… e il cerchio si chiuse il 25.

E’ bello quando gli eventi non sono definitivi e lasciano la possibilità di ricercare e approfondire la conoscenza di persone, luoghi in un secondo momento .

Ciò è avvenuto la sera del 23 ottobre alla cena FIVI, presso la Trattoria Naviglio di cui si è scritto in questo “pezzino”.

Armin Kobler e Marco Vercesi relatori della serata in quella occasione, a secco di propri vini, mi hanno lasciato la voglia di rincontrarli per conoscerli meglio.

In quest’ultima edizione, l’ottava, del Mercato dei Vini promossa da FIVI nei locali del Piacenza Expo i sopramenzionati vignaioli erano personalmente presenti.

Ho scoperto che la cantina di Armin Kobler si trova a Magrè (poi non così lontana per chi viene da sud uscita autostradale di S. Michele/Mezzocorona). I suoi terreni danno una stilizzata rappresentazione di sè sulle etichette delle bottiglie.

A dire il vero un fugace tentativo di andarlo a trovare in cantina, dove anche si trova la sua abitazione, era stato fatto qualche settimana addietro di rientro dal Merano Wine Festival ma l’improvvisata domenicale non era andata a buon fine perché, giustamente fra una attività e l’altra, il Nostro Armin si rilassa andando in bicicletta. La telefonata aveva come sottofondo il fruscio dell’aria in tempesta ma fortunatamente solo a causa del veloce mulinellare dei garretti.

Nulla però è perduto, sul tavolo troviamo qui alla manifestazione ampia rappresentanza dei suoi vini. Ho cominciato l’assaggio con lo Chardonnay “Ogeaner” 2017: Freschezza (no fermentazione malolattica) ed eleganza sono tratti distintivi che ho da subito percepito e poi ho ritrovato confermati nei successivi vini. Giallo paglierino limpido, floreale più che fruttato, sapido, con una bella acidità, leggermente astringente, agrumato con un bel nitore finale.  Preseguo poi col Pinot Grigio “Oberfeld” 2017:  questo pinot grigio proviene da viti impiantate su terreno argilloso che conferisce mineralità ed eleganza,  ritrovo la freschezza, come fil rouge che lega i vini di Kobler, un gusto leggermente e piacevolmente amaricante nel finale. Un vino molto equilibrato ed armonico.  Di poi il Pinot Grigio “Klausner” 2017 : questo pinot grigio proviene da viti insistenti, invece, su terreno sabbioso. La piena maturazione ampelografica delle uve conferisce maggior rotondità e l’armonia cede alla rustica eleganza espressiva. Insomma un pinot grigio con la camicia a scacchi. Per concludere l’assaggio dei vini bianchi, ecco il Gewürztraminer “Feld” 2017: oh, quello che cercavo! Mi sento veramente all’estero senza bisogno di prendere l’aereo. Andrebbe bevuto in quei calici a stelo alto verde tipici dei vini bianchi del Reno. Che bellezza di giallo dorato, che finezza di rosa e litchi, minerale, vodka peach e finale secco. Mi devo moderare sennò mi attaccherei alla bottiglia. Si è parlato dei suoi accostamenti: dalla cucina asiatica speziata al sushi agli spaghetti con le vongole ma anche speck ma anche, direi io, fois gras! A me, però, piace abbinato da solo, cioè due bicchieri di seguito!

Raggiunto il mio Nirvana col Gewürztraminer, Armin Kobler propone, a me e ai miei compagni di viaggio, il Merlot rosato “Kotzner” 2017: due giorni di permanenza sulle bucce donano un colore e una intensità di profumi che colpiscono. Lampone e frutta varia di bosco fresca, senza alcuna stanchezza o macerazione, regge sia un pasto sia una merenda dopo sci a base di formaggi e salumi. Io sono un assaggiatore un po’ ottuso e codino ma di fronte a tali bianchi il rosè mi è piaciuto sì, ma meno, anche se di altissimo livello. Dopo il rosato del merlot giungono tinte più fosche nel bicchiere perché assaggio il rosso Cabernet Franc “Puit” 2015: Ah, grande uso della barrique del 2001 che,  sì, si sente ma non snatura la materia. Elegantemente erbaceo, tannico, allappante, si può intuire che avrà un buono sviluppo anche in futuro. In chiusura Merlot Riserva “Klausner” 2012: Notevole armonia di frutti sotto spirito dalle fragole alle prugne, elegante e rigoroso con una lunga persistenza finale. Grazie Armin della bella carrellata, Sehr gut!

Lasciamo l’Alto Adige e il rigore un po’ calvinista e ci dirigiamo, dopo un piccolo stop a base di acqua frizzante, verso il ruspante Oltrepò pavese dove scoviamo al banco n. E69, il Marco Vercesi da Montù Beccaria. Tal là, come si dice in dialetto pavese. L’avevamo lasciato reduce da un infortunio alla mano sinistra la sera della cena FIVI e lo ritroviamo ancora convalescente col dito indice tutto incerottato. La moglie, ridendo, dice che è così perché non ha fatto il bravo… Mah?! Sarà?! Dopo questa nota di colore passiamo agli assaggi.

Lo Chardonnay oltrepandano è agli antipodi dello Chardonnay altoatesino, la malolattica svolta penalizza un po’ la freschezza ma dona rotondità. Il fiore cede al frutto e a note tropicali. Quello denominato “San Doné” ci ha convinti di più fra i due assaggiati. Poi i rossi: la Bonarda “La Crosia” lievemente mossa e rustica chiama forte i suoi abbinamenti  “panino col salame” (e se è quello di Varzi ancor meglio) e “cotechino”. Al vino pétillant segue la Barbera ferma “Il Curlo”. Ho letto da qualche parte che la Barbera è femmina ma questa ha sotto gli attributi (forse sarà stato il passaggio sulle bucce di merlot) ed è stato, per me, il miglior assaggio da Marco Vercesi.  Bella rubiconda, vinosa, pastosa… residuo secco elevato (per dare un tocco da laboratorio d’analisi). Poi il Buttafuoco “il Borlano” austero con sentori di prugna cotta e liquirizia, tannico e astringente. Infine, cusa l’è ches chi? una stranezza, il Gewürztraminer “Trama” in stile marsala non tanto per la tecnica quanto per il colore con note ossidative non stucchevoli se abbinate a pasticceria secca.

Gli altri assaggi hanno toccato cantine già conosciute e non, fra le quali segnalo: Unterhofer per il Pinot Bianco/Weissburgunder “Spalier” che per me è una positiva certezza; Lieselhof per lo “Julian Orange”; un orange wine da uve Bronner di grande maestria e governo della materia; Cadibon con la sua Ribolla Gialla perché un salto in Friuli  dall’amico Luca non può mai mancare a questa manifestazione; Gaiaschi per il Gutturnio frizzante e la Malvasia ferma: campioni di piacevolezza e immediatezza; Cantina Tonello per il Durello metodo classico “ioTeti” con veste nuova ma invariata qualità; De’ Stefanelli per il riesling il “Capriccio”: quel che non ti aspetti in Romagna; Vini Tosi per il metodo classico “Nirfea” la semplicità e l’identità (“l’è lü”) del pinot nero; Calatroni per il Riesling Renano “Campo del dottore”: a me le note idrocarburiche piacciono. Pregio o difetto? A voi l’ardua sentenza; Frecciarossa per il Pinot nero “Giorgio Odero”: quell’Oltrepò… francese; Graziano Prà e Zanoni per la diversa interpretazione di un classico dell’enologia italiana: l’Amarone; La Cappuccina per il Recioto di Soave “Arzimo” centopercento garganega passita per chiudere in dolcezza.

Lascio questo Mercato dei vini con una unica promessa per la prossima edizione, batterò a tappeto solo produttori del centro-sud quest’anno da me penalizzati anche per i posizionamenti nell’area espositiva non molto felici.

Questa manifestazione chiude le degustazioni “pubbliche” in vista dell’incipiente periodo natalizio di aperitivi e cene augurali e poi… chi vivrà vedrà.

By D.T.

A titolo esemplificativo vale il viaggio per:

 

Oh, che bel castello!

“A la cinco de la tarde” di sabato 16 giugno presso il Castello di Desenzano del Garda, Viva Bacco 2.0, blog che si propone di “raccontare con passione la passione per il vino”, ha organizzato un dibattito tutto da gustare con intermezzo musicale dal titolo “Vignaiolo perché. Storie di terra, vigne e grandi vini con i produttori FIVI”.

E Winetopblog “aderat in pugna“.

L’anno scorso partecipammo nei medesimi locali a Castello in Bianco sempre organizzato da Viva Bacco 2.0, tuttavia, incentrato solo sui vini bianchi.

Quest’anno la veste è cambiata non più bianchi da tutt’Italia ma vigne e vignaioli di regioni vicine al Lago di Garda ed aderenti alla F.I.V.I..

Cos’è la F.I.V.I.? La F.I.V.I. (acronimo di Federazione italiana vignaioli indipendenti) è una associazione che ha come scopo quello di rappresentare e tutelare il vignaiolo inteso come colui che coltiva le sue vigne, ne elabora l’uva e ne imbottiglia il prodotto, il tutto sotto la sua responsabilità e a suo nome. Il vignaiolo F.I.V.I. non è un commerciante di vino altrui né un imbottigliatore di uve altrui né un chimico per conto terzi.

Il vigneron, uso il termine francese perchè è dalla Francia che il movimento ha preso spunto ed esempio, è un baluardo della tipicità della nostra terra e del nostro prodotto  innazitutto perchè fa il vino, che è frutto della nostra cultura, conserva il terroir, perché cura la terra, difende il paesaggio (immaginatevi cosa sarebbe l’Alto Adige senza i terrazzamenti dove allignano le vigne), e, da ultimo, garantisce la felicità di noi bevitori.

L’Associazione compie quest’anno dieci anni di vita ma io mi sento F.I.V.I. ante litteram perché da sempre ho cercato produttori che facevano vini di qualità nel rispetto dell’ambiente (élaboré par le propriétaire-récoltant et mis en bouteilles au domaine, per dirla alla francese).

Tornando a bomba, l’incontro è stato condotto col consueto garbo dal noto Carlos Mac Adden, giornalista del Corriere della Sera, ed allietato da intermezzi musicali degli studenti del Liceo Bagatta di Desenzano.

Cinque in tutto i vignaioli e le “vignaiuole” (contengono tutte le vocali!) che hanno offerto uno dei loro prodotti a titolo esemplificativo del modo di essere F.I.V.I..

La presenza del Sindaco di Desenzano, Guido Malinverno, suggella la collaborazione del Comune medesimo alla realizzazione dell’importante evento sia per la quantità di produttori sia per l’elevata qualità degli stessi.

Ha partecipato al dibattito Walter Massa, in veste di vicepresidente di F.I.V.I.. Lo definirei il “Valentino Rossi della vigna” non solo per essere stato anch’egli corridore in motocicletta, come ci ha raccontato, ma, e ciò a noi interessa assai,  per aver portato in pole position un vitigno altimenti dimenticato come il Timorasso.  Hanno, inoltre, preso la parola Giovanna Prandini in veste di Presidente della Strada dei vini e dei sapori del Garda, Davide Lazzari in veste di Presidente Giovani di Coldiretti e Alessandro Luzzago quale Presidente del Consorzio Valtenesi. Quest’ultimo ci ha ricordato che il Lago di Garda è il più bel lago d’Europa (se tanto mi da tanto anche i vini della Valtenesi raggiungeranno vette europee).

Hanno presentato i loro vini Ivan Spagnol di Ca’ del Faggio col Prosecco Superiore Brut “Fogliargento” (Glera con saldo di uva bianchetta, perera e verdiso. Giallo paglierino chiaro, fiori bianchi, pesca bianca, richiamo vegetale con note di ortica), Federica Nardello di Nardello Vini col Soave “Vigna Turbian” 2016 (Garganega 70%, Trebbiano 30%. Giallo con riflessi verdognoli, note di frutta matura per la vendemmia tardiva della Garganega, bella mineralità), Giovanna Prandini di Perla del Garda col Lugana Dop Bio (Trebbiano di Lugana in purezza in conduzione biologica, fresco, agrumato e persitente, una cantina con prodotti in continuo e convincente miglioramento), Alessandro Luzzago de Le Chiusure col Chiaretto “Portese” 2016 (un chiaretto new style da uve Groppello, Barbera e Sangiovese che ha come punto di riferimento i rosè provenzali.  Fiori e fragoline di bosco al naso e freschezza da bianco sorretta da sapidità e da una bella spalla acida in bocca che garantiscono anche una certa longevità. “Regge anche due estati” come ha tenuto a sottolineare il vigneron),  Daniele Lazzari di Lazzari Vini col Marzemino “Berzamì” (Marzemino 100×100, frutto, frutto e ancora frutto, in equilibrio con i tannini).

Gli assaggi sono finiti e come ci ricorda Walter Massa parafrasando la canzone Sally di Vasco Rossi anche il vino, come la vita, è “equilibrio sopra la follia”.

Un sentito ringraziamento all’amico Juri Pagani.

Arrivederci  a settembre con nuovi assaggi, magari da Thomas Unterhofer mio paziente “vicino di banco” in questa degustazione.

By D.T.

 

 

17° sfumatura di Anteprima dei vini della costa toscana

« Eh bien, mon prince, Gênes et Lucques ne sont plus que des apanages, des “pomestja”* de la famille Buonaparte. »

Con queste parole, pronunciate da Anna Pàvlovna Scerer e rivolte al Principe Vassilij, inizia il famoso romanzo Guerra e Pace di Lev Tolstoj. Il grande scrittore russo si riferiva all’atto con cui Napoleone volle creare il Principato di Lucca e Piombino e, per quello che a noi interessa, la cosa fu gravida di conseguenze anche sulla successiva produzione di vino.

 Noi di W.T.B. ci siamo decisi a seguire con maggiore assiduità la manifestazione lucchese “Anteprima dei vini della costa toscana” per cogliere qualcosa di diverso nel panorama vinicolo toscano. Una ottantina di produttori delle provincie rivierasche hanno avuto la brillante idea di associarsi sotto il nome di “Grandi Cru delle Costa Toscana” per rivendicare la propria identità, la propria peculiarità e, da ultimo, per affermare con forza che la Toscana non è solo Chianti e Brunello di Montalcino.

Già l’anno scorso scrivemmo di questa manifestazione che, tuttavia, rimane un po’ misconosciuta fuori dai confini toscani nonostante sia giunta alla diciassettesima edizione. Dal canto nostro non potremo che seguirla anche l’anno prossimo e negli anni a seguire.

Sarà la dovizia di eventi enogatronomici, ma l’Anteprima, a torto, stenta a diventare un punto di riferimento nonostante la qualità del parterre di produttori (ad esempio quest’anno oltre ad una ampia selezione di produttori della costa ci sono ospiti internazionali provenienti dall’Ungheria ma anche una agguerrita rappresentaza di cantine toscane dell’entroterra – tanto per citarne qualcuna Selvapiana e Tenuta San Giorgio). Importanti “seminari” sono stati organizzati durante la kermesse (Ad esempio si è festeggiato il 50° del Sassicaia con la degustazione di 5 annate rappresentative dei decenni passati sotto la guida di Daniele Cernilli ).

Lucca, non meno di altri capoluoghi di provincia toscani, ha una sua peculiarità enologica derivata dalla sua storia. Infatti, quello che ho potuto cogliere è che qui la Francia ha lasciato il segno nell’ottocento, introducendo barbatelle di vitigni che oggi definiamo internazionali ma che allora erano semplicemente francesi, quindi, innovative per l’epoca. Ciò è merito di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone io credo. Ella ottenne nel 1805 il principato di Lucca e Piombino e qui ci si ricollega all’incipit in quel momento fu instillata la prima goccia di vino francese.

I ben informati, tuttavia, ritengono che la svolta definitiva all’internazionalizzazione dei vini prodotti in provincia di Lucca sia avvenuta grazie a tal Giulio Magnani che volle migliorare la qualità dei suoi vini prodotti con le classiche uve locali Sangiovese, Trebbiano, Canaiolo e Colorino. Egli andò a imparare le tecniche di vinificazione francesi e importò Sémillon, Sauvignon, Merlot, Cabernet Sauvignon e Franc, Roussanne e Syrah, Pinot Bianco e Grigio dalla Francia.

Questa mia divagazione storico-vinosa vuole focalizzare su Lucca e la sua provincia gli assaggi dei vini di alcune cantine partecipanti .

Per fare una breve panoramica dei produttori della provincia di Lucca presenti (peraltro delle lucchesi Tenuta Maria Teresa e di Villa Santo Stefano scrivemmo già l’anno scorso) abbiamo ristretto il campo alla Tenuta Lenzini, alla Tenuta di Valgiano, a Il Calamaio, a Colle di Bordocheo, alla Fattoria del Teso e alla Tenuta del Buonamico. Questo per darci modo l’anno prossimo di avere comunque il desiderio di provarne delle altre.

La Tenuta Lenzini mi ha aperto un mondo perché è da Michele Guarino,  “vignaiolo biodinamico”, che è partito l’input storico alla domanda del perché non c’è sangiovese nei suoi vini.  La Syrah, ma anche il Vermignon, il Casa e Chiesa, B-side e il Poggio de’ Paoli sono tutti “sangiovese e trebbiano free”.

Il Vermignon ha aperto l’assaggio. Già la crasi fra Vermentino e Sauvignon strizza l’occhio al francese di cui riprende le sonorità ma al palato si manifesta subito di italica schiatta. Di color paglierino, al naso più vermentino che sauvignon, “forgiato” in acciaio, di bella struttura, si presenta ben equilibrato fra freschezza e sapidità, affilato quanto basta. Di solito sono scettico sui bianchi toscani ma questo mi ha convinto.

B-side: un nome un po’ da discoteca. Questo rosato a base merlot è vinificato in acciaio ed ha le caratteristiche di un vino rosso, di cui ha la struttura, mascherate da un abito rosa quasi corallo. Al naso spicca la ciliegia, la fragola acerba. La piacevolezza di beva è data dalla morbidezza del merlot. Regge per la struttura piatti a base di carne.

Casa e Chiesa sempre merlot “centopercento” fratello maggiore di quello di cui sopra, quindi, al naso si caratterizza per la nota frutta rossa più spiccata tannino più carico e maggiore persistenza.

La Syrah: Syrah, o Shiraz, in purezza. All’occhio si presenta “deep ruby“.  Bel connubio fra frutti rossi e spezie che dal naso si ritrovano nel palato. Tannini smussati dal sapiente uso della barrique. Mi torna voglia di berne solo a scriverne figuriamoci quando ce l’avevo nel bicchiere.

Poggio de’ Paoli: E’ aristocratico ma al contempo tormentato e rivoluzionario per rimando all’excursus storico col Guarino. Questo per descrivere che le varie uve che lo compongono (Cabernet Sauvignon 70% Cabernet Franc 10%, Alicante bouchet 10% e Syrah 10%) lo rendono complesso. Frutti rossi maturi al naso ma anche spezie ma anche fiori fanés. Al gusto è rotondo con una bella trama tannica e qualche suggestione erbacea. Finale fruité. Un grande vino poliedrico.

Siamo sempre in provincia di Lucca ma ci spostiamo da Gragnano a Montecarlo con la ditta Fattoria del Teso di cui ho molto apprezzato la secchezza unita alla mineralità del Montecarlo Bianco Doc (Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Vermentino e Trebbiano) non che gli altri vini fossero da meno ma ha pienamente centrato quello che cercavo. E sarà per ciò motivo di visita in cantina. E’ risultato gradevole il Sovrano del Teso uno charmat (Chardonnay, Sauvignon, Trebbiano) che, tuttavia, subisce la concorrenza spietata del Prosecco per cui non credo che possa uscire dai confini locali. Ha piacevolmente impressionato il Vermentino per la sua freschezza e mineralità. E’ piaciuto per la nota spiccata di liquerizia il Montecarlo Vin Santo. Per quanto riguarda i rossi ho rinvenuto freschezza e rotondità nel Montecarlo Rosso Doc (Sangiovese, Merlot e Petit Verdot) grazie anche alla vinificazione in acciaio e cemento mentre da riassaggiare fra qualche anno l’Anfidiamante.  Mi son piaciute le classiche etichette delle bottiglie borgognotte meno quella dell’Anfidiamante.

Da Montecarlo di Lucca ci spostiamo a San Macario presso Il Calamaio di cui ho apprezzato il bianco denominato il Soffio (Chardonnay e Petit Manseng), un bianco originale e molto personale. Giallo paglierino, banana e ananas al naso, di bella struttura, intenso con un finale sapido. Certo non un vino piacione… e questo è un merito. Il Sangiovese trova la sua espressione nel Poiana. Non pensate al Sangiovese del Chianti potente e tannico, il Poiana è ciliegioso, fresco, morbido e sapido nel finale.  E’ una autentica espressione del territorio da cui proviene senza velleità di imitare il sangiovese chiantigiano.  Schietto. Chiude l’assaggio il polposo L’Antenato che ha il merito di essere prodotto da vigne vecchie autoctone di distinte tipologie (barsaglina, mazzese, buonamico, colorino) così da avere un prodotto personale che non si trova in altre cantine. A me questi vini un po’ “Jurassik Park” piacciono perché il vino non è solo assecondare il mercato ma è anche storia della vite.

Da San Macario ci dirigiamo verso Capannori presso Colle di Bordocheo in località Segromigno in Monte. Di questa cantina abbiamo assaggiato solo i bianchi: Bordocheo Bianco – Doc Colline Lucchesi e Bianco dell’Oca IGT. Innanzitutto complimenti alla ben fatta brochure per la sua chiarezza e sintesi espositiva. Anche i vini rispecchiano una chiarezza espositiva invidiabile al limite del didascalico. Ecco che il colore è giallo paglierino limpido con riflessi verdognoli senza ombra di dubbio. Al naso il vino rispecchia la complessità olfattiva conseguenza delle diverse anime che lo compongono  (Trebbiano, Vermentino, Malvasia toscana e Grechetto) e si traducono in un bel bouquet di fiori per la presenza di uve aromatiche. Secco al palato. Dichiamo che se ne scende bene e invoglia a berne più di un bicchiere. Non da ultimo il buon rapporto qualità prezzo lo rende un ottimo vino quotidiano.  Chiude l’assaggio il Bianco dell’Oca. E’ un bianco che ha un suo perché e abbinato al precendete giustifica la visita in cantina. Appaga l’occhio per i suoi riflessi dorati, accontenta il naso per il suo avvolgente bouquet di fiori e soddisfa il palato con ananas e un persistente finale balsamico. Chapeu.

Sempre nel comune di Capannori ci spostiamo in località Valgiano nell’omonima Tenuta: La cantina nasce rossista ma per nostra scelta abbiamo limitato l’assaggio al Palistorti Bianco. Il perché di questa scelta sta nel fatto che volevamo tastare con mano se nelle diverse cantine della c.d. Lucchesia vi sono dei bianchi degni di essere ricordati. Struttura da rosso per questo vino bianco, il corpo è esuberante un po’ a discapito della eleganza. I sentori sono netti di pompelmo e frutta tropicale. In bocca è caldo e ampio. Il finale è intenso. Buono si ma “adelante con juicio” a berne, non è certo un ballerino direi più un lanciatore del peso.

Chiudiamo con la arcinota Tenuta del Buonamico che si trova in quel di Montecarlo di Lucca. Di questa abbiamo assaggiato solo l’Inedito Premiére Cuvée. Uno Charmat “quasi lungo” perché la sosta in autoclave è per 6 mesi. Si fa notare per l’uva non facile da cui deriva il Pinot Bianco. Le uve di diverse annate  sono lavorate alcune in acciaio altre in barrique. Bolla piacevole con una nota boisée.  Da aperitivo ma di classe.

Poi mi sono fatto attrarre dai vermentini, quello di Col di Bacche, di Tenuta Sterpai, di Casa di Terra ma qui scriverne è un fuori tema e saranno oggetto di prossimi “focus”. Quod differtur non aufertur, dicevano i Latini. Quindi, non me ne voglia il simpatico Alberto Carnasciali della maremmana Col di Bacche se non scriverò del suo bel vermentino e del suo piacevolissimo Morellino perchè, dopo averli assaggiati, saranno anche oggetto di una visita in cantina.

Ringrazio Antonio e Piero, miei accompagnatori a questa manifestazione, per la loro pazienza.

By D.T.

*Pomestja = proprietà

Al Terre di Toscana 2018 non si può dir di no

Sabato 3 marzo sfidando un paesaggio norvegese da Brescia a Pontremoli, neve, neve e ancora neve, io D.T. in persona con Paolo e Piero, supporters di Winetopblog, siamo giunti in Versilia.

La sera ci attendeva una sontuosa cena al Ristorante La Dogana di Capezzano Pianore (LU) dagli amici Vittoriano e “il su’ figliolo” Daniele, vedere a titolo d’esempio gli antipasti in calce.

Hanno accompagnato i piatti a base di pesce: il Vementino dei Colli di Luni Groppolo 2017 della Cantina Il Monticello e a seguire lo Chardonnay Ciampagnis 2015 della blasonatissima Vie di Romans (le fotografie sottostanti a dimostrazione).

Questo è l’antefatto, perché l’indomani mattina al Lido di Camaiore si tiene il Terre di Toscana edizione “number eleven” sempre nella cornice del UNA Hotel.

Quest’anno la nostra presenza è stata limitata per l’incombere delle votazioni. Infatti, il rientro è stato ad ora presta. Edizione breve per noi ma intesa.

Dopo una rapida ricognizione dei luoghi, focus on Fontodi. Al tavolo 51 è stata collocata la cantina Fontodi che nella realtà si trova a Panzano in Chianti.

Fontodi ricerca l’essenza del territorio da trasfondere nell’uva.

La qualità prima di tutto, nulla viene lasciato alla piacioneria o al richiamo commerciale.  “Il vino si fa in vigna non in cantina“, come ci ha detto Silvano Marcucci, che ha condotto gli assaggi.

Di lì a poco, l’amico Stefano Masotti ci ha raggiunti al tavolo ed abbiamo assaggiato tutto: Meriggio Sauvignon Blanc IGT 2016 , Case Via  – Pinot Nero IGT 2014, Chianti Classico Filetta di Lamole DOCG 2015, Chianti Classico DOCG 2015,  Chianti Classico DOCG Gran Selezione Vigna del Sorbo 2014, Flaccianello della Pieve IGT 2014.

Il percorso comincia col sauvignon in purezza. Vino bianco interpretato da una cantina “rossista”, quindi, non solo acciaio ma anche anfora e barrique. Abituato ai sauvignon blanc altoatesini e friulani il mio naso si è trovato spiazzato. La vena aromatica è meno spiccata. Balsamico con note di caramello, in bocca tannico, tanto minerale, austero. Più da carne bianca che da pesce.

La cronoscalata prosegue col pinot nero in purezza Case Via. Rosso rubino scarico, frutti di bosco e pepe, bella acidità, vino rosso elegante da affincare anche a piatti di pesce ad esempio un cacciucco.

Tuttavia, se penso a Fontodi penso al sangiovese “senza se e senza ma” così il bicchiere comincia a roteare con dentro il Chianti Classico Filetta di Lamole 2015 da sole uve sangiovese. Un cru perché l’appezzamento di trova nei pressi del borgo di Lamole zona particolarmente vocata per l’esposizione al sole e per l’altitudine dei terreni vitati. Vinificazione in cemento poi botti di rovere per 15 mesi. Tannino e ciliegia, ciliegia e tannino in un susseguirsi di fresche e minerali sensazioni che definirei “chiantose” che si protrarranno in là nel tempo grazie all’acidità e al grado alcoolico.

Col Chianti Classico 2015 nel bicchiere mi sento a casa. Quante volte ho visto quell’etichetta quante se n’è bevute di bottiglie in passato. La cantina fu meta anche di scampagnate famigliari estive per rompere la monotonia della spiaggia.

Sempre Sangiovese “centopercento” élevé in botte grande e barriques. Rosso tendente al porpora, bello rotondo ed equilibrato tra tannini e frutti rossi. Come un acrobata che cammina su un filo senza mai cascare. Finale con un bello slancio balsamico. Peccato che l’assaggio non consenta di berne un bel gotto in parte a una bistecca alla fiorentina!

Ma non abbiamo raggiunto ancora la vetta, abbiamo passato solo la metà dei tornanti.

Saliamo al Chianti Classico Vigna del Sorbo Gran Selezione 2014, (l’annus horribilis).  Cru da viti di 50 anni. Sempre Sangiovese in purezza. Inchiostro e ciliegia. Potente al palato, il tannino è ancora nervoso e l’astringenza si fa notare. Il finale è sapido e di mirabile pulizia e persistenza.

Infine, giungiamo alla vetta: il Flaccianello della Pieve 2014 sempre sangiovese in purezza da vigne vecchie. Nonostante l’annata non particolarmente brillante per l’elevata piovosità, il vino è concentrato, il colore rubino diventa impenetrabile. Il pensiero va a un grande vino di levatura internazionale in grado di rivaleggiare con quelli dei cugini francesi. Spezie, ciliege mature, china, tannini eleganti, finale balsamico e neverending.

Non paghi dell’esordio ci aggiriamo fra i banchi d’assaggio ove incontro il mitico G.E. (Gourmet Errante) al secolo Pasquale Pace col quale intraprendo l’assaggio di un’altra cantina chiantigiana di côté senese: Istine a Radda in Chianti.

Il G.E. mi magnifica i loro prodotti  e devo confermare il suo giudizio. Questa non è una cronoscalata questa è una crono di sangiovese in purezza vera e propria.  Nell’ordine: Chianti Classico 2015, Chianti Classico Vigna Cavarchione 2015, Chianti Classico Casanova dell’Aia 2015, Chianti Classico Vigna Istine 2015, Chianti Classico Riserva Le Vigne 2014. Tutti d’un fiato! Il primo tannini levigati e freschezza che ne invoglia la beva, bello!; il secondo, frutti di bosco e persistenza finale; il terzo, grafite e inchiostro finezza dei tannini che accompagnano i frutti rossi; il quarto, frutti rossi e spezie, estrema pulizia e facilità di beva; il quinto ed ultimo blend dei diversi cru, largo, generoso, sapido.

Una volata degna del miglior Cipollini.

A questo punto abbiamo tirato il fiato apprezzando nella food area un panino col biroldo (sanguinaccio), un altro con la porchetta e un altro ancora con la salsiccia tartufata del Salumificio artigianale Gombitelli – Triglia. Per concludere con qualcosa di caldo la pasta e fagioli del Ristorante Sotto la Loggia di Pomezzana di Stazzema ha predisposto lo stomaco per l’ultima tappa.

Riprendiamo per il rush finale con Brancaia dove ritroviamo l’amico Stefano Masotti coadiuvato dalla Brand Ambassador Brigitta Cortigiani. La cantina è sita in Radda in Chianti ma estende le sue proprietà anche in Maremma. Mi son piaciuti i vini per lo stile che ho definito “pop” (coerente anche con le etichette), immediato che piace a tutti anche ai palati non italiani. Il Brancaia Bianco 2017 da uve sauvignon e viognier fa acciaio ed è piacevolmente floreale; il Brancaia Rosé da uve merlot molto convincente, di impostazione francese; Brancaia Rosso Tre 2015, Sangiovese e taglio bordolese scende piacevolmente in bocca, easy drinking; Chianti Classico 2016 fresco, beverino, giovane, un jolly anche da zuppa di pesce; Chianti Classico Riserva 2014 Sangiovese e merlot per palati internazionali.

Manca poco al rientro solo un vin santo per chiudere in bellezza e tornare a casa. Fèlsina, Vin Santo del Chianti Classico 2006. Come suol dirsi “tanta roba” che non è proprio un  giudizio tecnico ma rende l’idea della complessità sensoriale di questo vino dalla viscosità nel bicchiere al colore dorato, alla frutta disidratata (albicocca in particolare) che carpisce il palato, il finale persistente e non stucchevole.

Un sentito ringraziamento a Fernando Pardini, anche quest’anno ne è valsa la pena.

A tutte le altre cantine un arrivederci al Vinitaly.

By D.T.

 

Sotto quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello…

Bottiglie Aperte – Milano Wine Show ingrana la sesta. Tante sono le edizioni di questa manifestazione meneghina sul vino ambientata all’interno del prestigioso Palazzo delle Stelline in Corso Magenta al civico 61, vicino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie ma soprattutto, per restare in tema, alla Vigna di Leonardo e al Cenacolo Vinciano.

Come indica il richiamo manzoniano del titolo l’altro ieri, 9 ottobre, Milano ci ha accolti sotto un cielo azzurro, terso, con una temperatura mite, quasi estiva.

A far bella figura da subito il Consorzio del Trento Doc, 45 cantine appartenenti al Consorzio e 45 bottiglie a rappresentarle. Tutte le bottiglie in fila come soldatini.

Abbiamo degustato Simoncelli, Maso Nero, Maso Martis, Mas dei Chini, Gaierhof, Moser tutti metodo classico da uve chardonnay, a questi abbiamo aggiunto i rosè di Revì, che affianca allo chardonnay il pinot nero, e di Opera Valdicembra da sole uve pinot nero. Personalmente mi hanno convinto tutti per freschezza, mineralità e pulizia finale ma un plaso particolare va a Simocelli per la semplicità che non vuol dire banalità e per l’impareggiabile rapporto qualità/prezzo.

Sempre in tema di Metodo Classico, all’interno della Sala Agnesi a lato del camminamento principale, siamo passati in Oltrepo’ Pavese di cui, per vicinanza alla città, Milano rappresenta il maggior sbocco commerciale.

Un po’ in tono minore, invece, la Franciacorta con un ristretto numero di cantine a rappresentare la zona vinicola. Qui il Consorzio avrebbe potuto fare qualcosa di più. In fondo siamo nella città dell’aperitivo, dell’ Happy Hour ad oltranza e cosa meglio del Franciacorta si abbina alla c.d. Milano da bere?

In Oltrepo’ abbiamo incontrato le nostre conoscenze di sempre: la cantina Bruno Verdi con il suo patron Paolo, la Cantina Calatroni con Stefano Calatroni e la Tenuta Manuelina da poco entrata nel novero degli “attenzionati” di Winetopblog.

Qui lo “sciardo” cede il passo al pinot nero. Che dire: il Vergomberra Metodo classico 47 mesi sui lieviti  di Paolo Verdi convince sempre, come pure il Pinot 64 Brut 36 mesi sui lieviti di Calatroni, un po’ di riserve sul Brut Millesimato Ca’ del Gè, sarà forse la bottiglia, mentre una nota molto personale l’ha il Classese di Quaquarini: una nota balsamica “della nonna”, tipo balsamo tigre.

Ma altri produttori oltrepadani sono dislocati più avanti nel percorso sotto l’insegna della Regione Lombardia e mi riferisco all’Azienda Agricola Fiamberti di Giulio Fiamberti coadiuvato dal “semper noster” Roger Marchi. Qui assaggiamo il Metodo Classico Fiamberti Brut, tutto pinot nero, una bella “bolla” da aperitivo con grana padano, prosciutto e grissini.

Fra un bicchiere e l’altro, visita rapida di Matteo Salvini: fa piacere una vicinanza del mondo politico alla viticoltura… d’altronde il finale del cognome disvela una certa affinità con la manifestazione. Ho fatto la battuta.  Compare fugacemente anche  il Bruno Vespa nazionale che qui, lontano dai plastici di Porta a Porta, presenta i prodotti della sua cantina Vespa – Vignaioli per Passione.

Il nostro percorso va molto a sensazioni e prosegue, girando per l’italico stivale, con la Cantina dei Monaci di Avellino, quindi, se dici Avellino dici Fiano, Greco di Tufo e Falanghina. Bello il packaging delle bottiglie, simpatiche e affiatate le proprietarie dietro il banchetto. Assaggiamo i bianchi nell’ordine Beneventano Falanghina Igt 2016, Fiano di Avellino Docg 2016, Greco di Tufo nelle due versioni docg 2016 e Decimo Sesto docg 2014. Qui troviamo la facilità di beva della Falanghina, l’eleganza del Fiano di Avellino, la mineralità del Greco che culmina con note fumé del Decimo Sesto. Ne valeva la pena.

Ci spostiamo poi di poco e… basta la parola: Fiorduva di Marisa Cuomo. Furore Bianco nelle due versioni Costa d’Amalfi Furore Bianco 2016 e Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva: freschezza, e salinità il primo mentre agrumato al naso, equilibrato al palato e con un gran finale fruttato il secondo. Entrambi richiderebbero subito un bel piatto di pesce ma non si può pretendere troppo.

Conosciamo poi una cantina a noi nuova sotto lo stendardo indicante la Regione Abruzzo: la Tenuta i Fauri. Di questa assaggiamo per stare in tema di vini bianchi: la Passerina e il Pecorino. Personalmente sono stato colpito dal Pecorino Abruzzo Doc 2016 più che dalla Passerina Igt Colline Teatine 2016 per incisività e intensità. Attraente il colore del  vino e gradevole il packaging delle bottiglie. Una bella scoperta.

A questo punto si è imposta una pausa riflessivo/mangereccia nello stand dedicato a prodotti di eccellenza come il salmone, i grissini e crackers piemontesi, la mozzarella. Tutto ciò per non arrivare provati alla Masterclass del Brunello di Montalcino con la quale svoltiamo sui vini rossi.

Nella sala Leonardo verso le 17 e 30 la nota Sommelier Adua Villa, affiancata da Riccardo Silla Viscardo collaboratore della rivista DoctorWine di Daniele Cernilli, ha condotto con verve televisiva davanti a una platea di addetti ai lavori e neofiti come noi, la Masterclass “il Brunello che verrà… il 2012 e il 2013…”. Nell’ordine le cantine in degustazione:

  1. Paradiso di Frassina – Brunello di Montalcino 2012
  2. Il Marroneto – Madonna delle Grazie 2012
  3. Val di Suga – Poggio al Grachio 2012
  4. Caprini – Brunello di Montalcino 2013
  5. Villa al Cortile – Brunello di Montalcino 2012
  6. Ciacci Piccolomini – Brunello di Montalcino 2012
  7. Casanova di Neri – Tenuta Nuova 2013

Riccardo Silla Viscardi, cartina alla mano, ci ha spiegato l’importanza della zonazione in ragione delle diverse caratteristiche pedoclimatiche dell’areale di Montalcino.

Non mi dilungo sulle singole caratteristiche di ogni vino assaggiato. A mio avviso il migliore è stato la Madonna delle Grazie 2012 de il Marroneto per complessità, rotondità, fruttosità, densità, tannicità, longevità, veracità e chi più ne ha più ne metta. Chapeau! ad Alessandro Mori.

Essendo l’ultima degustazione della giornata hanno conclusivamente preso parte per i saluti finali, Federica Schir di Mediawine e Federico Gordini, Ideatore e Direttore artistico di Bottiglie Aperte.

Sono quasi le sette di sera e mi dirigo velocemente da i Gulfi in Sicilia, un mio pallino da un po’ di tempo a questa parte, per assaggiare almeno il Carricante – Carjcanti e il Cesaruolo di Vittoria. Il Carricante, vitigno autoctono siciliano, è completamente diverso da quello della zona etnea meno sulfureo più beverino, agrumi e frutta esotica al naso, sapido con chiusura balsamica, una “cala-cala” come simpaticamente mi suggerisce il patron Matteo Catania, mentre il Cerasuolo di Vittoria l’ho trovato elegante con sentori di ciliegia e fragolina di bosco, il grado alcoolico ben bilanciato nel corpo del vino, tannini morbidi e un finale piacevole che invoglia alla beva.

In chiusura, due vini dolci: il Recioto del Soave La Perlara 2015 della Catina Ca’ Rugate che richiama i sentori di uva sultanina e fico secco e il Buttafuoco Chinato Ambrosia di Fiamberti che ricorda un vino medievale per la speziatura.

Grazie ancora a Federica Schir, nostro nume tutelare per questa manifestazione.

By D.T.

P.S. Gippy aprirà un focus sulla degustazione dei vini sardi, sua recente passione, rappresentati al Bottiglie Aperte dalla cantina Mesa.

 

hysteron proteron – Anteprime in ordine inverso

ANTEPRIMA DEI VINI DELLA COSTA TOSCANA 6-7 MAGGIO 2017

Era un po’ di tempo che non partecipavo all’Anteprima dei Vini della Costa Toscana precisamente dal 2013. Cosa mi son perso! La manifestazione è giunta alla sedicesima edizione. La cornice è ancora il prestigioso Real Collegio di Lucca ma il contenuto e l’organizzazione sono migliorati, ma che dico!, miglioratissimi: libricini esplicativi con spazio per note del degustatore, presenza in gran parte dei produttori, stanze dedicate agli ospiti stranieri, angolo FIVI ma anche eventi che abbracciano la musica, la letteratura e la botanica all’interno dell’evento stesso. Un ottovolante di sensazioni enoiche abbinate ad altre esperienze sensoriali. E non solo. Uno spazio food  di alto livello nei Chiostri del Real Collegio.

Giornata uggiosa il 6 maggio 2017, sotto una pioggia battente raggiungo il Real Collegio. Le sale erano gremite. Il vino è meglio dell’acqua, lo si sa, ma ancor di più se è piovana.

La manifestazione abbraccia quelle provincie che si affacciano sul mar Tirreno quindi sono “salpato” da un po’ di Metodo Classico dell’azienda pisana Cupelli Spumanti (PI). Dei tre assaggi (L’Erede Brut 2013, L’Erede, Limited Brut 2009) ho preferito l’Erede: 40 mesi sui lieviti, un prodotto interessante, che ha personalità. Non pretende di imitare Franciacorta o Trento Doc ma rappresenta un bell’esempio di ciò che si può trarre dal Trebbiano locale. Tra l’altro l’azienda ha il merito di produrre prevalentemente spumanti in terra di vini fermi e in particolare di rossi.

Approdo a Terenzuola (MS) del grande Ivan Giuliani. La tecnica e la passione al servizio della piacevolezza del bere, che si traduce in pezzi di bravura. Facendo un paragone calcistico il suo vino è come il gesto tecnico di un campione, sembra facile e naturale ma al contrario è difficilissimo e richiede un’applicazione continua. Ho assaggiato d’attacco il Vigne Basse 2016  un Vermentino entry level di tutto rispetto di ottima beva con tutte le stigmate del caso: fiori bianchi al naso e un bel finale aromatico. In seguito un suo vino bianco macerato sulle bucce per un mese ma non “orange wine” con quelle ossidazioni che, a mio gusto, sono stucchevoli. Questo vino è il Permano Bianco 2015 un blend di Vermentino, Trebbiano ed altri autoctoni. Fine e floreale al naso ed esplosivo al palato, 15 gradi alcoolici… una tempesta perfetta. Mi sono, per la prima volta, avventurato nei rossi di Terenzuola che denotano lo stesso imprinting dei bianchi. Il Merla della Miniera 2014 da uve Canaiolo in purezza. Esordio fruttato di cigliegia e mora, sapidità e acidità che fa intravvedere longevità. Finale balsamico. Infine il Permano Nero 2013 da uve Canaiolo Nero e altre varietà in piccola parte, raccolte a maturazione piena quasi tardiva. Attacco morbido di marasche, sapidità, tannino fine e freschezza finale. Prima o poi, dopo i banchi d’assaggio, arriverò anche in cantina…

A questo punto si è imposto un attracco in porto. Sono sceso nell’incantevole chiostro interno al Real Collegio. Peccato il tempo fosse inclemente, il cielo plumbeo novembrino è stato però mitigato da un cono di fritto di qualità con verdure in pastella, alici fritte con impanatura di farina gialla, gamberi e polpettine per fare un po’ da spugna ai vini assaggiati.

Poi è ripresa la navigazione vinosa e visto che siamo a Lucca… un po’ di bianchi della lucchesia. La spiccata salinità e acidità dei vini della costa cede a note più morbide. Ho assaggiato quelli della azienda Tenuta Maria Teresa (LU); il Leudo 2016 Chardonnay in purezza. Giallo brillante e frutta tropicale al palato note vanigliate per il passaggio in barrique finale piacevolmente pulito. Di seguito, bordesando fra un banco e l’altro, il Gioia 2016 dell’azienda Villa Santo Stefano (LU). Vermentino in purezza di color giallo paglierino, note fruttate di pesca e pompelmo buona persistenza. Un vino molto ben riuscito,  di buona fattura sia nel contenuto sia nel packaging.

A chiusura del vini bianchi il Liburno Satta (LI) Bolgheri Bianco, Costa di Giulia, quello che aveva bevuto Michelle Obama al suo compleanno, annata 2016. Uvaggio di Vermentino 70% e Sauvignon 30%. Un vino internazionale non solo per come è fatto ma anche nel nome Giulia… come Julia Roberts.

Ora incursione corsara nell’Azienda Agricola Roccapesta (GR). Dopo quel breve assaggio di Pugnitello al Terre di Toscana ora mi soffermo un po’ a comprendere i vini dell’amico Alberto Tanzini, bresciano di origine e maremmano di adozione. Vini del territorio, come scritto prima Pugnitello ma anche Cigliegiolo ma soprattutto Sangiovese, gli autoctoni della maremma toscana per filosofia aziendale. Taglio bordolese? No! Solo qualche aiuto dal Petit Verdot allo Syrah all’Alicante. Le sue bottiglie si notato anche da lontano per la copertura del tappo di differenti colori, a ricordare la chiusura di ceralacca. Ora passiamo al rosso contenuto che varia dal rubino chiaro al granato. Non mi son sebrati vini da concorso nel senso di complessità particolari. Il Morellino di Scansano Roccapesta 2015: 95% sangiovese + 5% Cigliegiolo lo vedo di accompagnamento al Cinghiale con le mele, rotondo con bella  speziatura.  Morellino di Scansano Ribeo 2015: Sangiovese 93% + 7% Alicante. l’Alicante  o Grenache dona colore rosso rubino vivo, ammiccante, predilige la facilità di beva alla complessità. Tagliatella al ragout meglio se di cinghiale. Morellino di Scansano Riseva Calestaia 2011: Potente al naso sobriamente elegante il tannino al palato è stato giustamente premiato. Bistecca alla brace. Maremma Toscana Rosso Masca 2014: Sangiovese + Syrah+ Petit Verdot. Un vino cotidianum. Pappa col pomodoro .

Per concludere piccolo cabotaggio nelle salette dedicate a FIVI e Francesi. Una bolla rosata carica e spiazzante: l’Anicisa della Palazzo di Piero (SI). La considero un amusement del produttore… e ci sta.  Sui vini francesi del Languedoc Roussillon son sempre un po’ di parte perchè mi ricordano la mia gioventù comunque Clot de l’Oum con Cinepanettone 2015 da uve Carignan Gris, Maccabeu e Grenache Gris è très agréable;  Domaine Terre Falmet Vin de France Cinsault 2015 da uve 100% Cinsault . Tipico. Me lo immagino servito in un bistrot di Sète con la musica di Brassens di sottofondo  e  lo Château Champ Des Soeurs di cui segnalo un notevole  Corbières blanc 60 % Grenache blanc 40 % Roussanne accattivante per lo spiccato sentore di menta, peccato fosse finito il Muscat des Rivesaltes. Ci rivedremo sicuramente alla diciassettesima edizione, sperando che porti bene.

By D.T.

ANTEPRIMA AMARONE 2013 – 28, 29 e 30 gennaio 2017

La stessa capacità organizzativa l’ho trovata all’Anteprima Amarone 2013. Anche questa manifestazione ha sorpssato il decennio e giunge alla quattordicedima edizione. L’Amarone lungo questi anni è divenuto uno dei vini più importanti di Italia.

La giornata, in questo caso fredda ma soleggiata, mi ha visto presente, unitamente al nostro Gippy, a tutti gli appuntamenti previsti dalla kermesse:  a) Degustazione alla cieca riservata alla stampa;  b) Conferenza; c) Banco d’assaggio dei 78 produttori; d) Spazio food.

L’avant-première veronese comincia con la salita al primo piano attraverso l’arioso scalone del Palazzo della Gran Guardia. Nella sala riservata alla sola stampa, in una atmosfera ovattata, in contrasto con il successivo brulichio dei banchi d’assaggio, degustiamo alla cieca 6 amaroni, ritenendoli un campione sufficiente per non incidere sulla capacità d’attenzione alle successive attività.

Per apprezzare l’Amarone è stato selezionato un nuovo bicchiere che ne esalta le caratteristiche. Insomma, le 150 etichette in degustazione di 78 distinti produttori hanno il loro bicchiere dedicato. Dopo una mezzoretta, al momento di lasciare la sala, scopriamo che gli amaroni degustati sono in ordine alfabetico quello di  Bennati, Bertani, Falezze di Luca Anselmi, Farina, Corte Lonardi, Cà Botta.  Non monotona la degustazione poiché la composizione dell’Amarone, quale uvaggio di Corvina, Corvinone, Rondinella in principalità ed eventuali altre varietà autoctone come ad esempio l’Oseleta o la Pelara per citarne alcune, rende il vino ricco di sfumature diverse. A me personalmente è piaciuto il primo per i riflessi violacei, per densità, per lo spiccato sentore di frutta rossa. Un Amarone “new style” quello di Bennati, forse per palati sempliciotti o “reciotoso“, molto fruttato ma con un suo equilibrio. Bravo l’enologo per questa scelta.

Dopo aver stuzzicato il palato, alle dieci del mattino passiamo a nutrire l’intelletto. Un ispirato Andrea Scanzi, giornalista de Il Fatto Quotidiano ma anche scrittore di libri sul vino, ha condotto il dibatto che ha spaziato dagli strumenti finanziari che affiancano la produzione dell’Amarone, all’appeal dell’amarone sui consumatori statunitensi come riferito dal Presidente del Consorzio dei Vini della Valpolicella. Gli ha fatto da contrappunto con la consueta verve il critico d’arte Philippe Daverio che ha posto l’accento sul vino come simbolo di cultura e civiltà e su Verona quale crocevia di culture e gusti. Anche le istituzioni hanno virtualmente preso parte alla manifestazione: il Ministro Martina ha inviato un videomessaggio di auguri di buon lavoro, tanto per sottolineare l’importanza a livello nazionale della Valpolicella e dell’Amarone in particolare.

Ci accomiatiamo dalla sala conferenze con l’autografo di rito e ci fiondiamo sui banchi d’assaggio.

In ordine alfabetico ma non di degustazione: Accordini Igino, Accordini Stefano, Ca’ Botta, Ca’ dei Frati, Corte Sant’Alda, Corte San Benedetto, Falezze, Gamba, Scriani, Secondo Marco, Vigneti di Ettore, Viviani, Zýmé e tanti altri, non me ne vogliano i non nominati. Fra un assaggio e l’altro sono state piacevoli le pause con finger food non banali (anche un angolo vegan) del Ristorante Nicolis e con i dolci della rinomata Pasticceria Perbellini, di cui non ci siamo fatti mancare la Millefoglie. L’organizzazione della manifestazione ha sapientemente abbinato cibo all’altezza della qualità del vino. Cosa che sembrerebbe banale ma non sempre avviene.

Mi permetto fra i vari assaggi di manifestare le mie impressioni perché una singola analisi organolettica sarebbe alquanto tediosa.

Secondo Marco: classico col quid in più; Zýmé: la vetta; Vigneti di Ettore: giovani di belle speranze, Ca’ dei Frati: con grande maestria anche i bresciani sanno fare l’Amarone; Ca’ Botta: la sorpresa. Falezze: Eleganza quasi da vino toscano; Scriani: Bella pulizia e coerenza. Viviani: Rigoroso al limite del pignolo; Gamba: Rustico e incisivo; Accordini Igino:  Agricolo nel senso nobile del termine che legato dall‘”ager”, alla terra di provenienza, sincero; Accordini Stefano: Acinatico… “Acinaticum, cui nomen ex acino est” un Amarone evocativo della storia; Corte Sant’Alda: Grande personalità, traduzione in vino di Marinella Camerani; Corte San Benedetto: Amarone gentile, un pugno di ferro in un guanto di velluto.

Non mi esprimo però su quali avrei comprato per non far torto a nessuno.

Un vivo ringraziamento a Federica Schir dell’Ufficio Stampa del Consorzio Tutela Vini Valpolicella per aver permesso la nostra presenza assieme alla stampa.

By D.T.

POLPENAZZE, WHY… PERCHE’?

Giunge alla 68° edizione la Fiera del Vino di Polpenazze e come ogni anno, seppur renitente, ci sono andato nonostante sia agli antipodi di quello che ritengo debba essere una manifestazione enogastronomica moderna.

Gli organizzatori non hanno predisposto per l’avventore brochures con l’elenco delle cantine presenti e dei vini in degustazione ma solo un bicchiere e via andare. Nel 2017, con tutto il rispetto, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una sagra paesana.

Quindi ho cercato di individuare il perché ogni anno ci ricasco:

  1. perchè è tradizione andarci con gli amici;
  2. perchè dalla Piazza della Chiesa della Madonna della Natività si gode uno dei panorami più belli della sponda bresciana del Lago di Garda;
  3. perchè di solito fa caldo e allora è piacevole stare all’aperto;
  4. perchè si mangia ancora lo spiedo;
  5. perchè attira una moltitudine variegata di persone dalle famiglie ai gruppi di giovani;
  6. perchè a me non piace il Chiaretto ma ci sono tanti altri vini;
  7. perchè è una sagra quindi c’è anche la musica;
  8. perchè sono presenti i produttori di vino all’interno delle casette di legno;
  9. perché il vino è ancora vissuto semplicemente come alimento;
  10. perchè ogni anno incontro le Cantine Pietta* che hanno sempre qualcosa di nuovo e di interessante da assaggiare.

Su quest’ultimo “perché” apro una piccola digressione. La novità di quest’anno è un rosato torbido sur lie da merenda/aperitivo molto beverino come una birra artigianale. Il Rismen (Riesling nella parlata locale) 2016  si conferma il prodotto di punta della cantina, quello assaggiato ancora giovane ha note verdi di menta e una buona freschezza e persistenza di bocca. Il metodo ancestrale da uve Chardonnay è ancora da registrare. Ha chiuso l’assaggio il Passito non banale nè stucchevole, perfetto in abbinamento con formaggi non stagionati o biscotti secchi. Non ho scattato fotografie, quindi, vi consiglio di andare in cantina perchè Stefano Pietta fa ancora il vino con la passione dello sperimentatore.

By D.T.

* Società Agricola Pietta S.S. – Piazza   Zanardelli   Fraz. Castrezzone   – Muscoline   (BS) –   25080 –info@cantinepietta.it  +39036532143

PRIMO LUSTRO, SI CAMBIA GUSTO?

In occasione della manifestazione Terre d’Italia – Vini d’Autore presso l’UNA Hotel di Lido di Camaiore (LU) organizzata da quei “geniacci” de L’Acquabuona, testata on line di cultura enograstronomica, ho avuto l’opportunità di degustare alcune perle provenienti da varie zone d’Italia.

La manifestazione giunge alla quinta edizione con una serie di importanti novità oltre alle sempre presenti cantine quali Andrea Picchioni, Vajra, Ruggeri etc. etc.

Ora, nella vasta serie di assaggi (Bruno Verdi, Firriato, Forlini Cappellini, Gioia del Sole, Liesielof, Mosnel, Pala, Pantaleone,  Roagna, Ronco del Gelso, Tenuta delle Terre Nere, Vajra, Vallarom, Vivera) scelgo quattro produttori “novità” o perché mai oggetto di una mia notarella o perché non presenti alle precedenti edizioni.

Spumante: Bruno Verdi – Oltrepò Pavese Metodo Classico Vergomberra 2012. Sarà stato il primo assaggio, sarà stata la sete ma a me questo metodo classico a base Pinot Nero (70% Pinot Nero, 30% Chardonnay)  42 mesi sui lieviti, dosaggio zero, è piaciuto molto. Profumi armoniosi, fruttati con prevalenza di mela bianca e di crosta di pane. In bocca è gradevole il perlage fine. La mineralità e la acidità lo rendono molto fresco e beverino. Finale di nocciola tostata. Sicuramente una bollicina equilibrata e che rappresenta bene il carattere del suo produttore Paolo Verdi, noto ai più per il blasonato rosso Cavariola.

Vino bianco fermo: Vivera – Etna Bianco Salisire 2012.  <<Bang Bang! A terra mi gettò>> recita la canzone dell’Equipe 84. Polvere da sparo è il primo inconfondibile sentore alla olfattazione di questo vino siciliano da uve Carricante. Fantastico.  Una caratteristica che è un out – out da subito, come la “pipì di gatto” del Sauvignon. O piace o non piace, tertium non datur. A me è piaciuto molto anche perché dopo lo sparo c’è dell’altro: frutta tropicale e fiori bianchi. In bocca è rotondo e sapido come ci si attende da un vino del sud, piacevolmente persistente. Brava Loredana Vivera, i tuoi colpi mi son rimasti impressi.

Vino rosso fermo: Gioia del Sole – Montepulciano d’Abruzzo DOP Bella Addormentata. Più che Bella Addormentata, noto balletto musicato da Čajkovskij, avrei propeso per un pucciniano Madama Butterfly per gli occhi a mandorla della sua simpatica e sorridente produttrice che ha l’entusiasmo della neofita del settore. Il prologo di questo balletto enoico è un Montepulciano d’Abruzzo in purezza coltivato in provincia di Chieti; Atto primo: Color rosso intenso con riflessi violacei; Atto secondo: profumi di frutta fra i quali spicca la mora, al palato è caldo con tannini robusti; Atto terzo: nota finale di cioccolata. Applausi e lancio di fiori. La Riserva 2012 è degna di menzione ma va rivalutata più avanti nel tempo per il tannino ancora astringente.

Vino dolce: Forlini Cappellini – Cinque Terre – Sciacchetrà Riserva 2011. Più che un vino è un simbolo, un dono, mi spiegava l’appassionato produttore. Vino passito dolce difficile da reperire per l’esiguità della produzione sui ripidi terrazzamenti delle Cinque Terre. Questo Sciacchetrà viene da uve Bosco (80%), Albarola (10%) e Vermentino (10%). Una volta stappata la bottiglia, sgorga una dolce ambra, viscosa al roteare del bicchiere. Al palato confettura di albicocca e pesca legate da note mielate. Un vino universale che non può non piacere. Che sia il caso di inserirlo, per proprietà transitiva, tra i Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco, come la terra da cui proviene?

In conclusione, dopo un lustro dall’inizio della manifestazione, continuate così, non cambiate gusto.

By D.T.