Colle Duga 2015, Collio doc. Damian Princic.

Tipico uvaggio del Collio (Friulano, Malvasia Istriana e Sauvignon Blanc), proveniente da Cormons (e già questo è spesso elemento di qualità). Profumi freschi di frutta gialla matura e note verdi di erbe sfalciate. Bello facile, luminoso. Beva rapida, dissetante, nonostante un leggero eccesso di calore alcoolico. Ritorni di frutta dissetante. Finito in pochi sorsi…

d.c.

Ferrari, Riserva Lunelli 2006, Trentodoc.

Amo le bottiglie vanitose, quelle che ti vogliono stupire ancor prima alla vista che al gusto. E questa, nella sua regale tradizionalità, non poteva non affascinarmi. Certo che poi se il contenuto è una Riserva di Ferrari, credo che la frittata sia fatta!

Millesimo 2006 con sboccatura 2014.  La vista evidenza la maturità del vino che scende dorato nel bicchiere agitato da catene di bollicine infinitamente piccole e continue. L’olfatto è secco, nobile, forse ancora troppo giovine, con sensibili tracce del legno utilizzato nella vinificazione.  Graffiante in bocca, di secchezza pungente, di persistenza infinita sulle note fruttate di uno chardonnay croccante.

d.c.


Non credo che si possa dare più informazioni di così…


Sembra una moneta d’oro… tutti i particolari destinati a dare la sensazione di regalità.


… come sopra.

Sogno di una notte di mezza estate: la versione di d.c.

Prima che l’estate oramai al termine e l’oblio si portino via il ricordo del ritrovo, corre d’uopo “impressionare la pellicola”. Perché la versione di d.c.? Perchè quelle che seguiranno saranno i ricordi dello scrivente, che so già non incontreranno i pareri degli altri due/tre lettori (casualmente presenti all’evento) che invito calorosamente ad intervenire lasciando impressionata la loro di versione.

Nella foto sotto compare, è vero, una bottiglia di acqua, ma presente solo come simulacro apotropaico (abbiamo invocato la divinità perchè non si presentasse…), in realtà ci siamo solo divertiti con i campioni in primo piano.

Abbiamo reincontrato, ad un anno di distanza l’Extra Trocken Gruner Veltliner Velsecco, valida espressione austriaca di un convincente Metodo Classico, con utilizzo di uve non propriamente tradizionali: pulito, pungente ed allo stesso tempo grasso al palato. Ci aveva convinti un anno fa, ha confermato le su doti, forse finanche migliorate.

Impressionante il Rosè di Chrles Heidsieck 1999 (deg. 2014), calato come Assopigliatutto all’inizio della serata: impressionante per finezza e qualità di profumi, continuamente cangianti. Vino complesso non solo nella sua capacità di variare, ma soprattutto nella caratteristica di essere “avvicinato”: è proprio difficile, raramente paragonabile ad altri Rosè (ndr. Mi riferisco solo a vini d’Oltralpe, a mio giudizio qui siamo molto indietro…), anzi forse più affrancabile ad un pinot noir vinificato in rosso. Cambierà nel bicchiere mille ed una volta, avvicinando la degustazione ad una meditazione mistica.

Beep….. Beep… Saten Millesimato 2010 Camossi…. beep. Che cosa ho scritto qualche ricordo fa sui Saten franciacortini? Ecco sono qui a ribadirlo! Ma è solo il mio giudizio: attendo l’illustre parere degli ugualmente illustri presenti che so non hanno avuto le mie percezioni… ( a suo favore il fatto di essere arrivato dopo un mostro, ed essendo io suscettibile e terrorizzato, non l’ho capito fino in fondo…).

Necessario poi, per non affaticare troppo le nostre papille, sgasare un po’ la serata con i 14,5% di volume alcoolico di un mirabolante Vieri Sauvignon (Blanc) 2012 di Vie de Romans: ne ho ancora il ricordo gustativo inciso a giorni di distanza. Unico, brillante, impareggiabile, Vino bianco perfetto come solo nel Grande Friuli riescono a produrre. Nessuna nota comune, nessun ricordo a modelli produttivi: un paradigma. Profumi grassi e profondi di acididità agrumate: c’è il pompelmo rosa, c’è il lime, c’è persino una nota di zenzero. Monumentale.

Infine la curiosità di uno Champagne (Apollonis) da sole uve di Pinot Menieur, scovato chissà dove dal nostro D.T. Molto fruttato, un po’ debole in struttura, ma anche questo giudizio è chiaramente influenzato dallo sconvolgimento precedente…

d.c.


La prova della ciocca (solenne).

La prova che eravamo solennemente ciocchi (notare il pigiamino).

Sancerre, Domaine Vacheron, 2007.

Ne avevo incontrato il gemello qualche mese fa, e lo avevo conosciuto in tutta la sua eleganza infinita. Sapidità silicea , percettibile anche al naso e tanto tanto tanto che usciva da quel bicchiere da apparirne un vulcano: ora erbe aromatiche, ora pompelmo rosa, ora salvia ed adesso cedro candito.

Questo no! Pur nella coriacità di una tenuta acida impressionante, ed una sapidità, vera cifra stilistica, un distinto sentore ossidativo abbatte le nostre infinite attese. Quale disdetta…

d.c.

Summa 2015, Gorgo, Custoza Superiore.

Era stato incontrato in una recente degustazione AIS, ed immediatamente “postato” nel nostro WTB (i nostri 3 lettori ricorderanno…). Era piaciuto molto per i nobili profumi e per la inattesa finezza, poi caduto su troppe incertezze al palato, e forse qualche difetto di vinificazione. Figuratevi voi se Tito non doveva coltivare la sua curiosità, e portare a casa qualche nuovo campione.  Qui olfatto meno fine dei nostri ricordi: profumi di frutta gialla un po’ carica e calda; calore che ritorna in bocca dovuto ad un muscoloso tenore alcoolico, ma senza difetti,  ma neanche distinti pregi. Secondo le mie attese non sorretto dalla necessaria acidità. Senza spunti.

d.c.


Bella l’idea di internazionalizzazione.

Domenico Fraccaroli, Grotta del Ninfeo 2013, Valpolicella Ripasso doc.

Non propriamente una bevuta estiva, ma mi sono trovato tra ben due bottiglie aperte, e la mia deontologia non professionale mi costringeva a non tirarmi indietro!

Bicchiere molto facile, al limite dell’elementare, ma non per questo non piacevole, anzi. La cifra stilistica è tutta costruita sulle note di frutta rossa che foderano la cavità orale, che viene scaldata, molto scaldata da un tenore alcoolico da rifugio alpino, poi detersa da un tannino setoso e conturbante. Forse l’unica debolezza può essere rintracciata nella leggerezza di una acidità non pienamente corroborante e che probabilmente ne condizionerà la tenuta nel tempo.

Tranquilli… bottiglie finite!

d.c.

14% di volume alcoolico dentro; 31 gradi Celsius fuori! Ma il nostro dovere è stato portato a termine.

UN LIBRO PER L’ESTATE

 

Caldo, afa e bisogno di vini rinfescanti. Il poliedrico (giornalista, scrittore,  documentarista e docente di cinema) Massimo Zanichelli ha scelto il momento migliore per pubblicare la sua ultima fatica dal titolo “Effervescenze – Storie e interpreti di vini vivi” edita da Bietti.

Il libro si occupa dei vini “sur lie” tornati di moda a furor di popolo, peraltro, io non li ho mai abbandonati. Lo Zanichelli spiega che il metodo “col fondo”, terza via alle bollicine, precede i più diffusi metodi di realizzazione di vini spumanti. Il prologo è un rapido excursus dal metodo Martinotti – Charmat, con l’interessante precisazione sul metodo Carpené,  al più nobile Metodo Classico, peraltro quando ho cominciato a bere si chiamava Méthode Champenoise, come ricorda lo stesso Zanichelli, e non voglio qui sollevare le questioni nominalistiche del tipo tokaj, tocai… friulano.

Il metodo “col fondo” viene altresì denominato metodo “ancestrale” mutuando la definizione dal francese Méthode Ancestrale, quindi un metodo primitivo, atavico, da sempre presente. In che cosa consista il metodo di vinificazione considerato meno nobile, ve lo lascio scoprire leggendo il libro.

Io sto tracannando, rectius, leggendo tutto d’un fiato i vari paragrafi. La copertina flessibile è particolarmente pratica per una lettura sul lettino da spiaggia.

Salto a piè pari alcuni paragrafi per poi riprenderli perchè sono ognuno un ritratto a sè stante. Lo scritto ha un taglio molto naturalistico: quadretti di vini vissuti. A me piace sottolineare che il libro racchiude racconti “cechoviani” di vino: episodi famigliari, vite vissute in mezzo alle viti. Sono primi piani di volti e poi di vini.

Si passa dai mostri sacri quali Lino Maga col Barbacarlo al suo “figlioccio putativo” Andrea Picchioni con la Bonarda Ipazia, da Luigi Gregoletto col Verdiso sui lieviti ai fratelli Ruggeri con L’Essenziale, da Paltrinieri col Radice a Gaetano e Nicola Solenghi con l’Ortrugo e il Gutturnio frizzanti e molti altri produttori tutti accomunati dal legame con il terroir e dalla volontà di non lasciare cadere nell’oblio il metodo ancestrale/familiare/sur lie/ perché artigianale ma non per questo meno piacevole.

Che in questi anni di crisi economica ci sia una riscossa del mondo agricolo e di quei prodotti che più lo rappresentano? Ai posteri l’ardua sentenza, come suol dirsi.

Lo Zanichelli, come un novello Kerouac della bollicina, attraversa la Lombadia, il Veneto e l’Emilia – ma non la Romagna – per raccontarci le sue sensazioni. Perchè i vini sur lie sono concentrati in queste tre aree? E’ questo un interessante spunto di riflessione storico-alimentare da sviluppare però in altra sede.

In conclusione, questa lettura  mi dà lo spunto per scrivere di un vino bevuto recentemente: il Verde Piona prodotto col metodo sur lie dalla Cantina Albino Piona nei pressi di Custoza (VR). Un blend di uve Garganega, Trebbiano, Rondinella, 12 gradi alcoolici, tappo corona, giallo paglierino, profumatino, frizzantino, leggerino, beverino. Un viño del verano, sembra pensato per questa estate canicolare.

Buona lettura e buone vacanze a tutti.

By D.T.

Riserva 2006 Pas Dose’, Francesco Iacono. Muratori. Franciacorta Docg

Evidenzia tutta la sua maturità fin dal momento in cui scende nel bicchiere, con una veste dorata. D’altra parte non tanto gli 11 anni dalla vendemmia ma soprattutto i 4 dalla sboccatura sono normalmente tanti per un vino franciacortino (con le dovute e verificate eccezioni). Perlage alla vista fievole. Naso evoluto, non troppo intenso, ma fine, tra frutta gialla dolce ed un ricordo di agrume, ma si percepisce l’incipit di una nota ossidativa, oggi ancora connotata come maturità, ma segno indelebile di un ineluttabile decadimento. In bocca invece è ancora piacevolissimo: qui la nota carbonica c’è ed è in grado di “sfriccicare” papille e cuore. Ne colpisce la sottile eleganza, prova di grande nobiltà.

d.c.


… comunque 7 anni sui lieviti, avrei però voluto arrivare prima!