Vino della festa.

È sempre così! Cosa fa uno winesnob, come me, per prepararsi ad un giorno di festa? Prepara per giorni un programma, mette in fila tutte le bottiglie che gli procurano l’acquolina ed il giorno fatidico… le lascia lì perché qualcun’altro decide diversamente! Per fortuna che lo winesnob trova conforto e consolazione molto rapidamente.

Sembrava una bottiglia storica il “Rive Alte” Toc Bas del mio compleanno, dall’aspetto alquanto stropicciato nelle sue etichette rovinate, ma in realtà solo del 2016. E nonostante il sospetto di una vita scombussolata il vino era nella pienezza della sua integrità: brillantezza illuminante alla vista, profondità di profumi come solo il Tocai Friulano è in grado di regalare (sfalcio d’erbe d’alpeggio, pesca nettarina, mandorle di prima tostatura), freschezza al palato che annulla la percezione alcolica pur in presenza di un volume alcolometrico impressionante, facilità di beva che richiama il bicchiere successivo inducendo ad un irrefrenabile, ma felice, ottundimento, ritorno di polpa gialla e mandorla che si incolla al palato, riempiendoti, infinito, il pomeriggio…

d.c.

CCLIV

Come si cambia…

Ma vi ricordate quanto Merlot si beveva alla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90? Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, tutti a rincorrere il modello Petrus (il cui assaggio manca alla mia collezione) o più umilmente (si fa per dire) il ricco di successi Masseto (anche questo manca alla mia collezione) o Redigaffi di Tua Rita (questo no! Anzi offrirò il prossimo inverno una bottiglia storica ai miei amici compagni di merende e blog in una straordinaria serata “Toscana” con numerose altre etichette storiche…privilegi da winesnob!). Tutti producevano Merlot; qui in Italia con alterni risultati; per fortuna l’offerta è andata via via rarificandosi, almeno nelle sue produzioni “in purezza”. Beh non so sinceramente quanto tempo sia passato dal mio ultimo Merlot italico (… dalla Francia e da qualche Cantone della Svizzera ho continuato a berne con soddisfazione…), e per cui alla vista di questo “strano” Provincia di Pavia IGP la curiosità è scattata irresistibile. Inchiostrato di un rosso rubino impenetrabile, mostra già al suo volteggio nel bicchiere una carica glicerica importante. Ad un finissimo e godibilissimo olfatto di cacao-cioccolato, che poi si trasforma in un dolce mon cheri, si pone a contraltare, in chiusura, una rustica nota verde onestamente non pesante ma che un po’ delude le mie attese di aver rintracciato le parvenze di una mano d’oltralpe. In bocca poi è molto corretto: nonostante i 5 anni dalla vendemmia il vino è assolutamente integro, persino giovane. L’equilibrio raggiunto tra una freschezza di sostegno ed un calore alcolico esuberante sono prova di una sapienza produttiva. Qui in bocca nessun “ritorno” erbaceo e/o d’ortaggio ma un maturando frutto glassato di fine cioccolata al latte. Incoraggiante la persistenza. Forse un vino aperto in fase evolutiva e che avrebbe meritato ancora qualche anno di affinamento in bottiglia.

Merlot “L’altra metà del cuore”, 2013. Prime Alture.

d.c.

CCLIII

Ancora a Trento.

Arduo pensare che l’umile Cuvée 600uno potesse rivaleggiare con l’imponente Maso Martis Riserva di un paio di sere fa… ma l’ultima di una dozzina di bottiglie acquistate un paio di anni fa non ha certamente fatto brutta figura, anzi mi ha stupito per l’incredibile rapporto qualità/prezzo (se ricordo bene non ho speso più di 6 euro a bottiglia!). Il vino si sviluppa su canoni previsti: lo Chardonnay è riconoscibile nelle sue note evolutive di frutta gialla matura, ma nessun eccesso stonato o che incida negativamente su un’impostazione di generale eleganza. Il vino in bocca non ha perso freschezza, ma di certo comincia a prevalere una rotondità evolutiva che lascia il palato ammorbidito ed addolcito da una piacevole sensazione di frutto. Chiusura equilibrata e stimolante al nuovo sorso.

d.c.

CCXLIX

Recupero, recupero… Recupero!

Con ancora non abbandonata la memoria dell’imperioso 2013 di Andrea Arici eccomi tuffare in un altro millesimo 2013 altrettanto straordinario.

Mai recupero alle precedenti medie fu più rapido…

Adoro Maso Martis per la finezza ultraterrena dei suoi prodotti: dal colore, alle bollicine assolutamente microscopiche e veramente infinite, alla scia agrumata dei profumi, tutto sembra costruito appositamente per stupire. In bocca poi graffia ed incide. È incredibile la profondità in cui si viene lanciati. I profumi evolvono in cangiante progressione: dall’arancia sanguinello, si passa ad un croccante tarocco per poi appoggiare su bacche rosse e nere. Con il calore la dolcezza del mirtillo ti stordisce. Ma tutto è misurato con precisione millimetrica, nulla è mai fuori posto. Solamente infinito.

d.c.

CCXLVIII

Recupero…Recupero!

Dopo tre settimane senza bollicine non potevo rischiare una delusione… meglio andare sul sicuro ed aprire qualcosa di sicuramente buono.

Sono affezionato alla cantina di Andrea Arici, non foss’altro perché i suoi vigneti mi salutano tutte le mattine e mi accolgono, la sera, al mio rientro. Da sempre interprete ed autore del “non dosaggio” caratterizza i suoi vini esaltando la percezione del frutto, sempre maturo, rotondo, quasi edibile. Normalmente amato da tutti i palati, dai meno avvezzi ai più raffinati, ma questi prodotti rappresentano un unicuum nel territorio franciacortino, non immediatamente paragonabili agli altri consorziati.

Pinot nero di frontiera, allevato sulle pendici dei confini orientali della Franciacorta, confonde il naso con profumi più di frutta a polpa gialla (tra una mela golden e forse una annurca ben matura) che dell’atteso agrume. Affascinante una lievissima sensazione di tostato che rimane anche negli aromi da retrolfattazione. Incredibile la tenuta alla temperatura. Il vino si scalda, cambia verso toni di maggiore maturità, ma resta costantemente godibilissimo. La pienezza del frutto è tale che arrotonda l’entrata al palato, scalfito dalle durezze ma immediatamente lenito. Persistenze da Grand Cru.

Dosaggio Zero Nero millesimo 2013… 2 bottiglie per il recupero potranno bastare…

d.c.

CCXLVII

Scacciadiavoli Grechetto doc 2017.

Mi ero ripromesso, quest’estate, di bere e raccontare, nel mio giro d’Italia con la mia truppa, una quantità smodata di vini diversi. Ed invece mi sono dedicato, bevendone comunque una quantità smodata, ad una serie di birre, quasi tutte Blonde Ale, molte assolutamente straordinarie, tutte rigorosamente italiane. Ma dal momento che qui siamo su Wine Top Blog, ne tratterò in un’altra vita…

Impossibile, almeno dal punto di vista statistico, tenermi completamente a secco di vino: devo ammettere che un po’ di pigrizia mi ha bloccato la scrittura, troppo spesso corroborata da cattivi incontri.

Ma tornati in Umbria non si poteva non rincontrare un po’ di qualità. E per cui a Perugia, alle spalle del Palazzo dei Priori, in un ardito abbinamento con delle pappardelle al Nero di Norcia, un umile Grechetto doc 2017 di Scacciadiavoli. Apparentemente scarico in tutte le sue caratteristiche (giallo paglierino tenuissimo alla vista con riflessi verdognoli, una fluidità nel bicchiere fortemente accennata) in realtà stupisce per l’esuberante componente alcoolica minimamente percepita al gusto, evidentemente ben sostenuta e contrastata da componenti di acidità non immediatamente affioranti quanto invece un timbro di sapidità costante.

Ed adesso, cari amici, pronti al recupero…

d.c.

CCXLVI

Perché vincerà la Francia.

Se la Francia vincerà i mondiali di calcio proprio non lo so. Non so se le giovani gazzelle transalpine insaccheranno molti palloni nella rete avversaria. Non lo so, e forse non mi interessa neanche. Antipatici? Egocentrici? Egoisti? Ma per forza! Sono tra gli ultimi tenutari del segreto di Bacco… la loro vicinanza al divino li rende superiori… E per cui non so se vinceranno la partita di calcio, ma tutte le altre (quelle che mi interessano) le hanno già vinte!

Calcio di inizio. Io e l’Editore ci concentriamo su un campione da Ambonnay a predominanza di Pinot Noir: J.Pérard, Cuvée de Réserve. Grand Cru ad un prezzo da locale Franciacorta. Impressiona per la finezza e nitidezza espressiva, tutta giocata su profumi e note di agrume e frutta gialla. Semplice, scorrevole… finito!

Secondo tempo. Ci spostiamo di qualche chilometro, pur rimanendo all’interno delle aree designate Gran Cru: siamo a Bouzy. Jenne Vesselle, Brut Prestige, R.M. Sempre quota prevalente di Pinot Noir su Chardonnay.

Rigore! È assolutamente stupefacente! Alla vista già giallo-oro, profumi di vibrante capacità emozionale: l’agrume succoso è miscelato con incredibili note gessose e minerali che arrivano fino ad una sensazione di canna da fucile. È impensabile la profondità in cui ci perdiamo, veramente senza fine… L’acidità affilata come un bisturi non permette mai di far affiorare un generoso grado zuccherino che ammorbidisce ed aiuta la percezione di piccoli frutti rossi a diventare persistenza.

Francia-Resto del mondo 2-0.

d.c.

Primo tempo.

Secondo tempo.

CCXLIII

Karmis 2016. Contini. Igt Tharros.

Porta con se il colore della sabbia dorata del Tirso e del sole antico di Sardegna. Porta con se delicati profumi di frutta matura e decise impronte aromatiche, tanto caratterizzanti da riuscire a svelare il segreto dell’etichetta celante i vitigni autoctoni nella quota preponderante di Vernaccia locale. È uno straordinario profumo femminile, caldo, che solo nel suo sfumare fa affiorare una lontana nota di vaniglia, segno di un passaggio almeno parziale in nobili legni nuovi. È rotondo in bocca, avvolgente, sicuramente molto secco ma più appoggiato alle morbidezze dell’alcol. Ha l’intensità dell’onda di mare che si scarica sulla spiaggia e la persistenza del suo ritiro.

d.c.

CCXLII

Lèant 2017. Ronco Calino. Curtefranca.

Strano, complesso, difficile (difficilissimo) da capire pur nella sua sola apparente semplicità. È un vino antico, forse proprio come lo bevevano i nostri nonni, ed al contempo modernissimo. Alla vista verdognolo, segno di una ancora adolescente gioventù. Olfatto che ti genera confusione: c’è sì una base di mela verde, ma affiorano, anche nettamente, profumi da vitigno semiaromatico come erbe aromatiche, sfalciate alpestri, camomilla, profumi di orto. Se non fosse stato accanto a me l’enologo, giurante, non avrei mai creduto in uno Chardonnay in purezza. Poi in bocca un nuovo cambio di registro: entra scorrevole nel cavo orale, ma affiora immediatamente un velo di carbonica, qui piacevolissima che attenua in maniera opportuna la nota dolce del frutto, affermante certamente uno Chardonnay forse dal carattere “montano”. Questa residuale frizzantezza, proprio minimale, rappresenta la chiave di volta su cui si costruisce l’intera struttura, voluta e ricercata per il consumo quotidiano.

Prende il nome dalla collina del “Levante”, in cui è inserito l’intero vigneto. Ma non è sbagliato l’accento posto sulla “e”? Nel caso… tranquilli! Sarebbe l’unica cosa fuori posto…

d.c.

CCXLI