TRITTICO DEL TERRE D’ITALIA (ovvero quando progetti un percorso degustativo ma va tutto a gambe all’aria… ed è meglio così)

Winetopblog ha partecipato a “Terre d’Italia – Vini d’autore” organizzata per la sesta volta consecutiva dalla testata giornalistica on line “Acquabuona” di cui fa parte un certo Fernando Pardini che si definisce “toscano, giornalista infatuato di vini, terra e contadinità” e del quale seguo assiduamente gli articoli.

Formula che vince non si cambia, quindi, il numero di cantine è ristretto ma di alta qualità e tale da rappresentare bene diverse aree vinicole dello stivale. E’ confermata nuovamente l’ubicazione all’interno del “Una Hotel” di Lido di Camaiore come l’anno scorso mentre anni addietro si svolgeva nella cornice trecentesca del Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta.

Per ragioni lavorative abbiamo partecipato solo domenica 20 maggio. Fuori dall’Hotel c’era un caldo estivo, invece dentro il clima era perfetto per gli assaggiatori seriali di vini, come noi.

Come già scritto in precedenza l’asticella dei produttori e dei vini è posta a livelli altissimi. Un vero salto in alto del bicchiere.

Quest’anno mi sono studiato un percorso che avrebbe dovuto toccare solo cantine del Veneto e del Trentino ma, ironia della sorte, l’incontro di vecchie amicizie e il nascere di nuove mi ha sviato rendendo  più interessante la degustazione di quella pensata astrattamente a tavolino.

Le tre cantine “assaggiate” sono state le seguenti: Vivera (vecchia conoscenza), Vignalta (cantina “attenzionata”) e Torre dei Beati (la novità non programmata), abbiamo così rispettato anche la geopolitica del vino: Nord-Centro-Sud.

Il percorso parte da Vivera, di cui scrivemmo già l’anno scorso, per poi passare alla “programmata” Vignalta per concludersi con la “sorpresa” Torre dei Beati.

Al banco d’assaggio vengo accolto da Loredana Vivera cui mi presento segnalando che la sua cantina è stata già oggetto di un mio “sproloquio”. Loredana mi fa cortesemente accomodare su una seggiola al suo fianco per spiegarmi meglio i suoi vini che abbisognano di tempo quello lento della Magna Grecia, non quello nevrotico moderno.  Si comincia col parlare dell’Altrove 2017, il vino delle terre avite della sua famiglia. “Altrove” perché mentre la sede dell’azienda si trova a Linguaglossa in provincia di Catania, i terreni da cui proviene questo vino si trovano da tutt’altra parte a Corleone in provincia di Palermo e sono collocati ad una altitudine di circa 500 metri sul livello del mare. Le uve che compongono questo vino sono lo Chardonnay, l’Inzolia e il Catarratto in porzioni equipollenti. Un uvaggio ben equilibrato, elegante che si fa apprezzare per freschezza e mineralità. Loredana, da seduti, mi riporta in provincia di Catania con l’Etna Bianco Salisire Contrada Martinella 2014. Le sensazioni di bere un pezzo di vulcano avute l’anno scorso non vengono replicate quest’anno perché l’annata è più recente e conseguentemente l’evoluzione del vino è ancora in fieri.  Tuttavia si fa apprezzare per altri motivi: la sensazione di polvere da sparo che si intuisce appena è sovrastata dalla frutta esotica. La freschezza, la struttura e la secchezza finale ne fanno comunque un grande vino con ampio margine di tenuta nel tempo in attesa delle evoluzioni coll’invecchiamento. Con il rosso Terra dei Sogni 2015 Loredana Vivera mi riporta a Corleone. Il Cabernet Sauvignon (nota verde erbacea), il Nerello Cappuccio (nota fruttata) e il Sirah (nota speziata) compongono l’ordito di questo fino. L’assaggio si ricollega all’Altrove perchè sotto il manto rosso trovo anche in questo caso freschezza e  sapidità che integrano bene la frutta. Vino di pronta ed elegante beva. Questo ping-pong fra Corleone e Linguaglossa trova il suo termine e, al contempo, apice nell’Etna Rosso Martinella 2013.  Un cesto di frutta rossa sopra il vulcano.  Le note affumicate e sulfuree, il tannino ben governato dalla barrique ammaliano il palato. Per questo vale la pena di prendere l’aereo e andare in cantina. Viva Vivera, Viva la Magna Grecia.

Da Linguaglossa immaginariamente prendiamo l’aereo e, in pochi passi, atteriamo ad Arquà Petrarca ove si trova la sede della cantina Vignalta. Era un mio pallino da quando lessi un po’ di tempo fa un articolo su Panorama scritto da Bruno Vespa. E’ facile abbandonarsi a vini di questa linearità ed eleganza. Un Rondò Veneziano nella bottiglia. Eh sì mi son sebrati musica ad archi ben ritmata nel bicchiere. Si esordisce con due metodo classico da uve Friularo (confesso la mia ignoranza una uva autoctona mai sentita prima) con la “erre” non con la “enne” di Friulano. Nel primo la bollicina è fine non aggressiva contenuta nelle 4,5 atmosfere. Più da aperitivo che da pasto. Nel secondo è accativante il colore rosato buccia di cipolla, permanenza sui lieviti per 48 mesi e nota burrosa. Pulizia finale. I bianchi dei Colli Euganei si avvantaggiano di un terreno che passa dal vulcanico al calcareo, mi spiega Claudio il winemaker di Vignalta e già comincio a pregustare il prosieguo.  L’ordine di assaggio è stato il seguente: primo il Pinot Bianco 2016, fine ed appagante non è tanto la struttura che colpisce quanto l’eleganza, secondo il Manzoni Bianco Agno Catro 2016 fine, menta con un finale “speziatino”, terzo Moscato Giallo secco Sirio 2016 piacevolissimo, di facile beva. Mi hanno convinto tutti anche perchè serviti belli freschi. Mi sarebbe piacuto averli per una cena fra amici per fare bella figura.

Passiamo ora ai rossi che a giudizio di quelli che ne sanno più di me sono il pezzo forte della cantina, sarà… Quindi nell’ordine Colli Euganei Rosso Gemola 2013,  Colli Euganei Rosso Riserva 2013 per entambi prevalenza di merlot su cabernet. Nel  primo caso 70 Merlot/30 Cabernet franc, nel secondo 60 Merlot/40 Cabernet sauvignon. Questo si nota sul piano olfattivo perché  nel primo la mora e l’amarena si percepiscono chiare e si ritrovano al palato affiancate da spezie miste e note tostate con un finale di erbe aromatiche. Tannini mobidi ben integrati nella struttura. Bella persistenza e pulizia finali. Delicatissimo.  Il Rosso Riserva si fa apprezzare  per l’austerità bordolese, tannini morbidi, freschezza e sapidità. E’ quello dei due che più mi ha riportato in terra francese.

La nota più acuta viene suonata indiscutibilemente dal vino dolce Colli Euganei Fior d’arancio passito Alpianae 2014 da uve moscato giallo (quelle che prima avevano apprezzato in versione secca) lavorate con la tecnica dell’appassimento in cassetta. Bruno Vespa definì questo vino una perla a me è sembrato piuttosto un’ambra nordica che incastona frutta disidrata che va dall’albicocca al cedro con una spolverata di zafferano. L’archetto del violino rimane sulla corda per dare una nota gustativa lunghissima. Il bello è che non è stucchevole, come succede nei migliori vini dolci. Perfetta conclusione di una breve degustazione in cui mi sono sentito alla fine “Serenissimo”.

Proprio sulla sinistra di Vignalta si trovava il banco di  Torre dei Beati. Il Signor Claudio mi invita ad assaggiare i vini del suo vicino di postazione ma territorialmente lontano, perché abruzzese. Se ne parla bene un “concorrente” ci sarà da fidarsi. Ed effettivamente è stata una piacevole scoperta.

“Settembre andiamo è tempo di migrare/ora in terra d’Abruzzi i miei pastori/lascian gli stazzi e vanno verso il mare” scriveva il Vate. Nel caso del nostro produttore non si va dagli stazzi verso al mare ma dall’ingegneria si va alla viticoltura. Infatti l’affabile Ing. Fausto Albanesi era ingegnere elettronico ma, schermendosi, ha confessato che la passione l’ha spinto ad abbandonare la professione per dedicarsi al dio Bacco unitamente alla moglie Adriana.

Passare dai bianchi della Serenissima a quelli del Vate è stato un bel salto non solo olfattivo e gustativo ma anche culturale. Tanto lievi i primi quanto vitalistici i secondi. Parte con uno squillo di tromba il Trebbiano d’Abuzzo Bianchi Grilli 2016 l’estetismo lo troviamo già nel colore che da giallo paglierino si arricchiesce di riflessi dorati, polposo di frutta gialla, strutturato, rotondo in bocca senza perdere freschezza perché soretto da una bella spalla acida.

Poi il Pecorino Bianchi Grilli 2016 Giallo dorato, un bel sentore di frutta esotica come si addice ad un vino “dannunziano” in senso letterario, al palato è ampio quasi grasso, note di macchia mediterranea, sapido. Complimenti vivissimi non ho mai bevuto un Pecorino così appagante questa versione di Pecorino sorpavanza di poco nel nostro indice di gradimento quella “tutto acciaio” Pecorino Giocheremo con i fiori 2017 .

Chiuso con i bianchi passiamo ai rossi da sole uve Montepulciano d’Abruzzo. Questa scelta mi piace perché sono un amante delle uve trattate in purezza. Sarò anch’io un po’ monovarietale, chissà. Assaggio il Montepulciano 2016 che presenta frutta rossa, tannino che dà piacevole astringenza. L’alcoolicità richiede un bel piatto grasso e con un po’ di gusto selvatico un bel  piatto di spaghetti alla chitarra con il ragout di castrato dei “nostri pastori”. Poi il Cocciapazza 2015, “quelle couleur” direbbero i francesi, un bel rosso rubino e al naso una bella prugna matura, al palato speziato, ampio caldo e persistente abbinamento non direi con piatti internazionali ma con piatti e formaggi della tradizione abruzzese. Perché è un grande vino che non ama l’internazionalità ma ama la sua terra, la sua regione, la sua cucina. E’ orgogliosamente e cocciutamente abruzzese.  Infine il Mazzamurello , che prende il nome da un folletto della tradizione locale. Contrariamente al nome è un vino di grande equilibrio e coerenza. All’occhio è rubino intenso e denso, al naso si apre un bouquet di frutta rossa matura e spezie officinali,tannini vellutati e ben integrati. Entisiasma la persistenza fra cesti di frutta matura e spezie. Conclude l’assaggio una vera sorpresa nella sorpresa. Alla mia constatazione che sul banco non c’era un vino dolce, l’Ing. Albanesi mi replica come l’Albertone nazionale “maccarone, m’hai provocato e io te distruggo” e così dicendo estrae da sotto il banco una bottiglia di Montepulciano passito che ironicamente si chiama “Passito remoto (singolare)”. Una bomba, non dico altro.

Lasciamo come vino inesplorato il solo Cerasuolo d’Abruzzo “Rosa-ae “, della prima declinazione mi vien da dire, perché ci piace lasciare qualcosa di imperfetto per stimolare la curiosità di assaggiarlo in cantina scambiandosi ancora qualche battuta con l’Ingegnere.

Questo è stato il mio percorso su e giù per lo stivale. Tuttavia non tralascio di menzionare alcuni assaggi a “spot” da Erta di Radda per il suo “nerboruto” Trebbiano 2016 a Bruno Verdi per il Riesling Italico Vivace 2017 “il vino di casa mia”, dalla Cantina della Valle d’Isarco “coerenza stilistica” dei bianchi a Ca’ dei Frati, che non sbaglia un colpo, per la Cuvee dei Frati Brut, da Montemercurio Caduceo 2016, che annovera fra i suoi componenti l’uva “Pulcinculo” a Moser Trento doc Brut Moser 51.151 un vino da record.

Taglio il traguardo senza essermene accorto.

All’anno prossimo, caro Fernando.

By D.T.

Trattoria San Lorenzo

Sangue di Giove… dove sei? Sono a Firenze in piazza San Lorenzo presso l’omonima trattoria, di fronte ad un fumante piatto di pappardelle al cinghiale. Ma tu dove sei? È vero che l’uva “francisca” fu proprio introdotta nella zona del Carmignano fin dai tempi medicei, ma fare fatica a trovarti è cosa assai ardua. In realtà il Sangiovese affiora ma solo al palato: l’olfatto viene impresso da eleganti toni verdi donati dai vitigni cosiddetti “migliorativi” e su tutti un Cabernet peperoneggiante. Come detto solo in bocca è percepibile lo scontroso e tanto amato “padre degli dei” che impone freschezza ed un tono scorbutico che aiuta l’evaporazione rapida della bottiglia. Il tutto per permettere alla notte di Firenze di rendere la città ancora più ammaliante.

d.c.

Monterossa P.r. Brut.

È vero. È proprio vero: fino a qualche giorno fa avrei intitolato il nuovo ricordo “Franciacorta, I love you”, perché questo Blanc de Blanc lo merita sicuramente… ma ogni tanto bisogna cambiare e ricercare nuove vie… in attesa di trovare nuove ispirazioni creative per il titolo della rubrica, accontentatevi della sobria “normalità”.

È bello, intenso, croccante. In ogni sua caratteristica appare come se volesse necessariamente piacere. Finezza visiva transalpina. Profumi di frutta gialla e di frutta secca la cui leggera tostatura si lega perfettamente ad aromi di pasticceria e di forno dolce. In bocca sa essere dalla vibrante tensione, detergente… quasi rassicurante. Affiora la profondità della importante quota dei vini di riserva che donano al vino le caratteristiche di unicum all’interno del panorama franciacortino, abituato a vini più rapidi, che non inducono, normalmente, alla riflessione…Franciacorta, I love you xxx…

d.c.

Il bandito 2015. Riesling renano, F.lli Giorgi

Nette sensazioni agrumate, forse anche di bergamotto, e persino candite; poi affiora un profumo verde, vegetale, ed una suadentissima albicocca matura, se non leggermente disidratata. La nota di mineralità qui è “pietrosa”. L’intensità è sussurrata, ma di grande fascino. Tutta quella maturità che si percepiva all’olfatto sparisce in bocca: qui una acidità corrosiva lascia nel cavo orale la percezione di grande freschezza che progressivamente sfuma su note minerali-gessose. Di apprezzabile persistenza.

d.c.

Cutizzi 2016. Feudi di San Gregorio

Il colore è giallo dorato; i profumi, inebrianti, di frutta matura: affiora l’aroma di una pera già dolce, della susina gialla e poi di un’erba aromatica, forse una mentuccia. Ma in bocca è inscalfibile. Tutto d’improvviso si ribalza ad una struttura granitica costruita su una acidità mai calante, ed alla tipica mineralità del Greco irpino. Rimane poi persistente in bocca e negli occhi, abbinato ad uno straordinario tagliolino alla polpa di gamberi rossi con vista sul porto di una luminosa Ponza.

d.c.

Franciacorta, I love you. Castelveder 2011

Mammamia che buono! Ogni elemento in valutazione vede la sua lancetta puntare i punteggi alti: visivamente di eleganza francese; profumi decisi, di assoluta eleganza, di notevole intensità, persino croccanti tra frutta gialla in maturazione ed una gradevolissima nocciolina. Poi in bocca appare imperioso: tagliente, preciso, sempre composto, con una non comune mineralità, che diventa l’elemento caratteristico assoluto dell’intera degustazione. Stupendo.

d.c.

Il vino di Alessandro

Lo so che è una suggestione. Ma molto spesso, per capire a pieno un vino, è necessario conoscere il viticoltore; conoscerne i tratti, la fisicità, il carattere: perché li ritroverai, filtrati dalla tua suggestione, nel bicchiere. Ho avuto la fortuna di incontrare qualche anno fa, ben prima del 2011, l’Alessandro a cui appartiene questo vino: uomo schivo, riservato, con un sorriso timido che sembrava implorare il distacco, e quell’umiltà di non voler riconoscere il proprio immenso talento…Così il vino! Nonostante i sette anni dalla vendemmia ha un aspetto estremamente giovanile: un bel rosso porpora, profumi di frutta rossa croccante, inizialmente solo sussurrati e poi persino invasivi. In bocca è duro, fresco, con un tannino ancora poco ammorbidito. Ma poi la frutta si scioglie, si fonde arrotondandosi, come un sorriso che ti concede una confidenza. Una confidenza che ti riempie come una persistenza, infinita.

d.c.

17° sfumatura di Anteprima dei vini della costa toscana

« Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, des “pomestja”* de la famille Buonaparte. »

Con queste parole, pronunciate da Anna Pàvlovna Scerer e rivolte al Principe Vassilij, inizia il famoso romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Il grande scrittore russo si riferiva all’atto con cui Napoleone volle creare il Principato di Lucca e Piombino e, per quello che a noi interessa, la cosa fu gravida di conseguenze anche sulla successiva produzione di vino.

 Noi di W.T.B. ci siamo decisi a seguire con maggiore assiduità la manifestazione lucchese “Anteprima dei vini della costa toscana” per cogliere qualcosa di diverso nel panorama vinicolo toscano. Una ottantina di produttori delle provincie rivierasche hanno avuto la brillante idea di associarsi sotto il nome di “Grandi Cru delle Costa Toscana” per rivendicare la propria identità, la propria peculiarità e, da ultimo, per affermare con forza che la Toscana non è solo Chianti e Brunello di Montalcino.

Già l’anno scorso scrivemmo di questa manifestazione che, tuttavia, rimane un po’ misconosciuta fuori dai confini toscani nonostante sia giunta alla diciassettesima edizione. Dal canto nostro non potremo che seguirla anche l’anno prossimo e negli anni a seguire.

Sarà la dovizia di eventi enogatronomici, ma l’Anteprima, a torto, stenta a diventare un punto di riferimento nonostante la qualità del parterre di produttori (ad esempio quest’anno oltre ad una ampia selezione di produttori della costa ci sono ospiti internazionali provenienti dall’Ungheria ma anche una agguerrita rappresentaza di cantine toscane dell’entroterra – tanto per citarne qualcuna Selvapiana e Tenuta San Giorgio). Importanti “seminari” sono stati organizzati durante la kermesse (Ad esempio si è festeggiato il 50° del Sassicaia con la degustazione di 5 annate rappresentative dei decenni passati sotto la guida di Daniele Cernilli ).

Lucca, non meno di altri capoluoghi di provincia toscani, ha una sua peculiarità enologica derivata dalla sua storia. Infatti, quello che ho potuto cogliere è che qui la Francia ha lasciato il segno nell’ottocento, introducendo barbatelle di vitigni che oggi definiamo internazionali ma che allora erano semplicemente francesi, quindi, innovative per l’epoca. Ciò è merito di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone io credo. Ella ottenne nel 1805 il principato di Lucca e Piombino e qui ci si ricollega all’incipit in quel momento fu instillata la prima goccia di vino francese.

I ben informati, tuttavia, ritengono che la svolta definitiva all’internazionalizzazione dei vini prodotti in provincia di Lucca sia avvenuta grazie a tal Giulio Magnani che volle migliorare la qualità dei suoi vini prodotti con le classiche uve locali Sangiovese, Trebbiano, Canaiolo e Colorino. Egli andò a imparare le tecniche di vinificazione francesi e importò Sémillon, Sauvignon, Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc, Roussanne e Syrah, Pinot Bianco e Grigio dalla Francia.

Questa mia divagazione storico-vinosa vuole focalizzare su Lucca e la sua provincia gli assaggi dei vini di alcune cantine partecipanti .

Per fare una breve panoramica dei produttori della provincia di Lucca presenti (peraltro delle lucchesi Tenuta Maria Teresa e di Villa Santo Stefano scrivemmo già l’anno scorso) abbiamo ristretto il campo alla Tenuta Lenzini, alla Tenuta di Valgiano, a Il Calamaio, a Colle di Bordocheo, alla Fattoria del Teso e alla Tenuta del Buonamico. Questo per darci modo l’anno prossimo di avere comunque il desiderio di provarne delle altre.

La Tenuta Lenzini mi ha aperto un mondo perché è da Michele Guarino,  “vignaiolo biodinamico”, che è partito l’input storico alla domanda del perché non c’è sangiovese nei suoi vini.  La Syrah, ma anche il Vermignon, il Casa e Chiesa, B-side e il Poggio de’ Paoli sono tutti “sangiovese e trebbiano free”.

Il Vermignon ha aperto l’assaggio. Già la crasi fra Vermentino e Sauvignon strizza l’occhio al francese di cui riprende le sonorità ma al palato si manifesta subito di italica schiatta. Di color paglierino, al naso più vermentino che sauvignon, “forgiato” in acciaio, di bella struttura, si presenta ben equilibrato fra freschezza e sapidità, affilato quanto basta. Di solito sono scettico sui bianchi toscani ma questo mi ha convinto.

B-side: un nome un po’ da discoteca. Questo rosato a base merlot è vinificato in acciaio ed ha le caratteristiche di un vino rosso, di cui ha la struttura, mascherate da un abito rosa quasi corallo. Al naso spicca la ciliegia, la fragola acerba. La piacevolezza di beva è data dalla morbidezza del merlot. Regge per la struttura piatti a base di carne.

Casa e Chiesa sempre merlot “centopercento” fratello maggiore di quello di cui sopra, quindi, al naso si caratterizza per la nota frutta rossa più spiccata tannino più carico e maggiore persistenza.

La Syrah: Syrah, o Shiraz, in purezza. All’occhio si presenta “deep ruby“.  Bel connubio fra frutti rossi e spezie che dal naso si ritrovano nel palato. Tannini smussati dal sapiente uso della barrique. Mi torna voglia di berne solo a scriverne figuriamoci quando ce l’avevo nel bicchiere.

Poggio de’ Paoli: E’ aristocratico ma al contempo tormentato e rivoluzionario per rimando all’excursus storico col Guarino. Questo per descrivere che le varie uve che lo compongono (Cabernet Sauvignon 70% Cabernet Franc 10%, Alicante bouchet 10% e Syrah 10%) lo rendono complesso. Frutti rossi maturi al naso ma anche spezie ma anche fiori fanés. Al gusto è rotondo con una bella trama tannica e qualche suggestione erbacea. Finale fruité. Un grande vino poliedrico.

Siamo sempre in provincia di Lucca ma ci spostiamo da Gragnano a Montecarlo con la ditta Fattoria del Teso di cui ho molto apprezzato la secchezza unita alla mineralità del Montecarlo Bianco Doc (Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Vermentino e Trebbiano) non che gli altri vini fossero da meno ma ha pienamente centrato quello che cercavo. E sarà per ciò motivo di visita in cantina. E’ risultato gradevole il Sovrano del Teso uno charmat (Chardonnay, Sauvignon, Trebbiano) che, tuttavia, subisce la concorrenza spietata del Prosecco per cui non credo che possa uscire dai confini locali. Ha piacevolmente impressionato il Vermentino per la sua freschezza e mineralità. E’ piaciuto per la nota spiccata di liquerizia il Montecarlo Vin Santo. Per quanto riguarda i rossi ho rinvenuto freschezza e rotondità nel Montecarlo Rosso Doc (Sangiovese, Merlot e Petit Verdot) grazie anche alla vinificazione in acciaio e cemento mentre da riassaggiare fra qualche anno l’Anfidiamante.  Mi son piaciute le classiche etichette delle bottiglie borgognotte meno quella dell’Anfidiamante.

Da Montecarlo di Lucca ci spostiamo a San Macario presso Il Calamaio di cui ho apprezzato il bianco denominato il Soffio (Chardonnay e Petit Manseng), un bianco originale e molto personale. Giallo paglierino, banana e ananas al naso, di bella struttura, intenso con un finale sapido. Certo non un vino piacione… e questo è un merito. Il Sangiovese trova la sua espressione nel Poiana. Non pensate al Sangiovese del Chianti potente e tannico, il Poiana è ciliegioso, fresco, morbido e sapido nel finale.  E’ una autentica espressione del territorio da cui proviene senza velleità di imitare il sangiovese chiantigiano.  Schietto. Chiude l’assaggio il polposo L’Antenato che ha il merito di essere prodotto da vigne vecchie autoctone di distinte tipologie (barsaglina, mazzese, buonamico, colorino) così da avere un prodotto personale che non si trova in altre cantine. A me questi vini un po’ “Jurassik Park” piacciono perché il vino non è solo assecondare il mercato ma è anche storia della vite.

Da San Macario ci dirigiamo verso Capannori presso Colle di Bordocheo in località Segromigno in Monte. Di questa cantina abbiamo assaggiato solo i bianchi: Bordocheo Bianco – Doc Colline Lucchesi e Bianco dell’Oca IGT. Innanzitutto complimenti alla ben fatta brochure per la sua chiarezza e sintesi espositiva. Anche i vini rispecchiano una chiarezza espositiva invidiabile al limite del didascalico. Ecco che il colore è giallo paglierino limpido con riflessi verdognoli senza ombra di dubbio. Al naso il vino rispecchia la complessità olfattiva conseguenza delle diverse anime che lo compongono  (Trebbiano, Vermentino, Malvasia toscana e Grechetto) e si traducono in un bel bouquet di fiori per la presenza di uve aromatiche. Secco al palato. Dichiamo che se ne scende bene e invoglia a berne più di un bicchiere. Non da ultimo il buon rapporto qualità prezzo lo rende un ottimo vino quotidiano.  Chiude l’assaggio il Bianco dell’Oca. E’ un bianco che ha un suo perché e abbinato al precendete giustifica la visita in cantina. Appaga l’occhio per i suoi riflessi dorati, accontenta il naso per il suo avvolgente bouquet di fiori e soddisfa il palato con ananas e un persistente finale balsamico. Chapeu.

Sempre nel comune di Capannori ci spostiamo in località Valgiano nell’omonima Tenuta: La cantina nasce rossista ma per nostra scelta abbiamo limitato l’assaggio al Palistorti Bianco. Il perché di questa scelta sta nel fatto che volevamo tastare con mano se nelle diverse cantine della c.d. Lucchesia vi sono dei bianchi degni di essere ricordati. Struttura da rosso per questo vino bianco, il corpo è esuberante un po’ a discapito della eleganza. I sentori sono netti di pompelmo e frutta tropicale. In bocca è caldo e ampio. Il finale è intenso. Buono si ma “adelante con juicio” a berne, non è certo un ballerino direi più un lanciatore del peso.

Chiudiamo con la arcinota Tenuta del Buonamico che si trova in quel di Montecarlo di Lucca. Di questa abbiamo assaggiato solo l’Inedito Premiére Cuvée. Uno Charmat “quasi lungo” perché la sosta in autoclave è per 6 mesi. Si fa notare per l’uva non facile da cui deriva il Pinot Bianco. Le uve di diverse annate  sono lavorate alcune in acciaio altre in barrique. Bolla piacevole con una nota boisée.  Da aperitivo ma di classe.

Poi mi sono fatto attrarre dai vermentini, quello di Col di Bacche, di Tenuta Sterpai, di Casa di Terra ma qui scriverne è un fuori tema e saranno oggetto di prossimi “focus”. Quod differtur non aufertur, dicevano i Latini. Quindi, non me ne voglia il simpatico Alberto Carnasciali della maremmana Col di Bacche se non scriverò del suo bel vermentino e del suo piacevolissimo Morellino perchè, dopo averli assaggiati, saranno anche oggetto di una visita in cantina.

Ringrazio Antonio e Piero, miei accompagnatori a questa manifestazione, per la loro pazienza.

By D.T.

*Pomestja = proprietà

Non chiamatelo Prosecco… chiamatelo Cartizze!

I miei tre amici ed oramai anche i nostri quattro lettori sanno che non amo i Prosecco ( dei cui produttori però ammiro il virtuoso modello agricolo-industriale). Ma c’è una collina, una piccola isola nello sterminato mare di Glera nelle valli del Valdobbiadene, che produce un frutto diverso, dove il vino è distintamente differente: questa è Cartizze! Ed in Cartizze c’è un solo agricoltore che ha solo vigneti sulla collina: questo è Marsuret! Bevo Marsuret da 20 anni e bevo solo lui…

Si presenta nel bicchiere di colore giallo scarico e spumoso, ma risulta intenibile all’olfatto per la fresca ed esuberante intensità. È gioviale, e non può non piacere nella sua semplicità ed immediatezza: percepisci nettamente le fragranze di una pera William e diffusa è la sensazione di camomilla. L’elevata componente zuccherina dichiarata non è mai invasiva ed il notevole equilibrio richiama un nuovo sorso. In bocca la frutta aumenta il gradiente di maturità, come una macedonia a polpa bianca leggermente macerata che accompagna il ricordo.

Un sentito ringraziamento a Bobo, provvidenziale corriere di felicità.

d.c.

BERRY AND BERRY: BELìN CHE COLORI!

Ieri sera presso la Trattoria Naviglio a San Zeno Naviglio (BS) si è tenuta un’interessante degustazione di vini prodotti dall’Azienda vitivinicola Berry And Berry, che, in una giornata piovosa, ha portato un po’ di sole della Riviera di Ponente in terra bresciana.

L’azienda si trova a Balestrino in provincia di Savona e si fregia di produrre vini da tre generazioni.

Lo Chef de Cave Alex Berriolo, con fare scanzonato, sintetizza, usando cinque termini, la propria attività: Pietra, Fatica, Passione, Vitigni e Vini. Pietra perchè sulle montagne liguri sono stati ricavati piccoli spazi dove coltivare vite e olivo; Fatica perché la coltivazione della vite sui terrazzamenti richiede una manodopera maggiore di quella usuale; Passione perché la tradizione di produrre vino viene rielaborata alla luce delle innovazioni agronomiche ed enologiche attuali; infine Vitigni : Pigato, Vermentino, l’antico vitigno Barbarùssa oltre a Sangiovese e Ormeasco coltivati fra le provincie di Savona e Imperia sono le uve da cui nascono i suoi Vini.

Si comincia con il rosato Lappazücche 2016 da uve Barbarùssa 80% e un saldo di un 20% di altre uve (Rossese, Grenache in quantità variabile a seconda dell’anno). Il colore rosa aranciato limpido (in seguito all’ossidazione degli antociani)  è veramente attraente, al naso si percepiscono frutti rossi (ribes). Al palato si mostra elegante e fresco per l’acidità che supporta la sapidità finale. Chiudendo gli occhi sembrava di essere in una spiaggia assolata mentre in realtà fuori cadeva pioggia a dirotto.  Abbinamento perfetto con le focacce liguri farcite con verdure o salumi stile pique-nique da spiaggia.

Si prosegue con il Baitinin 2016 (50% pigato, 50% vermentino), giallo paglierino con riflessi verdognoli, luminoso, erbe aromatiche, timo e fieno tagliato.  L’influenza del mare si sente subito per la nota immediatamente salmastra, fresco. Il vino è equilibrato, netto, con una bella pulizia finale del palato. Corretto è stato l’abbinamento con il risotto di pesce.

Entrambi questi vini sono vinificati e affinati in acciaio. Da rimarcare il non elevato grado alcoolico (12,5% vol) che facilita la beva.

Per ultimo il Poggi del Santo 2015 da sole uve Sangiovese. Rosso rubino, al naso frutta rossa (più prugna che ciliegia), al palato: tannino morbido dato dalle uve provenienti da viti di oltre 50 anni e ulteriormente affinato in barriques per 24 mesi, sapido. Abbinabile anche a piatti di pesce in umido, tuttavia, questa sera ha accompagnato una splendida faraona ripiena al forno, vero colpo da maestro dell’oste Franco.

Da ultimo Alex Berriolo (da cui il diminutivo Berry), con fare donchisciottesco, simpaticamente coadiuvato da Jacopo Fanciulli, ha tenuto a sottolineare che i suoi vini sono vini da tavola perchè egli rifugge le etichette delle doc e delle indicazioni geografiche “per creare una identificazione aziendale basata su unicità e tipicità”, sue testuali parole.

In conclusione: vini belli da vedere e buoni da bere.

By D.T.