viognier in purezza in parte elevato in tonneau. Si sente un pizzico di Francia nel bicchiere. Note floreali poi frutta a polpa bianca in cui spicca la pesca. Seguono toni di erbe aromatiche il tutto esaltato da verticale, avvolgente mineralità. Bella la grassezza in bocca.
E’ giunta l’ora del Fillide 2014 il cosiddetto rosso “base” che mi aveva affascinato. Sangiovese 60%, Syrah 20% e Alicante Bouschet 20%. Unico uvaggio della cantina, percentuali diverse rispetto all’etichetta personalizzata a suo tempo assaggiata, ma buon sangue non mente! E così riconosco la forza del frutto seguito da una equilibrata complessità. Ciliegia, mora e sottobosco seguiti da spezie e tabacco biondo. Piacevole e di facile beva senza mai perdere l’intensa, profonda identità.
Seguono poi il Ciparisso e il Pitis entrambi del millesimo 2014, massima espressione di autenticità varietale.
Il primo è un sangiovese DOCG in purezza, elevato 18 mesi in tonneau poi per due anni in bottiglia. Esprime limpida raffinatezza olfattiva: definiti frutti rossi seguiti da eleganti spezie. Il secondo, lo syrah, esplode sentori che dalla violetta si estendono ad accenni di grafite. Di morbida e intensa complessità su un tenore minerale di tutto rispetto. Merita, a mio avviso, ancora qualche anno di maturazione per esprimere al meglio il pieno potenziale aromatico.
Siamo giunti alla fine: affina in barrique (per il 30% di primo passaggio) il Toscana Cabernet Franc, punta di diamante della produzione. L’annata 2014 si presenta importante e profonda nel calice. Tagliente e schietta la materia succosa in cui si susseguono effluvi di frutti di bosco e ribes, poi balsamico e spezie. Carico e avvolgente in bocca sorretto da una piacevole freschezza. Persistenza infinita. Che bel finale!!
Che dire, avrei dovuto già capirlo al primo assaggio del blend che il gusto per il vino di Luca è molto affine al mio. Alla ricerca dei più elevati e taglienti toni varietali, espressione massima di terroir e vitigni senza scendere a compromessi. Avanti così!
Se vi capitasse di incontrare i vini de La Fralluca non esitate. L’assaggio merita, il rapporto qualità prezzo è ottimo. Assaggiate gente, assaggiate!!

R.R.

FALSTAFF E IL SUO SERVO

 

Si conclude all’Osteria del Frate l’apertura della stagione teatrale bresciana 2019/2020, dove alla fine dell’esibizione tutta la compagnia si è trasferita per rifocillarsi e festeggiare il gran lavoro messo in scena.

Falstaff e il suo Servo, al debutto in prima nazionale, è la pièce portata sul palco dal CTB in coproduzione col Teatro degli Incamminati e col Teatro Stabile d’Abruzzo.

E cosa più di due bottiglie di vino, l’uno bianco e l’altro rosso proposti durante la cena, può rendere materialmente la contrapposizione fra Sir John Falstaff, magistralmente intepretato da Franco Branciaroli, e il suo Servo, interpretato con consumata maestrìa da Massimo De Francovich? L’uno fresco, ciarliero, un po’ Candide, l’altro caldo, austero e razionale fino al cinismo, un po’ Tartufo.

Non vi svelerò la battuta finale perchè lo spettacolo è da vedere… e, se si vuole, anche da bere.

By D.T

Brut 2014. Cà del Gè. Oltrepo Pavese Docg.

Il Pinot nero sprigiona tutta la sua potenza in un colore giallo carico, degno di un vino originario di qualche parallelo più a sud. La bollicina è bella, fine anche se non esplosiva e diffusa nel bevante. Ti aspetti profumi maturi e mediterranei ed invece il naso è sorpreso da una tenue e fresca sensazione di mela annurca. La complessità non è sicuramente la caratteristica principale, ma l’eleganza è suadente. E quella freschezza dei profumi si traferisce parallelamente alla bocca che viene rapita da un discreto spessore ed un’acidità non estrema ma che guida e sorregge l’intera struttura. Uscita non lunga in termini di persistenza ma pulita e fruttata.

d.c.