Non chiamatelo Prosecco… chiamatelo Cartizze!

I miei tre amici ed oramai anche i nostri quattro lettori sanno che non amo i Prosecco ( dei cui produttori però ammiro il virtuoso modello agricolo-industriale). Ma c’è una collina, una piccola isola nello sterminato mare di Glera nelle valli del Valdobbiadene, che produce un frutto diverso, dove il vino è distintamente differente: questa è Cartizze! Ed in Cartizze c’è un solo agricoltore che ha solo vigneti sulla collina: questo è Marsuret! Bevo Marsuret da 20 anni e bevo solo lui…

Si presenta nel bicchiere di colore giallo scarico e spumoso, ma risulta intenibile all’olfatto per la fresca ed esuberante intensità. È gioviale, e non può non piacere nella sua semplicità ed immediatezza: percepisci nettamente le fragranze di una pera William e diffusa è la sensazione di camomilla. L’elevata componente zuccherina dichiarata non è mai invasiva ed il notevole equilibrio richiama un nuovo sorso. In bocca la frutta aumenta il gradiente di maturità, come una macedonia a polpa bianca leggermente macerata che accompagna il ricordo.

Un sentito ringraziamento a Bobo, provvidenziale corriere di felicità.

d.c.

Monumentale

Sapevo di averle cacciate da qualche parte; sapevo di averne ancora tre. E così, sotto una impolverata catasta di bottiglie, ammucchiata chissà quanto tempo fa, sono comparsi i tre “Cabochon” Rosé 2001. Signori… 2001! I dubbi di trovare il vino integro sono crescenti. Lo sconforto nella rottura del tappo oramai incollato alle vitree pareti. Il colore nel bicchiere è ben oltre la buccia di cipolla, ma oramai decisamente aranciato. Al naso tenui elementi terziari: tra una mora di gelso ed una prugna disidratata affiora netto un bastoncino di liquirizia. Il vino è perfetto, ed evolve di minuto in minuto. In bocca è gentile, leggero, equilibrato: è tutto in punta di fioretto, è tutto molto elegante, direi femminile. Ritornano aromi di fiori appassiti e dolce fragolina di bosco. Un monumento.

d.c.

Petite patisserie

Costruito su un equilibrio mirabile, tutto dosato senza eccessi: profumi intensi e di eleganza sussurrata come gioielli di piccola pasticceria; la frutta matura e leggermente dolce lascia poi il passo ad una golosa crema a pasta gialla. In bocca non c’è bisogno di mostrare i muscoli: è tutto così talmente suadente che ci si lascia abbandonare ed affascinare dalla misura degli elementi, sempre perfettamente calibrati, tanto da non accorgersi che, come niente fosse, le nostre papille passano da una nota di sapidità certa ad una chiusura che sembra persino dolce, che rimane lì in amovibile persistenza, quasi a ricordo dell’antica tradizione champenoise.

d.c.

Giona 2011. Salina Bianco igt

C’è il sole sull’etichetta, ma c’è tutto il sole del Paradiso delle Eolie nel bicchiere. Ero convinto di essere arrivato tardi. Ero convinto di trovare un vino oramai spento, ed invece… Ha perso la primavera fiorita delle prime bottiglie, ma si è trasformato e racconta tutto il calore dell’estate: il colore è oro; i profumi sono fusioni di frutti maturi e succosi, pesca, melone cantalupo, fichi d’india. Tipico assemblaggio di Inzolia e Cataratto. In bocca la struttura tiene, acidità e calore si avvicendano con alternanza. Solo l’uscita leggermente amarognola di mandorla tostata ci racconta che siamo arrivati appena in tempo…

d.c.

Lugana Riserva Borghetta 2014. Avanzi.

Della citata barrique di fermentazione ed affinamento non se ne scorgono i tratti mentre cerchi di identificare i singoli elementi aromatici fusi in una complessità ancora in evoluzione. Affiora una polpa gialla di frutto maturo, un fiore estivo, note medicinali ma già al naso è nettamente percepibile il calore alcolico, che qui assume caratteristiche “solari”. In bocca poi è morbido, grasso, riempie ed appaga. L’alcool sovrasta la struttura acida, chissà se il vino sarà in grado di evolvere ancora nel tempo?

d.c.

Timorasso Archetipo 2014. Ezio Poggio.

Mai mi ero inoltrato, in vita mia, nelle “Terre di Libarna”, recente sottozona della più ampia denominazione dei Colli Tortonesi. Ed, a quanto pare, ho incontrato una celebrità della zona, la cantina Poggio, nell’espressione del vino più caratterizzante l’intera denominazione, il Timorasso. Decisamente verde nel bicchiere, trasferisce il suo colore anche ai profumi: siamo nel pieno di uno sfalcio di erbe di campo. Solo dopo alcuni giri di areazione affiora un piacevole agrume, direi senz’altro un pompelmo rosa. Nel cavo orale è l’acidità a farla da padrona, tanto strutturata da soverchiare la nota alcolica, quest’ultima forse affiorante solo nella morbidezza di un’uscita lunghissima e citrina.

d.c.

Ferrari Perlé Zero 10: non solo Giulio Ferrari Riserva del Fondatore

Il Perlé Zero 10 è stato presentato dalle Cantine Ferrari nel settembre 2017 e segue l’uscita del “Bianco Riserva” (assolutamente da provare) per completare l’offerta della collezione Perlé.

Lo “Zero 10” (dall’anno della messa in bottiglia) è un nature composto da un mosaico di millesimi delle vendemmie 2006, 2008 e 2009. Raffinato chardonnay di montagna invecchiato in acciaio, legno e bottiglia per un sofisticato assemblaggio da cui ne sgorga, dopo almeno 6 anni sur lies, un “non millesimato” (o con più enfasi un “multivintage”) davvero interessante.

Degustato nell’autunno dello scorso anno, non mi aveva completamente convinto, la sensazione di legno la faceva da padrone forse a causa della ravvicinata sboccatura.

Ad alcuni mesi di distanza si presenta nel bicchiere con riflessi dorati e un perlage di tutto rispetto (finissimo e infinito) al naso spicca il frutto: sentori di pompelmo rosa, ananas, zenzero fresco con un finale leggermente balsamico. Non manca quindi l’eleganza aromatica anche se, a dirla tutta, non emergono la fragranza e la tostatura che ci si aspetterebbe da un Trentodoc di così elevato standing.

In bocca risulta preciso, avvolgente, pieno ed equilibrato con una buona persistenza aromatica. Una bollicina di grande struttura, a cui del resto la famiglia Lunelli ci ha abituato, a partire dall’ineguagliabile Riserva del Fondatore.

Ottimo l’abbinamento con del sushi o con crostini burro e acciughe del mar Cantabrico

R.R.

Ciampagnis Vieris 2015. Vie di Romans.

Lo Chardonnay che non ti aspetti. O perlomeno che non ricordi!

È per me un abominio stappare una bottiglia, a cui auguri, perlomeno, 15 anni di vita. Eppure sono stato io stesso autore di cotanto (ed efferato) delitto. Ma un vino, quando è grande, è capace di essere straordinario in ogni fase della sua evoluzione. E così questo Chardonnay, di provenienza friulana, di modello borgognone, e di imprevedibile gioventù ha illuminato una già buia serata. Al naso scatena con improvvida intensità, come solo un ragazzino sa fare, il calore del sole: c’è di tutto in quella cascata di profumi, dalla frutta gialla matura ai fiori di campo, passa da erbe aromatiche sino alla burrosità tostata dei legni di fermentazione. C’è l’albicocca, il pompelmo rosa, la banana, e poi la salvia. In bocca ti scarica la sua iniezione da torpedine, ti stordisce tutto appoggiato sulle durezze, che celano completamente le rotondità alcoliche, la cui presenza è rilevata esclusivamente dalle note in etichetta. Si muove al palato, vibra… continua a vibrare: è una persistenza tattile. Infinita.

d.c.

Bolla sibillina

Viene dalle Marche, ma non è un Metodo Classico dell’Adriatico, anzi lo Chardonnay cresce sulle pendici dei Monti Sibillini, da vigneti coltivati in altura. Dal colore molto tenue, con bollicine persistenti nonostante una dimensione non propriamente minuscola. I profumi sono freschi, sanno di primavera, di bouquet fioriti e di una percepita nota di polpa d’uva croccante. In bocca la struttura è tutta sbilanciata sulle durezze, tanto sbilanciata da non far mai filtrare la nota calorica apportata da un volume alcolico sicuramente fuori standard per i vini spumanti.

Incontro avvenuto in un ristorante lodigiano in carta ad un prezzo (40 euro) non adeguato.

d.c.

Amarone della Valpolicella classico, Campo Masua 2009. Venturini.

Versato nel bicchiere appare come inchiostro impenetrabile. Il naso viene attirato da freschi profumi di more e da una inconfondibile prugna essiccata. In bocca è rotondo, morbido, ma ahimè un po’ troppo sfuggevole: la ricerca e l’attesa di rimanere avvinghiati ad una scia di persistenza risultano deluse. Di contro risulta impressionante l’equilibrio espresso, che non lascia mai prevalere il calore acceso da un volume alcolico muscolosissimo.

d.c.