… e il cerchio si chiuse il 25.

E’ bello quando gli eventi non sono definitivi e lasciano la possibilità di ricercare e approfondire la conoscenza di persone, luoghi in un secondo momento .

Ciò è avvenuto la sera del 23 ottobre alla cena FIVI, presso la Trattoria Naviglio di cui si è scritto in questo “pezzino”.

Armin Kobler e Marco Vercesi relatori della serata in quella occasione, a secco di propri vini, mi hanno lasciato la voglia di rincontrarli per conoscerli meglio.

In quest’ultima edizione, l’ottava, del Mercato dei Vini promossa da FIVI nei locali del Piacenza Expo i sopramenzionati vignaioli erano personalmente presenti.

Ho scoperto che la cantina di Armin Kobler si trova a Magrè (poi non così lontana per chi viene da sud uscita autostradale di S. Michele/Mezzocorona). I suoi terreni danno una stilizzata rappresentazione di sè sulle etichette delle bottiglie.

A dire il vero un fugace tentativo di andarlo a trovare in cantina, dove anche si trova la sua abitazione, era stato fatto qualche settimana addietro di rientro dal Merano Wine Festival ma l’improvvisata domenicale non era andata a buon fine perché, giustamente fra una attività e l’altra, il Nostro Armin si rilassa andando in bicicletta. La telefonata aveva come sottofondo il fruscio dell’aria in tempesta ma fortunatamente solo a causa del veloce mulinellare dei garretti.

Nulla però è perduto, sul tavolo troviamo qui alla manifestazione ampia rappresentanza dei suoi vini. Ho cominciato l’assaggio con lo Chardonnay “Ogeaner” 2017: Freschezza (no fermentazione malolattica) ed eleganza sono tratti distintivi che ho da subito percepito e poi ho ritrovato confermati nei successivi vini. Giallo paglierino limpido, floreale più che fruttato, sapido, con una bella acidità, leggermente astringente, agrumato con un bel nitore finale.  Preseguo poi col Pinot Grigio “Oberfeld” 2017:  questo pinot grigio proviene da viti impiantate su terreno argilloso che conferisce mineralità ed eleganza,  ritrovo la freschezza, come fil rouge che lega i vini di Kobler, un gusto leggermente e piacevolmente amaricante nel finale. Un vino molto equilibrato ed armonico.  Di poi il Pinot Grigio “Klausner” 2017 : questo pinot grigio proviene da viti insistenti, invece, su terreno sabbioso. La piena maturazione ampelografica delle uve conferisce maggior rotondità e l’armonia cede alla rustica eleganza espressiva. Insomma un pinot grigio con la camicia a scacchi. Per concludere l’assaggio dei vini bianchi, ecco il Gewürztraminer “Feld” 2017: oh, quello che cercavo! Mi sento veramente all’estero senza bisogno di prendere l’aereo. Andrebbe bevuto in quei calici a stelo alto verde tipici dei vini bianchi del Reno. Che bellezza di giallo dorato, che finezza di rosa e litchi, minerale, vodka peach e finale secco. Mi devo moderare sennò mi attaccherei alla bottiglia. Si è parlato dei suoi accostamenti: dalla cucina asiatica speziata al sushi agli spaghetti con le vongole ma anche speck ma anche, direi io, fois gras! A me, però, piace abbinato da solo, cioè due bicchieri di seguito!

Raggiunto il mio Nirvana col Gewürztraminer, Armin Kobler propone, a me e ai miei compagni di viaggio, il Merlot rosato “Kotzner” 2017: due giorni di permanenza sulle bucce donano un colore e una intensità di profumi che colpiscono. Lampone e frutta varia di bosco fresca, senza alcuna stanchezza o macerazione, regge sia un pasto sia una merenda dopo sci a base di formaggi e salumi. Io sono un assaggiatore un po’ ottuso e codino ma di fronte a tali bianchi il rosè mi è piaciuto sì, ma meno, anche se di altissimo livello. Dopo il rosato del merlot giungono tinte più fosche nel bicchiere perché assaggio il rosso Cabernet Franc “Puit” 2015: Ah, grande uso della barrique del 2001 che,  sì, si sente ma non snatura la materia. Elegantemente erbaceo, tannico, allappante, si può intuire che avrà un buono sviluppo anche in futuro. In chiusura Merlot Riserva “Klausner” 2012: Notevole armonia di frutti sotto spirito dalle fragole alle prugne, elegante e rigoroso con una lunga persistenza finale. Grazie Armin della bella carrellata, Sehr gut!

Lasciamo l’Alto Adige e il rigore un po’ calvinista e ci dirigiamo, dopo un piccolo stop a base di acqua frizzante, verso il ruspante Oltrepò pavese dove scoviamo al banco n. E69, il Marco Vercesi da Montù Beccaria. Tal là, come si dice in dialetto pavese. L’avevamo lasciato reduce da un infortunio alla mano sinistra la sera della cena FIVI e lo ritroviamo ancora convalescente col dito indice tutto incerottato. La moglie, ridendo, dice che è così perché non ha fatto il bravo… Mah?! Sarà?! Dopo questa nota di colore passiamo agli assaggi.

Lo Chardonnay oltrepandano è agli antipodi dello Chardonnay altoatesino, la malolattica svolta penalizza un po’ la freschezza ma dona rotondità. Il fiore cede al frutto e a note tropicali. Quello denominato “San Doné” ci ha convinti di più fra i due assaggiati. Poi i rossi: la Bonarda “La Crosia” lievemente mossa e rustica chiama forte i suoi abbinamenti  “panino col salame” (e se è quello di Varzi ancor meglio) e “cotechino”. Al vino pétillant segue la Barbera ferma “Il Curlo”. Ho letto da qualche parte che la Barbera è femmina ma questa ha sotto gli attributi (forse sarà stato il passaggio sulle bucce di merlot) ed è stato, per me, il miglior assaggio da Marco Vercesi.  Bella rubiconda, vinosa, pastosa… residuo secco elevato (per dare un tocco da laboratorio d’analisi). Poi il Buttafuoco “il Borlano” austero con sentori di prugna cotta e liquirizia, tannico e astringente. Infine, cusa l’è ches chi? una stranezza, il Gewürztraminer “Trama” in stile marsala non tanto per la tecnica quanto per il colore con note ossidative non stucchevoli se abbinate a pasticceria secca.

Gli altri assaggi hanno toccato cantine già conosciute e non, fra le quali segnalo: Unterhofer per il Pinot Bianco/Weissburgunder “Spalier” che per me è una positiva certezza; Lieselhof per lo “Julian Orange”; un orange wine da uve Bronner di grande maestria e governo della materia; Cadibon con la sua Ribolla Gialla perché un salto in Friuli  dall’amico Luca non può mai mancare a questa manifestazione; Gaiaschi per il Gutturnio frizzante e la Malvasia ferma: campioni di piacevolezza e immediatezza; Cantina Tonello per il Durello metodo classico “ioTeti” con veste nuova ma invariata qualità; De’ Stefanelli per il riesling il “Capriccio”: quel che non ti aspetti in Romagna; Vini Tosi per il metodo classico “Nirfea” la semplicità e l’identità (“l’è lü”) del pinot nero; Calatroni per il Riesling Renano “Campo del dottore”: a me le note idrocarburiche piacciono. Pregio o difetto? A voi l’ardua sentenza; Frecciarossa per il Pinot nero “Giorgio Odero”: quell’Oltrepò… francese; Graziano Prà e Zanoni per la diversa interpretazione di un classico dell’enologia italiana: l’Amarone; La Cappuccina per il Recioto di Soave “Arzimo” centopercento garganega passita per chiudere in dolcezza.

Lascio questo Mercato dei vini con una unica promessa per la prossima edizione, batterò a tappeto solo produttori del centro-sud quest’anno da me penalizzati anche per i posizionamenti nell’area espositiva non molto felici.

Questa manifestazione chiude le degustazioni “pubbliche” in vista dell’incipiente periodo natalizio di aperitivi e cene augurali e poi… chi vivrà vedrà.

By D.T.

A titolo esemplificativo vale il viaggio per:

 

Ritornando a casa…

La curiosità ci ha portato a provare Champagne di “frontiera” esplorando i nuovi confini, ma ogni tanto è bello tornare a casa e ritrovarsi nella tradizione. Siamo a Sud Ovest di Reims: dalla piazza del Comune di Ecueil, le cui vigne sono classificate Premier Cru, si vede agevolmente La Cathédral de Notre-Dame de Reims. Siamo proprio sulle “Montagne”. Affascina fin dalla sua caduta nel bicchiere: giallo intenso, solcato da mille rivoli ed infiniti spilli. Profumi di calibrata intensità che spostano l’attenzione dal cestino di piccoli frutti rossi poco maturi alla tipica mirabelle, ma c’è, come al solito, altro: ci sono le spezie, c’è forse la carruba… In bocca è energia pura, taglia e “scossa” ad ogni sorso, con una uscita sapida quasi “marina”. Bentornato.

d.c.

Con una rosa hai detto…

Chiaretto fuori paradigma inseguito dalle attuali produzioni. Tenue nel colore e silenziosamente suggerito, profuma di petali primaverili, ancora non fiduciosi che il freddo si sia definitivamente congedato: ancora freddo lascia percepire proprio una nota di acqua di rose, per poi prendere coraggio (e calore) e far affiorare piccole fragoline di bosco. Stupefacente equilibrio in bocca, tanto da far pensare non corretta l’entità del volume alcolico oppure la delicatezza che ti accarezza il palato. Gradevole l’amarognolo lasciato da una scia di nobile sapidità.

d.c.

“…Rosa come un romanzo di poca cosa

come la resa che affiora sopra al viso

come l’attesa che sulle labbra pesa

rosa non è la rosa che porto a te…

Vinicio Capossela

Collio che passione – Sturm Merlot 2015

Sarà il piacere di stare in compagnia davanti a un piatto abbinato al buon bicchiere, sarà forse l’ebbrezza del tasso alcolemico, sia come sia non vi è alcun dubbio: il vino è convivialità.
Ne è conseguenza il condividere con amici la passione e l’emozione che una bottiglia ci sa donare (e fin qui….”ça va sans dire” proferirebbe Jacques de La Palisse, anche se non andò proprio così… ma questa è un’altra storia). Veniamo quindi al sodo. Questa volta è stato uno dei miei cognati, non certo nuovo alla scoperta di primizie di egual tenore, a omaggiarmi di una bottiglia di Merlot 2015 dell’Azienda Agricola Sturm di Zegla frazione di Cormons, nel cuore della DOC Collio, terra di grande espressione vitivinicola.
Nel calice il rosso rubino di vigorosa profondità è già un chiaro invito all’assaggio. Avvicinando il naso si viene avvolti dalla varietale eleganza dei frutti rossi. Ciliegia e marasca su tutti a cui segue, in perfetta armonia, lo speziato: pepe bianco e chiodi di garofano dall’affinamento in rovere (mai invasivo). In bocca l’assaggio è potente, profondo. Riempie il palato la morbidezza del frutto, poi liquirizia e note balsamiche.
Invoglia subito al secondo sorso, anche al secondo bicchiere e via seguendo……
Gran bella sorpresa, appassionante interpretazione friulana di questo meraviglioso vitigno internazionale.
Grazie cognato per avermi fatto scoprire questo entusiasmante produttore (mi toccherà andare a trovarlo). A buon rendere.

R.R.

Salutiamo la Loira con l’ultimo indimenticabile Pouilly fume’- Le Baron de Ladoucette

La giornata, magnificamente iniziata con la visita al leggendario “Domain Didier Dagueneau” (che bel ricordo…), è proseguita tra produttori delle colline di Sancerre. Nel pomeriggio riscendiamo verso Pouilly-sur-Loire e ci immergiamo nei vitigni che circondano il maestoso Château du Nozet, fulcro degli oltre 100 ettari del Domain de Ladoucette. Il bellissimo possedimento è di proprietà, già dal XVIII secolo, della famiglia del virtuoso Baron Patrick de Ladoucette, storico patron di alcune blasonate maisons dislocate nelle più importanti zone di produzione dei grandi vini di Francia (Chablis, Champagne, Chinon, Vouvray, per citarne alcune oltre, ovviamente, qui a Pouilly).
La cantina, ricavata nei locali adiacenti e nei sotterranei del castello, impressiona per la modernità, l’estensione e la tecnologia che ben si fonde con gli antichi ambienti, i soffitti a cassettone etc. Bella e imponente, da visitare. E’ il preambolo di quanto troveremo nei vini che, anche in presenza di grandi numeri, esprimono una grande passione vitivinicola legata al territorio che vanta complessità ed eleganza.
Ci trasferiamo nella lussuosa sala di degustazione, iniziamo con alcune versioni del Pouilly Fumé Baron de Ladoucette. Pur variando per intensità ed equilibrio in funzione del millesimo, nel calice appare di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, sempre cristallino. Soffice al naso con prevalenza di sentori floreali, note agrumate ed erbacee. Di ottima beva caratterizzata da freschezza e grande intensità, chiude con sapida mineralità. Con l’invecchiamento aumentano le note balsamiche ed esce, con maggiore intensità, il tipico e amato fumé.
Proseguiamo in crescendo con un Baron de L 2015, punta di diamante della produzione della maison, considerato tra le migliori espressioni del sauvignon blanc della zona e prestigiosa etichetta a livello mondiale. Oro con riverberi verdognoli, al naso l’etereo bouquet è elegante, floreale poi emergono pesca e pera con sottofondo di silicio e pietra focaia. In bocca spicca la fragranza del frutto esaltata da una intensa mineralità di lunghissima persistenza.
Bella bevuta, ma non è finita. Come già accaduto in altre cantine l’affiatato gruppo (forse meglio dire l’alcolica combriccola) pone la domanda: ma cosa beve il Barone quando soggiorna al castello?
Dopo qualche minuto di chiacchiere sull’argomento, con grande stupore di tutti, appare un Baron de L – Collection Baron Patrick de Ladoucette 2002. Nelle migliori annate una parte della produzione viene invecchiata nelle cantine del castello. Lo scopo è di bypassare le esigenze di mercato la cui energica richiesta porterebbe al prematuro consumo senza che, il vino, possa esprimere la piena potenzialità di invecchiamento che, per i grandi blanc-fumé, è davvero impressionante. Appare dorato con riflessi brillanti. Ma è avvicinandolo il calice al naso che questa delizia esprime tutta la sua eccelsa fragranza. Frutta tropicale, sentori vegetali, iodio, poi fine pietra focaia e grafite. Come già successo per il Silex di Dagueneau bevuto di pari annata, l’affinamento ha elevato questo vino alla sua massima espressione. In bocca è affascinante, corpo importante, pieno e avvolgente di matura sapidità. Assolutamente emozionante.
Questa riserva si colloca tra i migliori Pouilly fume’ degustati, concludiamo davvero in bellezza.……chapeau Barone.
Ci rechiamo al wine shop nel parco del castello, dove non resisto all’acquisto di uno chablis Albert Pic 1er cru 2005 (tra le maisons di proprietà), ma questa è un’altra storia……..
Il meraviglioso tour tra le eccellenze del sauvignon blanc è giunto al termine. Ottimi assaggi. A tutti i compagni di avventura un grosso grazie, arrivederci alla prossima “scampagnata”.

R.R.

VIN SANTO E PROFANO

 

Mi accingo a leggere l’ultima fatica di Massimo Zanichelli che si intitola “Il grande libro dei vini dolci d’Italia” edita da Giunti.

Il sottotitolo è “Un viaggio sensoriale fra territori e tradizioni”.

Il viaggio sensoriale mi richiama i settecenteschi viaggi sentimentali ma applicato all’empirismo del degustatore.

Avevo appena lasciato la lettura del suo “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” in stile Lonely Planet, tutto in bianco e nero, anche le fotografie, un appeal da codice civile e mi ritrovo ora spiazzato da un libro tutto colorato.

Dal giallo paglierino del Moscato d’Asti, al dorato inteso del Fiori d’Arancio, dall’ambrato dello Sciacchetrà al mogano del Vin Santo, dal rubino dell’Aleatico al porpora del Recioto, Massimo Zanichelli ci conduce in un viaggio caleidoscopico di colori, profumi e sensazioni dalla Valle d’Aosta alla Sicilia alla scoperta dei vini dolci.

Belle immagini, mappe dettagliate, etichette ben leggibili, descrizione esaustiva del vino degustato e sintetica della cantina che lo produce: il vino dolce italiano non era da tempo così attentamente descritto, spiegato e fors’anche amato.

L’appendice facilita la lettura del testo sia grazie al glossario che chiarisce il linguaggio oscuro degli addetti ai lavori sia grazie all’elenco dei vini per regione, delle cantine menzionate e dei vitigni usati. E’ una bussola per il rapido orientamento fra le 338 pagine.

I vini dolci hanno una loro lunga tradizione  ed è vero che nei secoli il gusto dolce sia stato ritenuto il migliore da cuochi ed enogastronomi. Riappropriamoci attraverso questo libro della loro nobiltà di origine e della loro importanza nell’abbinamento col cibo.

Non vorrei più vedere a fine pasto l’orrore di uno spumante brut col dessert!

Quindi, invito tutti a leggere questo libro per istruirsi e rendersi immuni da marchiani errori.

Nel prologo all’opera l’autore racconta di essersi appassionato al mondo del vino bevendo inizialmente Vin Santo, in quel momento scoccò la scintilla. Questo mi induce alla conclusione che bere vino dolce sia un’esperienza magica tra il sacro e il profano.

Ricordo come una delle degustazioni più coinvolgenti cui abbia preso parte, la cena presso l’Enoteca di Spilimbergo nel lontanissimo 1994 alla quale partecipò il compianto Marco De Bartoli e nella quale ebbi la fortuna non solo di conoscere una persona straordinaria ma anche di innamorarmi di due perle della viticoltura italiana dal medesimo prodotte: il Vecchio Samperi e il Bukkuram, prodotti ancor oggi e menzionati nel libro. Credo che, per lo stupore, la passione per il vino dolce sia sorta in quella occasione.

In conclusione  e prima di immergermi nella lettura mi permetto nel mio piccolo di segnalare anche lo Sciacchetrà di Terenzuola di cui abbiamo assaggiato e scritto a più riprese dei vini bianchi e rossi ma mai del suo vino dolce, questo libro ce ne dà lo spunto.

Alla vista è ambra del baltico luminosa e viscosa. In questa ambra è incastonato un bouquet di frutta candita, note iodate e rosmarino che si sviluppano al palato con albicocca disidratata, agrumi canditi e liquirizia bianca. Sapido e alcoolico sottilmente tannico. Il tutto è sorretto da vena acida. Il finale è secco con retrogusto di scorza d’arancia.

L’ho abbinato a formaggio erborinato, a biscotti a base di pastafrolla e poi da solo. In tutte le situazioni ha dato bella prova di sè ma il meglio, in my opinion, è stato dopo il biscotto con frutta candita.

Quindi leggete e meditate gente meditate in compagnia di un bicchiere di vino dolce… ça va sans dire.

By D.T.

 

Non va sempre benissimo…

Qualcuno si domanderà legittimamente se, con tutto il vino che si beve (qui sopra, vi assicuro, affiora solo una parte, forse anche piccola…) non capiti mai la bottiglia sbagliata ovvero il vino da non ricordare. Capita… capita anche molto spesso! L’ultima volta eccola qui! Non citerò la cantina ( della quale però, come da tradizione, lascio testimonianza), anche perché ne parlai in modo lusinghiero già in passato per aver degustato prodotti semplici ma godibili, e soprattutto perché occupa un angolo di paradiso sul cocuzzolo di una collina piacentina che mi ha rubato occhi e cuore. Ma la bottiglia che ho aperto era proprio andata… peccato! Le attese erano per un vino un po’ sfacciato e tracotante che… è finito senza decoro nel secchiaio! Sarà per la prossima volta.

d.c.

CCXCIII

San Cristoforo Pas Dosè 2013

Era tanto che non riapprodavo alle sponde di questa virtuosa cantina franciacortina, mai in assaggio di un non dosato. Non c’è da sorprendersi se una cantina che ha sempre fatto della qualità una delle proprie caratteristiche salienti se ne esca con un prodotto da… urlo. È un vino dal taglio moderno, ma che di fatto rappresenta un po’ un archetipo, un modello di cui mi sono riempito testa e bocca. È apparentemente semplice, schietto… vero; ma in realtà è sintesi e misura. Paglierino alla vista, con persino riflessi verdognoli (segno che il tempo è stato domato). Il naso si impressiona facilmente per l’intensità della scossa: ed anche qui una netta sensazione di frutta croccante, forse anche acerba. Non c’è una complessità da far girare la testa, anzi, ma un’integrità del frutto da divenire sostanza. In bocca è cesello e bisturi: ritorna l’idea della misura perfetta, scientifica; tutto è perfettamente calibrato, ma l’equilibrio sa di naturale, mai di artefatto. Ed anche qui una croccantezza di frutto che disseta e che diventa edibile.

d.c.

CCXCII