ADANTI – SAGRANTINO MOTEFALCO ARQUATA 2010

Nel 2016, di ritorno dall’Umbria, i miei genitori mi omaggiarono di alcune bottiglie di Sagrantino quale souvenir del loro enogastronomico tour.

Fu una bottiglia di Arquata di Adanti a conquistarmi per potenza e profondità. Ritrovato lo scorso inverno in una degustazione ne ho acquistata una bottiglia dell’annata 2010. Trovato ancora quasi “sbarazzino” nonostante i quasi due lustri di invecchiamento, mi ero ripromesso di lasciarlo riposare. Ma, in un freddo sabato di gennaio, non ho resistito ad aprirlo sedotto da un invitante brasato con polenta in compagnia di amici.

Nel bicchiere lo scuro rubino appare profondo e impenetrabile. Servono un paio di ore perché al naso renda la sua migliore espressione. Poi la complessità esplode: visciole, amarene e prugne a cui seguono spezie orientali, caffè, fiori appassiti e bacche di ginepro con un accenno di fumè. 

Sorso intenso, i 15° si fanno sentire ben supportati da decisa freschezza anche se il tannino, efficace e definito, è forse ancora un po’ troppo affilato. Vino coinvolgente di lunga e convincente persistenza.

Bella crescita rispetto all’assaggio della stessa vendemmia fatto oltre un anno fa, ma non ho dubbi che possa riservare ancora una notevole evoluzione. Per fortuna il mio pusher è ben fornito!

R.R.



SPIEDO BRESCIANO, CALORE UMANO

Anche questa volta Winetopblog durante la sua reunion annuale ha onorato un piatto atavico, primordiale e per questo imperdibile della cucina bresciana: lo spiedo.

Gira su’ ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando” così scriveva il Carducci ma, come ben sottolinea un mio maestro, il protagonista in queste occasioni conviviali è l’amicizia.

Certo è che l’amicizia va degnamente “innaffiata” sennò… si secca.

Per questo motivo mi limito a rendervi partecipi delle bottiglie di grande valore intrinseco che sono state stappate nell’occasione.

Comunque, per la capacità di saper unire, ci deve essere qualcosa di religioso nella carne che gira sul fuoco e nel vino che la glorifica.

E qui mi taccio.

By D.T.

Chi ben comincia è a metà dell’opera

Partecipare alla presentazione del catalogo di Proposta Vini con annessa degustazione sta diventando una tradizione. Anche l’anno scorso l’incipit fu con la medesima caleidoscopica manifestazione.


Il 19 e 20 gennaio 2020 presso L’Hotel Parchi del Garda di Lazise (VR) la “palette” di cantine presenti è veramente ragguardevole. Sono 133 i produttori provenienti da diverse regioni vinicole italiane e straniere, come ben rappresenta la mappa distribuita all’ingresso unitamente al catalogo. Proposta Vini ricerca sul territorio nazionale ed estero giacimenti enologici rari ed autentici avendo come obiettivo quello di valorizzare prodotti unici.

La valorizzazione del vino per Aree Tematiche è l’aspetto qualificante il catalogo. Fra queste si annoverano: i Vini Estremi, i Vini dell’Angelo, le Bollicine da Uve Italiane, i Vini delle Isole Minori, i Vini Franchi e i Vini Vulcanici.

Nel 2019 parlammo di Champagne, ça va sans dire che la prima volta si parte col botto. E lo schioppo del tappo-fungo rende bene l’idea. Quest’anno, invece, per non scrivere sempre delle stesse cose puntiamo il “mirino” su nuove esperienze.

Scriviamo un poco di sud una volta tanto. Ricerco cantine della Calabria e ne trovo una: Scala. Dico fra me e me “sarai mia”. Lì mi dirigo dopo alcuni assaggi fatti di Champagne (Dourdon-Vieillard) e bianchi del Friuli Venezia Giulia (Klanjscek) in modica quantità perché non voglio distogliermi dal mio obbiettivo.

Giungo quindi alla postazione n. 103 all’interno della grande sala dell’Hotel Parchi e, dopo una breve presentazione col produttore Francesco Scala, cominciamo a riempire il bicchiere dapprima col bianco poi col rosato ed infine con i due rossi. Accattivanti le etichette rétro sulle bottiglie, come “quelle che già utilizzava il nonno negli anni ’50” sentenzia Francesco.

Cirò Bianco 2019 : L’uva utilizzata è il Greco Bianco in purezza vinificato in acciaio per mantenerne profumi e freschezza. All’occhio si mostra giallo paglierino con riflessi verdognoli (anche se la luce della sala pareva aggiungere qualche riflesso dorato). Al naso i sentori primari di frutta bianca sono avvolgenti e appaganti. Al palato è sapido e persistente ma deve ancora bilanciarsi con il naso che ammalia. Il grado alcoolico contenuto nei 12 gradi ne facilita la beva che può variare dall’aperitivo all’accompagnamento di piatti a base di pesce.

Cirò Rosato 2019: L’uva utilizzata è esclusivamente il Gaglioppo anche questo vinificato in acciaio. Il bel colore rosa ramato viene raggiunto con una macerazione di 4/5 ore delle bucce. Al naso, data la lavorazione in acciaio, si presentano note di frutta rossa asprigna (tipo la fragolina di bosco) meno le spezie, al palato è fresco e coerentemente agrumato. Più significativa la presenza dell’alcool che tuttavia appare ben integrato nel corpo del vino.
Lasciato al bianco il momento dell’aperitivo, lo spettro delle pietanze da abbinare si amplia dai piatti di pesce ai primi piatti anche con la carne. Mi è piaciuto anche perché è un rosato monovitigno, comme il faut.

Cirò Rosso Classico Superiore 2018: qui obiettivamente si percepisce che del grappolo viene sfruttato tutto il potenziale. Il rosa versato in precedenza cede al rosso rubino con riflessi granati. Gli archetti sul bicchiere lasciano intuire una alcolicità importante. Esuberante ma nel contempo elegante. Sentori di ciliegia e prugna. Tannini presenti ma non eccessivamente astringenti. Armonico al palato e simmetrico alle sensazioni olfattive di frutta, come si addice ad un vino ben fatto. Sapido come si conviene ad un vino proveniente da uve allevate non distanti dal mare. Francesco ha tenuto a sottolineare che la maturazione di due anni avviene in vasche di cemento… sempre come una volta. Ci si è chiesti se potesse andare bene con lo spiedo bresciano. Dopo ampia discussione con i miei compagni di assaggio (“R.R.” e “la Anto”, n.d.r.), si è giunti alla conclusione che: sì è un grande vino, ci può stare, tuttavia predilige la carne ovina o comunque alla griglia piuttosto che la carne allo spiedo più burrosa e grassa. Ma il guanto della sfida è stato lanciato.

Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2015: Sempre l’uva Gaglioppo la fa da padrona nel senso che trattasi di monovitigno. Questo vino fa intuire una lunga tenuta nel tempo. It’s a long way to Tipperary. Si presenta rosso granato che darà sviluppi aranciati dei quali si intravedono già alcune sfumature ai margini. Dopo quasi un quinquennio si sente ancora il frutto rosso chiaramente giocato sulle note sotto spirito e cotto. Le spezie si percepiscono a fianco del cacao tostato. Il tannino è smorzato dal tempo e dall’uso non prevaricante della barrique. Alla freschezza della versione classica assaggiata prima contrappone note balsamiche finali con il fil rouge della sapidità del Classico. Grado alcoolico leggermente superiore. In conclusione, ricordando una antico re persiano, possiamo battezzarlo: “Cirò il Grande”.

Non si può non dire qualcosa sulla sezione Vini Vulcanici per altro ben evidenziata sulla mappa delle cantine partecipanti. Innanzitutto perché si chiamano Vini vulcanici? Perché sono esplosivi? Perché producono in chi li beve grande fantasia e immaginazione? No! Sono appellati vini vulcanici perché le viti vengono coltivate su terreni da natura vulcanica particolarmente variabili, ricchi di basalto e altre sostanze minerali. I vulcani in Italia sono a sud, quindi, sono solo vini del sud? No! Vini vulcanici sono presenti anche al nord, ad esempio il Soave è un vino vulcanico, i vini provenienti dai Colli Euganei sono vulcanici ma non solo anche in centro Italia ci sono i vini vulcanici. Quindi la vulcanicità è una caratteristica dei terreni che attraversa tutta l’Italia da nord a sud.

Per farmi un’idea assaggio i vini dolci delle cantine Hibiscus, Salvatore D’Amico e Sergio Mottura.

Minimo comun denominatore come detto è il terreno vulcanico ma diverse sono le uve e le tecniche di lavorazione. Mentre Hibiscus dall’Isola di Ustica, di fronte a Palermo, produce lo Zhabib da uve Zibibbo (Moscato di Alessandria) in purezza, invece D’Amico produce la Malvasia delle Lipari passita, quindi sempre Sicilia ma dell’est, da uve Malvasia con un saldo di Corinto Nero. Infine, Mottura collocato nel Lazio rielabora con la tecnica della botritizzazione le uve Grechetto per realizzare il Muffo. Tre chicche nella loro diversità.

Lo Zhabib 2017 colpisce per la sua concentrazione. Colore ambrato o meglio “ambrato del mare” come si legge su il Grande Libro dei vini dolci di Massimo Zanichelli. Al palato è un estratto di albicocca che parte dolce e finisce salato. Albicocca e sale, un contrasto dolce/salato assolutamente intrigante che mi richiama gli shortbread. Sapidità marina che stimola la salivazione e invita a continuare a berne. Fico, dattero, miele e ancora albicocca disidratata e candita. Vino dolce per il dolce. Me lo immagino abbinato a della pasticceria secca e a fianco di un piatto di frutta martorana per chiudere il quadro visivo. Qui il palato si satura di dolcezza e sapidità. Sul tavolo d’assaggio, la produttrice Margherita Longo (bresciana ex parte matris), ha messo sapientemente un sacchetto a mo’ di cestino con dell’uva passa, la stessa che dà vita al suo passito. Appaga l’occhio e anche il palato.

La Malvasia delle Lipari 2014 di D’Amico viene prodotta sull’isola di Salina (ME) con Uve Malvasia (95%) e Corinto nero (5%). Appassimento su graticci. Colore giallo ambrato. Profumi di frutta gialla (albicocca e pesca) candita c’è anche dell’agrume candito, al palato si completa con retrogusto ammandorlato e tostato. Persistente senza essere stucchevole. Qui ci vedo anche un abbinamento per contrasto a dei formaggi erborinati oltre che al classico dolce secco. La gradazione alcoolica importante “sgrassa” bene il formaggio. L’eleganza e la versatilità della Malvasia si fanno apprezzare dopo l’esuberanza dello Zibibbo che, bonariamente, “asfalta”.

Povero Muffo 2016 di Sergio Mottura, dopo due campioni del genere deve farsi onore e ci riesce, chiaramente non per potenza gusto/olfattiva ma per leggiadria. La muffa nobile (botrytis cinerea, termine scientifico), favorita dall’umidità, attacca gli acini di Grechetto, provocando la concentrazione degli zuccheri e delle sostanze aromatiche. L’uva una volta colta (novembre) viene fatta maturare in barrique. Le tonalità ambrate cedono il passo al giallo dorato. L’oro è metallo prezioso. Il grado di dolcezza si abbassa, la frutta bianca diventa agrume e si mescola con la nota di zafferano “sauternosa“. Ben bilanciato e amalgamato non spicca per la forza alcoolica ma per freschezza e persistenza. Oltre ai formaggi ci vedo anche del fois gras da abbinare, meno della pasticceria. A me è piaciuto avendo il palato abituato a vini dolci/non dolci. Certo che almeno il nome potrebbe essere un po’ più poetico.

Abbiamo cominciato bene l’anno, speriamo di essere anche alla metà dell’opera.

By D.T.

P.S.: Un particolare ringraziamento alla sig.ra Federica Schir.

Villa Trasqua. Brut. Vsq

Per la rubrica “Vini strani dal mondo”, finalmente un campione che non vede l’Editore come scopritore (in effetti la rubrica più coerente per il nostro Editore dovrebbe essere “Strani vini dal mondo sorprendenti”…). In effetti questo Spumante di Qualità Brut da uve Sangiovese è effettivamente strano, sorprendente… ancora non lo so!
Molto corretto al palato, anche di discreta struttura, ma alla fine un po’ banale. La domanda da porsi è quindi: ma avevamo veramente bisogno di un ennesimo spumante, quand’anche particolare perché prodotto da uve rosse? Io dico di no! A Castellina in Chianti, per favore, lasciatemi solo il mio adorato Chianti!

d.c.

Monti 2015. Barbera d’Alba Superiore doc

Quanta potenza e quanto calore! Non siamo più abituati a questi “Rossi” da masticare. Il frutto rosso che ti riempie la bocca ti invoglia a morsicarne un altro po’, ma poi la felicità sale e la testa comincia a girare… L’ho azzardato su un semplice uovo al tegame  ricoperto da abbondante “trifola”, e non avrei più voluto che quel momento finisse…

d.c.

Il podio 2019

In conclusione di anno stilo uno schematico e del tutto personale terzetto di vini, delle tre principali tipologie, bevuti durante ritrovi famigliari o amichevoli in casa o al ristorante ma non durante manifestazioni aperte al pubblico o degustazioni .

Il podio è dettato dall’eccellenza, in alcuni casi, o bontà, in altri, del prodotto.

Ma non solo.

Contribuisce alla citazione anche il particolare momento in cui il vino è stato stappato tale da renderlo degno di essere ricordato nel 2019 e negli anni a seguire.

Per gli spumanti:

  1. *Champagne Billecart-Salmon, Cuvée Nicolas François Billecart – Brut, 2000 (2/2/2019 – Spiedo casalingo – presso la sede “vacante” di W.T.B.)
  2. Champagne, Marie-Noelle Ledru, Brut, Grand Cru 2008 (6/11/2019 -Pranzo al Ristorante Sol y Mar di Riccione – RN)
  3. Andrea Picchioni, Profilo Rosé, 2009 (Magnum) (22/4/2019 – Pranzo di Pasquetta 2019)

Per i bianchi

  1. * Collavini, Ribolla Gialla Turian, 2018 (10/8/2019 – Cena familiare presso Osteria della Ribolla – Corno di Rosazzo – UD)
  2. Ca’ dei Frati, Lugana I Frati, 2017 (Magnum) (28/11/2019 – Cena all’Osteria Il Bianchi a Brescia)
  3. Dievole – Tenuta Meraviglia , Bolgheri Vermentino, 2018 (29/11/2019 – Cena al Ristorante da Miro a Viareggio – LU)

Per i rossi

  1. Fontodi, Chianti Classico, 2015 (16/6/2019 – Compleanno casalingo)
  2. Le Cinciole, Chianti Classico, 2015 (12/10/2019 – Cena all’Osteria il Vignaccio a Santa Lucia – LU)
  3. Scriani, Valpolicella Ripasso, 2017 (7/9/2019 – Compleanno presso Ristorante Gaudenzi a Rodengo Saiano – BS).

By D.T.

*Oggetto di post durante l’anno.

UN AMORE PREDESTINATO – GALFRIDUS MAREMMA TOSCANA DOC SHIRAZ

Iniziò tutto nel 2017 al Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti. Ricordo ancora chiaramente, nonostante il mio tenore alcolico elevato dopo i tanti assaggi, che sul finire della giornata percorrendo i lunghi corridoi stipati dai tantissimi espositori, venni attratto dalle artistiche etichette. Assaggiai così, per la prima volta i vini di De Vinosalvo piccoli vignaioli, su circa 4 ettari, della maremma toscana. Fu senza ombra di dubbio l’avvolgente e intensa profondità del Galfridus, presumo all’epoca annata 2012, che mi stupì e così, privo di alcun indugio, mi accaparrai una bottiglia. Ma si sa l’imprevisto a volte è dietro l’angolo. Si, in uno spigolo dello scaffale della mia cantina dove, poco tempo dopo, ho urtato la bottiglia che cadendo è andata in frantumi. Ora la rabbia monta sempre velocemente in queste circostanze, ma ricordo che quella volta ci rimasi davvero male: “tra le tante, proprio quella doveva rompersi!!”. Ne avevo solo una. E in amor si sa vince chi fugge, ero disperato!! Ma il destino a volte sa riservare piacevoli sorprese…..E così trascorsi ormai quasi due anni, qualche giorno prima della manifestazione riceviamo un invito dall’azienda De Vinosalvo a partecipare alla FIVI 2019 tenutasi a fine novembre a Piacenza. Ci accoglie Claudio all’ingresso omaggiandoci dei biglietti, a cui offriamo un piccolo souvenir gastronomico piacentino da gustare insieme ai suoi vini nel pomeriggio.Trascorriamo la piacevole giornata tra gli assaggi e le battute, unitamente al gruppo dei soliti noti come già accuratamente descritto da D.T. Eccoci quindi giunti da Claudio che unitamente ad Alison, australiana enologa della cantina, ci fa riassaggiare le loro eccellenze. Partiamo alti, nel bicchiere il Santàrio 2015 Shiraz in purezza frutto dell’esperienza maturata da Alison nella gavetta australiana sull’internazionale vitigno. Occhieggia il rubino nel luminoso violaceo, naso importante in cui nell’iniziale nota pepata emergono frutti di bosco e viola seguiti poi dal cioccolato. Sorso tosto, forse merita ancora un po’ di riposo, già comunque avvolgente in cui riaffiora il pepe accompagnato da bacche di ginepro. Bene equilibrati i 14,5 gradi supportati da acidità e piacevoli tannini. Lunga in bocca la persistenza. Un gran bel bere! Avanti con il Galfridus 2014 Selezione del Saggio sempre 100% Shiraz. Rubino profondo dai porpurei riflessi. Penetrante al naso, un pot-pourri di fiori rossi intrecciato da amarene e more macerate seguite da appagante cioccolato nero e nuance di vaniglia. Beva voluminosa e calda, l’apporto del legno è poco invadente con tannini di elegante fattura e fini sensazioni sapide. La chiusura potente e lunghissima lascia una scia di balsamico. Potenziale evolutivo enorme. Che spettacolo! Ritrovo l’amore perduto. Un plauso a Claudio ed Alison per la passione che sanno trasmettere ai loro vini. Grazie ancora per il bel pomeriggio trascorso insieme e per il gradito omaggio. Non ci resta che raggiungervi prima o poi in maremma per un pic-nic.

R.R.