dalla Costa con furore

Dopo avervi descritto il vino che cercavo nel precedente pezzo sul Carricante, risalgo a mo’ di salmone lo stivale dei Tre Bicchieri e mi fermo in Campania, sulla costa, in provincia di Salerno, non nell’entroterra.

Mi fermo sul fiordo mediterraneo di Furore a rimirare il mare dall’alto immaginado il sole che vi si riflette.

Paesaggio, quello della Costiera amalfitana, sospeso fra terra e mare che da migliaia di anni è ritenuto tra i più pittoreschi d’Italia.

Vengo rapito dal Costa d’Amalfi – Furore Bianco ’15 di Marisa Cuomo  che in quella splendida cornice paesaggistica viene prodotto.

La Falanghina e la Biancolella sono le uve che lo compongono e a mio avviso lo dipingono come un quadro. Giallo paglierino il colore; fiori di limone il profumo; frutti a polpa bianca il sapore; fresco e iodato con qualche accenno fumè in chiusura il gusto. Imbattibile col pesce grazie all’equilibrata alcolicità.

Un vino “pittorico” per la capacità di rappresentare al palato l’immagine dei luoghi da cui proviene.

By D.T.

 

 

 

Cardass 2015, Luretta, Colli Piacentini doc.

Certificazione BIO; da uve di Sauvignon Blanc.

Giallo paglierino alla vista, meno carico delle attese. Agrumato all’olfatto, con una netta sensazione di pompelmo, ed una rassicurante camomilla di fondo. In bocca imperioso, sorretto da una muscolosità alcolica indomita e da una decisa nota di sapidità; forse pecca leggermente di freschezza. Tornano aromi di agrumi ed ora di pompelmo rosa, più dolce, ed una sensazione amarognola vegetale piacevole che ricorda il gusto del carciofo. L’alcool così importante ne sfalsa la persistenza.

d.c.


La retroetichetta, elegante come il fronte, completa di tutte le informazioni necessarie per leggere il vino.


Tappo signorile e di ottima qualità.

L’abbinamento della cuoca.

Cherubino, Az. agric. Pomodolce in Montemarzino, Vino da Tavola. Marca Obertenga.

Scopro, ma solo dal sito internet (di discreta fattura) che trattasi di un assemblaggio di Barbera al 85% e complemento a Croatina. 4.000 bottiglie prodotte. Raccolto in un mio passaggio per le terre di Tortona.  Presumo, dalla retroetichetta, vendemmia 2013. Note di degustazione? CHE BUONO!!! Inaspettatamente buono, straordinariamente sorprendente! Appare nel bevante con un vivido rosso rubino, sinamai brillante (lo so, lo so che non è l’aggettivo tecnicamente più appropriato, ma ne è sicuramente la caratteristica più rappresentativa). Profumi tenui, puliti, di frutto rosso, molto eleganti. Ma è in bocca l’accelerazione di qualità: molto fresco, avvolgente, con il frutto rosso di prima (forse su tutti il ribes) che rende l’assaggio gustoso ed appagante. Di giusta persistenza, non troppo impegnativa, ma che invita al prossimo sorso (pericoloso visto un grado alcoolico non propriamente di immediata digeribilità). Buono, buono, buono…. what else?

La curiosità invoca il desiderio di rintracciare Timorasso e Nebbiolo dello stesso produttore…

d.c.


Per fortuna almeno l’indirizzo internet… solo per capirne qualcosa di più!

  1. Tappo a vite! Ma il vino ha apparentemente quasi 4 anni, e non solo è perfetto, ma direi che è assolutamente giovane.

Panorama.

Sotto il Vulcano: Tasca d’Almerita – Sicilia Carricante Buonora Tascante – 2015

Ebbene sì anche quest’anno siamo stati al Vinitaly ma con un taglio diverso: basta abbuffate di cantine in giro per l’Italia (a dire il vero qualcuna è stata “vittima” di visita ma senza strafare).

Abbiamo, invece, partecipato alla manifestazione nella manifestazione cioè alla degustazione dei vini insigniti del prestigioso riconoscimento dei Tre bicchieri della Guida del Gambero Rosso 2017.

Lungo il serpentone dei banchi d’assaggio, dove erano presenti tutte le regioni italiane dalla Val d’Aosta fino alla Sardegna, verso la fine ho trovato quello che cercavo: il vino del Dio Vulcano, acini come lapilli d’uva, il Buonora 2015  da uva Carricante in purezza della tenuta Tascante di Tasca d’Almerita.

Ci è stato spiegato che la vite del Carricante (perché se ne caricava molta nelle cassette, il raddoppio della erre è, giustamente, enfatico) è generosa e produce uva in quantità. Una delle varietà autoctone più interessanti e dalle sfaccettature ancora tutte da scoprire. Questa versione è affinata in vasche di acciaio inox.

Nel bicchiere la vista viene confortata da un limpido giallo paglierino quale premessa di una ottima fattura tecnica.

L’olfatto non è rapito da sentori di fiori o frutti opulenti (siamo lontani anni luce dalle malvasie delle Lipari, dallo Zibibbo) ma dalla finezza delle note agrumate che si mischiano con quelle minerali quasi di idrocarburo (c’è chi dice financo sulfuree).

La lava e i lapilli che le radici assimilano nel terreno si ritrovano sublimate nel bicchiere.

In bocca la sapidità e l’acidità si manifestano con potente eleganza e con una lunghezza che non pregiudica, rendendola stucchevole, la facilità di beva. Gradazione alcoolica 12%, si può essere internazionali anche senza perdere la propria identità

Il packaging è sobrio, l’etichetta dice quello che si deve sapere senza fronzoli.

Ah, proprio un bel vino.

By D.T.

Baitinin 2016, Berry and Berry.

Assemblaggio di Vermentino e Pigato per questo vino che osa la tavola snobbando la denominazione e presentandosi con un habillage tipico per un whisky… Potrete immaginare la curiosità. Curiosità ben ripagata da una bevuta di notevole struttura: olfatto pulito, con fiori di campo, ma una decisa e gradevolissima nota salmastra. L’esplosione in bocca, tra una acidità sostenuta e la ribadita nota salina, che allunga i tempi della persistenza gusto olfattiva.

d.c.


Pigato 2016, Enrico Dario, Riviera Ligure di Ponente doc

Ha dentro l’estate questo Pigato, semplice, sincero, che ha accompagnato la straordinaria cena a base di pescato “vivo”.

Prati fioriti. Acidità pulente; ma soprattutto è la nota salina la caratteristica che sorregge la bevuta ed accompagna il naturale abbinamento a piatti ittici, siano essi di crudo, che frutto di una cottura in casseruola. 

Prezzo? Io l’ho pagato 7 Eur! Fuori di testa!

d.c.



Se passate di qui, la sosta è obbligo!

Prosecco Superiore DOCG Extra Dry, Conegliano Valdobbiadone, Le Fade, Az. agric. Luca Ricci.

Le regole sono regole! E la regola che si sono dati, qui in questo cahier dei ricordi, i nostri 3 Winesnobs è che quando un vino non va…. proprio non va! E nonostante la nostra atavica sete, che spesso aiuta a perdonare qualche difettuccio, quando un vino non racconta nulla, è inutile salvarlo alla lettura e soprattutto dal consumo dei nostri innumerevoli lettori!

Inespressivo, senza sostanza: olfatto inesistente, struttura al gusto sorretta esclusivamente da un assaggio ghiacciato. Persino la dolcezza ricercata è sottotono. Dedicato ad aperitivi anonimi…

d.c.


Orvieto, 2008. Conte Ottavio Piccolomini

Un winesnob come me (mi accollo la meravigliosa definizione rubricata nell’altrettanto meraviglioso sito Passionegourmet) non dovrebbe neanche avvicinarsi a vini così! Ed invece la bottiglia riposava, anzi era stata dimenticata nella mia cantina chissà da chi e chissà quando. Poi quale sia stato il motivo per cui ho voluto sfidare le ossidazioni (ed i pregiudizi), proprio non so…

Beh…Signori…Mi dispiace per voi, ma la sorpresa! Il vino è apparso (non solo a me) integro, di puntuale freschezza e di bella presenza di frutto, di piacevole persistenza. Maturo, si, ma non appassito. Ma chi l’avrebbe mai detto?  Anche i vini dei “negozianti” hanno un’anima? 

d.c.


Usti!!!

A tanto si sarebbe spinto il nostro D.T. preso da un precoce entusiasmo da ossidazione dettato dalle note di un Carat 2012 di Bressan, a dire la verità non particolarmente straordinario. Per onore di cronaca sarà poi proprio lui a divenirne il più acceso detrattore.  

Siamo finalmente insieme, in un locale un po’ magico, e con noi due graditissimi ospiti.

La serata inizia con una bollicina: un Franciacorta ben fatto, naturalmente NON DOSATO, paradigmatico della via che secondo noi i produttori franciacortini devono percorrere. La bottiglia evapora rapidamente, la sete è tanta. Raddoppio?…


… No! E’ il momento in cui D.T. si perde nella carta dei vini, approdando ai lidi goriziani di Bressan.

I sentori olfattivi sono interessanti, tra il balsamico e le note rilassanti di una tisana di fiori; puliti ma di una intensità tenue per quanto farcita di ossidazione. Ossidazione che ha inciso sul colore del vino, oramai già virato a colori tra il rosato e l’arancia(ta) pur essendo un assemblaggio del classico Tocai Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla. Vendemmia 2012. Vinificazione studiata per produrre vini da invecchiamento: non questo! Debole in tutte le sue caratteristiche organolettiche, persino deludente in punto di acidità al palato. Piatto, senza emozioni. 


A questo punto era necessaria la virata! Al nostro tavolo è presente un grande, grandissimo produttore dell’OltrePo. Perchè ulteriormente rischiare: “Andrea, portaci qualcosa di tuo…” Ed ecco che compare un appena imbottigliato pinot nero, senza etichetta, senza orpelli, ma con un’anima immensa. Semplice, ma non banale, corretto in tutti gli elementi attesi, fresco si (anzi all’inizio anche un po’ freddo…) ma capace fin da subito di zittire gli astanti, segno di fascino e grande profondità. Il vino ti parla, ti racconta della sua sincerità e della sua purezza; il frutto croccante nella sua polpa, ti sfama: ecco l’emozione che cercavamo.

A compimento del miracolo, un regalo: il cuoco, il magico Michele Valotti ci invia un suo regalo, un test per la prossima carta. Perfetto!


Rimaniamo in OltrePo e rimaniamo sulla purezza di un “Sangue di Giuda” tipico, suadente, chiacchierino, che addolcisce il nostro palato ed i nostri pensieri. Sono vini antichi, persa la loro funzione “alimentare”, funzionano da porta sul passato, parlano di chi e cosa eravamo, pur con dialetti diversi.


…la fortuna della felicità…

d.c.

Allenamento in vista del Vinitaly: Lieselehof – Gewürztraminer 2015

Ci stiamo avvicinando al fatidico 9 aprile giorno di inizio del Vinitaly ma noi non rimaniamo con i “gomiti bassi”.

Infatti, per la prima volta abbiamo partecipato alla manifestazione Vino in-dipendente a Calvisano in provincia di Brescia, ideata dal sommelier Stefano Belli, cultore dei vini naturali, ed incentrata sul vino biologico / biodinamico / naturale.

Non è questa la sede per definire cosa sia il vino biologico, biodinamico o naturale, quale sia la normativa di riferimento e se una semplice etichetta possa cancellare la fiducia che si ha nei confronti di un produttore piuttosto che di un altro.

Passo subito all’assaggio.

Tra le settanta cantine presenti, Lieselehof  ha destato la mia attenzione per la qualità del prodotto e per l’affabile compostezza del proprietario, Julian (aka Tullio) Morandell.

La cantina è famosa per la coltivazione e vinificazione di due vitigni “resistenti”, il Bronner e il Johanniter ottenuti da incroci multipli ma con un comun denominatore: il Riesling.

Il titolare della cantina è il padre di Julian, Werner Morandell il quale, oltre a produrre e vinificare le proprie uve, è anche autore del libro “Vitigni resistenti”. La sua passione l’ha portato a realizzare presso l’azienda a Caldaro un museo della vite con 340 varietà presenti.

Dell’ampia proposta: Brut, Julian, Vino del Passo, Pinot Bianco/Weissburgunder, Traminer Aromatico/Gewürztraminer, Sweet Claire (un plauso per la scelta del tappo Stelvin per i vini bianchi), mi è particolarmente piaciuto il Gewürztraminer. Chissà, quel giorno ero in vena di vino “speziato”.

Caratteristiche organolettiche di quest’ultimo assaggio: colore giallo limpido con riflessi dorati; bouquet esplosivo al naso, fiori e frutti esotici e petali di rosa e fiori di tiglio; al palato minerale, come si dice oggi, e nel contempo tanta morbida polpa, persistente tanto da lasciare un retrogusto fortemente aromatico.

Che finezza, e alla fine è scattato l’acquisto.

By D.T

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