VIN SANTO E PROFANO

 

Mi accingo a leggere l’ultima fatica di Massimo Zanichelli che si intitola “Il grande libro dei vini dolci d’Italia” edita da Giunti.

Il sottotitolo è “Un viaggio sensoriale fra territori e tradizioni”.

Il viaggio sensoriale mi richiama i settecenteschi viaggi sentimentali ma applicato all’empirismo del degustatore.

Avevo appena lasciato la lettura del suo “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” in stile Lonely Planet, tutto in bianco e nero, anche le fotografie, un appeal da codice civile e mi ritrovo ora spiazzato da un libro tutto colorato.

Dal giallo paglierino del Moscato d’Asti, al dorato inteso del Fiori d’Arancio, dall’ambrato dello Sciacchetrà al mogano del Vin Santo, dal rubino dell’Aleatico al porpora del Recioto, Massimo Zanichelli ci conduce in un viaggio caleidoscopico di colori, profumi e sensazioni dalla Valle d’Aosta alla Sicilia alla scoperta dei vini dolci.

Belle immagini, mappe dettagliate, etichette ben leggibili, descrizione esaustiva del vino degustato e sintetica della cantina che lo produce: il vino dolce italiano non era da tempo così attentamente descritto, spiegato e fors’anche amato.

L’appendice facilita la lettura del testo sia grazie al glossario che chiarisce il linguaggio oscuro degli addetti ai lavori sia grazie all’elenco dei vini per regione, delle cantine menzionate e dei vitigni usati. E’ una bussola per il rapido orientamento fra le 338 pagine.

I vini dolci hanno una loro lunga tradizione  ed è vero che nei secoli il gusto dolce sia stato ritenuto il migliore da cuochi ed enogastronomi. Riappropriamoci attraverso questo libro della loro nobiltà di origine e della loro importanza nell’abbinamento col cibo.

Non vorrei più vedere a fine pasto l’orrore di uno spumante brut col dessert!

Quindi, invito tutti a leggere questo libro per istruirsi e rendersi immuni da marchiani errori.

Nel prologo all’opera l’autore racconta di essersi appassionato al mondo del vino bevendo inizialmente Vin Santo, in quel momento scoccò la scintilla. Questo mi induce alla conclusione che bere vino dolce sia un’esperienza magica tra il sacro e il profano.

Ricordo come una delle degustazioni più coinvolgenti cui abbia preso parte, la cena presso l’Enoteca di Spilimbergo nel lontanissimo 1994 alla quale partecipò il compianto Marco De Bartoli e nella quale ebbi la fortuna non solo di conoscere una persona straordinaria ma anche di innamorarmi di due perle della viticoltura italiana dal medesimo prodotte: il Vecchio Samperi e il Bukkuram, prodotti ancor oggi e menzionati nel libro. Credo che, per lo stupore, la passione per il vino dolce sia sorta in quella occasione.

In conclusione  e prima di immergermi nella lettura mi permetto nel mio piccolo di segnalare anche lo Sciacchetrà di Terenzuola di cui abbiamo assaggiato e scritto a più riprese dei vini bianchi e rossi ma mai del suo vino dolce, questo libro ce ne dà lo spunto.

Alla vista è ambra del baltico luminosa e viscosa. In questa ambra è incastonato un bouquet di frutta candita, note iodate e rosmarino che si sviluppano al palato con albicocca disidratata, agrumi canditi e liquirizia bianca. Sapido e alcoolico sottilmente tannico. Il tutto è sorretto da vena acida. Il finale è secco con retrogusto di scorza d’arancia.

L’ho abbinato a formaggio erborinato, a biscotti a base di pastafrolla e poi da solo. In tutte le situazioni ha dato bella prova di sè ma il meglio, in my opinion, è stato dopo il biscotto con frutta candita.

Quindi leggete e meditate gente meditate in compagnia di un bicchiere di vino dolce… ça va sans dire.

By D.T.

 

Non va sempre benissimo…

Qualcuno si domanderà legittimamente se, con tutto il vino che si beve (qui sopra, vi assicuro, affiora solo una parte, forse anche piccola…) non capiti mai la bottiglia sbagliata ovvero il vino da non ricordare. Capita… capita anche molto spesso! L’ultima volta eccola qui! Non citerò la cantina ( della quale però, come da tradizione, lascio testimonianza), anche perché ne parlai in modo lusinghiero già in passato per aver degustato prodotti semplici ma godibili, e soprattutto perché occupa un angolo di paradiso sul cocuzzolo di una collina piacentina che mi ha rubato occhi e cuore. Ma la bottiglia che ho aperto era proprio andata… peccato! Le attese erano per un vino un po’ sfacciato e tracotante che… è finito senza decoro nel secchiaio! Sarà per la prossima volta.

d.c.

CCXCIII

San Cristoforo Pas Dosè 2013

Era tanto che non riapprodavo alle sponde di questa virtuosa cantina franciacortina, mai in assaggio di un non dosato. Non c’è da sorprendersi se una cantina che ha sempre fatto della qualità una delle proprie caratteristiche salienti se ne esca con un prodotto da… urlo. È un vino dal taglio moderno, ma che di fatto rappresenta un po’ un archetipo, un modello di cui mi sono riempito testa e bocca. È apparentemente semplice, schietto… vero; ma in realtà è sintesi e misura. Paglierino alla vista, con persino riflessi verdognoli (segno che il tempo è stato domato). Il naso si impressiona facilmente per l’intensità della scossa: ed anche qui una netta sensazione di frutta croccante, forse anche acerba. Non c’è una complessità da far girare la testa, anzi, ma un’integrità del frutto da divenire sostanza. In bocca è cesello e bisturi: ritorna l’idea della misura perfetta, scientifica; tutto è perfettamente calibrato, ma l’equilibrio sa di naturale, mai di artefatto. Ed anche qui una croccantezza di frutto che disseta e che diventa edibile.

d.c.

CCXCII

Rebo di Vallecamonica

Ne è passato di tempo daile prime scorribande enoiche in Vallecamonica e non si può dire che lì il tempo si sia fermato; infatti la qualità della produzione sta crescendo verticalmente di vendemmia in vendemmia. Ne è testimonianza questo “vino rosso” ( che bella la sperimentazione fuori dai disciplinari giustamente rigidi…) da vitigno Rebo (incrocio genetico tra Teroldego e Merlot) prodotto da una delle cantine più attive nella promozione del vino camuno (Rocche dei Vignali). Pur nella sua semplicità (ed economicità) appare corretto, con profumi di netta impronta fruttata (gradevolissima la ciliegia affiorante), nessuna nota verde né al naso né al palato. Le note di grande freschezza percepite tra i profumi si ribadiscono in bocca con un liquido corroborato da elevata acidità, che pulisce e drena con forza, ma che progressivamente svanisce lasciando un ricordo di mora da rovo appena raccolta.

d.c.

CCXC

Voglia di Chianti

Ammetto da sempre di essere nebbiolodipendente, ma talvolta, alcune sere, soprattutto autunnali, mi cresce una irrefrenabile voglia di Vino Toscano e fra tutti di Sangiovese Toscano, ed a quel punto l’irrefrenabilità si trasforma in stappature…

Il primo Chianti, Tenuta Cortine e Mandorli, viene da Montespertoli, confinante tra le “Classiche” Val di Pesa e Val d’Elsa. L’avevamo già incontrato qui, nelle nostre chiacchiere sul vino, almeno un autunno fa (…), ed un’ ulteriore stagione di maturazione gli ha giovato. È tutto ben equilibrato: il frutto rosso e dolce è ben supportato da una freschezza, mai soverchiante, che comincia però a far affiorare in chiusura piacevolissime note di rotondità cioccolatose.

Di impressionante vivacità invece l’intensità fruttata della Riserva “Classica” 2008 seguente. Chissà come sia arrivato nella mia cantina e chissà come mai la nostra Bibbia (wine-searcher) non conceda citazioni per la vendemmia 2008 (ho per le mani un pezzo unico?). I profumi richiamano una macedonia di piccoli frutti rossi e di prugna, ma rapidamente affiora una nota terrosa che diventa cuoio e poi fungo. In bocca risulta, nonostante i due lustri sulle spalle, giovanissimo. Le durezze imperano: acidità a manetta e tannino ancora ruvido, che avrebbe permesso alla bottiglia di durare integro per ancora molto tempo. Gradevole il ritorno di prugna che svanisce piano piano.

d.c.

CCCLXXXIX

…Adesso ne abbiamo la certezza!

…passano due giorni: una nuova tavola, in un luogo nuovo, ma chiudiamo con l’ennesimo vino dolce (e siamo a tre in meno di 20 giorni, dopo lo zero di alcuni anni…). Un vino dolce che rappresenta per me assolutamente una novità: un passito di uva Verdea dalle colline di San Colombano. Nel complesso molto semplice, sicuramente più sbilanciato verso le componenti morbide rispetto ai campioni (nel significato valoriale del termine) dei giorni precedenti. Ma lo ricorderò per un gradevolissimo profumo di albicocca disidratata e per un’altrettanto nobile aroma, seppur sussurrato, di marmellata di agrumi, segno tangibile che la strada intrapresa dai vinificatori è quella corretta.

d.c.

CCLXXXVIII

Due indizi fanno una prova. La versione di d.c.

Qualche giorno fa ci stupivamo di come fosse divenuta oramai desueta la degustazione di vini dolci, in occasione della strappatura di un solare Sauterne. A pochi giorni di distanza il desiderio di aprire nuovamente una bottiglia dolce: vuoi vedere che il gusto sta ricambiando, portando nuovamente a godere delle note da appassimento?

È ambra antica nel colore, scende e rotea nel bicchiere con viscosità. L’ambiente si permea di sentori di fichi maturi, zucchero caramellato, di una carruba appiccicosa, ma anche di profumi della terra: ha ragione R.R. quando evoca la presenza del “fungo”, perché effettivamente la nota di fungo essiccato c’è, come la chiusura speziata o forse di ginger, di zenzero. E come tutti i grandi passiti la prima percezione di quando il nettare scende in bocca non è la dolcezza né la morbidezza dell’alcol bensì una astringenza acida. Bellissimo poi l’oblio in un crescendo mellifluo.

d.c.

CCLXXXVII

Franciacorta, i love you. Nr. ?

Si, lo so! So perfettamente che i tre (o tremila) lettori di WTB diranno che parliamo sempre delle stesse cantine… forse è anche vero, ma… quanto è buono il Brut 2010 di Ronco Calino! Le bollicine sono minuscole ed infinite, movimentando un giallo che ha già acquisito un gradiente di intensità di colore superiore. I profumi sono ammalianti: alla polpa gialla della frutta, alle note agrumate di mandarino ed alla piccola pasticceria si associano note evolutive ancora più interessanti, forse speziate; incredibile la carruba che lascia i bordi del bicchiere ed una insolita (in Franciacorta) mirabelle di stampo “nobile”. In bocca esalta la precisione: tagliente all’ingresso, pieno al palato, di elegante e lunghissima persistenza.

A che numero siamo arrivati per “Franciacorta, I love you”? I lettori, se provano un vino così, sicuramente mi perdoneranno…

d.c.

CCLXXXVI

Proseguendo con il Pouilly fume’- Didier Dagueneau “Le Roi du Sauvignon Blanc”

Ci sono ricordi che rimangono indelebili nella nostra mente, momenti emozionanti che anche il vino sa regalare….. mi era già successo da Mouton Rothschild ad esempio o da Château d’Yquem….
Siamo ancora immersi tra i dolci pendii di Pouilly-sur-Loire, lo sguardo si perde all’orizzonte nei vitigni.
Percorriamo una piccola stradina di campagna, Rue Ernesto Che Guevara – Saint-Andelain.
I lettori più appassionati avranno sicuramente già compreso, ci troviamo nel cuore dei 12 ettari di produzione di un grandissimo vigneron che portava i capelli scompigliati e la barba incolta, dedito alla cultura biodinamica, anticonvenzionale e fuori dagli schemi che ha saputo elevare il suo sauvignon blanc a rango di eccellenza, fino a divenire mito.
Già da tempo annoverato nei libri e nelle riviste del settore Didier Dagueneau, a volte definito pazzo (sicuramente un genio della viticoltura), ci ha atrocemente lasciato nel 2008 a soli 52 anni. I figli Charlotte e Louis-Benjamin proseguono la sua opera alla guida della Maison che esprime la quintessenza del terroir di questa zona della Loira.
E’ fine settembre e fervono le attività della vendemmia, non ci avevano assicurato la visita e invece, veniamo accolti all’interno della piccola cantina (circa 50 mila bottiglie prodotte all’anno).
Ci incuriosisce la particolare vinificazione, da subito in barrique per un anno poi in acciaio per lo stesso periodo. Assaggiamo il vino in primeur, come avviene dai grandi del Bordeaux, rimaniamo sbalorditi e capiamo che siamo davanti a qualcosa di grande, il vino dopo un anno in legno ne trattiene solo un lieve sentore.
Sorseggiamo poi il prodotto dalle vasche di acciaio: Silex e Pur Sang del millesimo 2017 e già i vini, per quanto non pronti, donano sentori e profumi complessi, variegati.
La visita giunge alla fine, ci viene versato nei raffinati calici fornitici per la degustazione Le Jardin de Babylone vino dolce di grande eleganza e complessità. Petit Manseng, vinificato e maturato in barrique. Giallo oro intenso, di elegante morbidezza e profondità. Si godono sentori di frutta esotica matura e spezie dolci. Lascia la bocca fresca, di lunghissima persistenza. Spettacolare anche perché ottenuto, con nostra sorpresa, senza attacco di botrytis.
Soddisfatti siamo pronti a lasciare la cantina ma un vigneron, forse incitato da alcuni compagni di viaggio, sta versando nei bicchieri una bottiglia di Silex annata 2002.
Contemplato a pieno titolo tra più grandi vini bianchi al mondo, nel calice si mostra giallo paglierino con decisi riflessi brillanti. Al naso è emozionante, ricco e complesso. I 16 anni di affinamento ci restituiscono, probabilmente, il vino al massimo della sua essenza. Mineralità di grande eleganza, effluvi tipici del siliceo: fumè, pietra focaia e grafite. Poi emergono erbaceo, scorza d’agrume e frutta tropicale.
Il sorso è eccelso, affilato e avvolgente. Di grande freschezza, riempie il palato con equilibrio vellutato e morbidezza che lascia spazio a un finale di profonda sapidità aromatica. Persistenza infinita.
Vino impressionante, indimenticabile. Per chiudere in gloria non ci rimarrebbe che assaggiare l’Asteroide “Franc de Pies”. Ma lasciamo questa leggenda ai nostri sogni…
Che altro dire, mi affido a un romantico motto Cubano dedicato appunto al “Che” che calza a pennello: grazie Didier “tu ejemplo vive tus ideas perduran”.

Un encomio a Simona e Giovanni, le nostre guide, che con il loro impegno ci hanno regalato questa grande emozione. Grazie
E ora via verso l’ultima tappa del Blanc Fumè …… segue

R.R