Voglia di Francia, il ricordo e l’occasione – Chablis Pic 1er Cru 2005

Weekend.Visita al ristorante di un caro amico noto sommelier, amante del vino e della buona compagnia: è l’opportunità! Ogni volta che ho il piacere di andare a salutarlo trova il modo per farmi degustare qualcosa di unico: questa volta vorrei ricambiare. Scendo in cantina; l’avevo acquistata appositamente per una di queste occasioni; il ricordo subito corre all’ultimo viaggio in Loira, l’avevo così già citata nel post dedicato alla visita al Baron de Ladoucette: “Ci rechiamo al wine shop nel parco del castello, dove non resisto all’acquisto di uno chablis Albert Pic 1er cru 2005 (tra le maisons di proprietà), ma questa è un’altra storia……..”.
E’ giunto il momento di bere questa titolata bottiglia. Punta di diamante della storica Maison “Albert Pic & Fils”, vinificato esclusivamente in acciaio per esaltare la fragranza floreale e fruttata di questo grande chardonnay.
Nel calice appare paglierino intenso con tenui ombreggiature di giallo antico, avvicinandolo al naso veniamo stuzzicati da un’ampia soavità di fine eleganza, emerge delicata la frutta candita e la dolcezza del miele poi nocciola seguita da una intrigante mineralità. Accarezza la bocca di piacevole freschezza nonostante l’età, ricordi vegetali con sottofondo minerali e lieve percezione di pietra focaia. PAI piacevole non lunghissima ma certo di grande eleganza.
Il ricordo della Francia, l’emozione del momento e la favolosa compagnia mi hanno regalato un bellissimo pomeriggio ovviamente proseguito con altre spettacolari bottiglie…

R.R.

PODIO 2018

Come ogni anno redigo un piccolo elenco di vini che, chiudendo gli occhi, mi hanno impressionato durante il 2018.

Quest’anno per cambiare la formula, invece della top ten, ho scelto un improbabile podio olimpico.

Medaglia d’oro: Biondi Santi, Tenuta Greppo Brunello di Montalcino 2001.

Medaglia d’argento: Louis Huot, Champagne Annonciade 2012.

Medaglia di bronzo: Hofstätter, Vigna Kolbenhof, Gewürztraminer 2015.

Scusate se è poco.

By D.T.

A rebours: Bottiglie Aperte 2018.

Siamo agli inizi del 2019 e mi volto indietro a ripensare alle esperienze vinose dell’anno appena concluso.

Di una non avevo ancora colpevolmente scritto ed è il Bottiglie Aperte tenutasi dal 7 all’8 ottobre 2018 a Milano.

C’era un caldo estivo quando ci siamo immersi nella kermess meneghina del vino alla quale nel 2017 non abbiamo preso parte perché la consideriamo un po’ una biennale… come se fosse arte.

La nuova sede (la precedente in cui andai era all’interno del Palazzo delle Stelline) è molto funzionale e resa gradevole dalle coreografie in listelli di legno chiaro appese al soffitto a simboleggiare botti destrutturate. Danno profondità e movimento ad una struttura industriale che altrimenti sarebbe anonima. Il bianco, tutto attorno, è il colore dominante.

I banchi d’assaggio sono collocati in due sale confinanti. Nella sala denominata 2 la luminostà è diffusa e ideale per apprezzare il colore del vino metre la sala 1 riscontro una luminosità naturale meno intensa.

Nella sala 2 erano collecate le due cantine mio obbiettivo di quella giornata: Renato Ratti  e Fruscalzo.

La prima è grande classico della produzione vinicola piemontese già negli anni ottanta in famiglia acquistavamo vini da loro. Le etichette mi rassicurano perché son sempre le stesse nello stile, nel colore e nella divisa da soldato. Quella del vino bianco mi mancava mentre le altre le avevo già viste sia a bottiglia piena sia a bottiglia vuota. Bottiglia rigorosamente Albeisa per tutta la linea a manifestare identità e quindi riconoscibilità del prodotto. Questo è il packaging ma siccome sono un “sostanzialista” non mi fermo a giudicare un vino solo dall’aspetto esteriore: voglio capire cosa mi comunica anche dal suo interno perchè il contenuto prevale sul contentente.

Parto dallo Chardonnay DOC “Brigata” annata 2017. Chardonnay in purezza vinificato in acciaio. Questo vino bianco, all’epoca sopraindicata non lo producevano ancora, per me è stata una piacevole sorpresa anche perché non è uno di quei bianchi prodotti tanto per accontentare il cliente: questo ha stoffa. Giallo paglierino, piacevolmente fruttato più che floreale (pesca e banana), fine. Un bella struttura anche alcoolica  (14 gradi) e freschezza che lo rende piacevole e consono alla giornate estiva in cui è stato assaggiato. Secco con bella persistenza nel finale. Quindi in un cantina “rossista” anche il bianco non sfigura.

Poi passiamo ai classici rossi: il “dusèt” delle Langhe. Dolcetto DOC Colombè 2017, vinificato in acciaio. Rosso rubino, spiccano la ciliegia e l’amarena. Non impressiona per struttura, l’alcool è ben integrato, tannico quel tanto, ma è la freschezza che lo rende piacevole e di facile ma non banale beva con un finale amaricante. Grande immediatezza….

Barbera DOCG “Battaglione” 2016 Barbera in purezza con un passaggio di 6 mesi in botte piccola e affinamento in bottiglia. Rosso brillante il colore e rossa la frutta che si percepisce decisa al naso con sentori di prugna. Speziata ed equilibratamente tannica. La freschezza del dolcetto sopradetto cede ed è sopraffatta dalla maggiore personalità anche un poco rustica della uva barbera. Chapeau!.

Villa Pattono Monferrato DOC 2015 da uve Barbera e Merlot in pari quota vinificato in accaio per poi passare per un anno in botte grande e affinato in botte piccola. Rosso intenso, frutta rossa che richiama la susina a fianco di note più complesse di spezie e tostatature finali. Nota tannica presente con sensibile sensazione di astringenza. Molto persistente.

Nebbiolo DOC Ochetti 2016. Colore scarico e belle trasparenze “nebbiolose”,  fine al naso con note floreali e piccoli frutti di bosco, astringente e fresco con buona persistenza al palato. Il grado alcoolico fa da sostegno all’elegante struttura.

Barolo DOCG Marcenasco 2014. Rosso “granata” d’altronde siamo in Piemonte e un po’ di Toro ci sta anche nel bicchiere. La frutta da rossa passa a nera con note speziate. Astringente per evidente giovinezza, ha solo quattro anni. Si fa notare per sapidità e persistenza. Molto molto fine. Con un elevato rapporto qualità/prezzo per dare una connotazione anche economica all’assaggio.

Alla fine è un peccato non poter acquistare qualche bottiglia.

***

Mea culpa, Mea culpa, Mea maxima culpa! Pensavo di conoscere il Friuli-Venezia Giulia del vino ma per mia insipienza mai avevo bevuto e nemmeno sentito parlare di Fruscalzo, sebbene produca vini nel Collio dal 1950.

Quindi a tappeto ho assaggiato i vini in degustazione. Per sete di sapere… si intende.

A presentar i vini c’era direttamente la signora Daniela Fruscalzo, che affianca i due fratelli nella realizzazione dei vini, e questo è un “plus” perché col produttore par di essere in cantina.

Punto di partenza è la Ribolla Gialla 2017 da uve provenienti anche da un vigneto di cinquant’anni e, si sa, vigna vecchia fa buon ehm… vino. Un convincente giallo paglierino colpisce l’occhio con riflessi verdognoli. Parte floreale al naso e si dipana con sentori di pera in bocca chiudendo agrumato. Struttura e corpo da vendere ma senza perdere di vista l’eleganza. Grado alcoolico ideale che non supera i 12,5 gradi (old style) per invogliare la beva. Vinificato in acciaio chiama forte “pesce, pesce”.

Friulano 2017. Un bel Tocai come si diceva quando c’era ancora il vecchio conio. Vigne anche in questo caso di vecchio impianto (si arriva anche a 65 anni) e raccolta dell’uva verso la metà di settembre. Color giallo quasi dorato, punto. Frutta gialla matura quasi tropicale nell’attacco, corposo, materico e ammandorlato nel finale. Lunga persistenza. Chiama forte “prosciutto di San Daniele, montasio e frico”.

Pinot Grigio 2017 sempre vinificato in acciaio il color è giallo con riflessi ramati tipici del pinot grigio. Si fa apprezzare per la spiccata freschezza e sapidità. Anche per questa tipologia di uva, il grado alcoolico non è esuberante attestandosi sui 13 gradi. Lo abbinerei ad un risotto al masurìn (anatra in friulano) in quanto trovo che possa “sgrassare” bene.

Sauvignon 2017. Io ho un debole per il sauvignon per cui se sbagli il sauvignon per me “sei fuori”.  Questo è un sauvignon blanc vinificato in acciaio. Color giallo paglierino con sentori di rametto di pomodoro e salvia, licis al palato.  Strutturato, fresco, sapido e persistente. Molto bene, esame passato brillantemente. Io lo abbinerei a tutto: dall’aperitivo ai primi piatti e ai secondi a carne bianca per finire coi formaggi ma affiancato ad un risotto con le code di gambero credo sia la morte sua.

Il palato è ora appagato ma, visto il mio gap di preparazione, non mi lascio sfuggire i vini rossi. E’ quell’irrefrenabile sete… di sapere!

Merlot 2014. Non è affatto un merlot “da frasca” anzi è bello impegnativo. Vinificato in acciaio per poi passare per sei mesi alla botte grande. La raccolta dell’uva avviene a piena maturazione ampelografica verso la metà di ottobre. Rosso rubino con sentori di prugna e frutta nera. Il passaggio in legno gli regala note tostate e ammorbidisce il tannino. Si addice a piatti impegnativi.

Cabernet Sauvignon 2011. Vinificato in acciaio per poi passare in botte grande. Rosso granato. Al naso spiccano i frutti rossi, un po’ cotti e, al palato, le note di china. Un vino che segue gusti internazionali. A Milano d’altronde non ci si può presentare solo con autoctoni. Nel mio piccolo avrei preferito il Cabernet Franc bello erbaceo che fa tanto tipicità e goût du terroir.

Rosso Bruno 2009 conclude la maratona. E’ un Igt da uve Merlot per il 90% e Refosco per il 10%. Color rubino con riflessi granati. Presenza di frutta nera sia al naso che al palato. Caldo, rotondo e persistente. Sebbene vengano utilizzate uve appassite, il grado alcoolico non è da Amarone ma rimane contenuto nei 13 gradi.

Ho trovato sia i bianchi sia i rossi possenti e molto personali. Complessivamente una bella esperienza lontana dalle moderne elevate gradazioni alcooliche che pregiudicano la facilità di beva.

Vale la pena andare a fare un giro in cantina a Ruttars per approfondire la conoscenza di tutta la produzione. Mi è rimasta la voglia di Malvasia e Refosco.

Daniela, aspettami!

By D.T.

P.S. Questi sono gli assaggi fatti en solitaire. Per non tediarvi ulteriormente troverò lo spunto per scrivere anche di quelli fatti assieme ai miei accompagnatori, che per il momento restano anonimi.

  

Strane affascinanti bollicine Trentine

Piacevole sorpresa tra i brindisi natalizi il “Vulcanite” Dosaggio Zero Piffer della NeNo Spumanti d’Elite. Paglierino intenso dal brillante perlage di fine bollicina che tende però leggermente a scemare. Seducente al naso, esce a pieno la classe di questo “Talento” di tagliente precisione ancor più esaltata dall’azzeccato non dosaggio. Floreale e fruttato, poi in piena armonia piccola pasticceria, crosta di pane e un sentore di vaniglia. Il tutto sostenuto da intensa mineralità, il vero punto di forza di questo metodo classico, che chiude con una piacevole percezione di grafite (inconsueto no?). In bocca è pieno, di elegante freschezza e lunga persistenza che evidenzia energica e minerale sapidità, coerente con i sentori già percepiti al naso.
Gran bella scoperta, ideale accostamento a ostriche e crudités per chi avrà occasione di degustarle in questo periodo di feste….. a proposito: colgo l’occasione per porgere a tutti, lettori e compagni di avventura, i più cari auguri.

Buon Natale e felice anno nuovo, che una cascata di bollicine vi accompagni!!!

R.R.

Lambrusco e tartufo…

NOTE SUL TARTUFO BIANCO MANTOVANO

Del tartufo bianco mantovano ne ho sentito parlare qualche volta quando andavo a tenere delle lezioni all’ A.I.S di Mantova sui funghi e sui tartufi. La questione mi aveva lasciato molto perplesso tanto che non occupandomi specificatamente di Ascomiceti ( tartufi, spugnole etc. ) mi sono rivolto a specialisti del settore, ma anche da loro ho avuto solo notizie vaghe, vi erano solo voci di ritrovamenti nel ferrarese e nel ravennate, più o meno come i nostri ritrovamenti abbastanza casuali in Val Sabbia. Un paio di anni fa alcuni amici mi hanno fatto avere un camioncino di questo prodotto e dopo un rapido controllo al microscopio è risultato essere proprio il Tuber magnatum Pico: Tuber magnatum è il nome scientifico, Pico è colui che ha dato il nome scientifico. Per chi volesse saperne di più: Vittorio Pico, torinese, nel 1788 nella sua tesi di laurea in medicina, a pag. 79 ha classificato validamente (secondo regole nomenclaturiali, stabilite in seguito) il tartufo bianco di Alba come : Tuber magnatum.

  • LUOGHI DI RITROVAMENTO DEL “ Tuber magnatum “

Basso Piemonte: Roero – Langhe – Monferrato – Monregalese

Lombardia: Borgofranco sul Po – Carbonara sul Po. In provincia di Mantova

Basso Friulano: Boschi planiziali nella zona di Muzzana del Turgiano

Appennino tosco-emiliano

Appennino umbro-marchigiano

Crete senesi

Umbria: provincia di Pesaro-Urbino

Toscana: Colline Sanminiatesi ( Pi )

Marche

Molise

Campania

Calabria

Sicilia

Per il momento è stato trovato solo in Italia. Salvo in Istria ( trovato da italiani durante la costruzione di una ferrovia che raggiungeva Pola ).

  • HABITAT

Cresce in terreni marnoso-calcarei ed è indispensabile la presenza di almeno una delle seguenti latifoglie: Faggio, Cerro, Rovere, Pioppo, Carpino, Tiglio, Salice. E’ necessaria anche una certa umidità. Può essere trovato ad una profondità che varia da pochi centimetri fino ad oltre un metro. La raccolta è attentamente regolamentata, va dal 15 di Settembre al 31 Gennaio (Piemonte). Ogni regione però può emettere proprie norme. Il costo attualmente, data la buona produzione, si aggira sui 2000- 2500 € al Kg.

Ma torniamo al nostro tartufo mantovano. Io e l’amico Paolo finalmente siamo riusciti ad organizzare una spedizione cultural-gastronomica in quel di Borgofranco nel periodo della maggior presenza dell’amato tubero. Prima tappa il museo del tartufo dove una persona dell’organizzazione aspettava il buon Paolo. Sono stati illustrati gli ambienti di ricerca, le tecniche usate, l’addestramento dei cani etc. fino all’ora di pranzo, così eravamo preparati ad affrontare un’abbondate degustazione. Fortunatamente siamo stati accomandati al ristorante “Il trifoglio” di Revere , altrimenti con le nostre sole forze, data la grande affluenza di gente, avremmo probabilmente dovuto saltare il pranzo. Pranzo ovviamente a base di tartufo. Per prima cosa un antipasto “ Crostone al tartufo “: preparato da una fetta di pane abbrustolito impregnato di un sughetto a base di carne, ossa e tartufi, sopra un preparato che non siamo riusciti a scoprire di cosa era fatto tranne ovviamente un delicatissimo sapore di tartufo. Preparazione straordinaria e gradevolissima. Una scoperta di nuovi sapori dall’elevatissima qualità e piacevolezza. Mi è venuto spontaneo raccogliere con un pezzo di pane anche le gocce rimaste nel piatto. Al diavolo l’etichetta!

Dopo questa fantastica avventura occorre preparare il palato per la successiva esperienza con un vino adatto allo scopo. Ci viene consigliato un lambrusco locale: L’ “incantabiss” ( incantatore di serpenti ) del Fondo Bozzole di Poggio Rusco.

Del lambrusco abbiamo trovato solo il nome e la frizzantezza. Vino scuro quasi impenetrabile, al naso sentori distinti di frutta rossa, in bocca fruttato dal finale asciutto, una struttura poderosa, armonico, caldo, persistente. Lambrusco di nome ma non di fatto, adattissimo all’abbinamento proposto. Proseguiamo con il nostro pasto con un ulteriore antipasto: “ millefoglie di patate al tartufo “. Preparazione buona, ma un po’ scontata. Il livello del “crostone” è stato tale che qualsiasi cosa assaggiata successivamente ne sarebbe stata penalizzata. Si passa quindi al primo: “ risotto al tartufo “ . Risotto cotto con il sughetto del crostone interamente coperto da un tappeto di fettine di tartufo. Un sapore pieno e persistente, delicato ed invitante, con l’ Incantabiss un matrimonio perfetto.

Qui però ci siamo fermati! Le nostre papille gustative ci avvisavano che il livello di sazietà era raggiunto! In ossequio al “ troppo stroppia “ ci siamo fermati e siamo andati in giro per Borgofranco a meditare.

  • CONSIDERAZIONI

L’osservazione che mi ha colpito di più riguardo al tartufo bianco mantovano è che molti consumatori si aspettano un prodotto dall’aroma più intenso e rimangono delusi dalla sua delicatezza. Mi ha colpito anche l’osservazione che essendo meno intenso per ottenere risultati aromatici simili a quello di Alba o di Acqualagna occorra utilizzare più prodotto e quindi, essendo il costo riferito ad un borsino comune, quest’ultimo risulta essere più costoso. Non ho risposte penso però che anche il tartufo mantovano sia degno degli altari della gastronomia più raffinata.

Una seconda osservazione deriva dal fatto che vi sono grandi amanti del tartufo da un lato e dall’altro altri che lo detestano visceralmente.

Alcuni psicologi mi hanno detto che è molto difficile spiegare i meccanismi della psiche in fatto di gusti, qualche altro invece si è sbilanciato nel dirmi che essendo il tartufo un bene di lusso, il consumatore nell’utilizzarlo si sente particolarmente gratificato dalla considerazione che la sua condizione sociale è superiore a quello della massa. E’ in pratica lo stesso principio che muove chi consuma bottiglie di gran pregio, il cui contenuto, se non fosse in evidenza la prestigiosa etichetta, sarebbe paragonabile a vini ben più comuni: le degustazioni alla cieca ne sono la classica testimonianza. Meditate gente, meditate!

  • CONCLUSIONI

Quali vini dobbiamo prendere in considerazione per un buon abbinamento con il Tuber magnatum? La mia modesta esperienza mi suggerisce vini indifferentemente bianchi, rosati o rossi con le seguenti caratteristiche: freschezza, corpo, persistenza. Personalmente non gradisco i vini con una certa tannicità, anche se ammorbidita da lungo invecchiamento.

Cosa possiamo abbinare di meglio di una bollicina nostrana ( non pas dosè o dosaggio zero ) o una francese e… Eviterei, salvo eccezioni, quelle friulane. Oppure un vino bianco del Collio, fresco e potente, ovvero una riserva del Lugana e così via. Un chiaretto Valtenesi base groppello dell’amico Ferrarini che ho messo in abbinamento con il nostro tubero pochi giorni fa è senz’altro una scelta di successo. In ultimo anche il lambrusco prima citato.

Coraggio per conoscere bisogna provare. Sono sicuro che se appartenete al gruppo di coloro che apprezzano il tartufo bianco non resterete delusi.

Consiglio prima di un acquisto passare in banca per un piccolo mutuo.

Gradirei i Vostri pareri.

Tito

Parenti e super bollicine. Arrivano i brindisi di Natale?

Stavolta l’occasione è una cena da un cugino che, da qualche anno, con l’avvicinarsi di dicembre organizza intime cene di famiglia.
La scusa è quella di “svecchiare” la cantina per far spazio al sopraggiungere dei regali natalizi e quindi, pur variando il menù, la costante è sempre quella: bere prestigiose bollicine.
Chiama quando vuoi…. Presente!
Lo scorso anno siamo stati deliziati con una mini verticale di Cristal (annate 2006 e 2007). Quest’anno al fine di mantenere l’elevato standing per prestigio ed eccellenza, abbiamo optato per la massima espressione dell’arte champenoise della Moët & Chandon: il Dom Pérignon, etichetta lanciata sul finire degli anni ’30 del novecento probabilmente proprio per contrastare il blasone di Roederer arrivato qualche anno prima sul mercato delle “bollicine di lusso”.
Non ha certo bisogno di alcuna presentazione. Dedicato a Pierre Pérignon (monaco che, anche se qualcuno non ritiene l’inventore dello champagne, sul finire del XVII secolo ha ampiamente contribuito a rivoluzionare la viticultura e il vino), siede a pieno titolo nell’Olimpo delle migliori bollicine al mondo.
Prodotto solo nei migliori millesimi con un sapiente assemblaggio di selezionate Cru di Chardonnay e Pinot Noir riposa sur lies per almeno otto anni ed è vocato a estremo invecchiamento pronto per sfidare i decenni.
Ma bando alle chiacchiere e passiamo al bicchiere, lasciamoci sedurre finalmente dalla grazia di questo Dom Pérignon Vintage 2006. Occhieggia brillante l’oro nel giallo intenso costellato dalle finissime bollicine dell’ipnotizzante perlage. Naso di aggraziata e precisa intensità, bouquet etereo, complesso e intrigante di rara sensualità (uso improprio del termine? Provare per credere). Fiori bianchi poi frutta candita, ricordi di fieno, fragranza di nocciola tostata in cui poi entrano burro di arachidi e un delicato zucchero filato, il tutto in armonioso equilibrio aromatico. Sorso sapido, avvolgente di appagante lunghezza, lievi rimandi di torrefazione in un crescendo di ammaliante e soave cremosità.
Tra le più eleganti bollicine mai bevute. Noblesse oblige.

Quale miglior modo, anche se giocato un po’ in anticipo, per dar il via ai brindisi di Natale??
Grazie cugino.

R.R.

Ed i francesi parlano sempre di primo naso

Le 1er nez, il primo naso, come se dovessimo scostarci dal bicchiere, cambiare lo strumento del mestiere, tarato su nuovi parametri, e riaccostarsi per ascoltare di nuovo qualcosa di nuovo. Credo che pochi vini abbiano una rapidità di cambiamento pari allo Chablis: tutti cangiano con progressioni a volte miracolose, ma i buoni bicchieri di Chablis si modificano ad ogni olfattazione, come in una trottola odorosa. Subito minerale, di gesso e granito, poi verde d’erbe di sfalcio, poi agrumato con la buccia di lime, e poi, di nuovo, un po’ verde erbaceo-aromatico, si distingue netto il dragoncello, ed infine ancora affiora l’anima dello Chardonnay con la frutta gialla, ma non giunta a piena maturità. Ma di quanti “arnesi” ci dobbiamo dotare? In bocca è lama sottile: la struttura è tutta alternata tra l’acidità corrosiva ed una mineralità gessosa e calcarea che impedisce alle note più morbide persino di apparire. Scia lunghissima sapida, mai amara.

d.c.

“Vini cella”

Le attese riposte erano ambiziose, forse un po’ sovrastimate. Il ricordo non sarà di quelli vibranti. Vincelles, la cui origine latina è fin troppo evidente, è al centro di un triangolo pericoloso (…): Reims-Epernay-Château Thierry. Ma sulle colline di Vincelles il vitigno principe è il Menieur. Sarà un paradosso o forse solo un condizionamento ma questo Blanc de Blancs non ha le caratteristiche specifiche del Menieur, ma lo ricorda moltissimo. I profumi presentano una piacevole fragranza da crosta di pane ed un po’ di frutta gialla estiva (più pesca che albicocca). Insiste molto una percezione di dolcezza generale, che si trasmette anche alla bocca, cremosa, rotonda, appunto dolciastra, molto lontana dai modelli citrini degli ultimi anni. È tutto composto, ma un po’ tutto sottotono.

d.c.

Ronco Pitotti 2015. Vignai da Duline.

Il colore giallo paglierino non troppo carico non svelerà la prepotenza imperiosa del divin liquido nel bicchiere. Grasso e fruttato come solo i grandi Chardonnay sanno essere: sembra d’ impostazione “burgundy”, ricordando nobili bottiglie di qualche anno orsono; ti inebria con effluvi di frutta gialla già maturata a melone e poi sprazzi di burro e nocciole che tracciano il passaggio in un legno di decisa tostatura. È complesso ed affascinante, e l’olfatto appare tanto appagante da trattenere la bevuta, che solo timidamente si approccia. Secco e rotondo, è un metronomo che ora secca le fauci e che ora le ammorbidisce e le stordisce con un tenore alcolico non impressionante ma affiorante. Bella lunghezza edibile.

d.c.