IL TERRE DI TOSCANA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Neanche il Coronavirus ci ha impedito di presenziare al Terre di Toscana edizione “Twenty-Twenty”. Siamo scesi con il vento, con la pioggia, con la neve che volete che sia il Covid-19.

Il primo marzo 2020 casca la tredicesima edizione della manifestazione. La prima mia presenza è datata 2011. Quindi, ho una percentuale del 70% circa di edizioni frequentate e vorrei migliorarla.

La solidità e la concretezza del Terre di Toscana sono le qualità che ho riscontrato in ogni sua edizione e che vedo riconfermate anche nella presente. Vedo sempre un’attenzione al territorio che di anno in anno mi porta a riscoprire cantine nuove che sanno d’antico. Una per tutte Cafaggio che mi riporta in dietro nel tempo quando il nome era Villa Cafaggio. Che ricordi in cantina a prendere i vini e me la ritrovo ora qui a pochi passi (si fa per dire) da casa.

Questa edizione è votata alla degustazione per tematica “urbanistica”. Infatti, mi son posto l’obbiettivo di assaggiare tutti, o quasi, i vini prodotti nei “Castelli” presenti alla manifestazione.

Il “corner” inizia con Castell’in Villa prosegue con Castello dei Rampolla, Castello di Albola, Castello di Ama, Castello di Monsanto, Castello di Ripa d’Orcia e si conclude col Castello di Volpaia.

Tratteggio brevi pennellate per non tediare il lettore:

Castell’in Villa è eleganza, trasparenza e persistenza messa nel bicchiere col Chianti Classico 2015 da uve sangiovese in purezza. Uno solo in degustazione ma ineccepibile frutto di Castelnuovo Berardenga.

Castello dei Rampolla è veracità familiare, è rapporto sentimentale tra produttore e prodotto che traspare nella descrizione accorata della proprietaria. Vini che lasciano il segno nel cuore e nel palato. Uno su tutti il Chianti Classico 17 da uve Sangiovese in prevalenza e Merlot che arrotonda ma anche il D’Alceo 2015 “bolgheroso” (Cabernet Sauvignon e Petit Verdot) esprime la poliedricità del territorio. La cantina ama molto lavorare uve internazionali e, in alcuni casi quali il Sammarco, il sangiovese è vassallo del taglio bordolese.

Castello di Albola è un ritorno al Sangiovese in purezza con la esse maiuscola che rifugge sia l’abbinamento con gli autoctoni Colorino e Canaiolo ma anche le aperture internazionali al Merlot e/o Cabernet Sauvignon. Si passa dal Chianti Classico 2017 con vendemmia meccanica ed uve provenienti da diversi appezzamenti: bello affilato, verticale e persistente alla Riserva 2016 nella quale si percepisce la vendemmia manuale e la maggior cura nell’affinamento (in botte per 14 mesi e in bottiglia). Particolarmente incisiva la Gran Selezione da vigneto unico. Eh
… l’importanza del Cru. E qui mi fermo.

Castello di Ama: Sento il suo nome in famiglia da una trentina di anni e quando lo pronuncio mi vengono in mente le belle serate estive del tempo che fu con le fiorentine alla brace e appunto il Chianti del Castello di Ama. Ora trovo dei vini tecnicamente ineccepibili per palati di tutto il mondo. Colori azzeccati sia nel bianco Al Poggio ’19 da uve Chardonnay vendemmiate in diversi momenti sapientemente mixate e lavorate parte in acciaio parte in barrique. Si coglie la tensione verso un bianco elegante che in Toscana non è facile trovare. Il Rosato Purple Rose ’19 di intrigante sfumatura rosa perché anche l’occhio nel tempo dell’immagine vuole la sua parte. Certo non emana per nulla toscanità ma internazionalità. Poi a Niccolò Panerai, che ringrazio per la disponibilità nonostante la ressa al banco, chiedo di assaggiare il Chianti Classico Ama 2018. La mano dell’uomo (uso dei legni di affinamento) si sente e per usare un’espressione grossolana: è tanta roba che arricchisce di pepe la ciliegia del sangiovese leggermente arrotondata dalla fragola del merlot. Hic manebimus optime. Ho però sofferto l’incalzante presenza di pubblico dovuto al marchio di gran richiamo e giocoforza non sono riuscito a proseguire con le altre bottiglie in degustazione per permettere anche ad altri di star davanti al banco d’assaggio. Mi rifarò. Oh, se mi rifarò.

Parimenti anche il Castello di Monsanto è nome di gran richiamo. E’ per me nordico una scoperta recente dovuta al Terre di Toscana. A mio modesto parere il Castello di Monsanto propone la bellezza del Chianti tripartito:
“Clante est omnis divisus in partes tres“: Sangiovese, Colorino e Canaiolo. mi rievoca l’incipit del “De Bello Gallico” di Cesariana memoria.
Il trittico di uve richiama l’antico e quel bilanciamento tutto da palato toscano e italico della florealità e della piacevolezza di beva e non della concentrazione del vino che non deve essere “carico”, frutto ma anche sapidità e acidità armoniosamente contemperate. In fondo la focaccia con la salsiccia e il pecorino sarebbero monchi senza un completamento liquido di tal fatta. Eh sì perché diciamocelo il Chianti Classico 2017 Monsanto non va meditato. Eh no! va bevuto, va goduto assieme al cibo perché è tutt’uno con esso, hic et nunc, tanto per chiudere col latino.

La presenza di folto pubblico assiepato attorno alle bottiglie più prestigiose mi ha spinto a spostarmi sul lato sinistro del banco e per curiosità ad assaggiare lo Chardonnay Fabrizio Bianchi 2018 e il rosato Fabrizio Bianchi 2018 che colpiscono per il “packaging” borgognotto in una selva di bordolesi. Ho preferito il primo al secondo perché di maggior personalità più da carni bianche che da pesce per una struttura solida e un frutto maturo, da bianco tosco. Ecco la paella alla Valenciana con un misto di carni e pesce sarebbe un abbinamento perfetto. Il coup de théâtre finale è il Chianti datato 1968 (ho trovato un vino più vecchio di me!) colpisce sempre l’assaggio di un vino così risalente nel tempo ma ancora… vivo.

Castello di Ripa d’Orcia: confesso la mia ignoranza mai assaggiato prima. L’impressione mia è che ci troviamo di fronte al grande artigianato toscano che rielabora con personalità anche uve “foreste”. Quattro vini rossi e un vin santo quel che vedo sul tavolo. Bene. Sangiovese First. Terre di Sotto Annata 2017, vinificazione in acciaio e affinamento in botti di rovere per 30 mesi. Fresco, dal tannino armonico. Quello che t’aspetti dal Sangiovese al terzo anno di età quindi giovane. Vino genuino per dirla alla Soldati. Poi ho fatto il salto all’altro vino in purezza il Sirah Borro delle Streghe 2015 (mi raccomando maschile anche se finisce con la A come si scherzava con un’avventrice al banco intenta in una degustazione un po’ più seria della mia) un vino assai piacevole con note speziate e crème de cassis. E poi c’è l’Orcia Vin santo e che vin santo! Una meraviglia di frutta secca e candita. Guarda caso presenti anche nel panforte che è quel dolce che t’aspetteresti in un castello fra i colli senesi. Cerco di strappare un altro assaggio di vin santo ma Filippo Rossi dice no. Peccato. Packaging sobrio dai richiami medievali nei colori e nello stemma. Complimenti vivissimi.

Castello di Volpaia. Due assaggi di Sangiovese in versione… senza veli e
in versione… vestita. Il metodo classico da uve Sangiovese vinificate in bianco, appunto senza buccia, è di bell’aspetto nella forma della bottiglia, nell’etichetta e nel bicchiere è, per me lombardo, un azzardo ben fatto (6 mesi in tonneau poi segue un lunga sosta di 5 anni sui lieviti). La bottiglia bordolese però è la dimensione naturale del Sangiovese nella bottiglia champagnotta non si trova perfettamente a suo agio anche se non presenta difetti e le sue caratteristiche personali le avevamo già sottolineate l’anno scorso. Il Sangiovese per me ama una bottiglia più spalluta, ama mantenere il suo vestito rosso, senza soffre il freddo. Quindi passo alla versione Chianti Classico 2018 da uve sangiovese ingentilite da un saldo di merlot (10%). E’ ancora giovane, succoso e di belle speranze. Dei due assaggi non so se si è capito ho preferito il secondo.

Conseguenza di questa edizione avversata un po’ dal virus un po’ dalla pioggia battente che ha imperversato in Versilia la domenica primo marzo è il rientro anticipato.

Tuttavia prima di rientrare alla base, un saluto ad un amico, uno scambio di battute con Fontodi, Col di Bacche e Tenuta Selvapiana di cui assaggio il Chianti Rufina Vigneto Erchi 2016 non ancora presente in carta quando andai in cantina con la delegazione AIS di Brescia.
De Il Marroneto (nella progressione dal “basso”, si fa per dire, Rosso di Montalcino Ignacio ’17 al “medio” Brunello di Montalcino 15 all'”alto” Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 15) posso narrare solo la meravigliosa espressività del Sangiovese di quella particolare zona di Montalcino… all’occhio, al naso, al palato e al pensiero, che tutti li raccoglie. Bevi “Il Marroneto” e poi… Mori*.

Bella scoperta, e qui concludo, sono i vini de Il Palagio in Panzano zona del Chianti Classico, côté fiorentina. Mi dice Pasquale Pace, col quale condivido l’assaggio, essere il Palagio di Panzano collocato in zona bellissima immersa nei colli aprichi tanto che sembra di essere in un quadro rinascimentale. Premesso che il rosato Aldemara 2019 da uve Sangiovese 100% appare ancora un po’ instabile e mi riprometto un nuovo assaggio per meglio metterlo a fuoco, meritano, invece, da subito il plauso i suoi Chianti Classico 2016, la Riserva 2015 e soprattutto il Gran Selezione Le Bambole 2015 di potenza michelangiolesca. Quasi mi commuovo per la progressiva composta bellezza, di bottiglia in bottiglia, di questi Chianti da uve Sangiovese in purezza. Che concentrazione, Che stoffa, Che armonia! Di sicuro i pittori rinascimentali oltre che a dipingere il panorama collinare avranno tratto ispirazione anche da questi vini. Chapeau!

Aspettando tempi migliori, anche quest’anno abbiamo messo sul Terre di Toscana la nostra… corona.

By D.T.

P.S.: Alessandro Mori è il vulcanico patron.

W LA MENTA, W GLI AMICI E W “LE RANE” 2001 DI LURETTA!

La ricostruzione cronologica degli eventi ha comportato un discreto impegno da parte del clan.

Si presume che il tutto ebbe inizio il 1° novembre 2016 in occasione della consueta degustazione in cantina di “vecchie annate” abbinate a formaggi d’eccellenza italiani e francesi. Pare fu in quella circostanza che assaggiammo per la prima volta l’annata 2001 della malvasia aromatica di Candia “Le Rane”di Luretta. Con certezza possiamo invece affermare che è stato sabato 23 settembre 2017 (WhatsApp ha davvero buona memoria) quando abbiamo dato fondo alla bottiglia procurataci, supponiamo, durante l’evento sopra menzionato.

Ed è da quella serata che con Anto, Karla e Tommy ogni tanto, durante le nostre alcoliche cene spunta la frase: “Ma ti ricordi la menta, ti ricordi che buono!” Ed è così che ricordo dopo ricordo, l’occasione è arrivata. E’ il 21 dicembre 2019 quando torniamo tutti insieme al Castello di Momeliano dove ha sede la cantina. Questa volta la degustazione è bollicine (e non solo) abbinate a Caviale di Calvisano, evento già quel giorno immortalato in diretta su Facebook.

E’ in tale occasione che ci siamo accaparrati ben due bottiglie della nostra annata preferita dai sentori di menta. Credo che in cantina non ne rimangano molte di più!

Quanto abbiamo resistito all’assaggio? Sì sì abbiamo fatto passare le natalizie feste ma poi…. Cosa mangiamo, cosa non mangiamo…. Erborinati? E allora stappiamo “Le Rane”, annata 2001 ovviamente. Ammalia nel calice il topazio brunito, al primo naso esprime una confettura di albicocca mai stucchevole, inseguita da matura frutta esotica. Ma ha riposato quasi un ventennio, merita un po’ di ossigeno. Trascorso qualche minuto mi riavvicino e sono i datteri e i fichi secchi a farla da padrone. Ancora qualche istante e finalmente arrivano gli effluvi di menta accompagnati da lievi sensazioni di eucaliptolo. È giunta l’ora di assaggiarlo che dite?  Notevole la freschezza data da un’acidità che non ha risentito del tempo, sorso ben equilibrato e armonioso che invoglia ad un secondo, poi ad un terzo… Confermato l’ottimo abbinamento agli erborinati. Chapeau. Ripaga il prezzo ben diverso rispetto a quello dell’annata in commercio (grazie amici per il contributo). Bottiglia davvero notevole ma sono convinto che possa riservare ancora qualche sorpresa. Per fortuna il lungimirante Tommy ne conserva ancora una. L’appuntamento è fissato fra 2 anni. Resisteremo? Non credo. W la menta e gli amici!!

R.R.

Ed ecco le prove
Tommy conservala!!

VERACITà EMILIANA *

PRODUTTORE: PODERE IL SALICETO

NOME DEL VINO: FALISTRA

ANNATA: 2019

PAESE: ITALIA

REGIONE: EMILIA-ROMAGNA

AREA VITIVINICOLA: LAMBRUSCO DI SORBARA

TIPOLOGIA: VINO FRIZZANTE RIFERMENTATO IN BOTTIGLIA

UVE:  LAMBRUSCO DI SORBARA 100%

GRADO ALCOOLICO: 12%


NOTE PERSONALI: Lambrusco: sì, ma quale? Quello pesante? Quello leggero? Quello grezzo? Quello fine? Quello secco? Quello amabile? Quello scuro? Quello chiaro? Quello rosato? Quello aranciato? Ah, saperlo…
La Falistra è la “scintilla” che accende la gioia. Lambrusco rosato, succoso e fruttato con i sui bei lieviti dentro. Secco. Un vino vero, come lo faceva il nonno. Il bello è che in questa bottiglia di Lambrusco ci trovi anche un pezzo di storia familiare di Gian Paolo Isabella.
By D.T.

*Vino bevuto “en solitaire” alla cena del 13/02/2020

13/02/2020: IL BACANàL DEL FRANCO

Siamo in periodo di Carnevale e il titolo fa il verso alle manifestazioni carnascialesche che si tengono nella città di Verona. In nome tradizionale della festa è il Bacanàl del Gnoco.

Specificatamente gli storiografi ritengono che la festa affonderebbe le sue radici ai tempi di Tommaso Da Vico, medico del XVI secolo che lasciò nel suo legato testamentario l’obbligo di distribuire annualmente alla popolazione del quartiere di San Zeno (dove si trova l’omonima Basilica) viveri ed alimenti (1). 

Tuttavia, il termine ha origini ben più antiche.

Nel mondo greco-romano i Bacchanalia erano le feste in onore del dio Bacco durante le quali si beveva molto tanto da spingere le baccanti (sacerdotesse del dio Bacco) e i baccanti (coloro che prendevano parte ai riti in onore di Bacco) a manifestazioni molto lascive, tali da essere additittura proibite dal Senato romano. Ai giorni nostri col termine baccanale, perso il connotato di illiceità, si intende una grande abbondanza di vino e cibo. 

Da Franco alla Trattoria il Naviglio a San Zeno Naviglio (BS) l’abbondanza si lega al numero di produttori di vino aderenti alla FIVI presenti alla cena annuale, la maggioranza di persona mentre una sparuta minoranza solo con i propri vini*. Ben 20, quest’anno! Ognuno di loro ha portato o semplicemente inviato un proprio vino. In ordine alfabetico ecco la “sfilata”, non dei carri allegorici, ma delle cantine con i loro vini:

  • *Bele Casel, Prosecco Extra Brut, 2019
  • *Cerutti, Moscato d’Asti, 2018
  • Concarena, Riesling Videt, 2016
  • Fiordaliso, Derthona, 2017
  • Kobler, Merlot Riserva , 2013
  • *La Tosa, Gutturnio Superiore Torre della Tosa, 2019
  • La Vigna, Capriano del Colle Doc Rosso Rubinera, 2016
  • Lazzari, Capriano del Colle Doc Bianco Fausto, 2018
  • Le Chiusure, Chiaretto di Valtenesi, 2018
  • Le Fraghe, Bardolino classico Brol Grande, 2016
  • *Le Vedrine, Groppello senza solfiti, 2018
  • Lodi Corazza, Pignoletto Frizzante Vènti, 2019
  • Marengoni, Gutturnio Superiore Casa Bianca Migliorina, 2018
  • Noventa, Botticino Colle degli Ulivi, 2017
  • Paltrinieri, Lambrusco di Sorbara Radice, 2018
  • Pasini San Giovanni, Chiaretto Rosagreen, 2018
  • Perla del Garda, Lugana Bio, 2018
  • Podere il Saliceto, Lambrusco di Sorbara Falistra, 2019
  • *Rosanatale, Prosecco Extra Dry, 2019
  • Zatti, Riesling, 2010

Il menù servito ai tavoli ha avuto inizio con antipasti misti: Carne, fagioli e Cipolle, insalata di olive e mozzarelline, lumache con spinaci, insalsata di farro e riso nero, rostì di patate farcito, tartelletta di zucca e porcini. E’ poi proseguito con due primi (orecchiette alla barese e risotto finferli e mirtilli) e con due secondi (stracotto di asino  e tranci di spada al forno con contorni) per concludersi con frittelle e lattughe.

L’abbinamento è fai-da-te vista la possibilità di comporre “enne” combinazioni. Fra gli antipasti ho trovato ben equilibrato il Prosecco Extra Dry di Rosanatale con la tartelletta alla zucca e porcino, invece la lumaca con gli spinaci e la carne con i fagioli hanno dato il meglio con il Capriano Rosso di La Vigna. Il Prosecco Extra Brut di Bele Casel legava con gli altri antipasti. Fra i primi le orecchiette avrebbero prediletto un vino del sud ma anche il Lugana Bio di Perla del Garda ci sta a contrastare la nota piccante, mentre l’altro bianco fermo, il Derthona , si è ben mixato col trancio di spada. Il risotto col fungo e mirtillo mi è piaciuto con entrambi i Gutturni sia quello più elegante de La Tosa che quello più rustico di Marengoni. Con il secondo di carne a pari merito il Bardolino di Le Fraghe e il Merlot di Kobler. Col dessert a base di dolci fritti predisponeva bene la bocca il Moscato di Cerutti.

Tutti gli altri vini sono stati degustati a parte “en solitaire“, senza per forza abbinarli ad un piatto.

Anche questa sera esce vincitore, sotto la guida della Presidentessa Matilde Poggi, il Gran Carro Allegorico della FIVI con i suoi vignaioli, che ci hanno illustrato i loro vini e si sono resi disponibili con la loro presenza a rendere “democratico” il loro sapere.

By D.T.

P.s.: In realtà i vini erano ben 22 perché fuori programma Giovanni Zatti ha portato anche il Chiaretto (da uve Groppello, Barbera, Sangiovese e Marzemino) mentre Enrico Angeli di Concarena ha portato anche l’uvaggio
Barabant (Marzemino – Merlot)

Ecco le bottiglie in ordine sparso, per gentile concessione dell’Editore

(1) Fonte: Wikipedia

HOME SWEET HOME

PRODUTTORE: PALTRINIERI

NOME DEL VINO: PIRIA

ANNATA: 2018

PAESE: ITALIA

REGIONE: EMILIA-ROMAGNA

AREA VITIVINICOLA: LAMBRUSCO DI SORBARA

TIPOLOGIA: VINO FRIZZANTE

UVE:  LAMBRUSCO DI SORBARA 70%, LAMBRUSCO SALAMINO 30%

GRADO ALCOOLICO: 11,5%

NOTE PERSONALI: Di ritorno da Bergamo dopo una giornata lavorativa, taglio a casa un po’ di fette di salame. Sono le 19 e 30. Guardo nel frigorifero e ci scorgo una bottiglia di Lambrusco coricata, mi dico “sarà stanca di stare al freddo”. E’ il Piria di Paltrinieri. Vado sul sicuro. Stappo alla veloce senza troppe precauzioni e lo schioppo già mette buon umore.

Prendo il calice e comincio a versarmi il vino che scende con effervescente crepitìo. La spuma è lievemente rosata e, sotto, il vino appare di un rosato che vira verso il rubino. Al naso arriva subito una bella nota fruttata di fragolina di bosco, al palato un finale asprigno e secco. Una “kriek” all’emiliana mi vien da pensare. E giù nel gargarozzo scende bene, diretto, fresco senza complicanze evolutive e pensieri. Poi un’altra fetta di salame e un altro bicchiere e così fino alla fine della bottiglia in una alternanza tanto semplice quanto confortante, come sentirsi di nuovo a casa.

By D.T.

ADANTI – SAGRANTINO MOTEFALCO ARQUATA 2010

Nel 2016, di ritorno dall’Umbria, i miei genitori mi omaggiarono di alcune bottiglie di Sagrantino quale souvenir del loro enogastronomico tour.

Fu una bottiglia di Arquata di Adanti a conquistarmi per potenza e profondità. Ritrovato lo scorso inverno in una degustazione ne ho acquistata una bottiglia dell’annata 2010. Trovato ancora quasi “sbarazzino” nonostante i quasi due lustri di invecchiamento, mi ero ripromesso di lasciarlo riposare. Ma, in un freddo sabato di gennaio, non ho resistito ad aprirlo sedotto da un invitante brasato con polenta in compagnia di amici.

Nel bicchiere lo scuro rubino appare profondo e impenetrabile. Servono un paio di ore perché al naso renda la sua migliore espressione. Poi la complessità esplode: visciole, amarene e prugne a cui seguono spezie orientali, caffè, fiori appassiti e bacche di ginepro con un accenno di fumè. 

Sorso intenso, i 15° si fanno sentire ben supportati da decisa freschezza anche se il tannino, efficace e definito, è forse ancora un po’ troppo affilato. Vino coinvolgente di lunga e convincente persistenza.

Bella crescita rispetto all’assaggio della stessa vendemmia fatto oltre un anno fa, ma non ho dubbi che possa riservare ancora una notevole evoluzione. Per fortuna il mio pusher è ben fornito!

R.R.



SPIEDO BRESCIANO, CALORE UMANO

Anche questa volta Winetopblog durante la sua reunion annuale ha onorato un piatto atavico, primordiale e per questo imperdibile della cucina bresciana: lo spiedo.

Gira su’ ceppi accesi / lo spiedo scoppiettando” così scriveva il Carducci ma, come ben sottolinea un mio maestro, il protagonista in queste occasioni conviviali è l’amicizia.

Certo è che l’amicizia va degnamente “innaffiata” sennò… si secca.

Per questo motivo mi limito a rendervi partecipi delle bottiglie di grande valore intrinseco che sono state stappate nell’occasione.

Comunque, per la capacità di saper unire, ci deve essere qualcosa di religioso nella carne che gira sul fuoco e nel vino che la glorifica.

E qui mi taccio.

By D.T.

Chi ben comincia è a metà dell’opera

Partecipare alla presentazione del catalogo di Proposta Vini con annessa degustazione sta diventando una tradizione. Anche l’anno scorso l’incipit fu con la medesima caleidoscopica manifestazione.


Il 19 e 20 gennaio 2020 presso L’Hotel Parchi del Garda di Lazise (VR) la “palette” di cantine presenti è veramente ragguardevole. Sono 133 i produttori provenienti da diverse regioni vinicole italiane e straniere, come ben rappresenta la mappa distribuita all’ingresso unitamente al catalogo. Proposta Vini ricerca sul territorio nazionale ed estero giacimenti enologici rari ed autentici avendo come obiettivo quello di valorizzare prodotti unici.

La valorizzazione del vino per Aree Tematiche è l’aspetto qualificante il catalogo. Fra queste si annoverano: i Vini Estremi, i Vini dell’Angelo, le Bollicine da Uve Italiane, i Vini delle Isole Minori, i Vini Franchi e i Vini Vulcanici.

Nel 2019 parlammo di Champagne, ça va sans dire che la prima volta si parte col botto. E lo schioppo del tappo-fungo rende bene l’idea. Quest’anno, invece, per non scrivere sempre delle stesse cose puntiamo il “mirino” su nuove esperienze.

Scriviamo un poco di sud una volta tanto. Ricerco cantine della Calabria e ne trovo una: Scala. Dico fra me e me “sarai mia”. Lì mi dirigo dopo alcuni assaggi fatti di Champagne (Dourdon-Vieillard) e bianchi del Friuli Venezia Giulia (Klanjscek) in modica quantità perché non voglio distogliermi dal mio obbiettivo.

Giungo quindi alla postazione n. 103 all’interno della grande sala dell’Hotel Parchi e, dopo una breve presentazione col produttore Francesco Scala, cominciamo a riempire il bicchiere dapprima col bianco poi col rosato ed infine con i due rossi. Accattivanti le etichette rétro sulle bottiglie, come “quelle che già utilizzava il nonno negli anni ’50” sentenzia Francesco.

Cirò Bianco 2019 : L’uva utilizzata è il Greco Bianco in purezza vinificato in acciaio per mantenerne profumi e freschezza. All’occhio si mostra giallo paglierino con riflessi verdognoli (anche se la luce della sala pareva aggiungere qualche riflesso dorato). Al naso i sentori primari di frutta bianca sono avvolgenti e appaganti. Al palato è sapido e persistente ma deve ancora bilanciarsi con il naso che ammalia. Il grado alcoolico contenuto nei 12 gradi ne facilita la beva che può variare dall’aperitivo all’accompagnamento di piatti a base di pesce.

Cirò Rosato 2019: L’uva utilizzata è esclusivamente il Gaglioppo anche questo vinificato in acciaio. Il bel colore rosa ramato viene raggiunto con una macerazione di 4/5 ore delle bucce. Al naso, data la lavorazione in acciaio, si presentano note di frutta rossa asprigna (tipo la fragolina di bosco) meno le spezie, al palato è fresco e coerentemente agrumato. Più significativa la presenza dell’alcool che tuttavia appare ben integrato nel corpo del vino.
Lasciato al bianco il momento dell’aperitivo, lo spettro delle pietanze da abbinare si amplia dai piatti di pesce ai primi piatti anche con la carne. Mi è piaciuto anche perché è un rosato monovitigno, comme il faut.

Cirò Rosso Classico Superiore 2018: qui obiettivamente si percepisce che del grappolo viene sfruttato tutto il potenziale. Il rosa versato in precedenza cede al rosso rubino con riflessi granati. Gli archetti sul bicchiere lasciano intuire una alcolicità importante. Esuberante ma nel contempo elegante. Sentori di ciliegia e prugna. Tannini presenti ma non eccessivamente astringenti. Armonico al palato e simmetrico alle sensazioni olfattive di frutta, come si addice ad un vino ben fatto. Sapido come si conviene ad un vino proveniente da uve allevate non distanti dal mare. Francesco ha tenuto a sottolineare che la maturazione di due anni avviene in vasche di cemento… sempre come una volta. Ci si è chiesti se potesse andare bene con lo spiedo bresciano. Dopo ampia discussione con i miei compagni di assaggio (“R.R.” e “la Anto”, n.d.r.), si è giunti alla conclusione che: sì è un grande vino, ci può stare, tuttavia predilige la carne ovina o comunque alla griglia piuttosto che la carne allo spiedo più burrosa e grassa. Ma il guanto della sfida è stato lanciato.

Cirò Rosso Classico Superiore Riserva 2015: Sempre l’uva Gaglioppo la fa da padrona nel senso che trattasi di monovitigno. Questo vino fa intuire una lunga tenuta nel tempo. It’s a long way to Tipperary. Si presenta rosso granato che darà sviluppi aranciati dei quali si intravedono già alcune sfumature ai margini. Dopo quasi un quinquennio si sente ancora il frutto rosso chiaramente giocato sulle note sotto spirito e cotto. Le spezie si percepiscono a fianco del cacao tostato. Il tannino è smorzato dal tempo e dall’uso non prevaricante della barrique. Alla freschezza della versione classica assaggiata prima contrappone note balsamiche finali con il fil rouge della sapidità del Classico. Grado alcoolico leggermente superiore. In conclusione, ricordando una antico re persiano, possiamo battezzarlo: “Cirò il Grande”.

Non si può non dire qualcosa sulla sezione Vini Vulcanici per altro ben evidenziata sulla mappa delle cantine partecipanti. Innanzitutto perché si chiamano Vini vulcanici? Perché sono esplosivi? Perché producono in chi li beve grande fantasia e immaginazione? No! Sono appellati vini vulcanici perché le viti vengono coltivate su terreni da natura vulcanica particolarmente variabili, ricchi di basalto e altre sostanze minerali. I vulcani in Italia sono a sud, quindi, sono solo vini del sud? No! Vini vulcanici sono presenti anche al nord, ad esempio il Soave è un vino vulcanico, i vini provenienti dai Colli Euganei sono vulcanici ma non solo anche in centro Italia ci sono i vini vulcanici. Quindi la vulcanicità è una caratteristica dei terreni che attraversa tutta l’Italia da nord a sud.

Per farmi un’idea assaggio i vini dolci delle cantine Hibiscus, Salvatore D’Amico e Sergio Mottura.

Minimo comun denominatore come detto è il terreno vulcanico ma diverse sono le uve e le tecniche di lavorazione. Mentre Hibiscus dall’Isola di Ustica, di fronte a Palermo, produce lo Zhabib da uve Zibibbo (Moscato di Alessandria) in purezza, invece D’Amico produce la Malvasia delle Lipari passita, quindi sempre Sicilia ma dell’est, da uve Malvasia con un saldo di Corinto Nero. Infine, Mottura collocato nel Lazio rielabora con la tecnica della botritizzazione le uve Grechetto per realizzare il Muffo. Tre chicche nella loro diversità.

Lo Zhabib 2017 colpisce per la sua concentrazione. Colore ambrato o meglio “ambrato del mare” come si legge su il Grande Libro dei vini dolci di Massimo Zanichelli. Al palato è un estratto di albicocca che parte dolce e finisce salato. Albicocca e sale, un contrasto dolce/salato assolutamente intrigante che mi richiama gli shortbread. Sapidità marina che stimola la salivazione e invita a continuare a berne. Fico, dattero, miele e ancora albicocca disidratata e candita. Vino dolce per il dolce. Me lo immagino abbinato a della pasticceria secca e a fianco di un piatto di frutta martorana per chiudere il quadro visivo. Qui il palato si satura di dolcezza e sapidità. Sul tavolo d’assaggio, la produttrice Margherita Longo (bresciana ex parte matris), ha messo sapientemente un sacchetto a mo’ di cestino con dell’uva passa, la stessa che dà vita al suo passito. Appaga l’occhio e anche il palato.

La Malvasia delle Lipari 2014 di D’Amico viene prodotta sull’isola di Salina (ME) con Uve Malvasia (95%) e Corinto nero (5%). Appassimento su graticci. Colore giallo ambrato. Profumi di frutta gialla (albicocca e pesca) candita c’è anche dell’agrume candito, al palato si completa con retrogusto ammandorlato e tostato. Persistente senza essere stucchevole. Qui ci vedo anche un abbinamento per contrasto a dei formaggi erborinati oltre che al classico dolce secco. La gradazione alcoolica importante “sgrassa” bene il formaggio. L’eleganza e la versatilità della Malvasia si fanno apprezzare dopo l’esuberanza dello Zibibbo che, bonariamente, “asfalta”.

Povero Muffo 2016 di Sergio Mottura, dopo due campioni del genere deve farsi onore e ci riesce, chiaramente non per potenza gusto/olfattiva ma per leggiadria. La muffa nobile (botrytis cinerea, termine scientifico), favorita dall’umidità, attacca gli acini di Grechetto, provocando la concentrazione degli zuccheri e delle sostanze aromatiche. L’uva una volta colta (novembre) viene fatta maturare in barrique. Le tonalità ambrate cedono il passo al giallo dorato. L’oro è metallo prezioso. Il grado di dolcezza si abbassa, la frutta bianca diventa agrume e si mescola con la nota di zafferano “sauternosa“. Ben bilanciato e amalgamato non spicca per la forza alcoolica ma per freschezza e persistenza. Oltre ai formaggi ci vedo anche del fois gras da abbinare, meno della pasticceria. A me è piaciuto avendo il palato abituato a vini dolci/non dolci. Certo che almeno il nome potrebbe essere un po’ più poetico.

Abbiamo cominciato bene l’anno, speriamo di essere anche alla metà dell’opera.

By D.T.

P.S.: Un particolare ringraziamento alla sig.ra Federica Schir.

Francesco Iacono. Dosaggio Zero. Riserva 2008. Villa Crespia.

Questa è una bottiglia che mi è sempre piaciuta! La cantina ha prodotti e produzioni “alterne” (…), ma il Dosaggio Zero Riserva è proprio un buon Franciacorta. 12 anni di bottiglia di cui 4 dalla sboccatura hanno donato solo un giallo intenso al colore, ma i profumi, intensi, sono di frutta fresca e l’acidità appare ancora violenta con la struttura del vino molto appagante al palato.

d.c.