Il Montanaro 2013. Pecorino. Offida docg. Cantina Offida

Troppo poco raramente oramai, al contrario dei miei compagni di viaggio… ops di blog… riesco a dedicarmi un po’ di tempo per andare per cantine, a provare se le mie papille funzionano ancora (le emozioni si! Sono ancora tutte integre…). Quasi per sbaglio, ed in compagnia dei miei bambini mi sono trovato nel piccolo paradiso di Offida a provare il Pecorino insieme al “Capo” della Cantina Sociale ( osservate come la forma societaria non sia una cooperativa bensì una società di capitali: anche il mondo contadino del vino si sta trasformando!). I bicchieri si assommano, le chiacchiere diventano più fluenti, i ricordi scappano… per fortuna che rovistando tra le bottiglie scovo un 2013: forse è anche l’ultimo (ci sono americani e francesi che accanto a me stanno facendo incetta di bottiglie giovani). Sarà questo il mio ricordo di Offida.

Una ancora gradevole ossidazione si sprigiona dalle pareti del bevante. Il giallo è carico, ma è vivo. Il fluido è pesante, ha una viscosità antica, vuol far pesare tutto il suo corpo. I profumi sembrano provenire da un cesto dopo una repentina raccolta in un frutteto di frutta ancora non matura: c’è l’albicocca, le nespole, le percoche. Poi affiora il verde da sfalcio dei pascoli d’altura marchigiani, ricchi di erbe aromatiche. In bocca il vino è duro. L’acidità è aggressiva, non dà scampo, un po’ è scomposta. L’alcol, imponente, affiora solo alla fine, regalando al palato una persistenza che il vino non avrebbe. Le papille tornano al verde dei prati, le emozioni sconfinano in panorami unici.

d.c.

Piaggia 2005. Mauro Vannucci. Carmignano docg Riserva

Caldo. Caldo afoso. Ma tra i programmi della serata c’è un’attesa grigliata di carne e per cui non ci siamo fatti intimorire dal volume alcolico, a dispetto delle temperature “esterne”. Da tempo puntavo all’apertura del Carmignano Riserva e devo ammettere che le attese sono state ampiamente ripagate. Nonostante i quasi tre lustri appare alla vista vivo, di un rubino acceso. Ma sono i profumi che ammaliano: inizia una mora di gelso appena raccolta, segno che la riduzione in vitro non ha leso un’indomabile forza espressiva. Poi la progressiva ossigenazione lascia emarginare percezioni uniche ed originali: dalla battuta di carne, al crostino toscano, quello con i fegatini, ed infine ad un’incredibile pasta d’acciughe. In bocca l’equilibrio è ancora solidissimo, non facendo mai prevalere o l’acidità presente e nascosta ovvero l’alcol riportato in etichetta, ma mai percepito per quell’entità. E la magia si conclude con un ritorno di marasca dolce che ci fa pensare che questo Carmignano avrebbe potuto essere immortale…

d.c.

Extra Brut Paul Lebrun

Serata di luglio, caldo afoso. Urge qualcosa di rinfrescante che abbia facoltà di sollevare il morale.
E allora Champo! Consigliato dal mio pusher opto per l’Extra Brut di Paul Lebrun di Cramant, villaggio “Grand Cru” della Côte des Blancs.
La maison è consacrata allo chardonnay che nel taglio extra brut é per l’80% proveniente da Cramant e per il restante 20% da Sézzane.
Blanc de blancs, circa tre anni sur lie. Abbondano i riflessi dorati nell’elegante giallo puntellato dagli spilli del fine perlage. Invoglia all’assaggio….
E allora mambo! Al naso la fragranza è immediata: agrumi e frutti canditi poi croissant al burro, note di caramello e accenni di miele. Al palato morbida mousse dal buon equilibrio aromatico non eccessivamente secco se consideriamo il basso dosaggio (circa 4 gr/litro). Ne berrei una cassa, rinfresca e allieta!
Ottima scoperta dal buon rapporto qualità prezzo.
Massimiliano grazie per il consiglio!

R.R.

Dosaggio zero Riserva 2007. Lo Sparviere. Franciacorta docg.

E poi… sicuramente per la benedetta incuranza di qualcuno, ti ritrovi a rintracciare, in un aperitivo nato per sbaglio, una bottiglia così… e tu invochi al miracolo! Perfetto alla vista, con un giallo paglierino carico ed un perlage degno di una grande maison di Epernay. I profumi che si sprigionano dal bicchiere sono la prova che in Franciacorta si producono grandi bottiglie ( ed io continuo a ripetermi: sempre più nei “non dosati”): c’è ancora molta gioventù in un frutto giallo molto croccante (trovi le pesche nettarine e le albicocche, mai l’attesa banana), fuso con note lontane di pinoli e nocciola tostata che cresce ogni secondo che passa. È meraviglioso l’equilibrio tra una rotondità abbracciante e l’assoluta assenza di dolcezza. In bocca la struttura è imperiosa, granitica: nulla è lasciato al caso. Il passaggio tra la coltellata dell’acidità e la morsa della sapidità è senza soluzione di continuità: la bocca è ingabbiata in una morsa, ma non se ne vuole liberare. È eleganza allo stato puro, finissima ed avvolgente. E rimane in bocca una percezione lunga che si trasforma magicamente già in ricordo. Magnifico!

d.c.

Le Vaglie 2018. Verdicchio dei Castelli di Jesi. Santa Barbara.

È incredibile la schiettezza di questo Verdicchio che ti cattura al primo assaggio. Alla vista ed al naso la sensazione è verde, ma l’orto in cui ti imbatti è variegato ed esteso: c’è lo sfalcio estivo delle erbe di alpeggio, ma presto arriva un pesto di basilico e rosmarino, per poi continuare su note più dolci e fruttate, tra il melone cantalupo ed un commovente pompelmo rosa maturo. Ma in verità, più inzuppi il naso è più scopri… In bocca il binario è dritto, tra un’acidità ancora corrosiva (che fa sperare in una vita lunghissima), ed una sapidità ancora non doma e che squilibra la bevuta verso le durezze, cancellando, di fatto, le morbidezze ancora letargiche. Bottiglia da aprire fin da subito senza inibizioni, e frequentarne la compagnia per i prossimi dieci anni!

d.c.

Citanò 2017. Falerio Pecorino doc. Fontezoppa.

Arriva fino a lì… e poi svanisce! Al naso convince con certezza: una volta areato e leggermente scaldato (corretta l’indicazione in etichetta di servirlo a 10 gradi, ossia non propriamente freddissimo) lascia scappare un intero “giardino dei giusti” composto da numerose erbe aromatiche e fiori. Profumi sussurrati, ma netti e ben distinguibili: e per cui potrete raccogliere dal rosmarino alla menta, accenni di salvia ed eucalipto. In bocca però si ferma… in punta di lingua! Dalla freschezza acida persino aggressiva non riesce ad arrotondarsi e coinvolgere con pienezza il cavo orale: struttura debole e persistenza deludente.

d.c.

Mandolara 2018. Le Morette, Zenato. Lugana doc.

Lugana che privilegia i toni del calore rispetto a temi, probabilmente individuati nella nouvelle vague stilistica della turbiana morenica del basso Benaco. La limpidezza del paglierino è tinta di un giallo carico. I profumi, senz’altro intensi, sanno di erbe aromatiche più che di frutta, che non celano quella mandorla, che per tanto tempo ha rappresentato un tema comune tra le cantine, ma è una mandorla un po’ amarognola, lenita solamente dalla morbidezza di una sensazione di calore. In bocca la freschezza è un po’ debole ed il cavo orale si scalda di calore alcolico, apparentemente più elevato della misura indicata in etichetta. E ritorna un ammandorlato che svanisce con una certa semplicità.

d.c.

Borghetta 2016. Lugana Riserva doc. Avanzi.

Forse è ancora molto presto (nel retro etichetta si invoca il plenilunio nel lustro…), ma il Lugana Riserva mi è apparso ancora un po’ immaturo nel gusto e nel “progetto”… Il frutto è fortemente tropicale (nel mitico Brolettino l’avevamo definito “avanguardista”), ma come correttamente rilevato da Tito (che mi ha aperto la bottiglia) è fin troppo dolce. Ma devo ammettere che la caratteristica che più ha frenato i miei entusiasmi è la quantità di legno nel bicchiere. La barrique è dichiarata come elemento di struttura, ma nel 2016 appare ancora troppo invasiva (o perlomeno ancora poco “digerita”…) e dal modello stilistico un po’ superato: sembra di ritornare al gusto anni ’90, poi disconosciuto un po’ da tutti.

Avanguardia e Modernariato sono forse oggi due stili ancora da conciliare…

Rosa di maggio 2017. I tramonti. Arrigoni. Cinqueterre doc

Un colore giallo carico inconsueto, assomigliante ad una produzione biodinamica. Profumi che lasciano l’impronta di un vino difficile, anche da comprendere: i profumi non sono usuali! Sicuramente corretti nella polpa gialla del frutto maturo e nei petali di fiori bianchi primaverili, in parte anche ammalianti (la nota di rosmarino appena accennata è un tocco sublime) per non dire affascinanti nella netta speziatura. Ma io profumi così, non li ho mai trovati! E come sempre la novità un po’ spiazza… ma l’impressione che ti coglie, in realtà, è che questi profumi siano antichi, dimenticati…In bocca poi prevale la sapidità alla freschezza (forse impressionati dall’immagine dei vigneti a picco sul mare…) ed una nota un po’ slegata di calore, che non concede senso armonico alla musica d’insieme. Torna una sensazione di frutta nella retrolfattazione, ma è amarognola, non graditissima, tanto da rappresentare forse questo l’elemento più penalizzante. Da consumare freddo, perché la temperatura un po’ elevata ne accentua le caratteristiche disattese (…).

d.c.