Brutta cosa essere prevenuti…

Il vino di questa sera non rimarrà certamente impresso secula seculorum nella RAM della mia memoria, ma è servito sicuramente a superare ingiustificati pregiudizi.  Metodo classico proveniente dalla denominazione milanese di San Colombano  al Lambro. Profumi non particolarmente intensi, giocati su una matrice di frutta, ma con una lontana ma piacevole nota affumicata piuttosto che tostata. Gusto secco, non condizionato dalla maturità di un frutto dolce che invece arrotonda la sensazione di freschezza.  Leggero ma corretto, sicuramente capace di vincere la prevenzione di uno abituato ad inzuppare i biscotti nel Franciacorta…(che peraltro non sapeva che a San Colombano si “alleva” anche il Pinot Nero).

d.c.

Il mondo sta veramente cambiando… terzo spiedo già prima di novembre (e fuori ci sono 20 gradi!).

Il mondo sta cambiando! Il clima sta cambiando! Ed anche il nostro gusto sta cambiando! Sarebbe stato inconcepibile, qualche anno fa, abbandonarsi agli abbiocchi postprandiali imposti dalla digestione dello spiedo senza brumosi pomeriggi autunnali e umide serate scandite dallo schioppettio delle caldarroste cotte a fuoco vivo…ma quali nebbie! Fuori ci sono 20 gradi, e della nebbia non è rimasto che il suo dannoso surrogato, chiamato smog, che ci vieta persino di accendere il nostro conviviale focherello, se no ci arrivano i vigili a casa! E di conseguenza stiamo adattando il nostro corpo a dedicarsi al locale monumento alimentare, nonostante le “avversità” climatiche.

E come promesso: VAI DI ROSSO!

Dopo due tagli bordolesi franciacortini, oggi ci dedichiamo ad un taglio benacense: Marzemino e Merlot. E’ il Ronco del Garda 2014 ( ancora denominato Benaco Bresciano IGT) della illuminata cantina lacustre Le Sincette di Polpenazze del Garda, fiera della sua certificazione biodinamica Demeter.

E’ tutto facile: dal succoso frutto rosso che sa di croccante ciliegia, all’uscita leggermente cioccolatosa. La freschezza integra invoglia alla beva, abbinandosi alla perfezione con la carne arrostita, detergendo il cavo orale dalla grassezza del piatto. Ma il vino vuole rimanere semplice, da tutti i giorni. Prezzo al ristorante di poco superiore ai 10 euro.

d.c.

Le mappae mundi.

Della ciliegia ne porta anche il colore.

Lo stupefacente spiedo dell’Osteria del Maestrì di San Vigilio. 

GARDA IL NUOVO SPUMANTE DOC

Sabato 14  Ottobre 2017 ho presenziato ad un incontro di estremo interesse dove il Dott. A. Panont direttore del Consorzio Garda Doc ha presentato ad un folto gruppo di “ Degustatori Ufficiali “ lombardi dell’AIS,  il progetto già in fase esecutiva dello Spumante Garda DOC.

Il mio interesse era dovuto al fatto che sull’argomento circolano le voci più disparate: alcune favorevoli, altre discordi. Questa era proprio l’occasione per avere un quadro preciso.

Lo spumante GARDA DOC ha l’intento di render le province di Verona – Brescia – Mantova riunite sotto il marchio unificate di un prodotto che possa trasformarsi in un simbolo del Lago di Garda a completamento di una fama d’altra parte già acquisita nell’enogastronomia del territorio che va dal vino, all’olio, al pesce di lago.

Lo Spumante Garda DOC viene prodotto nel grande anfiteatro naturale che comprende:Valtènesi-S. Martino della Battaglia-Lugana-Colli Mantovani-Custoza-Bardolino-Valdadige-Valpolicella-Soave- Durello.

La superficie vitata è di 31000 ettari coltivati di cui 27889 in provincia di Verona e 3211 ettari nelle restanti due.

La sfida del Consorzio di Tutela è di aver portato a termine la modifica del disciplinare di produzione con l’inserimento dello Spumante bianco che per decreto deve riportare in etichetta solo il nome della denominazione

“ GARDA “

Oggi vengono prodotte circa 7.000.000 di bottiglie con l’ambizioso obbiettivo di arrivare entro il 2020 a 20.000.000. La tipologia è BRUT con una quantità di zuccheri verso il massimo consentito di 12 g/l.

Il prezzo deve essere contenuto sotto i 10€.

Metodo di spumantizzazione: Charmat.

Appunti di degustazione.

Abbiamo assaggiato una ventina di campioni tutti rigorosamente alla cieca. Nemmeno alla fine siamo stati informati sui vitigni e sui produttori.

Tutti avevano in comune le seguenti caratteristiche:

Colore che si discosta poco dal paglierini scarico

Bollicine abbastanza eleganti, non grossolane.

Profumi fruttati non molto complessi, abbastanza evanescenti.

All’assaggio si nota subito l’alta quantità di zuccheri ben bilanciata però dalla freschezza, una significativa sensazione fruttata; persistenza non molto elevata. Nel loro complesso piacevoli, beverini, “ ruffiani “ : un target centrato sul turismo, in particolare di provenienza tedesca.

Personalmente ho attribuito a questi vini un punteggio da un minimo di 77 punti ad un massimo di 85. Quindi non un’eccellenza marcata, ma uno standard uniforme, comunque di qualità, che può identificarsi con un preciso territorio e soddisfare appieno le esigenze di un turismo di media qualità che trova nel territorio Garda il soddisfacimento delle proprie esigenze anche nel campo dell’enogastronomia.

A mio parere un’operazione che ha in se stessa delle potenzialità ( sperando di non cadere nei solti campanilismi) per avere un certo successo.

Mi chiedo, dato che non penso ad un aumento dei consumi, a danno di quale tipologia di spumante sarà il suo successo.

Sicuramente , qualche fettina di “ Franciacorta “ ne subirà le conseguenze; d’altra parte però questo stimolo in casa, sempre secondo me, porterà un beneficio  sul mantenimento o miglioramento della qualità.

Immagino però che la fetta maggiore sia a carico del Prosecco . Questo mette un serio limite alla mia competenza in materia.

Aspetto il Vostro parere che illumini la mia oscurità.

Tito

Poi mi diranno che non sono obiettivo… Rosso d’Asia 2012, Picchioni.

Il rischio che qualcuno dei nostri 3 (o forse 3.000) lettori, pensi che nei confronti del nostro “amico” Andrea Picchioni si abbia un occhio di riguardo, è effettivamente elevato. MA CHI SE NE FREGA! Evidentemente quei 3 (o 3.000) lettori non hanno mai bevuto i vini provenienti da Canneto Pavese, e non sanno quanto ‘sto Picchioni sia bravo! Inutile parlare dell’eroismo della sua viticoltura: basta leggerne le etichette. A me interessa parlare solo del suo vino e cercare di trasmettere le emozioni che tutte le volte mi prendono.

Bottiglia del 2012. Da nessuna parte si tratta dei vitigni ( Croatina 90% ed Ughetta di Solinga), ma solo della vigna forse destinata a certo espianto. Rosso rubino nel bicchiere, con qualche pennellata violacea, nonostante il lustro dalla vendemmia. Ha corpo solido, la roteazione è viscosa, le pareti di vetro lacrimano in mille rivoli. I profumi sono succosi, ricchi di frutta rossa, dalla ciliegia alle bacche di bosco. Sono profumi freschi, giovanili, non si percepiscono note terziarie. Ed in bocca esplode imponente. L’acidità è sferzante, necessaria dotazione di freschezza  per controbilanciare il calore proveniente da un tenore alcoolico muscoloso. Tutto è netto, percettivamente misurato. Equilibrio sublime, persistenza infinita.

L’unico rammarico è che il vino poteva riposare ancora almeno un altro lustro in bottiglia…

d.c.



Il privilegio del Lotto 1…


…rosso rubino ed i mille rivoli…



Il sorprendentemente perfetto abbinamento ai Gnocchi di colla “camuni” (…si! Quello che scorgete sul fondo è burro!!!)

Champagne di periferia.

Ancora difficile rintracciare bottiglie di Champagne provenienti dalle zone periferiche, quelle lontane dalle capitali classiche delle nobili bollicine. Ed è un peccato perchè molto spesso si incontrano bottiglie non solo degne di citazione, ma di notevole se non addirittura elevatissima qualità. Se non fosse stato per la passione (ed il buon palato) di un ristoratore di Lodi (ndr Ristorante Gaffurio) come avremmo fatto ad assaggiare questo mirabolante JEAN LAURENT Blanc de Noirs, proveniente da Celles-sur-Ource? Cittadina ad una decina di chilometri a nord della zona di Aube, nuova frontiera del Pinot Nero tanto da essere anch’essa dotata della sua Côte d’Or. Ma qui il Pinot ( e non solo il Noir, ma anche il Blanc ed il Meunier) è differente: rispetto ai vini del Nord la nota agrumata è più succosa ed arancione. Sa distintamente di mandarino. Ma su tutto spicca l’inconfondibile mirabelle. Piacevolissimo l’equilibrio tra la dolcezza del frutto maturo ed un’acidità incisiva, ma mai eccessiva nonostante un recentissimo degorgement. Un tenore alcolico limitato ne permette un consumo piacevolmente smodato…

d.c.

Sotto quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello…

Bottiglie Aperte – Milano Wine Show ingrana la sesta. Tante sono le edizioni di questa manifestazione meneghina sul vino ambientata all’interno del prestigioso Palazzo delle Stelline in Corso Magenta al civico 61, vicino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie ma soprattutto, per restare in tema, alla Vigna di Leonardo e al Cenacolo Vinciano.

Come indica il richiamo manzoniano del titolo l’altro ieri, 9 ottobre, Milano ci ha accolti sotto un cielo azzurro, terso, con una temperatura mite, quasi estiva.

A far bella figura da subito il Consorzio del Trento Doc, 45 cantine appartenenti al Consorzio e 45 bottiglie a rappresentarle. Tutte le bottiglie in fila come soldatini.

Abbiamo degustato Simoncelli, Maso Nero, Maso Martis, Mas dei Chini, Gaierhof, Moser tutti metodo classico da uve chardonnay, a questi abbiamo aggiunto i rosè di Revì, che affianca allo chardonnay il pinot nero, e di Opera Valdicembra da sole uve pinot nero. Personalmente mi hanno convinto tutti per freschezza, mineralità e pulizia finale ma un plaso particolare va a Simocelli per la semplicità che non vuol dire banalità e per l’impareggiabile rapporto qualità/prezzo.

Sempre in tema di Metodo Classico, all’interno della Sala Agnesi a lato del camminamento principale, siamo passati in Oltrepo’ Pavese di cui, per vicinanza alla città, Milano rappresenta il maggior sbocco commerciale.

Un po’ in tono minore, invece, la Franciacorta con un ristretto numero di cantine a rappresentare la zona vinicola. Qui il Consorzio avrebbe potuto fare qualcosa di più. In fondo siamo nella città dell’aperitivo, dell’ Happy Hour ad oltranza e cosa meglio del Franciacorta si abbina alla c.d. Milano da bere?

In Oltrepo’ abbiamo incontrato le nostre conoscenze di sempre: la cantina Bruno Verdi con il suo patron Paolo, la Cantina Calatroni con Stefano Calatroni e la Tenuta Manuelina da poco entrata nel novero degli “attenzionati” di Winetopblog.

Qui lo “sciardo” cede il passo al pinot nero. Che dire: il Vergomberra Metodo classico 47 mesi sui lieviti  di Paolo Verdi convince sempre, come pure il Pinot 64 Brut 36 mesi sui lieviti di Calatroni, un po’ di riserve sul Brut Millesimato Ca’ del Gè, sarà forse la bottiglia, mentre una nota molto personale l’ha il Classese di Quaquarini: una nota balsamica “della nonna”, tipo balsamo tigre.

Ma altri produttori oltrepadani sono dislocati più avanti nel percorso sotto l’insegna della Regione Lombardia e mi riferisco all’Azienda Agricola Fiamberti di Giulio Fiamberti coadiuvato dal “semper noster” Roger Marchi. Qui assaggiamo il Metodo Classico Fiamberti Brut, tutto pinot nero, una bella “bolla” da aperitivo con grana padano, prosciutto e grissini.

Fra un bicchiere e l’altro, visita rapida di Matteo Salvini: fa piacere una vicinanza del mondo politico alla viticoltura… d’altronde il finale del cognome disvela una certa affinità con la manifestazione. Ho fatto la battuta.  Compare fugacemente anche  il Bruno Vespa nazionale che qui, lontano dai plastici di Porta a Porta, presenta i prodotti della sua cantina Vespa – Vignaioli per Passione.

Il nostro percorso va molto a sensazioni e prosegue, girando per l’italico stivale, con la Cantina dei Monaci di Avellino, quindi, se dici Avellino dici Fiano, Greco di Tufo e Falanghina. Bello il packaging delle bottiglie, simpatiche e affiatate le proprietarie dietro il banchetto. Assaggiamo i bianchi nell’ordine Beneventano Falanghina Igt 2016, Fiano di Avellino Docg 2016, Greco di Tufo nelle due versioni docg 2016 e Decimo Sesto docg 2014. Qui troviamo la facilità di beva della Falanghina, l’eleganza del Fiano di Avellino, la mineralità del Greco che culmina con note fumé del Decimo Sesto. Ne valeva la pena.

Ci spostiamo poi di poco e… basta la parola: Fiorduva di Marisa Cuomo. Furore Bianco nelle due versioni Costa d’Amalfi Furore Bianco 2016 e Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva: freschezza, e salinità il primo mentre agrumato al naso, equilibrato al palato e con un gran finale fruttato il secondo. Entrambi richiderebbero subito un bel piatto di pesce ma non si può pretendere troppo.

Conosciamo poi una cantina a noi nuova sotto lo stendardo indicante la Regione Abruzzo: la Tenuta i Fauri. Di questa assaggiamo per stare in tema di vini bianchi: la Passerina e il Pecorino. Personalmente sono stato colpito dal Pecorino Abruzzo Doc 2016 più che dalla Passerina Igt Colline Teatine 2016 per incisività e intensità. Attraente il colore del  vino e gradevole il packaging delle bottiglie. Una bella scoperta.

A questo punto si è imposta una pausa riflessivo/mangereccia nello stand dedicato a prodotti di eccellenza come il salmone, i grissini e crackers piemontesi, la mozzarella. Tutto ciò per non arrivare provati alla Masterclass del Brunello di Montalcino con la quale svoltiamo sui vini rossi.

Nella sala Leonardo verso le 17 e 30 la nota Sommelier Adua Villa, affiancata da Riccardo Silla Viscardo collaboratore della rivista DoctorWine di Daniele Cernilli, ha condotto con verve televisiva davanti a una platea di addetti ai lavori e neofiti come noi, la Masterclass “il Brunello che verrà… il 2012 e il 2013…”. Nell’ordine le cantine in degustazione:

  1. Paradiso di Frassina – Brunello di Montalcino 2012
  2. Il Marroneto – Madonna delle Grazie 2012
  3. Val di Suga – Poggio al Grachio 2012
  4. Caprini – Brunello di Montalcino 2013
  5. Villa al Cortile – Brunello di Montalcino 2012
  6. Ciacci Piccolomini – Brunello di Montalcino 2012
  7. Casanova di Neri – Tenuta Nuova 2013

Riccardo Silla Viscardi, cartina alla mano, ci ha spiegato l’importanza della zonazione in ragione delle diverse caratteristiche pedoclimatiche dell’areale di Montalcino.

Non mi dilungo sulle singole caratteristiche di ogni vino assaggiato. A mio avviso il migliore è stato la Madonna delle Grazie 2012 de il Marroneto per complessità, rotondità, fruttosità, densità, tannicità, longevità, veracità e chi più ne ha più ne metta. Chapeau! ad Alessandro Mori.

Essendo l’ultima degustazione della giornata hanno conclusivamente preso parte per i saluti finali, Federica Schir di Mediawine e Federico Gordini, Ideatore e Direttore artistico di Bottiglie Aperte.

Sono quasi le sette di sera e mi dirigo velocemente da i Gulfi in Sicilia, un mio pallino da un po’ di tempo a questa parte, per assaggiare almeno il Carricante – Carjcanti e il Cesaruolo di Vittoria. Il Carricante, vitigno autoctono siciliano, è completamente diverso da quello della zona etnea meno sulfureo più beverino, agrumi e frutta esotica al naso, sapido con chiusura balsamica, una “cala-cala” come simpaticamente mi suggerisce il patron Matteo Catania, mentre il Cerasuolo di Vittoria l’ho trovato elegante con sentori di ciliegia e fragolina di bosco, il grado alcoolico ben bilanciato nel corpo del vino, tannini morbidi e un finale piacevole che invoglia alla beva.

In chiusura, due vini dolci: il Recioto del Soave La Perlara 2015 della Catina Ca’ Rugate che richiama i sentori di uva sultanina e fico secco e il Buttafuoco Chinato Ambrosia di Fiamberti che ricorda un vino medievale per la speziatura.

Grazie ancora a Federica Schir, nostro nume tutelare per questa manifestazione.

By D.T.

P.S. Gippy aprirà un focus sulla degustazione dei vini sardi, sua recente passione, rappresentati al Bottiglie Aperte dalla cantina Mesa.

 

Délice de Bouzy

Non vi narrerò della sua cremosità e nemmeno della tagliente sensazione citrina che scalfisce il palato. Nulla sul suo equilibrio e su quella persistenza che tanto mi ha entusiasmato. Non vi racconterò nulla di tutto questo, ma solo il fatto che… forse ne ho bevuto l’ultimo! In prima istanza ricercato sull’enciclopedico wine-searcher.com, non ne ho trovato traccia. Allargata la ricerca sul dedicato sito internet, scopro che è in produzione solo l’assemblaggio 80% Pinot nero 20% Chardonnay, ma apparirebbe abbandonato il 50 e 50. Chissà da quanto tempo è stato abbandonato e soprattutto da quanto tempo la bottiglia dimorava tra le mie cataste: apparentemente da poco, perché il liquido divino era perfetto.

d.c.

La fotografia non è mossa, e Voi non avete, ancora, bevuto troppo! La scritta del Barone è a prova di visita oculistica…

Eleganza francese

E’ sempre così! Ogni qual volta Tito e Tarantula (al secolo Tito e l’Editore) si ammazzano in degustazioni/manifestazioni e festività varie, poi per giorni e giorni ci si ritrova a bere le loro “scoperte”. E non poteva essere diversamente dopo la straordinaria degustazione di Lugana di qualche settimana fa (vedasi il post di grande successo del 15 settembre).

Dopo qualche giorno mi sono trovato di fronte ad una bottiglia accuratamente celata per degustazione alla cieca, al fine di provare le nostre capacità di riconoscimento: “non ho dubbi! E’ un naso francese”, azzardando persino e con notevole dose di tracotanza una appellation borgognona…

…Eppure i vini di Cà Lojera, in particolare la Riserva del Lupo, li bevo da sempre. Rappresentano la mia idea di Lugana. Ma un olfatto così nobile e prezioso non l’avevo mai incontrato: a dir poco stupefacente! Elegante, fine, profondo. Non c’è solo la frutta gialla, ma una complessità floreale e minerale composta. Intenso e cangiante. Più riconoscibile poi al gusto, la turbiana lascia trasparire un po’ la sua rusticità, anche se i due binari di sapidità ed alcoolicità la contengono strettamente. Nonostante però un tenore alcoolico intenibile l’equilibrio è esemplare e la beva non appare mai appesantita.

d.c.



Nuovo spiedo… nuovo rosso.

Vi ho già spiegato che ogni volta che mi avvicino ad uno spiedo bresciano, la voglia è quella di ricercare un abbinamento con un rosso di terra bresciana. Questa volta è stata l’occasione per stappare un Curtefranca doc Cavalleri 2014. Più “bordolese” del recente Cà del Bosco 2014 di qualche settimana fa (10 settembre 2017); qui la sensazione verde  ed un po’  di acerbezza è affiorante, senza però sconvolgerne l’equilibrio generale. Anzi di notevole pregio la percezione di leggerezza della bevuta, impegnata tra le durezze acide e dei tannini ancora graffianti, ma non per questo appesantita. Sicuramente meritevole di attendere ancora qualche anno in bottiglia.

d.c.

Lo so… lo so…formato mini (0,375 l) per perseguire morigeratezza (…)

Forse ha proprio ragione Franco Ziliani!

Che Franco Ziliani sia uno dei più bravi degustatori dell’italico paese, nonchè affermato wineblogger, credo che non vi siano dubbi. Molto spesso non ne condivido il pensiero relativamente al suo, ultimamente molto affiorante, credo politico, ma in tema di conoscenza del mondo vino sono assolutamente convinto che abbia pochi pari a livello continentale. E tipicamente sua è una battaglia che conduce oramai da qualche anno relativamente ai prezzi depressi con cui spesso i Franciacorta vengono esposti sugli scaffali dei supermercati: offerte, super offerte, 3 X 2; non è raro imbattersi in bottiglie fascettate a meno (molto meno) di 5 euro.

L’esperienza che oggi porto è forse un poco diversa, a prezzi non così drammatici, ma sintomatica di come i produttori debbano commercialmente destreggiarsi (forse per sbarcare il lunario…).

Non c’è nulla di male, intendiamoci, ma a me un po’ spiace, e credo che parzialmente leda l’immagine della Franciacorta, trovare sugli scaffali della Coop, con marchio selezionato Coop, un Pas Dosé millesimo 2012 (quindi un prodotto che dovrebbe essere di punta) di una cantina (che peraltro lavora molto bene come Castel Faglia) a 12 euro a bottiglia. Ed il vino come è? Mannaggia!!! Il vino è proprio buono! Grande intensità olfattiva. Misurata eleganza. Freschezza e precisione al palato. Forse la bottiglia risentiva, ma solo marginalmente, di una recentissima sboccatura, non ancora completamente assorbita, ma campione di assoluta qualità!

E voi cosa ne pensate? E’ giusto che un’etichetta top di gamma esca in habillage da grande distribuzione, a prezzi, oramai, da Prosecco “selezionato”?

d.c.


Si marchia Coop, ma non è altro che il celebre MONOGRAM di Castel Faglia.


La retroetichetta.