Tappo a vite…

Trebbiano d’Abruzzo doc 2015, prodotto dalla Collina biologica Cirelli di Manopello (Pescara). Fresco, fragrante, dalle piacevoli note erbacee (erbe di campo) e da un netto profumo di mela verde. Mai troppo intenso, mai troppo complesso, ma della giusta franchezza e semplicità. La sensibile spalla acida ed un tenore alcolico limitato ne invitano la beva. E dagli aromi ritorna tutta la vena di gioventù, di un vino che ricorda l’estate, ma con i colori e profumi di un alpeggio montano. Da agricoltura biologica. Da consumarne senza inibizioni…

d.c.


La retroetichetta: c’è scritto tutto quello che serve!


Giallo paglierino, molto luminoso e… verde.


La particolarità più interessante: tappo a vite, ma naturalmente integrità garantita del prodotto.


Per chi non avesse capito che la coltura è biologica in senso fisico ed “etico”…

La fortuna di chiamarsi…Paolo

Credo percorribile la parodia della celebre commedia wildiana: non so se sia veramente così fortunato portare quel nome (o meglio Paolone), ma è sicuramente una buona dotazione di sorte avere il soggetto evocato (silente motore e promotore di queste chiacchiere) tra i nostri compagni di viaggio. Non mi soffermerò su un trattato “de amicitia” , che annoierebbe anche lo scrivente, ma vi rappresenterò dove è finita questa volta la sua irrefrenabile curiosità…

Ho già raccontato come il sottoscritto ami i vini vecchi ed i vini strani, ed in quanto a vini strani Paolo(ne)  ne è uno scopritore incredibile: ad ogni suo sovente viaggio è capace di stupirci con produzioni, non solo irritracciabili, ma soprattutto mai degustate.

Questa è la volta di un vino salentino bianco a base di Fiano b. (???) e Malvasia (puntinata?). Prodotto da Vini Menhir, nella magica e misteriosa Minervino di Lecce. Nonostante un indirizzo internet riportato direttamente in etichetta, il sito molto moderno e molto scarno non aiuta a svelare alcun dubbio. Quindi un Salento IGP del 2013, di sorprendente giovinezza: colori  di un giallo paglierino tenue tendenti sinamai al verdognolo. Profumi di fieno appena falciato, erbe aromatiche, frutti a polpa chiara, di notevole ampiezza di spettro ed intensità. Gusto di grande freschezza iniziale, di una sensazione calorica, in realtà non sorretta dal volume alcolico limitato, e da una piacevolissima uscita che lascia ricordi dolci, pur non avendo alcuna impostazione zuccherina. Ma è la sapidità che impressiona e che sorregge tutta la struttura del vino. Chiaramente con sensazioni tattili differenti, sembra ricordare la dolce salinità della carne cruda dei gamberi rossi salentini. E ritornano note gialle di frutti non ancora maturi, e di erbe aromatiche assaggiate nel prato. Di giusta persistenza. 

Un bicchiere straordinariamente diverso. Vi assicuro che di vini ne provo ed assaggio molti, ma questo mi ha dato sensazioni e gusti totalmente nuovi. E laddove c’è la novità, non necessariamente vi è il pieno ed immediato appagamento. In realtà è proprio la novità che richiede un prossimo ripassaggio per percepirne a pieno i valori.

Peccato per voi, che non avete Paolone…

d.c.

Bottiglia modernissima, elegante, frutto di un progetto di marketing di altissimo livello.


Etichetta a fascia che abbraccia a 360 gradi la bottiglia, con giochi di trasparenze e scritte nel lato interno ( chissà mai perché “sale”…).


…marchiatura ad 1/4 di giro…


Retroetichetta in continuum girata in verticale.


Tappo esclusivo, a grana di sughero un po’ più grossolana, dando sensazione di maggiore friabilità. La tenuta del vino però era perfetta, come ho raccontato, addirittura “verde”.

Prometto: non lo faccio più!

È dalle piccole cose, e dai loro dettagli, che si denota la qualità della propria attività. E proprio a testimonianza della gestione principiante dello scrivente, denuncio il mio mea culpa in relazione ad un recente incontro, sicuramente positivo, ma ahimè non certificato dal dovuto (a parer mio) corredo fotografico. Ed a farne le spese, questa volta (in passato sono stato talora salvato dal mio angelo in terra…) un decisamente valido Curtefranca Rosso prodotto dalla straordinaria (loro si per qualità dei prodotti) e stilosa cantina Cavalleri.

La scelta di un Curtefranca si inserisce nuovamente nel percorso (iniziato pochi mesi ed articoli fa) di ritorno a vini dimenticati dallo scrivente, pur rappresentando i vini a noi più vicini, geograficamente parlando.

Al nostro cospetto è comparsa l’annata 2012. Subito una particolarità: il sito ufficiale ne traccia una condizione di non rintracciabilità in cantina a causa del suo completo esaurimento. Si comunica che l’imbottigliamento è avvenuto nell’agosto 2014. Forse proprio per l’elevato gradimento della vendemmia (probabilmente andata “a ruba”) il produttore è stato costretto a procedere all’imbottigliamento dell’annata seguente (2013) solo 9 mesi più tardi (aprile/maggio 2015). Ed in effetti il vino che abbiamo degustato è apparso assolutamente equilibrato, piacevole, ma ancora significativamente giovane: nel solco del modello bordolese con quote predominanti di Merlot (50%) su Cabernet Sauvignon (30%) e complemento con Cabernet Franc (20%). Nessuna nota verde nè al naso nè al palato, anzi una gradita predominanza di piacevoli frutti rossi. Il passaggio in legni, per quanto soprattutto grandi, non ha lasciato ricordi. Acidità forte, piacevole, sgrassante per un ideale abbinamento alla cucina locale bresciana.  Giusta persistenza e nessun eccesso alcolico. Ed il tutto in una bottiglia al costo ben inferiore ai 10 euro. L’unico difetto? La oramai sancita rarità.

d.c.

L’insostenibile leggerezza del nebbiolo

Ci fu un periodo della mia vita, in cui, utilizzando una felice espressione coniata da grandi degustatori, mi definivo nebbiolodipendente. Effetto di questo mio maniacale innamoramento: una serie di “ciocche” da antologia, e l’accaparramento di decine e decine di bottiglie, proveniente da zone diverse, a base di nebbiolo.È risalente a quell’epoca il nebbiolo valtellinese sacrificato per la cena a base di pizzoccheri a casa di vecchi amici.

Credo che solo i vini da uve nebbiolo sappiamo invecchiare assumendo un’impareggiabile vena di aristocraticità eterea: la stessa affiorante con impeto cavalleresco da questo Inferno Valtellina Superiore 2006 docg della straordinaria Nino Negri spa di Chiuro. Profondo ed al contempo leggero come un’amicizia di vecchia data, delicato ed avvolgente come una sensuale carezza, tagliente e caldo come il ferro della spada: questa è la fotografia del compagno di viaggio incontrato.

Già in fase di raggiunta maturazione, naso giocato su evolute note terziarie di cuoio, tabacco, cioccolato nero di Modica (di cui magicamente ne percepisci la polverosità). Non ha perso toni di freschezza, ma il gusto è affascinato dalla setosità del tannino. E tornano aromi di frutta matura e cacao, infiniti.

 d.c.

Controetichetta ed etichetta provati dal tempo.


Ma tappo perfetto.

Un gelato al limon…gelato al limon…

…libertà e per linee colorate, ecco quello che io ti darò. E la sensualità delle vite disperate, ecco il dono che io ti farò…”.

Chissà a che cosa si ispirasse l’avvocato astigiano? Io ho un sospetto! A me, vita disperata, ed al mio Zind  Humbrecht (Riesling 2001 Heimbourg, Alsace Aoc) che con il suo arcobaleno ha illuminato questo uggioso pomeriggio autunnale. E come di fronte ad un miracolo, bisogna rimanere senza parole, e lasciarsi abbandonare alle suggestioni. 

d.c.

Il gusto dell’antico del Sangiovese

Antica la zona di produzione, antica la cantina (narrata sin dal medioevo), ma soprattutto antico il gusto di un vino, per lo scrivente dal fascino impareggiabile. Chiaccherata ed un po’ dimenticata la denominazione di origine per eccessi modernisti inseguiti da molti dei produttori aderenti, forse troppo stretti nella morsa di un Chianti iper produttivo e dall’irrefrenabile marketing promozionale e dal non troppo lontano “Sua Maestà” il Brunello. Ma qui no! La forte sensazione nell’avvicinare il bicchiere è di arrampicarsi nella storia e nel cuore del Sangiovese. Riserva 2005 che scopriamo prodotta in 6.000 esemplari, nell’assemblaggio storico tra uve di Sangiovese (75%) ed una quota a complemento di Cannaiolo e Cabernet Sauvignon (ricordo che lo stesso dimora sulle colline intorno a Firenze dai tempi di Caterina de’Medici, importato dalla stessa e chiamata “uva francesca”).  Il rosso rubino nel bicchiere comincia a virare su note decisamente granate. I profumi sono intensissimi, ancora fortemente giocati su note di frutta rossa, marasca su tutti, ed una viola leggermente passita e suadente. L’aggettivo più corretto è signorile, quasi aristocratico. Solo dopo un po’ di ossigenazione avanzano note terziarie di tabacco e cuoio. In bocca l’acidità è persino aggressiva, donando note di spigolosità detergente. Qui la retrolfattazione restituisce note terrose e di tabacco. La componente alcolica seppur presente (13%) non è mai percepita. Persistenza lunghissima per un oblio di suggestioni.

Villa il Poggiolo, Riserva 2005, Cianchi Baldazzi, Carmignano docg.

d.c.



Tappo nobile e perfetto nonostante 11 anni.


Sanguis Giovis….

L’arte dell’ossidazione

Dopo una serie di incontri non propriamente piacevoli (alcuni dei quali racconterò in seguito) dovevo rinfrancarmi con il mondo, ed in tema di ossidazione mi sono tuffato nella “ruggine” aprendo uno straordinario Madera antico. Il Sercial old reserve Barbeito 10 years old dimorava nella mia cambusa da oltre un ventennio (cioè da quando per una settimana intera mi sono esclusivamente nutrito di liquidi relegato in un esilio paradisiaco sull’isola atlantica). Dal momento che questo blog (come già abbiamo detto) confidenziale non ha alcuna intenzione di essere una didascalica lezione da professorino, se qualcuno dei venticinque lettori è curioso di conoscere il metodo di produzione del Madera, se lo vada a studiare per conto proprio. Posso solo consigliare lui di abbinare alla lettura una fredda bottiglia di Sercial… vedremo poi se farà ancora quella faccia quando sentirà il termine “ossidazione”. Signori… il paradiso. Nei profumi di quel bicchiere puoi trovare di tutto: finezza da fioretto, intensità da pugile. L’uva passa vira al fico, cacao, tabacco (biondo). Una profondità da fossa delle Marianne. E poi perdendo un po’ di temperatura l’uva diventa spina e l’acidità ti avvolge l’olfatto. No… non sono ancora ubriaco! Ma le sensazioni si fondono confondendo i sensi. In bocca tagliente, misurato come un bisturi, infinito in persistenza. E tornano note agrumate imbevute di cioccolato amaro. Ma cosa fate ancora lì? Fra poco la bottiglia è finita.

d.c.



La felicità in un bicchiere ed in una bottiglia quasi finita… da solo!


Ai fondi del caffè preferisco la lettura di questi…

Come siamo diventati sofisticati…

Ma quanto tempo era che non aprivo un rosso della mia terra? Ossia un vino della denominazione Curtefranca, già denominata Terre di Franciacorta, già… Ma quanti sono i produttori che insistono su questa denominazione? Si sa di nobili produttori di bollicine che si pregiano di alcune etichette di Curtefranca rosso e bianco a prezzi borgognoni. Ma mi incuriosisce sapere se il “tipico” taglio bordolese bresciano ha ancora un mercato significativo fuori dai confini locali.

La Montina Curtefranca Rosso dei Dossi 2012, 12% vol. di alcool. Da uve Cabernet (le indicazioni dell’etichetta non aiutano a rilevarne la tipologia, credo però il più morbido sauvignon) e Merlot. 8 mesi di affinamento in barrique ed 1 anno di bottiglia prima di essere messo in commercio. Vino semplice e facile, di gran frutto rosso all’olfatto, piacevole seppur non intensissimo. Fresco e brillante nel cavo orale, con una bella acidità che aiuta la pulizia dello stesso, pur se abbinato ad un piatto ricco dì grassezza come i tipici salumi bresciani. Ma la caratteristica più rilevante è la vivacità, anzi la giovinezza di un vino che invece comincia ad avere già 4 autunni alle spalle. Bottiglia di assoluta economicità: 13 eur in ristorazione (meno di 7 su vendite on-line). Ma perché ci siamo dimenticati dei nostri rossi?

d.c.

Il dettaglio dell’etichetta.


La retroetichetta un po’ troppo sintetica.


La vividezza di un rosso rubino da paradigma nonostante i 4 autunni.

Rebo, vino da invecchiamento

Qualche anno fa dedicai un po’ di attenzione ai vini nati dal misterioso vitigno Rebo, incrocio tra Merlot e Teroldego creato nel dopoguerra nella straordinaria “scuola” di San Michele all’ Adige dagli studi di Rebo Rigotti. Più facilmente rintracciabile in Trentino, sperimentato presso le cantine del Benaco bresciano alla fine dei primi lustri del nuovo millennio. Risale ad allora la mia raccolta e le mie bevute…

Così come risale al 2008 la vendemmia dello splendido Rebo stappato oggi. Ancora IGT del Benaco bresciano, Singia (che a mia memoria topografica è indicazione della vigna), Cascina Belmonte in Muscoline, località Moniga del Bosco (siamo ancora nella valle del Chiese, la vista del lago è inibita pur essendo a poche centinaia di metri dalla sommità della collina morenica).  Generoso il volume alcolico (14,5%). Sorprendente la vivacità e la vitalità del vino nel nostro bicchiere. Di un bel rubino intenso, impenetrabile. Mi sarei aspettato pennellate granate se non aranciate, qui introvabili. Naso intenso e delicato, giocato su note nette di mirtillo e di polveroso cacao, ma su uno sfondo decisamente “smaltato”.  In bocca meno intenso che all’olfatto, ma la tenuta di un’acidità ferrea bilancia la componente alcolica mai invasiva.  Delizioso il ritorno cioccolatoso, che sostiene la persistenza a livelli da record di durata.

Chi l’avrebbe mai detto di una tenuta del tempo tanto granitica, mantenendo il prodotto non solo integro, ma probabilmente non ancora al culmine della propria evoluzione (tranquilli compari… ne ho ancora un esemplare in cantina!). Avvicinato in abbinamento al primo spiedo dell’anno, ne è uscito come regale e perfetto compagno.

d.c.


Analisi di un tappo perfetto.


Il dettaglio di un’etichetta a mio giudizio bellissima (ed oramai abbandonata esaminate le ultime release).


I dettagli in controetichetta.


L’intensità di colore.

90 punti? 

Ricordo quando il grandissimo sommelier e degustatore Luca Gardini assegnò al Valpolicella superiore 2011 di Roccolo Grassi il punteggio ricordato nel titolo.  Ieri ho avuto la fortuna di incontrare il 2012. Che grande vino! Naso intenso, una vera sferzata, con un complesso ventaglio di fiori e frutti rossi, accompagnagnati ai percettori da una colonna alcolica…alla vista la rossosità rubina è prova di una stabile giovinezza! In bocca l’entrata è potente e rotonda: la forza alcolica (14,5%) è anche qui veicolo non solo di calore ma di un frutto dolce e  scuro croccante che rimane di persistenza infinita. La giovinezza è ricordata da una freschezza che sorregge tutta la struttura e da una distinta nota di vinosità, nonostante i 4 autunni. Nessuna nota terziaria percepibile. Per i 90 punti… Non so! Ma di sicuro rimane la voglia di reincontrare questo 2012 fra qualche anno per goderne l’attesa evoluzione. Costo? Inferiore ai 20 euro.

Az. agricola Roccolo Grassi, Mezzane di Sotto (Vr).

d.c.