Silene 2017. Damiano Ciolli. Olevano Romano doc.

Chissà quanti dei miei amici (anche quelli più freschi di studi) conoscono la denominazione Olevano Romano? Di sicuro qualcuno di più avrà bevuto il Cesanese, qui d’Affile, antica uva laziale. Basterebbe girare di più e non stigmatizzare i nostri gusti sulle solite bottiglie provenienti dalle solite zone. Si perché nella sua semplicità il vino è una piccola perla: equilibrio strabiliante nonostante un volume alcolico decisamente impegnativo; anzi, quasi quasi spuntano le durezze… il naso è attratto da erbe di campo, violette ed una prugna ancora non perfettamente matura. È mirabile la sottigliezza al palato, di affascinante eleganza, che si trasforma in una scia prolungata di persistenza. Andate in giro, ragazzi, andate in giro e studiate…

d.c.

Barbaresco 2000. Vigna Loreto. Rocca Albino.

Ha impiegato più di due giorni ad aprirsi ed a raccontare quanto veniva celato dall’opaco vetro dell’albeisa. All’inizio molto limitato dalle stringhe della riduzione quasi ventennale: colore assolutamente integro, minimamente granata, ma profumi timidi alla libertà nonostante un’ apertura anticipata di quasi 5 ore. In bocca ancora composto sulle durezze, ma molto sottile, delicato, persino troppo nobile… Il grande formato ci ha permesso di poterne portare una buona quota alla giornata successiva: migliorato nell’espressione odorosa, ma non ancora vicino alle attese riposte. Incredibile invece l’esplosione avvenuta per l’ultimo terzo della bottiglia via via sempre più scolma nel terzo giorno dall’apertura: ecco l’inebriamento da viole, anche leggermente appassite, la terra, il fungo, una lontana prugna disidratata, la carruba. Miracolo… all’ultimo tramonto…

d.c.

Alfred Tritant. Champagne Grand Cru 2004.

Mirabile Carte d’Or di Bouzy ( anche se nel 2004 il produttore non ricorreva ancora alla “menzione”…). Nonostante gli anni è apparso in una fredda notte d’inverno come una magia. Perfetto in ogni suo aspetto; nessuna nota ossidativa; impressionante per tenuta delle componenti acide e sapide e per una persistenza non facilmente rintracciabile altrove, sfumando sul palato dopo tanti secondi con un ricordo dolce di carruba e caramello. Piccolo capolavoro.

d.c.

Miscellanea VI

Quanto calore… persino troppo calore nel sorso del Balenc di Cantorie. La struttura è tutta costruita sull’importante volume alcolico e sulla morbidezza di polialcoli e glicerolo che intinge le pareti del bicchiere. Gli aromi e profumi di frutta sotto spirito sono coerenti con l’impostazione generale. Vino probabilmente ancora giovane, chissà se con il tempo affioreranno le durezze?

d.c.

Miscellanea V

Con lo spiedo probabilmente sono abbinabili (o consigliabili) anche piccole dosi di “stura lavandino”. Beh lungi dal voler paragonare il vino ritratto a soluzioni muriatiche, ma è riuscito senz’altro a sostenere e risolvere l’ingombro da overdose del celebre monumento bresciano.

d.c.

Miscellanea IV

Sbagliare è umano, ma perseverare… No! Non abbiamo sbagliato con il vino, ma con la nuova supermerenda… 2 Magnum ( due…) sempre VSQ questa volta Extra Brut Ciàpèl. Pur non dovendo “digerire” tecnicamente nessuna liqueur il vino dalla sboccatura 2017 (qui colpevolmente non ritratto) ha mostrato una marcia in più rispetto al fratello degorgiato un anno dopo: una maturità più suadente, un’armonia più composta, nonostante un registro d’importazione tutto sommato speculare. Sono comunque ancora in attesa che qualcuno mi racconti le differenze sul tema : Franciacorta o non Franciacorta? Sicuramente non Franciacorta, ma…

d.c.

Sicilia vs Sardegna, arbitra Riccardo Lagorio.

Certe volte càpitano delle serate di “quasi sport” da non lasciarsi sfuggire.

Il match è fra due vini bianchi e due vini rossi provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna selezionati dal noto enogastronomo Riccardo Lagorio, il maggior esperto in tema di Denominazione Comunale d’origine la c.d. De.Co..

Egli attualmente organizza  presso il bar il Viandante a Corte Franca (BS) serate tematiche di degustazione. Ad esempio quella alla quale abbiamo partecipato era incentrata su vitigni autoctoni dei sopramenzionati territori, la successiva, invece, sarà incentrata sui vini prodotti con vitigni a piede franco.

L’ambiente dove si è tenuta la degustazione è ricavato all’interno della Stazione di Corte Franca, tutt’oggi funzionante, arredi minimalisti e travi a vista. La luce, non proprio ideale per l’esame visivo del vino,  conferisce all’ambiente un’atmosfera raccolta.

La premessa all’assaggio è l’estenzione delle terre vitate e in particolare l’individuazione delle uve più coltivare su territorio nazionale. In Italia il vincitore indiscusso è il sangiovese seguito dal Trebbiano, poi il Montepulciano d’Abruzzo che rappresentanto da soli 1/3 degli ettari vitati e poi a scendere tutte le altre tipologie di uve fra le quali quelle scelte per la serata il Catarratto, il Nerello Mascalese, il Nur, l’Arvisionadu. Qualche rapida pennellata sulle uve maggiormente prodotte in Francia (Merlot, Trebbiano, Grenache), Portogallo, Cile (Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc, Merlot), Argentina (Malbec, Cereza, Bonarda) e Nuova Zelanda (Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc)  per rappresentare quali uve si coltivano nelle altre importanti zone di produzione di vino e per ammonire che l'”italianità” deve essere valorizzata non solo per l’unicità del territorio ma anche per la presenza di uve autoctone non presenti all’estero e quindi prive di concorrenza. E’ stato toccato anche l’aspetto commerciale dal quale è emerso che mentre la Sardegna, dati alla mano, resta pressoché costante nella quantità di vino prodotto, la Sicilia al contrario registra un decremento degli ettolitri prodotti del 15%. Per quest’ultima, invece, sono in controtendenza le vendite all’estero che sono aumentate mentre costanti sono restate quelle sarde.

Finita l’introduzione per così dire “macroeconomica” con alcuni brevi accenni ai vini PIWI e alle uve da viti su piede franco, inizia l’assaggio-sfida delle seguenti bottiglie da uve in purezza: nella categoria vini bianchi si sono “affrontati”, Alessandro di Caporeale – Benedè, Catarratto 100%, contro Cantina Arvisionadu – G’Oceano, Arvisionadu 100%; nella categoria vini rossi si sono “sfidati”, Feudo Cavaliere – Millemetri Etna Rosso, Nerello Malcalese 100%, contro Sardus Pater – Nur, Carignano del Sulcis 100%.

Il primo incontro ha visto sul ring da un lato il Catarratto (uva a bacca bianca) coltivata dalla provincia di Palermo ove si trova la cantina produttrice Alessandro di Caporeale. I vigneti sono posizionati ad una altitudine di 600/800 metri sul livello del mare in zona secca e ventilata che beneficia dei venti provedienti dal mare. All’occhio il Benedè si presenta giallo paglierino, al naso sentori di pesca, al palato acidità marcata, nocciola e retrolfatto di gelsomino, secco e sapido; dall’altro l’Arvisionadu (da “albus signatus” degli antichi romani) G’Oceano coltivato nella provincia di Sassari dall’omonima Cantina Arvisionadu. Di quest’uva ne aveva già scritto Veronelli negli anni ’60 menzionando il vino fra quelli da bersi invecchiati. L’uva viene tutt’oggi spremuta tardi tanto che all’occhio di presenta giallo dorato con note di zafferano alla olfattazione, glicerico ed alcoolico. Sicuramente un vino che non passa inosservato anche perchè proveniente da un’uva quasi in via di estinzione.

Per me ai punti vince il Catarratto perché più in liena con un palato moderno e perché più facilmente abbinabile.

Il secondo incontro ha visto da un lato del ring il Nerello Mascalese, coltivato sulle pendici dell’Etna da Feudo Cavaliere ad altitudine elevata appunto “millemetri” che l’ha preservato dalla fillossera e su terreno vulcanico ricco di minerali. Infatti, si sentono note fumées nel bicchiere e al palato, colore rosso rubino limpido, più fiori che frutti rossi all’olfatto, tannico con una leggera nota verde, alcool intorno ai 14°. Minerale ed elegante. Dall’altro lato del ring,invece si trova il Nur di Sardus Pater da uve Carignano del Sulcis in purezza coltivate su terreno sabbioso dell’isola di Sant’Antioco, terreno sabbioso che gli ha consentito di essere immune dalla fillossera. Rosso rubino intenso con riflessi granati di qualche grado pantografico in più del precedente. Al naso melograno maturo, prugna susina che si ritrovano poi al palato affiancati da note di liquirizia. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con un breve affinamento in bottiglia prima della messa in commercio. Sapido e nerboruto.

Per me il vincitore di un punto fra i rossi è stato il Carignano del Sulcis per l’abbinamento ai formaggi pecorini presentati contestualmente ai vini.

Riccardo Lagorio ha poi suonato il virtuale gong decretando la fine dell’incontro.

By D.T.

 

GOLOSITALIA (MA ANCHE FRANCIA)

Come l’anno scorso una passata a volo d’uccello (entrata alle ore 13 dell’ultimo giorno di apertura) sulla manifestazione monteclarense mi ha dato lo spunto per scrivere di birra e non solo.

L’obbiettivo di questa volta è il Birrificio dei Fratelli Trami che non ha certo bisogno della mia presentazione per il successo commerciale, per la messe di premi e riconoscimenti già riscossi.

Tuttavia, complice una momentanea assenza dallo stand di Nicola Trami, impegnato con dei clienti, mi sono aggirato per i padiglioni e l’occhio è caduto sui distributori di bevande.

La sua assenza, ironia della sorte, mi ha consentito di dare uno sguardo diverso sul Golositalia che prediligevo per la birra.

Ho visto lo stand di Delio Gallina, di Aliprandi, di Alpori-Festa. Perché non provare qualcosa nell’attesa?

Ecco allora la sorpresa: Champagne! Che bello scoprire cose così interessanti che non pensavo fossero presenti.

Allo stand di Delio Gallina ho avuto il piacere di assaggiare un Blanc de blancs 2012 degno di nota prodotto da Jacquart. Quale miglior aperitivo grazie alla finezza dello Chardonnay francese in purezza: giallo paglierino, spuma vellutata, floreale al naso e al palato la mineralità che completa la “palette” gustativa agrumata e cremosa. Scende leggero come l’acqua di montagna. Chapeau!

Allo stand di Alpori, invece, un Blanc de Noir di Philippe Gamet “vraiment particulier“: 60% Pinot Meunier, 40% Pinot Noir ma il 35% di ogni varietà proviene da riserve di annate precedenti affinate in botte. Si contrappone allo champagne assaggiato in precedenza perchè proveniente da uve a bacca rossa. Lo si vede già dal colore giallo dorato. Qui spicca la pasticceria, la mela, la cannella, il mandarino.  Ricco e rotondo con la tipica nota mineral-gessosa in bocca. Il residuo zuccherino si percepisce ma nel complesso appare ben integrato. Piaciuto assai! Gli hanno fatto da apripista due vini mai assaggiati prima: un bianco di Zymé, From black to white, secco ed aromatico da uve Rondinella Bianca 60%, Gold Traminer 15%, Kerner 15%, Incrocio Manzoni 10% poi un Trebbiano botritizzato secco Otten:2 di San Michele di Capriano del Colle. Due assaggi originali guidati da Marco Chiesa, wine storyteller e Ambassadeur Européen du Champagne 2010.

Causa il rientro di Nicola non ho avuto il tempo di passare da Aliprandi ma sarà un motivo per tornare l’anno prossimo all’insegna delle selezioni sia italiane sia straniere sia di vino sia di birra. Constato che ogni anno scopro un aspetto nuovo per caso. Forse sarebbe opportuno veicolare meglio le opportunità che Golositalia può dare… quindi non solo soppressate toscane e cannoli siciliani.

Torniamo alla Birra F.lli Trami il cui assaggio è stato limitato ad una sola tipologia vista la carburazione a suon di vino.

Ho scelto, quindi, direttamente quella che prediligo: la 3-Tre.  Si sa i nomi delle loro birre traggono orgine dal nome delle piste da sci e la 3-Tre è la pista di Madonna di Campiglio. Credo che sia stato scelto per la sua assonanza con tripel, il tipo di birra in stile belga. Just like Belgium come cantava Elton John. La tecnica di birrificazione è ad alta fermentazione e rifermentazione in bottiglia (sarà un caso che abbia bevuto prima vini rifermentati in bottiglia?). Si caratterizza per una percentuale bassa di luppolo e per malti tendenzialmente neutri ma grande attenzione ai lieviti che dalla fermentazione tirano fuori i sapori di frutta rossa matura anche candita, miele. All’occhio appare giallo ambra, al naso più frutto che fiore. Il gusto fenolico in senso di “lievitoso”, frutta candita e miele millefiori. Il grado alcoolico è sui 7,3%. Temperatura ideale di servizio non troppo fredda, circa 8 gradi (ma a me piace anche bella fredda come quella che mi è stata servita, checché ne dica Nicola. Fa sempre a tempo a scaldarsi).

Da applausi poi l’abbinamento di questa birra, “che sgrassa”, con le coste di maiale cotte a bassa temperatura mangiate presso lo stand di Chiappa Arredamenti e attrezzature per la ristorazione.

Concludendo viva i produttori ma anche i distributori.

By D.T.

P.S. Grazie per la disponibilità, Nicola.

 

LA CENA CON I VIGNAIOLI F.I.V.I. E’ SEMPRE UNA BELLA BATTAGLIA

Sembra quasi l’esercito di terracotta cinese… uno stuolo di bottiglie che simboleggia la dura battaglia combattuta la sera di venerdì 22 febbraio alla Trattoria Naviglio, punto di affezione F.I.V.I. e già più volte menzionata nei nostri post.

Ecco l’elenco in ordine alfabetico dei vignaioli presenti con i loro vini :

  1. CANTINA FLONNO – Riesling Sciamano
  2. CERUTTI – Moscato d’Asti Surì Sandrinet
  3. CONCARENA – Riesling Videt
  4. CORTE FUSIA – Franciacorta Brut
  5. FIORDALISO – Derthona
  6. KOBLER – Klausner Merlot Riserva 2015
  7. LAZZARI – Capriano del Colle Doc Bianco Fausto
  8. LE CHIUSURE – Valtenesi Chiaretto Portese
  9. LE FRAGHE – Garganega
  10. LE VEDRINE -  Nuit Dorée Pas dosé
  11. LODI CORAZZA – Pignoletto Frizzante
  12. MARCO VERCESI – Bonarda La Crosia
  13. NOVENTA – Botticino Doc Colle degli Ulivi
  14. PASINI SAN GIOVANNI  – Valtenesi Rosagreen Groppello Rosé
  15. PERLA DEL GARDA – Lugana Dop Bio
  16. PICCHIONI ANDREA – Buttafuoco dell’Oltrepò Cerasa
  17. PODERE IL SALICETO – Albone Lambrusco di Modena – Falistra Lambrusco di Sorbara
  18. ROSANATALE – Prosecco Superiore Docg Brut
  19. ZATTI – Garda Riesling Gep

Avete letto bene sono 19 i produttori e 20 i vini. C’è da esser brilli solo alla lettura!

Potrei tediarvi con l’analisi di ogni singolo vino bevuto ma non lo faccio anche perchè la notorietà e la bravura dei produttori già parlan da sè.

Tuttavia segnalo il Riesling renano 2015 Videt di Concarena e lo Sciamano della Cantina Flonno sempre da uve Riesling renano per dare voce alla zona vinicola meno conosciuta, perché più recente, della provincia di Brescia: la Val Camonica.

Il primo Riesling del 2015 si è fatto apprezzare per complessità e note idrocarburiche che lo mettono in contatto con i più nobili e conosciuti Riesling tedeschi, mentre il secondo più giovane ha impressionato per le note di mela verde sorretta da acidità. Mineralità e freschezza ne completano il quadro gustativo. Entrambi sono vinificati in acciaio con fementazione a temperatura controllata. L’obiettivo, raggiunto con questo metodo, è stato quello di mantenere il più integri possibile i profumi, la freschezza e gli aromi del Riesling.

Questi vini però non nascono dal nulla.

La vite è stata coltivata nella valle sin dai tempi antichi ed ha avuto un periodo di splendore nel medioevo quale appannaggio del clero e del ceto nobiliare. Fino al secolo XIX la vite caratterizzava il paesaggio montano. Tuttavia l’industrializzazione e la fillossera determinarono non solo l’impoverimento della viticoltura con perdita di manodopera ma anche l’abbandono dei vitigni autoctoni a favore di quelli internazionali.

Dall’inizio del nuovo millennio, tuttavia, lungimiranti iniziative imprenditoriali col supporto della comunità montana di Val Camonica hanno portato un rinascimento della viticoltura non solo in senso quantitativo (recupero di ettari vitati) ma anche qualitativo (innovazione tecnologica in cantina e valorizzazione del prodotto).

Nel 2003 la crescita qualitativa del vino camuno ha dato i sui frutti con il riconoscimento dell’I.G.T. Valcamonica ed i due vini assaggiati sono un bell’esempio di vino ben riuscito.

Complimenti alla cucina della Trattoria che ha presentato un menù degno di nota con aperitivo ed antipasti misti, dittico di primi con risotto ai trevisani e gamberetti e gnocchi viola alla formaggella (che mi è piaciuto molto, n.d.r.); di secondo arrosto di maiale e baccalà con olive (che mi è piaciuto molto, n.d.r.) con contorni vari e dessert di carnevale.

E’ stata dura uscire vivi dalla cena F.I.V.I..

By D.T.

Coinvolgenti degustazioni in quel di Piacenza

Non è mia abitudine fare della pubblicità, ma, questa volta, vorrei spendere un encomio per l’iniziativa perseguita da un’attività piacentina dedicata a divulgare il culto del vino, a farlo conoscere nelle sue tipologie e sfaccettature.
È nella cornice della piccola e selezionata enoteca ricavata all’interno del Biovivo di Piacenza che i proprietari del locale, guidati da Massimiliano Bruschi (non certo neofita del mondo del vino), organizzano frequenti degustazioni gratuite, volte al confronto e al paragone, alla diffusione della cultura enologica.
Ricordo ad esempio whisky vs rum, rossi toscani, vini bianchi d’autore, tour della Francia, i Baroli, il Riesling tedesco, la Loira e poi tanti, tanti appuntamenti alla scoperta delle bollicine italiane e francesi.
Questa volta l’occasione è stata “Il Piemonte” alla presenza dei produttori , come spesso accade in queste degustazioni. Erano infatti presenti Paolo Stella, Marcella Bianco (Castello di Verduno) e Stefano Conterno.
Così apriamo le danze con un metodo classico Erpacrife dosaggio zero 2013, dato dal sapiente assemblaggio degli autoctoni erbaluce, cortese, timorasso e moscato bianco; avremo poi l’opportunità di spaziare tra le tipicità vinaiole piemontesi nelle loro diverse, variegate espressioni.
Nell’ordine assaggiamo il Basadone 2017 del Castello di Verduno vitigno pelaverga dai sentori di fragrante frutta, poi Stravisan 2017 di Stella che esprime tutte le caratteristiche tipiche del barbera, passiamo al Nebbiolo Baluma 2017 di Diego Conterno che esalta l’eleganza di questo vitigno.
Ottimo inizio, bocca pronta per le evoluzioni e allora: Barolo 2014 di Conterno dalla complessa struttura olfattiva con prugna e amarena matura in cui si fanno spazio sentori speziati. Intenso e avvolgente. Poi Rabajà – Bas 2015 del Castello di Verduno dalle zone più vocate al Barbaresco, rubino dai morbidi sentori floreali, piccoli frutti rossi, ricordi balsamici e minerali. Caldo, già di elegante morbidezza. Due vini eccezionali.
Chiudiamo in bellezza, di potenza con Il Maestro 2016 di Stella, barbera superiore dagli oltre 15 gradi. Rosso profondo, importante, sentori di sotto spirito, more e prugne poi confettura di fichi. Sorso incredibile di appagante persistenza.
Bella degustazione. Un plauso ai produttori e un ringraziamento agli organizzatori: continuate così! Attendiamo ansiosi i prossimi appuntamenti.

R.R.