Pigato 2016, Enrico Dario, Riviera Ligure di Ponente doc

Ha dentro l’estate questo Pigato, semplice, sincero, che ha accompagnato la straordinaria cena a base di pescato “vivo”.

Prati fioriti. Acidità pulente; ma soprattutto è la nota salina la caratteristica che sorregge la bevuta ed accompagna il naturale abbinamento a piatti ittici, siano essi di crudo, che frutto di una cottura in casseruola. 

Prezzo? Io l’ho pagato 7 Eur! Fuori di testa!

d.c.



Se passate di qui, la sosta è obbligo!

Prosecco Superiore DOCG Extra Dry, Conegliano Valdobbiadone, Le Fade, Az. agric. Luca Ricci.

Le regole sono regole! E la regola che si sono dati, qui in questo cahier dei ricordi, i nostri 3 Winesnobs è che quando un vino non va…. proprio non va! E nonostante la nostra atavica sete, che spesso aiuta a perdonare qualche difettuccio, quando un vino non racconta nulla, è inutile salvarlo alla lettura e soprattutto dal consumo dei nostri innumerevoli lettori!

Inespressivo, senza sostanza: olfatto inesistente, struttura al gusto sorretta esclusivamente da un assaggio ghiacciato. Persino la dolcezza ricercata è sottotono. Dedicato ad aperitivi anonimi…

d.c.


Usti!!!

A tanto si sarebbe spinto il nostro D.T. preso da un precoce entusiasmo da ossidazione dettato dalle note di un Carat 2012 di Bressan, a dire la verità non particolarmente straordinario. Per onore di cronaca sarà poi proprio lui a divenirne il più acceso detrattore.  

Siamo finalmente insieme, in un locale un po’ magico, e con noi due graditissimi ospiti.

La serata inizia con una bollicina: un Franciacorta ben fatto, naturalmente NON DOSATO, paradigmatico della via che secondo noi i produttori franciacortini devono percorrere. La bottiglia evapora rapidamente, la sete è tanta. Raddoppio?…


… No! E’ il momento in cui D.T. si perde nella carta dei vini, approdando ai lidi goriziani di Bressan.

I sentori olfattivi sono interessanti, tra il balsamico e le note rilassanti di una tisana di fiori; puliti ma di una intensità tenue per quanto farcita di ossidazione. Ossidazione che ha inciso sul colore del vino, oramai già virato a colori tra il rosato e l’arancia(ta) pur essendo un assemblaggio del classico Tocai Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla. Vendemmia 2012. Vinificazione studiata per produrre vini da invecchiamento: non questo! Debole in tutte le sue caratteristiche organolettiche, persino deludente in punto di acidità al palato. Piatto, senza emozioni. 


A questo punto era necessaria la virata! Al nostro tavolo è presente un grande, grandissimo produttore dell’OltrePo. Perchè ulteriormente rischiare: “Andrea, portaci qualcosa di tuo…” Ed ecco che compare un appena imbottigliato pinot nero, senza etichetta, senza orpelli, ma con un’anima immensa. Semplice, ma non banale, corretto in tutti gli elementi attesi, fresco si (anzi all’inizio anche un po’ freddo…) ma capace fin da subito di zittire gli astanti, segno di fascino e grande profondità. Il vino ti parla, ti racconta della sua sincerità e della sua purezza; il frutto croccante nella sua polpa, ti sfama: ecco l’emozione che cercavamo.

A compimento del miracolo, un regalo: il cuoco, il magico Michele Valotti ci invia un suo regalo, un test per la prossima carta. Perfetto!


Rimaniamo in OltrePo e rimaniamo sulla purezza di un “Sangue di Giuda” tipico, suadente, chiacchierino, che addolcisce il nostro palato ed i nostri pensieri. Sono vini antichi, persa la loro funzione “alimentare”, funzionano da porta sul passato, parlano di chi e cosa eravamo, pur con dialetti diversi.


…la fortuna della felicità…

d.c.

Ma è nato prima l’uovo o la gallina?

O meglio: è nata prima la straordinaria coppa e l’impareggiabile pancetta piacentina o il gutturnio frizzante? Credo che rappresentino un binomio imprescindibile, quasi un postulato euclideo. E per cui nel rincorrere ed anelare ad antiche vendemmie di Chateaux, nel sognare Baroli ottuagenari e Supertuscan da milionari, evviva evviva il tanto umile Gutturnio frizzante, sontuoso cerimoniere delle tavole più frugali, più spontanee e genuine…

Credo che la cantina in esame oggi sia tra i grandi interpreti del Gutturnio, ed in particolare modo di quello spumoso e frizzante; ma questa volta mi sono tolto lo sfizio di verificare la tenuta nel tempo di questi vini, attesi normalmente a pronto consumo. E devo dire che la prova è stata superata con grande onore: forse ha perso un po’ di esuberante freschezza, ma anche di rusticità (a volte un po’ troppo invadente), mantenendo un bel profilo intensamente fruttato, pulito, senza cadere in quei sentori di buccia di salame, troppo spesso incontrati in rossi mossi “passati”.

Questa sera perfettamente sposato ad una culaccia da lacrime di commozione proveniente da Perino in Val Trebbia.

d.c.


Giorgi 1870  Gran Cuvée storica 2011.

Pinot nero delicato, tenue, appena appena sussurrato. Abituati come siamo noi “franciacortini” a pinot di carattere, a volte muscolosi, a volte persino rustici, lascia spiazzati questa eleganza che non lascia traccia. Questa leggerezza era già stata definita come cifra stilistica in precedenti avvicinamenti alla cantina, già “postati” anche qui nel nostro petit cahier. Pluripremiato dalle Guide con bicchieri, gujot e chi più ne ha più ne metta…il vino è perfetto, ma… non mi ha pienamente convinto!

d.c.


Retroetichetta: non vi pare un po’ troppo piena?

Sigillo particolare.


Il tappo perfetto.

Amarone della Valpolicella classico, Campomasua, Venturini. 2006

Scende nel bicchiere con grevità glicerica, ma il colore è vivo e di affascinante vividezza. L’olfatto, giocato su note di frutto rosso avvolgenti, e su una netta sensazione di smalto,  non dell’intensità attesa dal “camino” alcoolico: c’è però una nota polverosa, incerta, non pienamente appagante. Forse ha bisogno di liberarsi dai 2 lustri i restrizione, probabilmente migliorerà con la serata, o forse ancor più domani…La qualità del campione però in bocca: equilibrio misurato e complesso. La nota alcolica, dalla presunta non contenibilità, è in realtà bilanciata perfettamente dalla componente acida, perfettamente anch’essa camuffata nei ritorni fruttati della retrolfattazione, e da una nota tannica decisa, morbida ma non completamente arrotondata: e mentre ti aspetti il calore nel cavo orale, le papille “sudano”freschezza. Da rivedere…domani!

d.c.

La retroetichetta… un po’ retorica ed autocelebrativa. Io sottolineo solo il volume alcoolico.

Il tappo assolutamente perfetto.

Meyer Fonné , Pinot Blanc Vieilles Vignes 2015. Vin d’Alsace.

Brillante, fresco, semplice, ma inneggiante alla beva, mai complessa o impegnata, ma non per questo non piacevole o appagante. Olfatto di floreale finezza, palato di conturbante leggerezza. Questo l’indelebile parte del ricordo. Ahinoi da dimenticare la vena artistica del fotografo, poco impegnato nel ritratto della testimonianza.

d.c.



Straordinario invece il ricordo del risotto che ha accompagnato il sacrificio della bottiglia: risotto al Castelmagno con nocciole delle Langhe e battuta di fassona piemontese. Il tutto servito qui…

Pietra Brox 2015- Tenuta Giardini Arimei.

Alla vista una presunzione di leggera ossidazione, visto il giallo carico, quasi dorato, con cui si presenta nel bicchiere. Forse gli effetti di una vendemmia un po’ avanzata. Ma invece i profumi sono lievi e floreali, su una nota salmastra. Entra pulito nel cavo orale, senza eccessi, sia per acidità che per alcolicità, entrambe sempre misurate. Persistenza indotta da una base di sapidità, cifra della tessitura di tutta la degustazione.

Da vitigno Biancolella. Ischia Doc. Cantina appartenente alla Galassia Muratori.

d.c.


La retroetichetta.


Il tappo di sughero ad alta tecnologia.


Il giallo oro che un po’ mi ha confuso…

Andata e… ritorno.

Ripassaggio sulla Cantina Giorgi, con un prodotto, questa volta, similissimo ad uno già qui recensito un paio di mesi orsono: Pinot nero in Dosaggio Zero denominato Top Zero ma qui nella sua versione Vigna La Sacca ( e con cambio cromatico dell’etichetta…). Sboccatura leggermente più datata del precedente (dicembre 2015), prodotto fotocopia nelle sue caratteristiche principali, se non per una personale percezione di maggiore gioventù, o forse minore maturità, ed una spiccata nota olfattiva di rusticità, che non ho particolarmente apprezzato. Vino per il resto caratterizzato da puntuale correttezza e da una “leggerezza” che evidentemente ne rappresenta la cifra stilistica. Come alla visita di leva: rivedibile.

d.c.

Come nella precedente esperienza l’unico accenno al “cru” nel bollino sovrastante l’etichetta.


La retroetichetta: tutte le informazioni sono puntuali, ne rivedrei la veste grafica.


Tappo, perfetto e di alta qualità.


Miscellanea per la fine di un anno bisesto e per l’inizio di un altro con il 17

Esagerato, si è esagerato! Scrivere un post per ogni vino degustato/bevuto/strapazzato, impossibile! Ci saremmo trovati obbligati a farci offrire subito una cena dal nostro amministratore, cena promessa al raggiungimento del centesimo articolo…

E per cui la scelta di ricordare; di ricordarli tutti, o quasi tutti; sicuramente tutti quelli significativi.

Natale, il pranzo di Natale, all’insegna di una scelta locale e modesta, ma non per questo priva di dignità… Chardonnay, semplice e profumato, Pinot nero, rustico e leggero, delle colline dell’estremo confine franciacortino: per cui il bianco ha potuto fregiarsi della denominazione, mentre il rosso è ricaduto nell’IGP Sebino. Siamo nell’Osteria del Maestrì ed a tavola ci sono i loro vini.


L’avevo già incontrato nel corso del passato anno (bisestile), l’ho voluto fortemente ritrovare prima che il bisesto finisse: e come nel primo incontro, è stato amore viscerale per l’intima eleganza, non solo della sua veste, e per la sua profondità pur mantenendo una semplicità di beva impressionante.




Di corsa… di corsa… ne è rimasto solo il ricordo di una bottiglia finita. Semplice, mi permetterei di definirlo commerciale, ma preciso, pulito, elegante.

Uguale sorte, il pomeriggio seguente per il fratello maggiore: ed in quanto maggiore ha mostrato tutta la sua forza ed i suoi muscoli. Non ne conoscevo le caratteristiche, ne temevo la deriva commerciale, che in realtà non c’è: il vino è intenso, vibrante, emozionante, vero.

Tagliente come una lama. Peccato un ricordo fotografico incerto, ma non il vino apparso alle mie papille straordinario; persistenza di frutta gialla che mi rimane impressionata nella mente a giorni di distanza.


Era tanto che non bevevo un Prosecco tanto interessante. Dolce ma gradevolissimo, di beva immediata e mai paga. Il limitato tenore alcolico ne ha concesso un consumo un po’ fuori “ordinanza”.



Siamo tornati sull’Oger con un Blanc de Blancs molto diverso dal precedente Vergnon:  a parte il fatto che trattavasi, come oramai al solito, di una bottiglia dimenticata, la cuvée non ha mostrato alcun segno di ossidazione. Anzi rimarrà nella mia memoria impressa per la regale speziatura e per un particolarissima nota di polvere di caffè al naso, così straordinaria quanto unica.


Dieci anni e non sentirli! Struttura inscalfibile, acidità misurata e pungente, tannino setoso: qui però ho capito perchè il sangiovese grosso viene chiamato dalle parti di Montepulciano “prugnolo gentile”, l’olfatto è variegato su note di prugna croccante o disidratata come mai mi era riuscito di osservare nei precedenti incontri con questo nobile produttore.


Non ho dubbi! Il RE!!! Il RE di tutto il 2016, ma forse di tutto l’ultimo lustro. Ritengo ingiusto trovare parole per descrivere un vero miracolo: è un capolavoro rinascimentale, un paradigma. 


Una leggera ossidazione, ma non tale da compromettere fragranza ed eleganza di un vino che mostra interessante struttura e notevole complessità. Giunto però al suo culmine e probabilmente sofferente sboccature datate (non ne conosco però la conservazione del campione “magnum” incontrato).


Un altro Blanc de Blancs, un’altra zona (Avize), un vino grande ed ancora diverso: sa di antico, con note di frutta matura e lontana affumicatura di un legno nobile e leggermente vanigliato. Di persistenza impressionante, capace di accompagnare a tutto pasto forse qualsiasi piatto.



Cosa vi raccontavo tempo fa del Pinot Grigio? Beh… lo ribadisco con forza! Alla vista il sospetto di ossidazione, visto il giallo dorato carico con cui è sceso nel bicchiere. Ma i profumi sono puliti, netti, di una fruttuosità esuberante. Al palato l’acidità ha ceduto un po’ il passo ad un alcool intenibile. Io non posso essere obiettivo, ma lui è parso anche a tutti i miei commensali grandissimo.


E per cui… era necessario ributtarsi immediatamente su qualcosa che celebrasse degnamente una delle più importanti cantine goriziane. Vino di 5 anni, ma sembrava di perdersi tra un campo fiorito ed un frutteto maturo. Oblio spettacolare.

Rimasti nel nostro italico nord est, ecco lo sbiadito ricordo di una grande uvaggio: sbiadito nel riflesso fotografico e nella nostra memoria, aggredita dall’alcool della (forse) decima bottiglia della serata. La mano tremolante ne è certamente testimonianza!


Borgogna, magica Borgogna! Nulla come la Borgogna. Sia che tu incontri un vino semplice, anche con qualche difetto (ossidativo) sia che tu intacchi il limite del tuo affidamento in banca, sfidando (perchè di sfida si tratta!) bottiglie con qualche zero prima della virgola. La profondità dello Chardonnay borgognone potrebbe essere assimilato ad un trattato teologico, ma la cui conclusione si definisca esclusivamente con un pavor numi…



Ne conservo in cantina decine di bottiglie, convito, come sono, che trattasi di uno dei Barbaresco più veri e fragranti, senza necessariamente dover contrarre tutte le volte un finanziamento. E nel tempo mi sono convinto che come tutti i Barbaresco (grandi) solo il tempo è capace di levigare la dura pietra del nebbiolo, perchè di anno in anno le bottiglie che apro sono sempre più buone. Chissà i prossimi magnum?


Non fa quasi più notizia scolarsi per merenda un noto prodotto di una grande maison. Preoccupante!…


….Se poi la merenda richiede il rinforzo… c’è qualcosa che non va!

E perchè non ricordare l’ultimo? Semplice semplice, facile facile. Nonostante una sboccatura non recentissima (188/14 ?) un prodotto integro, giovane, di estrema fragranza e riconoscibilità: non un grande Franciacorta, ma indubbiamente un Franciacorta!

d.c. (Che adesso per qualche giorno deve dedicarsi ad una dieta a base di un liquido poco nobile incolore, inodore ed insapore…)