hysteron proteron – Anteprime in ordine inverso

ANTEPRIMA DEI VINI DELLA COSTA TOSCANA 6-7 MAGGIO 2017

Era un po’ di tempo che non partecipavo all’Anteprima dei Vini della Costa Toscana precisamente dal 2013. Cosa mi son perso! La manifestazione è giunta alla sedicesima edizione. La cornice è ancora il prestigioso Real Collegio di Lucca ma il contenuto e l’organizzazione sono migliorati, ma che dico!, miglioratissimi: libricini esplicativi con spazio per note del degustatore, presenza in gran parte dei produttori, stanze dedicate agli ospiti stranieri, angolo FIVI ma anche eventi che abbracciano la musica, la letteratura e la botanica all’interno dell’evento stesso. Un ottovolante di sensazioni enoiche abbinate ad altre esperienze sensoriali. E non solo. Uno spazio food  di alto livello nei Chiostri del Real Collegio.

Giornata uggiosa il 6 maggio 2017, sotto una pioggia battente raggiungo il Real Collegio. Le sale erano gremite. Il vino è meglio dell’acqua, lo si sa, ma ancor di più se è piovana.

La manifestazione abbraccia quelle provincie che si affacciano sul mar Tirreno quindi sono “salpato” da un po’ di Metodo Classico dell’azienda pisana Cupelli Spumanti (PI). Dei tre assaggi (L’Erede Brut 2013, L’Erede, Limited Brut 2009) ho preferito l’Erede: 40 mesi sui lieviti, un prodotto interessante, che ha personalità. Non pretende di imitare Franciacorta o Trento Doc ma rappresenta un bell’esempio di ciò che si può trarre dal Trebbiano locale. Tra l’altro l’azienda ha il merito di produrre prevalentemente spumanti in terra di vini fermi e in particolare di rossi.

Approdo a Terenzuola (MS) del grande Ivan Giuliani. La tecnica e la passione al servizio della piacevolezza del bere, che si traduce in pezzi di bravura. Facendo un paragone calcistico il suo vino è come il gesto tecnico di un campione, sembra facile e naturale ma al contrario è difficilissimo e richiede un’applicazione continua. Ho assaggiato d’attacco il Vigne Basse 2016  un Vermentino entry level di tutto rispetto di ottima beva con tutte le stigmate del caso: fiori bianchi al naso e un bel finale aromatico. In seguito un suo vino bianco macerato sulle bucce per un mese ma non “orange wine” con quelle ossidazioni che, a mio gusto, sono stucchevoli. Questo vino è il Permano Bianco 2015 un blend di Vermentino, Trebbiano ed altri autoctoni. Fine e floreale al naso ed esplosivo al palato, 15 gradi alcoolici… una tempesta perfetta. Mi sono, per la prima volta, avventurato nei rossi di Terenzuola che denotano lo stesso imprinting dei bianchi. Il Merla della Miniera 2014 da uve Canaiolo in purezza. Esordio fruttato di cigliegia e mora, sapidità e acidità che fa intravvedere longevità. Finale balsamico. Infine il Permano Nero 2013 da uve Canaiolo Nero e altre varietà in piccola parte, raccolte a maturazione piena quasi tardiva. Attacco morbido di marasche, sapidità, tannino fine e freschezza finale. Prima o poi, dopo i banchi d’assaggio, arriverò anche in cantina…

A questo punto si è imposto un attracco in porto. Sono sceso nell’incantevole chiostro interno al Real Collegio. Peccato il tempo fosse inclemente, il cielo plumbeo novembrino è stato però mitigato da un cono di fritto di qualità con verdure in pastella, alici fritte con impanatura di farina gialla, gamberi e polpettine per fare un po’ da spugna ai vini assaggiati.

Poi è ripresa la navigazione vinosa e visto che siamo a Lucca… un po’ di bianchi della lucchesia. La spiccata salinità e acidità dei vini della costa cede a note più morbide. Ho assaggiato quelli della azienda Tenuta Maria Teresa (LU); il Leudo 2016 Chardonnay in purezza. Giallo brillante e frutta tropicale al palato note vanigliate per il passaggio in barrique finale piacevolmente pulito. Di seguito, bordesando fra un banco e l’altro, il Gioia 2016 dell’azienda Villa Santo Stefano (LU). Vermentino in purezza di color giallo paglierino, note fruttate di pesca e pompelmo buona persistenza. Un vino molto ben riuscito,  di buona fattura sia nel contenuto sia nel packaging.

A chiusura del vini bianchi il Liburno Satta (LI) Bolgheri Bianco, Costa di Giulia, quello che aveva bevuto Michelle Obama al suo compleanno, annata 2016. Uvaggio di Vermentino 70% e Sauvignon 30%. Un vino internazionale non solo per come è fatto ma anche nel nome Giulia… come Julia Roberts.

Ora incursione corsara nell’Azienda Agricola Roccapesta (GR). Dopo quel breve assaggio di Pugnitello al Terre di Toscana ora mi soffermo un po’ a comprendere i vini dell’amico Alberto Tanzini, bresciano di origine e maremmano di adozione. Vini del territorio, come scritto prima Pugnitello ma anche Cigliegiolo ma soprattutto Sangiovese, gli autoctoni della maremma toscana per filosofia aziendale. Taglio bordolese? No! Solo qualche aiuto dal Petit Verdot allo Syrah all’Alicante. Le sue bottiglie si notato anche da lontano per la copertura del tappo di differenti colori, a ricordare la chiusura di ceralacca. Ora passiamo al rosso contenuto che varia dal rubino chiaro al granato. Non mi son sebrati vini da concorso nel senso di complessità particolari. Il Morellino di Scansano Roccapesta 2015: 95% sangiovese + 5% Cigliegiolo lo vedo di accompagnamento al Cinghiale con le mele, rotondo con bella  speziatura.  Morellino di Scansano Ribeo 2015: Sangiovese 93% + 7% Alicante. l’Alicante  o Grenache dona colore rosso rubino vivo, ammiccante, predilige la facilità di beva alla complessità. Tagliatella al ragout meglio se di cinghiale. Morellino di Scansano Riseva Calestaia 2011: Potente al naso sobriamente elegante il tannino al palato è stato giustamente premiato. Bistecca alla brace. Maremma Toscana Rosso Masca 2014: Sangiovese + Syrah+ Petit Verdot. Un vino cotidianum. Pappa col pomodoro .

Per concludere piccolo cabotaggio nelle salette dedicate a FIVI e Francesi. Una bolla rosata carica e spiazzante: l’Anicisa della Palazzo di Piero (SI). La considero un amusement del produttore… e ci sta.  Sui vini francesi del Languedoc Roussillon son sempre un po’ di parte perchè mi ricordano la mia gioventù comunque Clot de l’Oum con Cinepanettone 2015 da uve Carignan Gris, Maccabeu e Grenache Gris è très agréable;  Domaine Terre Falmet Vin de France Cinsault 2015 da uve 100% Cinsault . Tipico. Me lo immagino servito in un bistrot di Sète con la musica di Brassens di sottofondo  e  lo Château Champ Des Soeurs di cui segnalo un notevole  Corbières blanc 60 % Grenache blanc 40 % Roussanne accattivante per lo spiccato sentore di menta, peccato fosse finito il Muscat des Rivesaltes. Ci rivedremo sicuramente alla diciassettesima edizione, sperando che porti bene.

By D.T.

ANTEPRIMA AMARONE 2013 – 28, 29 e 30 gennaio 2017

La stessa capacità organizzativa l’ho trovata all’Anteprima Amarone 2013. Anche questa manifestazione ha sorpssato il decennio e giunge alla quattordicedima edizione. L’Amarone lungo questi anni è divenuto uno dei vini più importanti di Italia.

La giornata, in questo caso fredda ma soleggiata, mi ha visto presente, unitamente al nostro Gippy, a tutti gli appuntamenti previsti dalla kermesse:  a) Degustazione alla cieca riservata alla stampa;  b) Conferenza; c) Banco d’assaggio dei 78 produttori; d) Spazio food.

L’avant-première veronese comincia con la salita al primo piano attraverso l’arioso scalone del Palazzo della Gran Guardia. Nella sala riservata alla sola stampa, in una atmosfera ovattata, in contrasto con il successivo brulichio dei banchi d’assaggio, degustiamo alla cieca 6 amaroni, ritenendoli un campione sufficiente per non incidere sulla capacità d’attenzione alle successive attività.

Per apprezzare l’Amarone è stato selezionato un nuovo bicchiere che ne esalta le caratteristiche. Insomma, le 150 etichette in degustazione di 78 distinti produttori hanno il loro bicchiere dedicato. Dopo una mezzoretta, al momento di lasciare la sala, scopriamo che gli amaroni degustati sono in ordine alfabetico quello di  Bennati, Bertani, Falezze di Luca Anselmi, Farina, Corte Lonardi, Cà Botta.  Non monotona la degustazione poiché la composizione dell’Amarone, quale uvaggio di Corvina, Corvinone, Rondinella in principalità ed eventuali altre varietà autoctone come ad esempio l’Oseleta o la Pelara per citarne alcune, rende il vino ricco di sfumature diverse. A me personalmente è piaciuto il primo per i riflessi violacei, per densità, per lo spiccato sentore di frutta rossa. Un Amarone “new style” quello di Bennati, forse per palati sempliciotti o “reciotoso“, molto fruttato ma con un suo equilibrio. Bravo l’enologo per questa scelta.

Dopo aver stuzzicato il palato, alle dieci del mattino passiamo a nutrire l’intelletto. Un ispirato Andrea Scanzi, giornalista de Il Fatto Quotidiano ma anche scrittore di libri sul vino, ha condotto il dibatto che ha spaziato dagli strumenti finanziari che affiancano la produzione dell’Amarone, all’appeal dell’amarone sui consumatori statunitensi come riferito dal Presidente del Consorzio dei Vini della Valpolicella. Gli ha fatto da contrappunto con la consueta verve il critico d’arte Philippe Daverio che ha posto l’accento sul vino come simbolo di cultura e civiltà e su Verona quale crocevia di culture e gusti. Anche le istituzioni hanno virtualmente preso parte alla manifestazione: il Ministro Martina ha inviato un videomessaggio di auguri di buon lavoro, tanto per sottolineare l’importanza a livello nazionale della Valpolicella e dell’Amarone in particolare.

Ci accomiatiamo dalla sala conferenze con l’autografo di rito e ci fiondiamo sui banchi d’assaggio.

In ordine alfabetico ma non di degustazione: Accordini Igino, Accordini Stefano, Ca’ Botta, Ca’ dei Frati, Corte Sant’Alda, Corte San Benedetto, Falezze, Gamba, Scriani, Secondo Marco, Vigneti di Ettore, Viviani, Zýmé e tanti altri, non me ne vogliano i non nominati. Fra un assaggio e l’altro sono state piacevoli le pause con finger food non banali (anche un angolo vegan) del Ristorante Nicolis e con i dolci della rinomata Pasticceria Perbellini, di cui non ci siamo fatti mancare la Millefoglie. L’organizzazione della manifestazione ha sapientemente abbinato cibo all’altezza della qualità del vino. Cosa che sembrerebbe banale ma non sempre avviene.

Mi permetto fra i vari assaggi di manifestare le mie impressioni perché una singola analisi organolettica sarebbe alquanto tediosa.

Secondo Marco: classico col quid in più; Zýmé: la vetta; Vigneti di Ettore: giovani di belle speranze, Ca’ dei Frati: con grande maestria anche i bresciani sanno fare l’Amarone; Ca’ Botta: la sorpresa. Falezze: Eleganza quasi da vino toscano; Scriani: Bella pulizia e coerenza. Viviani: Rigoroso al limite del pignolo; Gamba: Rustico e incisivo; Accordini Igino:  Agricolo nel senso nobile del termine che legato dall‘”ager”, alla terra di provenienza, sincero; Accordini Stefano: Acinatico… “Acinaticum, cui nomen ex acino est” un Amarone evocativo della storia; Corte Sant’Alda: Grande personalità, traduzione in vino di Marinella Camerani; Corte San Benedetto: Amarone gentile, un pugno di ferro in un guanto di velluto.

Non mi esprimo però su quali avrei comprato per non far torto a nessuno.

Un vivo ringraziamento a Federica Schir dell’Ufficio Stampa del Consorzio Tutela Vini Valpolicella per aver permesso la nostra presenza assieme alla stampa.

By D.T.

Mattia Vezzola, Costaripa. Brut. Metodo Classico

La mano è quella del Grande Maestro, più volte celebrato per aver firmato la produzione, spesso di prestigio, di una nobile cantina franciacortina. Qui però all’opera nella propria cantina di famiglia, Costaripa, posizionata su un altro lago (Benaco) a Moniga del Garda, per anni condotta con il fratello Imer, ma da qualche vendemmia arrecante solo il suo nome, già di per sè sufficiente ad avocare l’attesa di grande qualità: Mattia Vezzola.

Bevo Costaripa da anni (non certo dal 1973 come ricordato nella retroetichetta della bottiglia), da sempre distintasi per la insanabile ricerca della novità, pur rimanendo saldamente ancorata alla tradizione. Mi sono convinto, pur non avendo elementi oggettivi, che il Vezzola abbia utilizzato Costaripa per sperimentare ciò che poi andrà ad “esportare” su Bellavista, soprattutto per il Metodo Classico. Già all’inizio degli anni 2000 il Costaripa Brut Rosè raggiungeva qualità ancor oggi inavvicinabili per molti franciacortini. Il Brut (alla fine un Blanc de Blanc da sole uve chardonnay ) è cresciuto negli anni in finezza e stile, mantenendosi come una sorta di “archetipo”: l’impressione è che pur prodotto dal Maestro, pur con uve non solo benacensi (“provenienti dalle colline moreniche dei nostri laghi bresciani”) il modello non sia affatto franciacortino. Bellissimo alla vista, perlato da infinite colonne di minuscole bollicine. L’olfatto è marcato si da note di frutta fresca, a polpa gialla (con solo Chardonnay mi stupirei del contrario), ma anche da una caratterizzante nota di erbe aromatiche, inusuale quanto appagante. Fresco, preciso al palato, anche senza essere perfettamente in temperatura; e ritorna un frutto croccante, un pochino più maturo di quello che trovavamo tra i profumi. Di giusta persistenza.

d.c.


Eleganza regale, e la corona se la sono assegnata da soli…

L’etichetta della bottiglia di oggi…


Sboccatura 01/2017 e qualche utile notizia.

Riesling (Italico) 2015, Benaco Bresciano Igt, Pratello.

Ricordo, qualche settimana orsono, come il nostro ottimo D.T. si lamentasse del fatto che in O.P. spiantassero Riesling italico (proprio laddove è storicizzata la maggiore tradizione) per sostituirlo con il più evocativo (ma non nostro!) renano. Io però rimembravo un “italico”  coltivato sulle colline moreniche di Padenghe sul Garda, e finalmente, l’altro giorno, ne ho aperto anche una bottiglia. Non solo Riesling Italico, ma anche biologico: anzi la cantina, Az. agr. Pratello, si è autoimposta un disciplinare di vinificazione ancor più severo ( e di molto) rispetto a quanto previsto dalla certificazione biologica. Per questo Vi invito a visitare il bel sito internet ricordato nella retroetichetta.

Indubbiamente verdognolo e luminoso nel bicchiere; affascina la varietà di erbe di campo, balsamiche, dragoncello godibile all’olfatto, mentre entra con sostenuta acidità nel cavo orale, ma non quanto le attese. Pulito, scorrevole, mai impegnativo, lascia una piacevole sensazione “citroneggiante”. Ne ho una bottiglia vendemmia 2014 in cantina: credo che ne sfiderò le doti di invecchiamento.

d.c.


Qui dietro trovate tutto quello che Vi serve!

Il Pinot nero che non ti aspetti… Nero Outsider 2001, Umbria IGT, Arnaldo Caprai.

Non è da tutti i giorni l’avvicinarsi ad un vino del 2001, ma quando questo rappresenta la 464 bottiglia, in formato magnum, di 560, l’accadimento assume le caratteristiche del privilegio!

Certo che il Pinot Nero di questo Outsider è quantomeno poco decifrabile. La tipica trasparenza dei Pinot borgognoni, ma anche altoatesini o oltrepadani, qui è declinata a tendenze somiglianti all’ inchiostro. Del vitigno nobile dell’OltrePo ne ricorda il frutto intenso, croccante: ne stupisce qui però la fragranza e la freschezza nonostante gli anni di riduzione, sebbene in grande formato. Al mio olfatto e palato però non immediatamente identificato, tanto da averlo confuso in maniera imbarazzante. Poi però nessuna coda di pavone, nessuna attesa variazione nel bicchiere. Rimane, senza perdersi mai, muscolosamente ancorato alle note rosse del frutto, sempre pulito, ma fin troppo monocorde. Bella però la retrolfattazione, calorosa e composta, che concede una persistenza nobile. L’impressione è che il vino abbia ancora la possibilità di maturare ( e forse anche migliorare) per alcuni anni.

d.c.

Fronte (prima) Retro (a seguire).

Citazioni enosòfiche

«Consapevole del pericolo di morir di sete – proseguì l’indovino – e sebbene io senta qui il gorgogliare dell’acqua, continuo e copioso come la parola della sapienza: io – voglio del vino! Tutti non sono come Zarathustra, bevitori d’acqua. L’acqua non conviene a chi è stanco e avvizzito; per noi ci vuol vino – che solo può far guarire e ridare il vigore!».  (Friedrich Nietzsche – Così parlò Zarathustra)

 

Ma dove stanno andando in Franciacorta con il Satèn?

Per onestà intellettuale devo ammettere che il mio giudizio non potrà mai essere oggettivo: non sono mai stato amante dei Satèn, fin da quando la Franciacorta ne aveva quasi fatto commercialmente il vino di punta. Mi è capitato nell’ultima settimana di incontrarne tre, e tutti tre mi sono sembrati di impostazione identica. Qui mi toccherà penalizzare  una cantina (ahimè anche cara, e di cui ho già parlato bene in passato), solo perchè ho conservato le fotografie della vittima, ma state pur certi che recupero anche le altre…

Armonia Satèn di Le Cantorie, DOCG, 13% volume alcolico, sboccatura tardo 2016. Scende nel bicchiere con un bel colore giallo paglierino carico, di perlage non intensissimo e bollicine non propriamente “spilloformi”. Profumi per nulla intensi, seppur fini, ma giocati solo su note di frutta gialla matura (banana ed ananas su tutte), segno di uno chardonnay già maturo sulla pianta. In bocca entra con sufficiente freschezza, che però, non sorretta dalla carbonica, lascia velocemente lo spazio ad una nota dolce, fruttata ma intensamente dolciastra (temo che saremo sopra i 10 gr/litro), che permea il cavo orale peraltro avviluppato da una decisa sensazione di calore. Vino facile, troppo facile, quasi scadente nel banale…

Che si stia strizzando un po’ troppo l’occhiolino al modello Prosecco? 

d.c.

Elegantissima etichetta…


… e controetichetta.


Panorama.

Pecorino IGP Terre di Chieti 2016. Belisario.

Cantina a me sinceramente nota solo per i meravigliosi Verdicchio di Matelica, dalla capacità d’invecchiamento mirabolante (trattengo in cantina ancora vendemmie ante 2005, la cui stappatura rappresenta sempre un piccolo sacrificio) sono incappato qualche giorno fa in un curioso Pecorino prodotto da Belisario: curioso perchè credevo il Pecorino originario di qualche parallelo più a sud di Matelica, più verso al Gran Sasso che ai Sibilini…

In realtà le sfuocate fotografie qualche indizio ce lo rilasciano: IGP Terre di Chieti (… si si siamo più a sud!). Ma per comprendere l’arcano è necessario visitare il sito internet della cantina che ci svela la provenienza delle uve prodotte da una consorella (cooperativa) teatina. Quello che in realtà più sorprende visionando il sito è il prezzo di spaventevole economicità (eur 4,50!!!) per un vino piacevolissimo, sicuramente poco conosciuto, ma che potrebbe far impallidire la vanagloria di molti vini bianchi diffusi lungo l’italico scarpone: il 2016 appare invitante alla beva già mentre scende nel bicchiere, giallo paglierino con diffusi riflessi verdi; verde che torna all’olfatto in un susseguirsi di profumi di erba sfalciata, fiori bianchi e qualche erba aromatica. Entra nel cavo orale con una acidità sferzante, pulente, per poi affievolirsi e dare spazio ad una sapidità che si struttura in persistenza. Ne godi della sua leggerezza, e hai bisogno immediatamente di un altro calice…

d.c.

… mai più chimica per dormire!… io voglio solo “vino logico”!

“ Lugana ieri, oggi, domani. I 50 anni della DOC LUGANA”

Convegno tenutosi il 12 Luglio 2017 presso la Rocca di Lonato per celebrare ufficialmente i primi 50 anni della DOC. Relatori della serata sono stati : il Presidente del Consorzio Luca Formentini, Carlo Veronese Direttore del Consorzio e Monika Kellerman giornalista e scrittrice. Sono poi intervenuti alcuni ex presidenti del Consorzio dal 1990 al 2013 e il “mitico” professor Michele Vescia.

IL LUGANA IERI

Non poteva mancare, per l’illustrazione di questo argomento, uno dei personaggi che ha marcato, con le sue iniziative, i primi passi nella costruzione qualitativa non solo del Lugana, ma dei vini bresciani: il professor Michele Vescia.

Il prof. Vescia ha messo in luce gli aspetti storici dei primi tentativi, anche se pur fallimentari, della politica, sulla scia di quanto fatto da francesi e spagnoli negli anni 30 del sec. scorso, di introdurre anche in Italia i primi concetti di qualità dei vini e dei territori di produzione.

Interessante anche la messa a fuoco delle dinamiche per riuscire nella stesura di un disciplinare condiviso, il racconto della nascita delle prime strutture organizzative , la definizione dei confini di un territorio inadatto all’agricoltura a causa della natura argillosa e acquitrinosa del suolo.

Si è passati quindi ad una breve esposizione dell’ex presidente Marisa Monesi, al ricordo da parte del Direttore Carlo Veronese dei compianti Walter Contato e Sergio Zenato. Hanno preso la parola poi gli ex presidenti Francesco Ghiraldi, Paolo Fabiani e Francesco Montresor.

Da questi interventi sono rimasto particolarmente colpito da quegli eventi che hanno contribuito al successo del prodotto “ LUGANA “

  • Precisa e rigorosa definizione del territorio
  • Da parte dei Produttori e Vinificatori una unità di intenti e scelte condivise
  • Assenza di Cantine Sociali
  • Coraggiosa scelta fatta nei primi anni di declassare la produzione eccessiva in vini da tavola senza riferimenti per non svilire il valore della produzione DOC

IL LUGANA OGGI

La giornalista e scrittrice tedesca MONIKA KELLERMAN ci parla dell’introduzione nel mercato tedesco del Lugana. Pensiero importante in quanto tale mercato ne è in assoluto il principale consumatore (export circa il 40%).Il prodotto risulta molto apprezzato per l’alta qualità, ma anche per l’attenzione ai prezzi. Superare certi valori potrebbe mettere in gioco i concorrenti. Fa notare poi una mancanza di indicazioni sul prodotto a causa dell’etichetta esclusivamente in italiano. Su questo il cliente tedesco è decisamente sensibile.

IL LUGANA DOMANI

Il direttore del Consorzio Carlo Veronese presenta un futuro abbastanza ottimistico.

Basato su alcune considerazioni di fatto:

  • E’ quasi impossibile trovare un terreno che non sia vitato.
  • La produzione in questi anni è più che triplicata.
  • Le cantine non hanno praticamente giacenze.
  • Nuovi importanti investitori stanno cercando di entrare nel territorio.
  • Il valore dei terreni inizialmente insignificante ha raggiunto valori interessanti.

Da tutto questo la convinzione che “ IL LUGANA “  non sia solo un vino di “moda“, ma un prodotto qualitativamente eccellente, supportato da un territorio turisticamente importante e dall’affiatamento dei produttori nella valorizzazione del lavoro svolto.

Chiude il convegno il Presidente del consorzio Luca Formentini che riassume brevemente i punti salienti dell’incontro.

Purtroppo una nota stonata: il brindisi finale presentato un po’ raffazzonato e privo di significato per la poca chiarezza del vino in mescita . Certamente non all’altezza di quanto sentito in precedenza.