IL TERRE DI TOSCANA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

Neanche il Coronavirus ci ha impedito di presenziare al Terre di Toscana edizione “Twenty-Twenty”. Siamo scesi con il vento, con la pioggia, con la neve che volete che sia il Covid-19.

Il primo marzo 2020 casca la tredicesima edizione della manifestazione. La prima mia presenza è datata 2011. Quindi, ho una percentuale del 70% circa di edizioni frequentate e vorrei migliorarla.

La solidità e la concretezza del Terre di Toscana sono le qualità che ho riscontrato in ogni sua edizione e che vedo riconfermate anche nella presente. Vedo sempre un’attenzione al territorio che di anno in anno mi porta a riscoprire cantine nuove che sanno d’antico. Una per tutte Cafaggio che mi riporta in dietro nel tempo quando il nome era Villa Cafaggio. Che ricordi in cantina a prendere i vini e me la ritrovo ora qui a pochi passi (si fa per dire) da casa.

Questa edizione è votata alla degustazione per tematica “urbanistica”. Infatti, mi son posto l’obbiettivo di assaggiare tutti, o quasi, i vini prodotti nei “Castelli” presenti alla manifestazione.

Il “corner” inizia con Castell’in Villa prosegue con Castello dei Rampolla, Castello di Albola, Castello di Ama, Castello di Monsanto, Castello di Ripa d’Orcia e si conclude col Castello di Volpaia.

Tratteggio brevi pennellate per non tediare il lettore:

Castell’in Villa è eleganza, trasparenza e persistenza messa nel bicchiere col Chianti Classico 2015 da uve sangiovese in purezza. Uno solo in degustazione ma ineccepibile frutto di Castelnuovo Berardenga.

Castello dei Rampolla è veracità familiare, è rapporto sentimentale tra produttore e prodotto che traspare nella descrizione accorata della proprietaria. Vini che lasciano il segno nel cuore e nel palato. Uno su tutti il Chianti Classico 17 da uve Sangiovese in prevalenza e Merlot che arrotonda ma anche il D’Alceo 2015 “bolgheroso” (Cabernet Sauvignon e Petit Verdot) esprime la poliedricità del territorio. La cantina ama molto lavorare uve internazionali e, in alcuni casi quali il Sammarco, il sangiovese è vassallo del taglio bordolese.

Castello di Albola è un ritorno al Sangiovese in purezza con la esse maiuscola che rifugge sia l’abbinamento con gli autoctoni Colorino e Canaiolo ma anche le aperture internazionali al Merlot e/o Cabernet Sauvignon. Si passa dal Chianti Classico 2017 con vendemmia meccanica ed uve provenienti da diversi appezzamenti: bello affilato, verticale e persistente alla Riserva 2016 nella quale si percepisce la vendemmia manuale e la maggior cura nell’affinamento (in botte per 14 mesi e in bottiglia). Particolarmente incisiva la Gran Selezione da vigneto unico. Eh
… l’importanza del Cru. E qui mi fermo.

Castello di Ama: Sento il suo nome in famiglia da una trentina di anni e quando lo pronuncio mi vengono in mente le belle serate estive del tempo che fu con le fiorentine alla brace e appunto il Chianti del Castello di Ama. Ora trovo dei vini tecnicamente ineccepibili per palati di tutto il mondo. Colori azzeccati sia nel bianco Al Poggio ’19 da uve Chardonnay vendemmiate in diversi momenti sapientemente mixate e lavorate parte in acciaio parte in barrique. Si coglie la tensione verso un bianco elegante che in Toscana non è facile trovare. Il Rosato Purple Rose ’19 di intrigante sfumatura rosa perché anche l’occhio nel tempo dell’immagine vuole la sua parte. Certo non emana per nulla toscanità ma internazionalità. Poi a Niccolò Panerai, che ringrazio per la disponibilità nonostante la ressa al banco, chiedo di assaggiare il Chianti Classico Ama 2018. La mano dell’uomo (uso dei legni di affinamento) si sente e per usare un’espressione grossolana: è tanta roba che arricchisce di pepe la ciliegia del sangiovese leggermente arrotondata dalla fragola del merlot. Hic manebimus optime. Ho però sofferto l’incalzante presenza di pubblico dovuto al marchio di gran richiamo e giocoforza non sono riuscito a proseguire con le altre bottiglie in degustazione per permettere anche ad altri di star davanti al banco d’assaggio. Mi rifarò. Oh, se mi rifarò.

Parimenti anche il Castello di Monsanto è nome di gran richiamo. E’ per me nordico una scoperta recente dovuta al Terre di Toscana. A mio modesto parere il Castello di Monsanto propone la bellezza del Chianti tripartito:
“Clante est omnis divisus in partes tres“: Sangiovese, Colorino e Canaiolo. mi rievoca l’incipit del “De Bello Gallico” di Cesariana memoria.
Il trittico di uve richiama l’antico e quel bilanciamento tutto da palato toscano e italico della florealità e della piacevolezza di beva e non della concentrazione del vino che non deve essere “carico”, frutto ma anche sapidità e acidità armoniosamente contemperate. In fondo la focaccia con la salsiccia e il pecorino sarebbero monchi senza un completamento liquido di tal fatta. Eh sì perché diciamocelo il Chianti Classico 2017 Monsanto non va meditato. Eh no! va bevuto, va goduto assieme al cibo perché è tutt’uno con esso, hic et nunc, tanto per chiudere col latino.

La presenza di folto pubblico assiepato attorno alle bottiglie più prestigiose mi ha spinto a spostarmi sul lato sinistro del banco e per curiosità ad assaggiare lo Chardonnay Fabrizio Bianchi 2018 e il rosato Fabrizio Bianchi 2018 che colpiscono per il “packaging” borgognotto in una selva di bordolesi. Ho preferito il primo al secondo perché di maggior personalità più da carni bianche che da pesce per una struttura solida e un frutto maturo, da bianco tosco. Ecco la paella alla Valenciana con un misto di carni e pesce sarebbe un abbinamento perfetto. Il coup de théâtre finale è il Chianti datato 1968 (ho trovato un vino più vecchio di me!) colpisce sempre l’assaggio di un vino così risalente nel tempo ma ancora… vivo.

Castello di Ripa d’Orcia: confesso la mia ignoranza mai assaggiato prima. L’impressione mia è che ci troviamo di fronte al grande artigianato toscano che rielabora con personalità anche uve “foreste”. Quattro vini rossi e un vin santo quel che vedo sul tavolo. Bene. Sangiovese First. Terre di Sotto Annata 2017, vinificazione in acciaio e affinamento in botti di rovere per 30 mesi. Fresco, dal tannino armonico. Quello che t’aspetti dal Sangiovese al terzo anno di età quindi giovane. Vino genuino per dirla alla Soldati. Poi ho fatto il salto all’altro vino in purezza il Sirah Borro delle Streghe 2015 (mi raccomando maschile anche se finisce con la A come si scherzava con un’avventrice al banco intenta in una degustazione un po’ più seria della mia) un vino assai piacevole con note speziate e crème de cassis. E poi c’è l’Orcia Vin santo e che vin santo! Una meraviglia di frutta secca e candita. Guarda caso presenti anche nel panforte che è quel dolce che t’aspetteresti in un castello fra i colli senesi. Cerco di strappare un altro assaggio di vin santo ma Filippo Rossi dice no. Peccato. Packaging sobrio dai richiami medievali nei colori e nello stemma. Complimenti vivissimi.

Castello di Volpaia. Due assaggi di Sangiovese in versione… senza veli e
in versione… vestita. Il metodo classico da uve Sangiovese vinificate in bianco, appunto senza buccia, è di bell’aspetto nella forma della bottiglia, nell’etichetta e nel bicchiere è, per me lombardo, un azzardo ben fatto (6 mesi in tonneau poi segue un lunga sosta di 5 anni sui lieviti). La bottiglia bordolese però è la dimensione naturale del Sangiovese nella bottiglia champagnotta non si trova perfettamente a suo agio anche se non presenta difetti e le sue caratteristiche personali le avevamo già sottolineate l’anno scorso. Il Sangiovese per me ama una bottiglia più spalluta, ama mantenere il suo vestito rosso, senza soffre il freddo. Quindi passo alla versione Chianti Classico 2018 da uve sangiovese ingentilite da un saldo di merlot (10%). E’ ancora giovane, succoso e di belle speranze. Dei due assaggi non so se si è capito ho preferito il secondo.

Conseguenza di questa edizione avversata un po’ dal virus un po’ dalla pioggia battente che ha imperversato in Versilia la domenica primo marzo è il rientro anticipato.

Tuttavia prima di rientrare alla base, un saluto ad un amico, uno scambio di battute con Fontodi, Col di Bacche e Tenuta Selvapiana di cui assaggio il Chianti Rufina Vigneto Erchi 2016 non ancora presente in carta quando andai in cantina con la delegazione AIS di Brescia.
De Il Marroneto (nella progressione dal “basso”, si fa per dire, Rosso di Montalcino Ignacio ’17 al “medio” Brunello di Montalcino 15 all'”alto” Brunello di Montalcino Madonna delle Grazie 15) posso narrare solo la meravigliosa espressività del Sangiovese di quella particolare zona di Montalcino… all’occhio, al naso, al palato e al pensiero, che tutti li raccoglie. Bevi “Il Marroneto” e poi… Mori*.

Bella scoperta, e qui concludo, sono i vini de Il Palagio in Panzano zona del Chianti Classico, côté fiorentina. Mi dice Pasquale Pace, col quale condivido l’assaggio, essere il Palagio di Panzano collocato in zona bellissima immersa nei colli aprichi tanto che sembra di essere in un quadro rinascimentale. Premesso che il rosato Aldemara 2019 da uve Sangiovese 100% appare ancora un po’ instabile e mi riprometto un nuovo assaggio per meglio metterlo a fuoco, meritano, invece, da subito il plauso i suoi Chianti Classico 2016, la Riserva 2015 e soprattutto il Gran Selezione Le Bambole 2015 di potenza michelangiolesca. Quasi mi commuovo per la progressiva composta bellezza, di bottiglia in bottiglia, di questi Chianti da uve Sangiovese in purezza. Che concentrazione, Che stoffa, Che armonia! Di sicuro i pittori rinascimentali oltre che a dipingere il panorama collinare avranno tratto ispirazione anche da questi vini. Chapeau!

Aspettando tempi migliori, anche quest’anno abbiamo messo sul Terre di Toscana la nostra… corona.

By D.T.

P.S.: Alessandro Mori è il vulcanico patron.

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