Io per te, Prime Alture, Brut Metodo Classico. OltrePo’ DOCG

Capitato per motivi lavorativi nell’ incantevole Resort, ad un passo da Casteggio, me ne sono venuto a casa con 3 bottiglie, delle quali una è stata immediatamente sacrificata alla mia curiosità.

Tipico Blanc de Noir da sole uve di Pinot Nero, si presenta nel bicchiere nella giovanile veste di un giallo scarico, con pennellate verdognole, perlage nobile caratterizzato da infiniti spilli di carbonica. Olfattazione entusiasmante, molto fruttata tra note di albicocca e di un agrume dolce, di rara finezza e purezza. Molto francese.  Più incerto il gusto, forse troppo condizionato da una dolcezza da liqueur un po’ troppo invasiva, che di fatto si trascina in persistenza. Forse il campione è ancora troppo giovane, non avendo ancora digerito una sboccatura probabilmente del gennaio 2017.

d.c.

Elegante nel suo insieme la bottiglia.

… un po’ meno la retroetichetta che però rappresenta tutte le informazioni necessarie.


Tappo nobile, di elevata qualità. Peccato (per i collezionisti)  la presenza di una capsula anonima.

Cardass 2015, Luretta, Colli Piacentini doc.

Certificazione BIO; da uve di Sauvignon Blanc.

Giallo paglierino alla vista, meno carico delle attese. Agrumato all’olfatto, con una netta sensazione di pompelmo, ed una rassicurante camomilla di fondo. In bocca imperioso, sorretto da una muscolosità alcolica indomita e da una decisa nota di sapidità; forse pecca leggermente di freschezza. Tornano aromi di agrumi ed ora di pompelmo rosa, più dolce, ed una sensazione amarognola vegetale piacevole che ricorda il gusto del carciofo. L’alcool così importante ne sfalsa la persistenza.

d.c.


La retroetichetta, elegante come il fronte, completa di tutte le informazioni necessarie per leggere il vino.


Tappo signorile e di ottima qualità.

L’abbinamento della cuoca.

Luna calante

Altissima l’attesa per un vino prodotto da una delle cantine più importanti del panorama piacentino: l’azienda agricola Tosa di Vigolzone da anni si erge per la qualità emergente dei propri prodotti. Oggi all’incontro era presente il Cabernet Sauvignon “Luna Selvatica” nella sua annata 2013, ma purtroppo anticipo subito la mia delusione perchè all’apertura del tappo, una netta sensazione di difetto è subito emersa. Forse più del classico “tappo” con l’invasiva molecola di tricloroanisolo, siamo in presenza della più subdola tetracloroanisolo! Ed è stato un vero peccato, perchè il vino sembrava avere tutte le caratteristiche per essere ricordato. Rubino inchiostro alla vista, di notevole corposità ed apparente “peso”. Nonostante il difetto, escono note scure di piccoli frutti di bosco, dolci, gradevoli, leggermente marmellatosi. In bocca la corposità e la muscolosità, quasi mascolina, del frutto riesce a scavalcare il mostro, che però ahimè rimane. Il peso che osservavamo nel bicchiere lo si ritrova in una corposità quasi carnale al palato. Nonostante tutto, esemplare l’equilibrio tra la componente acida ed il calore alcolico, notevole, che si sprigiona al sorso, figlio di una dotazione indicata in un 14% volume, ma forse persino un poco superiore. Impossibile però oggi ammettere un innamoramento.

d.c.


Particolare dell’etichetta.


È la storia di questa bottiglia! Io per questo riesco anche ad emozionarmi.


Evidente l’intensità del colore, e la componente glicerica e lacrimante.



Il colpevole!

Povero Anacleto

Potrebbe sembrare il titolo di una novella pirandelliana, ed invece è la sintesi dell’esperienza odierna.


Anacleto: metodo classico da uve chardonnay, 30 mesi sui lieviti da un millesimo 2011 con sboccatura generica 2015. Tutte caratteristiche che possono identificare  un prodotto di punta della cantina, nella fattispecie la Cantina Bonelli in Rivergaro.



Bottiglia ed etichettatura semplice, ma non per questo non eleganti.

Tappo non generico, anzi ricercata l’iniziale caratterizzante.



Giallo paglierino tenue con note di gioventù, nonostante qualche anno sulle spalle… perlage non intenso ma sicuramente fine.


Sembrerebbe tutto perfetto, se non fosse che…TAPPO!!! Un tragica infestazione da tricloroanisolo!  Peccato… 

Concederemo in futuro al buon Anacleto la giusta rivincita.

d.c.

Settimana enigmistica: aguzzate la vista

Guardate che cosa curiosa: mi sono trovato di fronte a due bottiglie prodotte dalla medesima cantina, molto simili, troppo simili, ma non uguali. In perfetto stile enigmistico trovate le differenze e poi spiegatemi il perché… roba da cervelloni del marketing e da studi legali. Il primo lettore che troverà la soluzione vincerà una spumeggiante sorpresa…

I bottiglia


II bottiglia 


Un aiutino? …è sparito Azienda!

Osservare il dettaglio.





I bottiglia: retroetichetta.


II bottiglia… e tutte le utili informazioni sono sparite…


Tappo: anonimo il primo…


…anonimo il secondo!


Il primo vino nel bicchiere: il deciso colore tendente all’oro ed un olfatto con nette note ossidate fanno pensare che il campione è decisamente più…?


… più vecchio del secondo vino, dai colori più tenui e dai profumi ed aromi più delicati e piacevoli.


Forse Vi ho raccontato troppo! Ora attendo le Vostre ipotesi: al fortunato vincitore in omaggio una straordinaria degustazione di Vini spumanti piacentini attentamente selezionati.

Alcuni dettagli delle due bottiglie: prodotte da F&P marchio commerciale della più nota Quattro Valli, una delle più importanti realtà vitivinicole piacentine. I vitigni utilizzati scopriamo essere: Chardonnay, Pinot nero ed il tipico Ortrugo. Spumantizzazione in autoclave, ma il secondo vino (evidentemente più giovane) è sorprendentemente fine e piacevole, ne temo la tenuta nel tempo. Volume alcolico leggero leggero (11,5%) da farne un gradevole vino da aperitivo.

d.c.

La curiosità a volte ha un costo…

Oro oro oro, Vino Spumante.Azienda vitivinicola Daniele Ponzini, Vicobarone (PC).

Bottiglia il cui studio estetico rivela la volontà di attrarre consumatori: poco tradizionale, molto di effetto, ma assolutamente priva di informazioni (peraltro non recuperabili neanche sul web). Il contenuto è sicuramente di colore dorato, ma tutto il resto è abbandonato alla maestria/fantasia dell’avventizio degustator bevitore. Tappo a fungo, anonimo. Olfatto che fa trasparire una consistente ossidazione che affossa una base aromatica di fiori gialli, camomilla e note fruttate dolci, ma anche qualche “puzzetta” di troppo (se dovessimo giocarci il vitigno, punterei la posta su una Malvasia, sottoposta ad una surmaturazione ). In bocca l’acidità si fa anche viva, ma il supporto carbonico del processo di spumantizzazione (credo, anzi potrei giurare in autoclave) però è insufficiente a dare struttura. L’aromaticità del vitigno ritorna cosparsa di sgradevole nota brûlé… dimentichiamo!

d.c.

P.s.

Mi viene voglia di invocare il grande Maestro e ricordarmi che la vita è troppo breve per mangiare e bere male…


Colli, e sempre Colli, e fortissimamente Colli. II

Continua il mio studio piacentino sulla cantina Luretta: già avevamo analizzato un rosato di difficile connotazione ma di sicuro interesse e pregio.  Oggi invece percorriamo vie più conosciute e raffrontabili a prodotti similari sul terreno italico: Principessa Pas Dosè 2011. Da uve chardonnay e pinot noir, riposa 36 mesi sui lieviti, per un carattere indomito. Giallo dorato all’analisi visiva, perlage di piacevole finezza, la stessa finezza che si percepisce all’olfatto, blandendo la degustazione con delicatezza, quasi in punta di piedi. Cremoso, con frutta a polpa gialla ed agrumi, con un fondo di pasticceria. Pari note in bocca, dove imperia però una freschezza esemplare che doma e conduce la pur consistente dotazione alcolica (13,5% vol.). Eleganza nella retrolfattazione, nessuna nota amarognola, ma una persistente nota agrumata, lunghissima e piacevolissima. Da ricordare… “xxx”.

d.c.

La retroetichetta.


60 mesi e non sentirli… o perlomeno vederli! Colori di straordinaria vividezza.

Colli, e sempre Colli, e fortissimamente Colli.

Lo sapevo che prima o poi ci sarei cascato: con questa notte do principio ad una mia piccola rubrica, mille volte pensata ed abbozzata e ripetutamente abortita. È evidente che la mia esperienza lavorativa piacentina mi avrebbe portato a parlare di questi splendidi luoghi ed incantevoli colline nonché dei suoi vini così diversi da quelli che normalmente rincorriamo.Cosa mi ha fatto rompere l’indugio? Una riflessione durante le mie notti insonni riguardante il concetto di qualità nel vino.

Cosa si intende per qualità di un vino? La mera piacevolezza sensoriale è solo soggettività, mentre la qualità deve rappresentare un archetipo di massima oggettività! I disciplinari normativi tutelano prodotto, territorio e soprattutto consumatore, ma di per sé non sono più esclusiva prova di qualità. Le tendenze biologiche e biodinamiche degli ultimi anni chiamano qualità il rispetto del frutto e della sua integrità prima e dopo la vinificazione. Il sottoscritto, che non ha alcuna velleità di indicare una tendenza (…), invecchiando è estremamente attirato dalla capacità di innovazione, ritenendo questa un fattore di qualità suprema.

Tutta questa sbrodolata per spiegare il perché parto tra tutte le cantine del territorio piacentino con quella sicuramente più innovativa e disallineata alla tradizione: Luretta.

Prende il nome dalla bellissima piccola valle, dominata dal magnifico castello medievale di Momeliano nei cui pressi è situata la cantina e nel cui interno riposano ed affinano gli spumanti. Ma nei vini della Luretta di antico non vi è proprio nulla! Qui non troverete nulla di paragonabile a prodotti del territorio anche immediatamente circostante.

La prima frattura di discontinuità con il territorio e fattore di novità che qui andrò a raccontare è un particolarissimo Spumante (metodo classico) rosato da Pinot nero (beh no! credo che il produttore gradisca Pinot noir) “On attend Les Invités” 2011 (ma sboccatura non decifrabile) volume alcolico 13,5%. Rosa carico alla vista, pura buccia di cipolla rossa di Tropea. Frutto rosso, anzi fruttissimo invasivo che fa assaporare mirtilli e fragole di bosco, con una struttura acida che supporta ma che non può coprire un calore e morbidezza prettamente alcolici. Ricorda i transalpini “saignée” ma non ricordo in Italia rosati analoghi di siffatto carattere. Persistenza impressionante. Non necessariamente indimenticabile per gradevolezza, ma sicuramente unico!

d.c.


P.s.

E come non ringraziare qui il sapiente D.T.ispiratore ed autore del titolo, straordinario ed antico, di questo articolo.