Rimaniamo lontani da Reims.

L’ho scritto ieri: questi vini sono Champagne, ma la mia idea di Champagne è diversa. Ciò non significa che non siano buoni, bensì solo diversi. La necessità di allargare i confini dalla tradizione porta necessariamente a terreni-climi-fattori umani (ossia a dirla proprio come loro terroir) profondamente differenti. Oggi siamo a Polisy a pochi passi da Celles-sur-Ource di ieri, in compagnia di un Blanc de Blanc molto differente da quello di ieri. Se nel precedente brillava una mirabile gioventù di frutto e di fiori bianchi, qui i registri sono impostati su frutta più matura, con una distinta mela golden già dolce e leggermente sfaldata. Meno intenso nei profumi, meno convincente nella struttura generale, ancora più lontano da Reims…

d.c.

CCLVII

Molto più vicino alla Borgogna che a Reims.

Google Map vi aiuterà a rintracciare facilmente Celles-sur-Ource, già a sud di Bar, talmente vicina alla Borgogna non solo da vederne le colline, ma da percepirne… i profumi…Paradossalmente il panorama è più suggestivo qui piuttosto che nelle noiose distese della Champagne, ma… Reims è veramente lontana!

Ed in terra, presumibilmente, di Pinot Noir affronto un Blanc de Blanc, assemblaggio di Chardonnay e Pinot Blanc.

Buono! Io prevenuto, ma il vino assolutamente da provare. In primis straordinario rapporto qualità/prezzo per uno Champagne proposto dalla ristorazione a poco più di 40 € (e per cui ipotizzo alla fonte vicino ai 20€). Fresco, di notevole fragranza, ti riempie prima il naso e poi la bocca di note di biancospino e poi di croccante pesca bianca. Diverso però dalla mia idea di Champagne. Bella persistenza strutturata su una inattesa ed incisiva sapidità.

d.c.

CCLVI

I confini si estendono

Siamo formalmente nelle “nuove” zone della Champagne, nello specifico nell’Aube, ma la magnifica Cote d’Or di Borgogna è veramente a vista. Ed infatti sarà anche uno Champagne con tutti i crismi, ma il modello che ha ispirato la Cosmogonia di molti appassionati qui è difficilmente rintracciabile: non dico che il vino non sia buono (perché in realtà lo è…), e nemmeno mi permetterei di affermare che questo non sia Champagne (in una sorta di sterile difesa della tradizione), ma solo che è diverso. Ora non vorrei condizionare nessuno in giudizi prevenuti, anzi invito tutti i winesnob come me ad analizzare con attenzione queste produzioni e magari a condividerne il pensiero. Il Pinot Noir è facilmente percepibile al naso: i frutti, dai piccoli neri e rossi ad una netta mirabelle, danno tutti una sensazione di maggiore maturità. Sono semplici, piacevoli, un po’ sfuggevoli, qui assolutamente privi delle mineralità e/o delle speziature del lontano nord. In bocca il sorso entra incisivo, equilibrato, di sicuro non “violento” e citrino come le impostazioni delle zone più tradizionali. La degustazione è assolutamente piacevole, tutta basata su un equilibrio fruttato. Il paragone dovuto all’unità di marchio è però, per me, ancora troppo complesso (e forse un po’ impietoso) per la radicale differenza di impostazione.

d.c.

CCLV

Vino della festa.

È sempre così! Cosa fa uno winesnob, come me, per prepararsi ad un giorno di festa? Prepara per giorni un programma, mette in fila tutte le bottiglie che gli procurano l’acquolina ed il giorno fatidico… le lascia lì perché qualcun’altro decide diversamente! Per fortuna che lo winesnob trova conforto e consolazione molto rapidamente.

Sembrava una bottiglia storica il “Rive Alte” Toc Bas del mio compleanno, dall’aspetto alquanto stropicciato nelle sue etichette rovinate, ma in realtà solo del 2016. E nonostante il sospetto di una vita scombussolata il vino era nella pienezza della sua integrità: brillantezza illuminante alla vista, profondità di profumi come solo il Tocai Friulano è in grado di regalare (sfalcio d’erbe d’alpeggio, pesca nettarina, mandorle di prima tostatura), freschezza al palato che annulla la percezione alcolica pur in presenza di un volume alcolometrico impressionante, facilità di beva che richiama il bicchiere successivo inducendo ad un irrefrenabile, ma felice, ottundimento, ritorno di polpa gialla e mandorla che si incolla al palato, riempiendoti, infinito, il pomeriggio…

d.c.

CCLIV

Come si cambia…

Ma vi ricordate quanto Merlot si beveva alla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90? Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, tutti a rincorrere il modello Petrus (il cui assaggio manca alla mia collezione) o più umilmente (si fa per dire) il ricco di successi Masseto (anche questo manca alla mia collezione) o Redigaffi di Tua Rita (questo no! Anzi offrirò il prossimo inverno una bottiglia storica ai miei amici compagni di merende e blog in una straordinaria serata “Toscana” con numerose altre etichette storiche…privilegi da winesnob!). Tutti producevano Merlot; qui in Italia con alterni risultati; per fortuna l’offerta è andata via via rarificandosi, almeno nelle sue produzioni “in purezza”. Beh non so sinceramente quanto tempo sia passato dal mio ultimo Merlot italico (… dalla Francia e da qualche Cantone della Svizzera ho continuato a berne con soddisfazione…), e per cui alla vista di questo “strano” Provincia di Pavia IGP la curiosità è scattata irresistibile. Inchiostrato di un rosso rubino impenetrabile, mostra già al suo volteggio nel bicchiere una carica glicerica importante. Ad un finissimo e godibilissimo olfatto di cacao-cioccolato, che poi si trasforma in un dolce mon cheri, si pone a contraltare, in chiusura, una rustica nota verde onestamente non pesante ma che un po’ delude le mie attese di aver rintracciato le parvenze di una mano d’oltralpe. In bocca poi è molto corretto: nonostante i 5 anni dalla vendemmia il vino è assolutamente integro, persino giovane. L’equilibrio raggiunto tra una freschezza di sostegno ed un calore alcolico esuberante sono prova di una sapienza produttiva. Qui in bocca nessun “ritorno” erbaceo e/o d’ortaggio ma un maturando frutto glassato di fine cioccolata al latte. Incoraggiante la persistenza. Forse un vino aperto in fase evolutiva e che avrebbe meritato ancora qualche anno di affinamento in bottiglia.

Merlot “L’altra metà del cuore”, 2013. Prime Alture.

d.c.

CCLIII