Degustazione a margine del convegno UGIVI

Il vino è come la vita per gli uomini,
purchè tu lo beva con misura.
Che vita è quella di chi non ha vino?
Questo fu creato per la gioia degli uomini.
(dal libro del Siracide 31,27)*

 

Sabato nove marzo presso la Cantina Sociale di Quistello si è tenuto l’interessante convegno dell’Unione Giuristi della Vite e del Vino (UGIVI) avente ad oggetto l’economia circolare in agricoltura: norme e tecniche di sostenibilità ambientale.

Il parterre di relatori era ampio e non strettamente legato al mondo giuridico forense ma aperto all’interdisciplinarietà della materia trattata, come sottolineato dal Presidente dell’UGIVI Avv. Stefano Dindo, qui in veste di moderatore-coordinatore  dell’incontro.

La parola è stata data per primo al padrone di casa, il Presidente della Cantina Sociale di Quistello,  Luciano Bulgarelli, che ha tenuto a sottolineare che dal terremoto che ha colpito Quistello il 20 maggio 2012, la cantina sociale ha non solo ristrutturato il proprio stabile lesionato ma anche ammodernato il ciclo produttivo del vino nella direzione della sostenibilità ambientale. Da una esperienza provante come il terremoto la cantina ha saputo riconvertire la produzione nel segno dell’economia circolare. Una scelta che ha anche avuto le sue ulteriori ricadute sul miglioramento qualitativo del vino.

Il Presidente dell’Ordine degli agronomi e forestali di Mantova e della Regione Lombardia, Dott. Marco Goldoni, ha messo subito sul chi va là da facili conclusioni sulla fattibilità planetaria di una agricoltura sostenibile sottolineando che le pratiche agrarie non possono essere uguali in tutto il mondo: è il territorio che determina la sostenibilità dell’agricoltura. Ha stigmatizzato l’agricoltura di rapina, ponendo quale suo contraltare virtuoso l’agricoltura sostenibile fatta di cibo sano, di energia rinnovabile, di equa remunerazione del lavoro e del prodotto agricolo e di non depauperamento dell’ambiente.

Il Presidente Avv. Dindo ha tenuto a sottolineare, l’importanza dell’esperienza della Valpolicella col progetto delle 3R (Riduci, Risparmia, Rispetta) finalizzato alla realizzazione concreta di una viticoltura nel segno della sostenibilità ambientale che non è limitata al semplice prodotto biologico perché non attiene solo alle modalità di esecuzione ma è un concetto, quello di sostenibilità ambientale, più ampio respiro tanto che è difficile tradurlo in una specifica etichetta.

Con gli interventi degli Avv.ti Filippo Moreschi e Gianfranco Tripodi, lo sguardo ha poi preso una connotazione più marcatamente giuridica.  Il primo ha edotto la platea sui principi normativi dell’agricoltura sostenibile e dell’economia circolare, il secondo sugli aspetti normativi della sostenibilità ambientale nella produzione vinicola.  L’Avv. Moreschi dopo un’ampia premessa sul diritto positivo e sull’applicazione giurisprudenziale che informano la sostenibilità ambientale, ha ragguagliato sulla necessità della lotta integrata quale alternativa sostenibile all’uso di prodotti chimici in base al c.d. principio di precauzione mentre l’Avv. Tripodi ha spiegato al pubblico presente la normativa attuale che disciplina lo smaltimento dei residui della lavorazione del vino e i progetti ad esso connessi nell’ottica della sostenibilità intragenerazionale e intergenerazionale.

Tolti gli occhiali del giurista, il Prof. Ing. Riccardo Guidetti, docente di Scienze Agrarie ed Ambientali all’Università di Milano,  ha plasticamente rappresentato con ausilio di grafici la progettazione di una cantina nella direzione della circolarità economica.

Gli Avv.ti Angelo Lerario e Giancarlo Esposti succedutigli nell’intervento si sono suddivisi lo stimolante argomento della sicurezza degli alimenti, dell’informazione alimentare e della libertà delle scelte alimentari dell’individuo al confine fra il diritto positivo e il diritto naturale dell’uomo. Le relazioni hanno spaziato dalle norme Costituzionali alle teorie di Hans Kelsen, giurista e filosofo, maggior esponente del normativismo europeo.

A chiusura e raccordo delle precedenti esposizioni, l’intervento della Dott.ssa Cinzia Montagna, giornalista e collaboratrice di “Millevigne”, ha posto l’accento sull’importanza della comunicazione al consumatore delle scelte di sostenibilità ambientale in materia agricola.

Qui mi sono limitato a “condensare e liofilizzare” in poche righe l’incontro di studio di una intera mattinata. Ci sarebbe molto da scrivere e chi volesse approfondire, può consultare il materiale del convegno che verrà pubblicato sul sito dell’UGIVI nei prossimi giorni.

Il blog è principalmente focalizzato sulle esperienze enoiche, pertanto, l’assaggio finale cortesemente offerto dalla cantina ospite riveste la sua vitale importanza oltre che essere il piacevole completamento della mattinata ricca di spunti e contenuti:

Una rapida introduzione. Ci troviamo dell’Oltrepò Mantovano, zona di produzione del Lambrusco Mantovano (DOC dal 1987), una delle due aree della provincia di Mantova a vocazione vinicola, l’altra è il Garda Colli Mantovani nell’Alta Mantovana. La coltivazione e la rielaborazione delle uve è iniziata e si è sviluppata con la presenza dei monaci benedettini/cluniacensi a San Benedetto Po. Il monachesimo mantovano è in stretta relazione con gli importanti centri francesi di vini rifermentati. Tanto per esemplificare, venendo a tempi più recenti, Pierre Pérignon era un monaco benedettino.

Ho avuto il piacere di degustare il metodo di classico (al contrario degli altri vini prodotti col metodo Charmat) denominato 1.6 Armonia da uve Chardonnay al 70% e Lambrusco Grappello Ruberti vinificate in bianco per la restante parte. Originale soluzione che sostituisce l’uva rossa internazionale il Pinot Nero (di solito in “partnership” con lo Chardonnay nella realizzazione di vini spumanti) con un’uva rossa autoctona il Lambrusco Grappello Ruberti vinificato in bianco, che in questa zona ha le sue radici. Spuma lieve, perlage fitto e persistente sentori di frutta alla olfattazione, sapido, ottimo da abbinare a salumi e da aperitivo, se vogliamo un po’ “piacione” ma ci sta in questo territorio dai vini gioviali. Chapeau!

Poi il Lambrusco 80 Vendemmie sia nella versione rosata sia nella versione rossa da uve Lambrusco Grappello Ruberti in purezza. Ho molto apprezzato la versione rosata per il gradevole colore rosa con riflessi rubini. Al naso fragola e marasca, fresco e asprigno.

Quello che mi è piaciuto molto è stato il Lambrusco GranRosso del Vicariato di Quistello, per il completamento dell’uva Ancellotta al Lambrusco Grappelo Ruberti. Spuma abbondante, rossa e persistente. Viola al naso e marasca al palato, rotondo, leggermente abboccato, perfetto compagno dei piatti tradizionali. Le goût du terroir!

Per chiudere in dolcezza un vino mosso, il Dolce del Vicariato di Quistello dai sentori di uva moscata perfetto abbinamento con la torta sbrisolona, tutt’altro che un moscato banale.

Concludo con la battuta delle tre Q dell’Avv. Giorgio Rossi:  Qui, Quistello, Qualità!

By D.T.

 

* Citazione a chiusura dell’intervento dell’Avv. Giancarlo Esposti.

 

La birra? Non esiste!

Con questo titolo da Don Ferrante, di manzoniana memoria, fa il suo debutto su Winetopblog la birra.

Galeotto fu, in questo caso, Golositalia manifestazione enogastronomica che chiude oggi i battenti a Montichiari (BS), dopo tre intensi giorni.

Ma perché la birra non esiste? Perché quella assaggiata a Montichiari è prodotta dal Birrificio Inesistente di Castel Goffredo (MN). Se è inesistente il birrificio è inesistente anche la birra.

Lo dice la logica aristotelica. Come, infatti, può essere prodotta una birra da un birrificio che non esiste?

Ci siamo cimentati in quattro assaggi inesistenti con le birre Sveltina, Sbagliata, Scaldabanchi e Sette chili in sette giorni. Dietro questi nomi di fantasia si celano una Blonde Ale, una Hybrid I.P.A., una English Porter e una Golden Ale con luppoli della Valcamonica.

A presentarci le birre c’è Carlo, mastro birraio anch’egli un po’ inesistente, del Birrificio Inesistente.

In breve, estrema qualità e ricerca delle materie prime. L’acqua proveniente da pozzo artesiano che si caratterizza per la durezza (oltre i 10 gradi francesi quindi calcarea) tale da escludere la produzione di birre a bassa fermentazione che risulterebbero troppo minerali. L’orzo mantovano della Agricola Treccani in principalità.  I lieviti selezionali, non autoctoni!. L’accurata scelta dei luppoli e del loro assemblaggio (luppoli cechi, americani, etc).

La Blond Ale mi è piaciuta molto, vengo poi a sapere che è anche stata premiata da Slow Food come birra quotidiana. Profumata, beverina e con un gradevole finale agrumato.

Di poi, la I.P.A. che proprio I.P.A. ortodossa non è perché, e qui che sta il segreto, la tecnica produttiva è quella inglese delle I.P.A. ma i  luppoli sono americani. Questi ultimi la rendono intelligentemente un po’ meno amara  per una maggiore abbinabilità ai piatti della nostra tradizione culinaria. Sapida. Mi è piaciuta anche questa proprio perchè sbagliata cioè non così amara come alcune I.P.A. da bere solo abbinate a piatti indiani cioè dolciastri.

Non rientra nelle mie corde la Scaldabanchi anche se di ottima fattura e tostatura dei malti a legna.

Alla fine, forse l’assaggio non è tecnicamente corretto nella scaletta ma, si sa, durante una fiera si è più spinti dalla curiosità che dalla tecnica degustativa, la Sette chili in sette giorni. Quest’ultima non è una birra da dieta ma il mastro birrario ci ha spiegato che per la sua realizzazione sono utilizzati sette chili di quattordici varietà di luppolo e sono lasciati riposare per sette giorni per conferire tutto il loro aroma nella birra. Col luppolo camuno di montagna il gusto ci guadagna.

Al naso la birra ha colpito per lo spiccato sentore di fieno poi corrisposto in bocca ma ammorbidito da una nota mielata molto gradevole. Finale gradevolmente amaricante.

Accattivante il packaging delle bottiglie. Ben articolata e spiritosa la brochure di presentazione.

Alla fine ancora più bello è il fatto che se la birra è inesistente non ingrassa nemmeno.

By D.T.

 

E ora qualcosa di completamente diverso

Non so quanti hanno mai sentito parlare del vitigno Feteasca Alba.

Credo pochi qui da noi ma pare che in Romania e Moldavia sia molto diffuso e utilizzato soprattutto per spumanti e vini dolci.

Ho avuto la fortuna di assaggiarne, invece, una versione ferma e secca della cantina Vinaria din Vale annata 2015 di cui allego le fotografie in calce.

Il packaging è curato e accattivante. Il tappo in sughero pare di qualità, anche se avrei preferito per un mercato emergente, lo stelvin. Non è un rimprovero ma uno sprone a sperimentare nuove tecnologie. Si vede che in Moldavia non rinunciano ancora al rito della stappatura.

Il profumo mi ha sorpreso. Al naso un bouquet di fiori, al palato frutti bianchi e sentori di menta non molto ampio ma abbastanza equilibrato. Il finale presenta una acidità citrina un po’ troppo elevata forse dovuta al fatto che è ancora molto giovane. Complessivamente un prodotto interessante, soprattutto da pesce e formaggi non stagionati per un abbinamento tutt’altro che banale.

Certo riuscire a vendere questo vino, anche se di qualità, in Italia è come vendere ghiaccio agli eschimesi, però, in generale, il vino moldavo potrebbe ricavarsi delle nicchie se inserito al giusto prezzo.

La conoscenza dei vini provenienti dall’Est Europa è da approfondire, anche perché ad esempio l’Ungheria rappresenta una realtà ormai consolidata con in testa il famoso Tokaj, qui non voglio innescare la nota polemica, e pare poi che la Moldavia sia una potenza vinicola di livello mondale per quantità di ettolitri prodotti.

Viste queste premesse, nulla vieta una missione in terra moldava alla festa del vino che si tiene in ottobre nella capitale.

By D.T.

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