Sicilia vs Sardegna, arbitra Riccardo Lagorio.

Certe volte càpitano delle serate di “quasi sport” da non lasciarsi sfuggire.

Il match è fra due vini bianchi e due vini rossi provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna selezionati dal noto enogastronomo Riccardo Lagorio, il maggior esperto in tema di Denominazione Comunale d’origine la c.d. De.Co..

Egli attualmente organizza  presso il bar il Viandante a Corte Franca (BS) serate tematiche di degustazione. Ad esempio quella alla quale abbiamo partecipato era incentrata su vitigni autoctoni dei sopramenzionati territori, la successiva, invece, sarà incentrata sui vini prodotti con vitigni a piede franco.

L’ambiente dove si è tenuta la degustazione è ricavato all’interno della Stazione di Corte Franca, tutt’oggi funzionante, arredi minimalisti e travi a vista. La luce, non proprio ideale per l’esame visivo del vino,  conferisce all’ambiente un’atmosfera raccolta.

La premessa all’assaggio è l’estenzione delle terre vitate e in particolare l’individuazione delle uve più coltivare su territorio nazionale. In Italia il vincitore indiscusso è il sangiovese seguito dal Trebbiano, poi il Montepulciano d’Abruzzo che rappresentanto da soli 1/3 degli ettari vitati e poi a scendere tutte le altre tipologie di uve fra le quali quelle scelte per la serata il Catarratto, il Nerello Mascalese, il Nur, l’Arvisionadu. Qualche rapida pennellata sulle uve maggiormente prodotte in Francia (Merlot, Trebbiano, Grenache), Portogallo, Cile (Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc, Merlot), Argentina (Malbec, Cereza, Bonarda) e Nuova Zelanda (Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Sauvignon blanc)  per rappresentare quali uve si coltivano nelle altre importanti zone di produzione di vino e per ammonire che l'”italianità” deve essere valorizzata non solo per l’unicità del territorio ma anche per la presenza di uve autoctone non presenti all’estero e quindi prive di concorrenza. E’ stato toccato anche l’aspetto commerciale dal quale è emerso che mentre la Sardegna, dati alla mano, resta pressoché costante nella quantità di vino prodotto, la Sicilia al contrario registra un decremento degli ettolitri prodotti del 15%. Per quest’ultima, invece, sono in controtendenza le vendite all’estero che sono aumentate mentre costanti sono restate quelle sarde.

Finita l’introduzione per così dire “macroeconomica” con alcuni brevi accenni ai vini PIWI e alle uve da viti su piede franco, inizia l’assaggio-sfida delle seguenti bottiglie da uve in purezza: nella categoria vini bianchi si sono “affrontati”, Alessandro di Caporeale – Benedè, Catarratto 100%, contro Cantina Arvisionadu – G’Oceano, Arvisionadu 100%; nella categoria vini rossi si sono “sfidati”, Feudo Cavaliere – Millemetri Etna Rosso, Nerello Malcalese 100%, contro Sardus Pater – Nur, Carignano del Sulcis 100%.

Il primo incontro ha visto sul ring da un lato il Catarratto (uva a bacca bianca) coltivata dalla provincia di Palermo ove si trova la cantina produttrice Alessandro di Caporeale. I vigneti sono posizionati ad una altitudine di 600/800 metri sul livello del mare in zona secca e ventilata che beneficia dei venti provedienti dal mare. All’occhio il Benedè si presenta giallo paglierino, al naso sentori di pesca, al palato acidità marcata, nocciola e retrolfatto di gelsomino, secco e sapido; dall’altro l’Arvisionadu (da “albus signatus” degli antichi romani) G’Oceano coltivato nella provincia di Sassari dall’omonima Cantina Arvisionadu. Di quest’uva ne aveva già scritto Veronelli negli anni ’60 menzionando il vino fra quelli da bersi invecchiati. L’uva viene tutt’oggi spremuta tardi tanto che all’occhio di presenta giallo dorato con note di zafferano alla olfattazione, glicerico ed alcoolico. Sicuramente un vino che non passa inosservato anche perchè proveniente da un’uva quasi in via di estinzione.

Per me ai punti vince il Catarratto perché più in liena con un palato moderno e perché più facilmente abbinabile.

Il secondo incontro ha visto da un lato del ring il Nerello Mascalese, coltivato sulle pendici dell’Etna da Feudo Cavaliere ad altitudine elevata appunto “millemetri” che l’ha preservato dalla fillossera e su terreno vulcanico ricco di minerali. Infatti, si sentono note fumées nel bicchiere e al palato, colore rosso rubino limpido, più fiori che frutti rossi all’olfatto, tannico con una leggera nota verde, alcool intorno ai 14°. Minerale ed elegante. Dall’altro lato del ring,invece si trova il Nur di Sardus Pater da uve Carignano del Sulcis in purezza coltivate su terreno sabbioso dell’isola di Sant’Antioco, terreno sabbioso che gli ha consentito di essere immune dalla fillossera. Rosso rubino intenso con riflessi granati di qualche grado pantografico in più del precedente. Al naso melograno maturo, prugna susina che si ritrovano poi al palato affiancati da note di liquirizia. Vinificazione in acciaio a temperatura controllata con un breve affinamento in bottiglia prima della messa in commercio. Sapido e nerboruto.

Per me il vincitore di un punto fra i rossi è stato il Carignano del Sulcis per l’abbinamento ai formaggi pecorini presentati contestualmente ai vini.

Riccardo Lagorio ha poi suonato il virtuale gong decretando la fine dell’incontro.

By D.T.

 

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