Silene 2017. Damiano Ciolli. Olevano Romano doc.

Chissà quanti dei miei amici (anche quelli più freschi di studi) conoscono la denominazione Olevano Romano? Di sicuro qualcuno di più avrà bevuto il Cesanese, qui d’Affile, antica uva laziale. Basterebbe girare di più e non stigmatizzare i nostri gusti sulle solite bottiglie provenienti dalle solite zone. Si perché nella sua semplicità il vino è una piccola perla: equilibrio strabiliante nonostante un volume alcolico decisamente impegnativo; anzi, quasi quasi spuntano le durezze… il naso è attratto da erbe di campo, violette ed una prugna ancora non perfettamente matura. È mirabile la sottigliezza al palato, di affascinante eleganza, che si trasforma in una scia prolungata di persistenza. Andate in giro, ragazzi, andate in giro e studiate…

d.c.

Degustazione a margine del convegno UGIVI

Il vino è come la vita per gli uomini,
purchè tu lo beva con misura.
Che vita è quella di chi non ha vino?
Questo fu creato per la gioia degli uomini.
(dal libro del Siracide 31,27)*

 

Sabato nove marzo presso la Cantina Sociale di Quistello si è tenuto l’interessante convegno dell’Unione Giuristi della Vite e del Vino (UGIVI) avente ad oggetto l’economia circolare in agricoltura: norme e tecniche di sostenibilità ambientale.

Il parterre di relatori era ampio e non strettamente legato al mondo giuridico forense ma aperto all’interdisciplinarietà della materia trattata, come sottolineato dal Presidente dell’UGIVI Avv. Stefano Dindo, qui in veste di moderatore-coordinatore  dell’incontro.

La parola è stata data per primo al padrone di casa, il Presidente della Cantina Sociale di Quistello,  Luciano Bulgarelli, che ha tenuto a sottolineare che dal terremoto che ha colpito Quistello il 20 maggio 2012, la cantina sociale ha non solo ristrutturato il proprio stabile lesionato ma anche ammodernato il ciclo produttivo del vino nella direzione della sostenibilità ambientale. Da una esperienza provante come il terremoto la cantina ha saputo riconvertire la produzione nel segno dell’economia circolare. Una scelta che ha anche avuto le sue ulteriori ricadute sul miglioramento qualitativo del vino.

Il Presidente dell’Ordine degli agronomi e forestali di Mantova e della Regione Lombardia, Dott. Marco Goldoni, ha messo subito sul chi va là da facili conclusioni sulla fattibilità planetaria di una agricoltura sostenibile sottolineando che le pratiche agrarie non possono essere uguali in tutto il mondo: è il territorio che determina la sostenibilità dell’agricoltura. Ha stigmatizzato l’agricoltura di rapina, ponendo quale suo contraltare virtuoso l’agricoltura sostenibile fatta di cibo sano, di energia rinnovabile, di equa remunerazione del lavoro e del prodotto agricolo e di non depauperamento dell’ambiente.

Il Presidente Avv. Dindo ha tenuto a sottolineare, l’importanza dell’esperienza della Valpolicella col progetto delle 3R (Riduci, Risparmia, Rispetta) finalizzato alla realizzazione concreta di una viticoltura nel segno della sostenibilità ambientale che non è limitata al semplice prodotto biologico perché non attiene solo alle modalità di esecuzione ma è un concetto, quello di sostenibilità ambientale, più ampio respiro tanto che è difficile tradurlo in una specifica etichetta.

Con gli interventi degli Avv.ti Filippo Moreschi e Gianfranco Tripodi, lo sguardo ha poi preso una connotazione più marcatamente giuridica.  Il primo ha edotto la platea sui principi normativi dell’agricoltura sostenibile e dell’economia circolare, il secondo sugli aspetti normativi della sostenibilità ambientale nella produzione vinicola.  L’Avv. Moreschi dopo un’ampia premessa sul diritto positivo e sull’applicazione giurisprudenziale che informano la sostenibilità ambientale, ha ragguagliato sulla necessità della lotta integrata quale alternativa sostenibile all’uso di prodotti chimici in base al c.d. principio di precauzione mentre l’Avv. Tripodi ha spiegato al pubblico presente la normativa attuale che disciplina lo smaltimento dei residui della lavorazione del vino e i progetti ad esso connessi nell’ottica della sostenibilità intragenerazionale e intergenerazionale.

Tolti gli occhiali del giurista, il Prof. Ing. Riccardo Guidetti, docente di Scienze Agrarie ed Ambientali all’Università di Milano,  ha plasticamente rappresentato con ausilio di grafici la progettazione di una cantina nella direzione della circolarità economica.

Gli Avv.ti Angelo Lerario e Giancarlo Esposti succedutigli nell’intervento si sono suddivisi lo stimolante argomento della sicurezza degli alimenti, dell’informazione alimentare e della libertà delle scelte alimentari dell’individuo al confine fra il diritto positivo e il diritto naturale dell’uomo. Le relazioni hanno spaziato dalle norme Costituzionali alle teorie di Hans Kelsen, giurista e filosofo, maggior esponente del normativismo europeo.

A chiusura e raccordo delle precedenti esposizioni, l’intervento della Dott.ssa Cinzia Montagna, giornalista e collaboratrice di “Millevigne”, ha posto l’accento sull’importanza della comunicazione al consumatore delle scelte di sostenibilità ambientale in materia agricola.

Qui mi sono limitato a “condensare e liofilizzare” in poche righe l’incontro di studio di una intera mattinata. Ci sarebbe molto da scrivere e chi volesse approfondire, può consultare il materiale del convegno che verrà pubblicato sul sito dell’UGIVI nei prossimi giorni.

Il blog è principalmente focalizzato sulle esperienze enoiche, pertanto, l’assaggio finale cortesemente offerto dalla cantina ospite riveste la sua vitale importanza oltre che essere il piacevole completamento della mattinata ricca di spunti e contenuti:

Una rapida introduzione. Ci troviamo dell’Oltrepò Mantovano, zona di produzione del Lambrusco Mantovano (DOC dal 1987), una delle due aree della provincia di Mantova a vocazione vinicola, l’altra è il Garda Colli Mantovani nell’Alta Mantovana. La coltivazione e la rielaborazione delle uve è iniziata e si è sviluppata con la presenza dei monaci benedettini/cluniacensi a San Benedetto Po. Il monachesimo mantovano è in stretta relazione con gli importanti centri francesi di vini rifermentati. Tanto per esemplificare, venendo a tempi più recenti, Pierre Pérignon era un monaco benedettino.

Ho avuto il piacere di degustare il metodo di classico (al contrario degli altri vini prodotti col metodo Charmat) denominato 1.6 Armonia da uve Chardonnay al 70% e Lambrusco Grappello Ruberti vinificate in bianco per la restante parte. Originale soluzione che sostituisce l’uva rossa internazionale il Pinot Nero (di solito in “partnership” con lo Chardonnay nella realizzazione di vini spumanti) con un’uva rossa autoctona il Lambrusco Grappello Ruberti vinificato in bianco, che in questa zona ha le sue radici. Spuma lieve, perlage fitto e persistente sentori di frutta alla olfattazione, sapido, ottimo da abbinare a salumi e da aperitivo, se vogliamo un po’ “piacione” ma ci sta in questo territorio dai vini gioviali. Chapeau!

Poi il Lambrusco 80 Vendemmie sia nella versione rosata sia nella versione rossa da uve Lambrusco Grappello Ruberti in purezza. Ho molto apprezzato la versione rosata per il gradevole colore rosa con riflessi rubini. Al naso fragola e marasca, fresco e asprigno.

Quello che mi è piaciuto molto è stato il Lambrusco GranRosso del Vicariato di Quistello, per il completamento dell’uva Ancellotta al Lambrusco Grappelo Ruberti. Spuma abbondante, rossa e persistente. Viola al naso e marasca al palato, rotondo, leggermente abboccato, perfetto compagno dei piatti tradizionali. Le goût du terroir!

Per chiudere in dolcezza un vino mosso, il Dolce del Vicariato di Quistello dai sentori di uva moscata perfetto abbinamento con la torta sbrisolona, tutt’altro che un moscato banale.

Concludo con la battuta delle tre Q dell’Avv. Giorgio Rossi:  Qui, Quistello, Qualità!

By D.T.

 

* Citazione a chiusura dell’intervento dell’Avv. Giancarlo Esposti.

 

Barbaresco 2000. Vigna Loreto. Rocca Albino.

Ha impiegato più di due giorni ad aprirsi ed a raccontare quanto veniva celato dall’opaco vetro dell’albeisa. All’inizio molto limitato dalle stringhe della riduzione quasi ventennale: colore assolutamente integro, minimamente granata, ma profumi timidi alla libertà nonostante un’ apertura anticipata di quasi 5 ore. In bocca ancora composto sulle durezze, ma molto sottile, delicato, persino troppo nobile… Il grande formato ci ha permesso di poterne portare una buona quota alla giornata successiva: migliorato nell’espressione odorosa, ma non ancora vicino alle attese riposte. Incredibile invece l’esplosione avvenuta per l’ultimo terzo della bottiglia via via sempre più scolma nel terzo giorno dall’apertura: ecco l’inebriamento da viole, anche leggermente appassite, la terra, il fungo, una lontana prugna disidratata, la carruba. Miracolo… all’ultimo tramonto…

d.c.

Alfred Tritant. Champagne Grand Cru 2004.

Mirabile Carte d’Or di Bouzy ( anche se nel 2004 il produttore non ricorreva ancora alla “menzione”…). Nonostante gli anni è apparso in una fredda notte d’inverno come una magia. Perfetto in ogni suo aspetto; nessuna nota ossidativa; impressionante per tenuta delle componenti acide e sapide e per una persistenza non facilmente rintracciabile altrove, sfumando sul palato dopo tanti secondi con un ricordo dolce di carruba e caramello. Piccolo capolavoro.

d.c.

Miscellanea VI

Quanto calore… persino troppo calore nel sorso del Balenc di Cantorie. La struttura è tutta costruita sull’importante volume alcolico e sulla morbidezza di polialcoli e glicerolo che intinge le pareti del bicchiere. Gli aromi e profumi di frutta sotto spirito sono coerenti con l’impostazione generale. Vino probabilmente ancora giovane, chissà se con il tempo affioreranno le durezze?

d.c.

Miscellanea V

Con lo spiedo probabilmente sono abbinabili (o consigliabili) anche piccole dosi di “stura lavandino”. Beh lungi dal voler paragonare il vino ritratto a soluzioni muriatiche, ma è riuscito senz’altro a sostenere e risolvere l’ingombro da overdose del celebre monumento bresciano.

d.c.

Miscellanea IV

Sbagliare è umano, ma perseverare… No! Non abbiamo sbagliato con il vino, ma con la nuova supermerenda… 2 Magnum ( due…) sempre VSQ questa volta Extra Brut Ciàpèl. Pur non dovendo “digerire” tecnicamente nessuna liqueur il vino dalla sboccatura 2017 (qui colpevolmente non ritratto) ha mostrato una marcia in più rispetto al fratello degorgiato un anno dopo: una maturità più suadente, un’armonia più composta, nonostante un registro d’importazione tutto sommato speculare. Sono comunque ancora in attesa che qualcuno mi racconti le differenze sul tema : Franciacorta o non Franciacorta? Sicuramente non Franciacorta, ma…

d.c.

Sicilia vs Sardegna, arbitra Riccardo Lagorio.

Certe volte càpitano delle serate di “quasi sport” da non lasciarsi sfuggire.

Il match è fra due vini bianchi e due vini rossi provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna selezionati dal noto enogastronomo Riccardo Lagorio, il maggior esperto in tema di Denominazione Comunale d’origine la c.d. De.Co..

Egli attualmente organizza  presso il bar il Viandante a Corte Franca (BS) serate tematiche di degustazione. Ad esempio quella alla quale abbiamo partecipato era incentrata su vitigni autoctoni dei sopramenzionati territori, la successiva, invece, sarà incentrata sui vini prodotti con vitigni a piede franco.

L’ambiente dove si è tenuta la degustazione è ricavato all’interno della Stazione di Corte Franca, tutt’oggi funzionante, arredi minimalisti e travi a vista. La luce, non proprio ideale per l’esame visivo del vino,  conferisce all’ambiente un’atmosfera raccolta.

La premessa all’assaggio è l’estenzione delle terre vitate e in particolare l’individuazione delle uve più coltivare su territorio nazionale. In Italia il vincitore indiscusso è il sangiovese seguito dal Trebbiano, poi il Montepulciano d’Abruzzo che rappresentanto da soli 1/3 degli ettari vitati e poi a scendere tutte le altre tipologie di uve fra le quali quelle scelte per la serata il Catarratto, il Nerello Mascalese, il Nur, l’Arvisionadu. Qualche rapida pennellata sulle uve maggiormente prodotte in Francia (Merlot, Trebbiano, Grenache), Portogallo, Cile (Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc, Merlot), Argentina (Malbec, Cereza, Bonarda) e Nuova Zelanda (Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc)  per rappresentare quali uve si coltivano nelle altre importanti zone di produzione di vino e per ammonire che l'”italianità” deve essere valorizzata non solo per l’unicità del territorio ma anche per la presenza di uve autoctone non presenti all’estero e quindi prive di concorrenza. E’ stato toccato anche l’aspetto commerciale dal quale è emerso che mentre la Sardegna, dati alla mano, resta pressoché costante nella quantità di vino prodotto, la Sicilia al contrario registra un decremento degli ettolitri prodotti del 15%. Per quest’ultima, invece, sono in controtendenza le vendite all’estero che sono aumentate mentre costanti sono restate quelle sarde.

Finita l’introduzione per così dire “macroeconomica” con alcuni brevi accenni ai vini PIWI e alle uve da viti su piede franco, inizia l’assaggio-sfida delle seguenti bottiglie da uve in purezza: nella categoria vini bianchi si sono “affrontati”, Alessandro di Caporeale – Benedè, Catarratto 100%, contro Cantina Arvisionadu – G’Oceano, Arvisionadu 100%; nella categoria vini rossi si sono “sfidati”, Feudo Cavaliere – Millemetri Etna Rosso, Nerello Malcalese 100%, contro Sardus Pater – Nur, Carignano del Sulcis 100%.

Il primo incontro ha visto sul ring da un lato il Catarratto (uva a bacca bianca) coltivata dalla provincia di Palermo ove si trova la cantina produttrice Alessandro di Caporeale. I vigneti sono posizionati ad una altitudine di 600/800 metri sul livello del mare in zona secca e ventilata che beneficia dei venti provedienti dal mare. All’occhio il Benedè si presenta giallo paglierino, al naso sentori di pesca, al palato acidità marcata, nocciola e retrolfatto di gelsomino, secco e sapido; dall’altro l’Arvisionadu (da “albus signatus” degli antichi romani) G’Oceano coltivato nella provincia di Sassari dall’omonima Cantina Arvisionadu. Di quest’uva ne aveva già scritto Veronelli negli anni ’60 menzionando il vino fra quelli da bersi invecchiati. L’uva viene tutt’oggi spremuta tardi tanto che all’occhio di presenta giallo dorato con note di zafferano alla olfattazione, glicerico ed alcoolico. Sicuramente un vino che non passa inosservato anche perchè proveniente da un’uva quasi in via di estinzione.

Per me ai punti vince il Catarratto perché più in liena con un palato moderno e perché più facilmente abbinabile.

Il secondo incontro ha visto da un lato del ring il Nerello Mascalese, coltivato sulle pendici dell’Etna da Feudo Cavaliere ad altitudine elevata appunto “millemetri” che l’ha preservato dalla fillossera e su terreno vulcanico ricco di minerali. Infatti, si sentono note fumées nel bicchiere e al palato, colore rosso rubino limpido, più fiori che frutti rossi all’olfatto, tannico con una leggera nota verde, alcool intorno ai 14°. Minerale ed elegante. Dall’altro lato del ring,invece si trova il Nur di Sardus Pater da uve Carignano del Sulcis in purezza coltivate su terreno sabbioso dell’isola di Sant’Antioco, terreno sabbioso che gli ha consentito di essere immune dalla fillossera. Rosso rubino intenso con riflessi granati di qualche grado pantografico in più del precedente. Al naso melograno maturo, prugna susina che si ritrovano poi al palato affiancati da note di liquirizia. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con un breve affinamento in bottiglia prima della messa in commercio. Sapido e nerboruto.

Per me il vincitore di un punto fra i rossi è stato il Carignano del Sulcis per l’abbinamento ai formaggi pecorini presentati contestualmente ai vini.

Riccardo Lagorio ha poi suonato il virtuale gong decretando la fine dell’incontro.

By D.T.

 

GOLOSITALIA (MA ANCHE FRANCIA)

Come l’anno scorso una passata a volo d’uccello (entrata alle ore 13 dell’ultimo giorno di apertura) sulla manifestazione monteclarense mi ha dato lo spunto per scrivere di birra e non solo.

L’obbiettivo di questa volta è il Birrificio dei Fratelli Trami che non ha certo bisogno della mia presentazione per il successo commerciale, per la messe di premi e riconoscimenti già riscossi.

Tuttavia, complice una momentanea assenza dallo stand di Nicola Trami, impegnato con dei clienti, mi sono aggirato per i padiglioni e l’occhio è caduto sui distributori di bevande.

La sua assenza, ironia della sorte, mi ha consentito di dare uno sguardo diverso sul Golositalia che prediligevo per la birra.

Ho visto lo stand di Delio Gallina, di Aliprandi, di Alpori-Festa. Perché non provare qualcosa nell’attesa?

Ecco allora la sorpresa: Champagne! Che bello scoprire cose così interessanti che non pensavo fossero presenti.

Allo stand di Delio Gallina ho avuto il piacere di assaggiare un Blanc de blancs 2012 degno di nota prodotto da Jacquart. Quale miglior aperitivo grazie alla finezza dello Chardonnay francese in purezza: giallo paglierino, spuma vellutata, floreale al naso e al palato la mineralità che completa la “palette” gustativa agrumata e cremosa. Scende leggero come l’acqua di montagna. Chapeau!

Allo stand di Alpori, invece, un Blanc de Noir di Philippe Gamet “vraiment particulier“: 60% Pinot Meunier, 40% Pinot Noir ma il 35% di ogni varietà proviene da riserve di annate precedenti affinate in botte. Si contrappone allo champagne assaggiato in precedenza perchè proveniente da uve a bacca rossa. Lo si vede già dal colore giallo dorato. Qui spicca la pasticceria, la mela, la cannella, il mandarino.  Ricco e rotondo con la tipica nota mineral-gessosa in bocca. Il residuo zuccherino si percepisce ma nel complesso appare ben integrato. Piaciuto assai! Gli hanno fatto da apripista due vini mai assaggiati prima: un bianco di Zymé, From black to white, secco ed aromatico da uve Rondinella Bianca 60%, Gold Traminer 15%, Kerner 15%, Incrocio Manzoni 10% poi un Trebbiano botritizzato secco Otten:2 di San Michele di Capriano del Colle. Due assaggi originali guidati da Marco Chiesa, wine storyteller e Ambassadeur Européen du Champagne 2010.

Causa il rientro di Nicola non ho avuto il tempo di passare da Aliprandi ma sarà un motivo per tornare l’anno prossimo all’insegna delle selezioni sia italiane sia straniere sia di vino sia di birra. Constato che ogni anno scopro un aspetto nuovo per caso. Forse sarebbe opportuno veicolare meglio le opportunità che Golositalia può dare… quindi non solo soppressate toscane e cannoli siciliani.

Torniamo alla Birra F.lli Trami il cui assaggio è stato limitato ad una sola tipologia vista la carburazione a suon di vino.

Ho scelto, quindi, direttamente quella che prediligo: la 3-Tre.  Si sa i nomi delle loro birre traggono orgine dal nome delle piste da sci e la 3-Tre è la pista di Madonna di Campiglio. Credo che sia stato scelto per la sua assonanza con tripel, il tipo di birra in stile belga. Just like Belgium come cantava Elton John. La tecnica di birrificazione è ad alta fermentazione e rifermentazione in bottiglia (sarà un caso che abbia bevuto prima vini rifermentati in bottiglia?). Si caratterizza per una percentuale bassa di luppolo e per malti tendenzialmente neutri ma grande attenzione ai lieviti che dalla fermentazione tirano fuori i sapori di frutta rossa matura anche candita, miele. All’occhio appare giallo ambra, al naso più frutto che fiore. Il gusto fenolico in senso di “lievitoso”, frutta candita e miele millefiori. Il grado alcoolico è sui 7,3%. Temperatura ideale di servizio non troppo fredda, circa 8 gradi (ma a me piace anche bella fredda come quella che mi è stata servita, checché ne dica Nicola. Fa sempre a tempo a scaldarsi).

Da applausi poi l’abbinamento di questa birra, “che sgrassa”, con le coste di maiale cotte a bassa temperatura mangiate presso lo stand di Chiappa Arredamenti e attrezzature per la ristorazione.

Concludendo viva i produttori ma anche i distributori.

By D.T.

P.S. Grazie per la disponibilità, Nicola.