Vino puro

Origini umili, di estrema profondità non solo geografica, ma soprattutto nella storia per questa verdeca salentina. Amo questa cantina per i rosati, ma mi avvicinai a loro proprio tramite il loro vino bianco, accostamento ed abbinamento ideale alle ittiche crudità del tacco d’Italia. La breve permanenza del mosto sulle bucce, pur non facendo calare minimamente l’imponente acidità, estrae dalle stesse un potentissimo bagaglio di profumi: molto giallo l’olfatto, con frutti maturi, dalla sensazione quasi dolce, ma accompagnato da una leggera falciatura di erbe estive. Ma in bocca questa maturità viene immediatamente smentita, inquadrata dalla durezza dell’acidità rinfrescante; solo in chiusura una concessione di leggero calore che ammorbidisce il palato e lo appaga.

Mière, Bianco, Salento IGP, vendemmia 2014. 12,5% volume alcolico. Michele Calò & Figli, Lecce.

d.c.


Un’etichetta tutta da leggere.


Ricercatezza ed eleganza anche nella capsula.


E dove è tutto il sole del Salento?  Giallo paglierino carico, ma mai “dorato”.


La perfezione del tappo, realizzato con sughero ad alta densità.

Corsi e ricorsi

Qualche giorno fa ero  tornato sul Cisiolo di Villa Crespia declinato su una sboccatura più datata, questa volta mi sono risoffermato sul Numero Zero, che ricordo essere, a differenza del sopracitato non dosato blanc de noir, da sole uve chardonnay, nella medesima sboccatura (2013) già affrontata questa estate.

Già allora si era meritato un “Franciacorta… I Love You”, ma vuoi le temperature ambientali più rigide, vuoi un contesto differente, questa volta il vino è apparso meno prestazionale. Probabilmente a causa di una bottiglia non perfetta, sono apparse primigenite note ossidative, a soli 4 mesi dal gran campione agostano. Alla vista il brillante giallo paglierino animato da un perlage continuo e di grande finezza. Profumi abbastanza intensi, ma giocati solo su monotoni variazioni della mela (dalla verde alla golden, ed anche con note di leggera ammaccatura…). In bocca integro, secchezza tagliente, pulizia corroborante, piacevole chiusura su aromi tostati.

d.c.

Nella sua copertina protettiva


Bottiglia di sobria eleganza.


Dettagli di etichetta e…

…e retroetichetta.


Il tappo nei suoi dettagli.


Senza compromessi

Quale stupefacente incontro questo pomeriggio: non solo un vino, ma probabilmente anche il suo produttore, comparso e scomparso al nostro cospetto quasi al sussurro epicupereo del “vivi nascosto”. Da uve, lo pronuncerò in modo classico, di tocai friulano, in un vigneto di meno di mezzo ettaro, allevato in biologico con impianto a sylvoz con sesto d’impianto di discreta densità di piante (3.000 per ettaro, e non essendo neanche mezzo ettaro…) di età matura (30 anni). Vinificazione estrema, con fermentazione spontanea, malolattica e affinamento sulle fecce per 8 mesi in recipienti di acciaio chiuso. E tutto questo non si vede (il vino è di un brillante giallo paglierino) ma si sente! Alle tipiche ed uniche  note varietali del tocai, si staglia su tutti una leggera nota smaltata e soprattutto di… candela, cera da candela. Affascinate! Scaldandosi poi affiora tenuemente un’erba aromatica, una foglia di salvia fresca. In bocca è rapido, snello, pulito. Estremamente scorrevole, con un corpo non impegnativo, sorretto da un’acidità pulente. Chiusura su classica nota ammandorlata.

Borc Sandrigo, Denis Montanari, Villa Vicentina (UD). 3.900 bottiglie.

d.c.


La bottiglia non sono riuscito a fotografarla, ma il tappo me lo sono portato via!

Valzer viennese

Pararara rra pa ppa pa ppa… ma come avrà fatto a finire nella mia cantina questo vino? In realtà siamo lontani da Vienna, bensì nella vocatissima e bellissima area lacustre del Neusiedlersee. Pinot noir del 2005 (e nella mia cantina quindi è sufficientemente giovane…): tappo a vite! Beh la curiosità della tenuta del vino è tanta, troppo per resistere alla stappatura.

Ed il vino è assolutamente integro: ha iniziato la sua fase di maturità, ma non vi sono note nè di vecchiaia nè di pronunciata ossidazione. Alla vista il rosso rubino domina, con la tipica trasparenza del Pinot nero, ma con accennate pennellate granate. E l’olfatto, poco intenso, si declina ancora su note floreali e di piccoli frutti rossi; solo dopo una decisa ossigenazione appare un elegante cuoio. Fresco in bocca, molto scorrevole, persistenza appena accennata su note di frutta scura disidratata. Sensazione alcolica minimamente percepita. Nella retroetichetta si viene invitati ad una degustazione a temperature limitate a 13-15 gradi, e così ho fatto (15 gradi).

Ulteriore sorpresa otto ore più tardi, quando le poche dita rimaste dal pranzo sono state definitivamente sacrificate. Fuori temperatura consigliata, molto più vicina ai 20 gradi.Le caratteristiche visive sono le stesse, ma ora i profumi sono molto, molto più intensi, pur non avendo modificato il registro della gamma pomeridiana. Anche in bocca identico.

d.c.

Bottiglia regale.


I dettagli dell’etichetta.


… ed un romanzo nella retroetichetta.


Tappo a vite (in realtà durissimo all’apertura, tanto da necessitare di una lametta).


Bandiera ed orgoglio austriaco.


Vi sembra un colore ossidato?



Per chi non avesse capito per 11 anni il vino ha avuto questa protezione…nulla!

Ancora tu?

L’avevo già incontrato quest’estate con sboccatura 2014, ed andando a rileggere le note di degustazioni era apparso duro pur nel suo equilibrio.

Oggi versione con sboccatura 2013 del Blanc de noir non dosato di Villa Crespia: il Cisiolo. Scende nel bicchiere giallo paglierino con nette pennellate dorate; elegante perlage, anche se non intensissimo. I profumi cominciano a donare sensazioni più mature e rotonde. Decisa la sensazione agrumata al naso, ma non citrina bensì di bergamotto e singolarmente di mandarino, poi una cremosità piacevole proprio di crema pasticciera che si staglia su dettagli di nocciola e mandorla (forse leggermente tostata).  In bocca entra pulito, freschissimo, e non fa mai affiorare la nota alcolica comunque non limitata (13%). Giusta persistenza lasciando un ricordo giallo ancora di agrume.

d.c.


La retroetichetta.


Tappo e capsula (dedicata).

L’incontro

È necessario che ogni tanto (ahimè troppo raramente) i tre pazzi di questo blog si incontrino per affinare il potente strumento di ricordi che è Wine top blog, ma come al solito era così tanta la voglia di vedersi e di raccontarsi che del blog non abbiamo neanche parlato: peggio per tutti noi! Dovremo necessariamente rivedersi. Ma non è stato vano l’incontro: la buia notte è stata illuminata da una stella…

Clos de Coulaine, Chateau Pierre Bise, Bealieu sur Layon, appellation Savennières controlée, siamo nei pressi di Anjou sulla Loira: Chenin Blanc in purezza. Vendemmia 2013.

Non credo che nessun vigneto in Italia produca uve da cui si possa produrre vini dalle caratteristiche simili allo Chenin blanc, unico per espressione, imparagonabile per caratteristiche. Oro alla vista, tale da far presumere una maturità che invece non ha assolutamente. Al naso detta linee minerali, e poi sensazioni verdi ed agrumate: ma è la stupefacente capacità di trasformarsi via via che prende temperatura la nota che più impressiona. Il bicchiere continua a migrare, ora vegetale, ora fruttato, ora pervaso da nette sensazioni floreali, poi di nuovo nettamente pietroso e minerale fino ad una sensazione di tessuto immerso in ammorbidente, ma non per questo distintamente aromatico. In bocca è tagliente, citrino, un preciso rasoio: rapido ad incidere ed a scorrere, per poi sfruttare la retrolfattazione ricomparendo come agrume. La mineralità al naso è sale in bocca. E tale sapidità illude la persistenza, di per sè non lunghissima.

d.c.

Oro liquido, ma la presunzione di dolcezza ovvero ossidazione viene smentita già solo avvicinando il naso al bicchiere.


…i vignaioli anche qui si devono sentire “liberi”…

Più verde che gialla!

Ribolla gialla 2015 Vigne Orsone, da Cividale del Friuli, prodotta da Bastianich, all’interno del disciplinare dei Colli Orientali del Friuli. Fresca, agile, giovanissima, mai impegnativa: naso non troppo intenso, su note più vegetali e minerali che fruttate (da qui il mio titolo), in bocca scorre rapida, supportandosi su una buona dotazione di acidità ed una discreta sapidità in uscita. Dotazione alcolica non impegnativa (12,5 vol.). Vino da battaglia e di pronto consumo.

d.c.

Ascoltare le stelle sulle sponde benacensi

Neanche un ettaro impiantato con l’autoctono Groppello Gentile per una cantina che ha fatto della biodinamicità la sua bandiera fin dalle origini. Coltivato in zona Picedo sulle colline che si tuffano nel basso Benaco bresciano, con esposizione da manuale. Probabilmente non il vino di punta, ma sicuramente il prodotto che meglio degli altri può dare la cifra del livello di tecnica raggiunta in termini di allevamento delle viti e dei vini derivanti.

E la “gentilezza” del Groppello qui si sente tutta: pur essendo un vino giovane (2015) la sensazione di equilibrio generale è data dalla “misura”: è misurato in tutti i suoi parametri. Profumi freschi di piccoli frutti rossi, viole ed una lontana rosa appassita, ma mai nè troppo intenso nè tantomeno complesso, ma immediatamente piacevole. Buona struttura acida, ma la sensazione più netta in bocca è una fruttuosa rotondità, una dolcezza di frutto gradevole e abbastanza persistente, tale da richiamare il sorso successivo, anche perchè il tenore alcolico non eccessivo ne concede una buona gestione. La caratteristica principale di questo vino, e che lo caratterizza alquanto dai vicini Groppello più muscolosi in tutte le loro espressioni, è proprio questa “dolcezza” non in termini di dotazione zuccherina, ma di soavità delle percezioni… alla faccia di quelli che pensano al vino biodinamico come portatori di “puzzette”.

Garda classico doc Groppello (gentile) 2015,  Azienda agricola biodinamica Le Sincette Brunori srl, Polpenazze del Garda.

d.c.

Etichetta strepitosa, ricorda nobili origini bordolesi: siamo sulla Mappae Mundi.


Le informazioni direttamente sull’etichetta nella “spalla” destra.


Per chi non avesse capito siamo in uno dei posti più belli al mondo… il Benaco!


Il Groppello nel suo colore più vivido possibile: rosso rubino da “libretta”.


Biodinamicità e rispetto del territorio: il messaggio declinato con metalinguaggi.


L’eleganza della bottiglia (finita), la tristitudine di un bicchiere (vuoto),

Affumicato ? Povere creature

Povere creature i miei figli! Abituati fin dalla nascita ad avere un papà (ma anche una mamma) che si avvicina con un rispetto religioso ad un bicchiere di vino, trattando le bottiglie come dei piccoli idoli, con tutte quelle mimiche (anche piuttosto buffe) nella fase di olfattazione del bevante, e quel piacere tangibile che si legge ovunque mentre ci si abbandona con godimento all’oblio della persistenza. Povere, ma curiose le mie creature, che fin da piccole, evidentemente per scimmiottare (e contemporaneamente corrispondere alle attese, come solo i bambini sanno fare…) quel babao del loro babbo, richiedevano di avvicinarsi con il nasino al bicchiere per “ascoltarne” i profumi (ecco dove arrivano le suggestioni dei padri…).

Forse mi sto solo illudendo di trasformare loro, un giorno, nei più grandi sommeliers dell’intera galassia, od anche solo condurli verso una cultura, spero di consumo consapevole,  del vino. Fatto sta che ieri sera, celebrando per la non numerabile volta, la stappatura di una bottiglia ed il rito della degustazione, il mio piccolo Alessandro è uscito alla prima olfattazione con uno strabiliante… “affumicato”…. come affumicato Ale?… è difficile la sensazione di affumicatura di un vino…. Ale….fermati alla ciliegia, alla mora, al mirtillo… ai profumi facili… No, ha proprio ragione lui! È proprio quella la sensazione caratterizzante il ventaglio dei profumi: una leggera nota di affumicatura che si ricava dopo tutto il passaggio del cestino rosso del fruttivendolo. Concedetemi la commozione.

“Valpolicella blend”: così è definito il nobile assemblaggio veronese dalla letteratura anglosassone: Corvina veronese (o Corvinone) al 65%, Rondinella al 30% e Molinara al 5%. Gli Allegrini di Fumane non hanno bisogno di note, rappresentando oggi i più importanti ambasciatori della denominazione nel mondo. Questo è il vino base della cantina, ma signori che vino! Acquistabile facilmente sotto i 10 euro, saprà esservi compagno fedele in una bella serata. Facile, immediato, fragrante, ma non per questo banale, anzi di una complessità e struttura da premium wine.  Dei profumi vi ho già raccontato. Entra “rosso” e rotondo in bocca, senza eccessi: ma l’acidità è rilevante, e l’alcolicità non indifferente (13% vol.). E la gioiosità del cestino di piccola frutta rossa torna negli aromi della retrolfattazione, aderendo al cavo orale senza fuggire. Sfuma in chiusura su una nota verde di giovinezza, nonostante oramai 3 anni di cantina.

d.c.

Tutto è volutamente elegante, classe e stile di una cantina straordinaria.

La retroetichetta … what else?…


Solo dalla granatura del sughero si può intuire la classificazione umile del prodotto… ma solo dalla granatura !


Rosso rubino da libro scolastico… più che rubino… burma.



Ultimo ricordo della nostra bottiglia… au revoir.


Tappo a vite…

Trebbiano d’Abruzzo doc 2015, prodotto dalla Collina biologica Cirelli di Manopello (Pescara). Fresco, fragrante, dalle piacevoli note erbacee (erbe di campo) e da un netto profumo di mela verde. Mai troppo intenso, mai troppo complesso, ma della giusta franchezza e semplicità. La sensibile spalla acida ed un tenore alcolico limitato ne invitano la beva. E dagli aromi ritorna tutta la vena di gioventù, di un vino che ricorda l’estate, ma con i colori e profumi di un alpeggio montano. Da agricoltura biologica. Da consumarne senza inibizioni…

d.c.


La retroetichetta: c’è scritto tutto quello che serve!


Giallo paglierino, molto luminoso e… verde.


La particolarità più interessante: tappo a vite, ma naturalmente integrità garantita del prodotto.


Per chi non avesse capito che la coltura è biologica in senso fisico ed “etico”…