Sotto quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello…

Bottiglie Aperte – Milano Wine Show ingrana la sesta. Tante sono le edizioni di questa manifestazione meneghina sul vino ambientata all’interno del prestigioso Palazzo delle Stelline in Corso Magenta al civico 61, vicino alla Chiesa di Santa Maria delle Grazie ma soprattutto, per restare in tema, alla Vigna di Leonardo e al Cenacolo Vinciano.

Come indica il richiamo manzoniano del titolo l’altro ieri, 9 ottobre, Milano ci ha accolti sotto un cielo azzurro, terso, con una temperatura mite, quasi estiva.

A far bella figura da subito il Consorzio del Trento Doc, 45 cantine appartenenti al Consorzio e 45 bottiglie a rappresentarle. Tutte le bottiglie in fila come soldatini.

Abbiamo degustato Simoncelli, Maso Nero, Maso Martis, Mas dei Chini, Gaierhof, Moser tutti metodo classico da uve chardonnay, a questi abbiamo aggiunto i rosè di Revì, che affianca allo chardonnay il pinot nero, e di Opera Valdicembra da sole uve pinot nero. Personalmente mi hanno convinto tutti per freschezza, mineralità e pulizia finale ma un plaso particolare va a Simocelli per la semplicità che non vuol dire banalità e per l’impareggiabile rapporto qualità/prezzo.

Sempre in tema di Metodo Classico, all’interno della Sala Agnesi a lato del camminamento principale, siamo passati in Oltrepo’ Pavese di cui, per vicinanza alla città, Milano rappresenta il maggior sbocco commerciale.

Un po’ in tono minore, invece, la Franciacorta con un ristretto numero di cantine a rappresentare la zona vinicola. Qui il Consorzio avrebbe potuto fare qualcosa di più. In fondo siamo nella città dell’aperitivo, dell’ Happy Hour ad oltranza e cosa meglio del Franciacorta si abbina alla c.d. Milano da bere?

In Oltrepo’ abbiamo incontrato le nostre conoscenze di sempre: la cantina Bruno Verdi con il suo patron Paolo, la Cantina Calatroni con Stefano Calatroni e la Tenuta Manuelina da poco entrata nel novero degli “attenzionati” di Winetopblog.

Qui lo “sciardo” cede il passo al pinot nero. Che dire: il Vergomberra Metodo classico 47 mesi sui lieviti  di Paolo Verdi convince sempre, come pure il Pinot 64 Brut 36 mesi sui lieviti di Calatroni, un po’ di riserve sul Brut Millesimato Ca’ del Gè, sarà forse la bottiglia, mentre una nota molto personale l’ha il Classese di Quaquarini: una nota balsamica “della nonna”, tipo balsamo tigre.

Ma altri produttori oltrepadani sono dislocati più avanti nel percorso sotto l’insegna della Regione Lombardia e mi riferisco all’Azienda Agricola Fiamberti di Giulio Fiamberti coadiuvato dal “semper noster” Roger Marchi. Qui assaggiamo il Metodo Classico Fiamberti Brut, tutto pinot nero, una bella “bolla” da aperitivo con grana padano, prosciutto e grissini.

Fra un bicchiere e l’altro, visita rapida di Matteo Salvini: fa piacere una vicinanza del mondo politico alla viticoltura… d’altronde il finale del cognome disvela una certa affinità con la manifestazione. Ho fatto la battuta.  Compare fugacemente anche  il Bruno Vespa nazionale che qui, lontano dai plastici di Porta a Porta, presenta i prodotti della sua cantina Vespa – Vignaioli per Passione.

Il nostro percorso va molto a sensazioni e prosegue, girando per l’italico stivale, con la Cantina dei Monaci di Avellino, quindi, se dici Avellino dici Fiano, Greco di Tufo e Falanghina. Bello il packaging delle bottiglie, simpatiche e affiatate le proprietarie dietro il banchetto. Assaggiamo i bianchi nell’ordine Beneventano Falanghina Igt 2016, Fiano di Avellino Docg 2016, Greco di Tufo nelle due versioni docg 2016 e Decimo Sesto docg 2014. Qui troviamo la facilità di beva della Falanghina, l’eleganza del Fiano di Avellino, la mineralità del Greco che culmina con note fumé del Decimo Sesto. Ne valeva la pena.

Ci spostiamo poi di poco e… basta la parola: Fiorduva di Marisa Cuomo. Furore Bianco nelle due versioni Costa d’Amalfi Furore Bianco 2016 e Costa d’Amalfi Furore Bianco Fiorduva: freschezza, e salinità il primo mentre agrumato al naso, equilibrato al palato e con un gran finale fruttato il secondo. Entrambi richiderebbero subito un bel piatto di pesce ma non si può pretendere troppo.

Conosciamo poi una cantina a noi nuova sotto lo stendardo indicante la Regione Abruzzo: la Tenuta i Fauri. Di questa assaggiamo per stare in tema di vini bianchi: la Passerina e il Pecorino. Personalmente sono stato colpito dal Pecorino Abruzzo Doc 2016 più che dalla Passerina Igt Colline Teatine 2016 per incisività e intensità. Attraente il colore del  vino e gradevole il packaging delle bottiglie. Una bella scoperta.

A questo punto si è imposta una pausa riflessivo/mangereccia nello stand dedicato a prodotti di eccellenza come il salmone, i grissini e crackers piemontesi, la mozzarella. Tutto ciò per non arrivare provati alla Masterclass del Brunello di Montalcino con la quale svoltiamo sui vini rossi.

Nella sala Leonardo verso le 17 e 30 la nota Sommelier Adua Villa, affiancata da Riccardo Silla Viscardo collaboratore della rivista DoctorWine di Daniele Cernilli, ha condotto con verve televisiva davanti a una platea di addetti ai lavori e neofiti come noi, la Masterclass “il Brunello che verrà… il 2012 e il 2013…”. Nell’ordine le cantine in degustazione:

  1. Paradiso di Frassina – Brunello di Montalcino 2012
  2. Il Marroneto – Madonna delle Grazie 2012
  3. Val di Suga – Poggio al Grachio 2012
  4. Caprini – Brunello di Montalcino 2013
  5. Villa al Cortile – Brunello di Montalcino 2012
  6. Ciacci Piccolomini – Brunello di Montalcino 2012
  7. Casanova di Neri – Tenuta Nuova 2013

Riccardo Silla Viscardi, cartina alla mano, ci ha spiegato l’importanza della zonazione in ragione delle diverse caratteristiche pedoclimatiche dell’areale di Montalcino.

Non mi dilungo sulle singole caratteristiche di ogni vino assaggiato. A mio avviso il migliore è stato la Madonna delle Grazie 2012 de il Marroneto per complessità, rotondità, fruttosità, densità, tannicità, longevità, veracità e chi più ne ha più ne metta. Chapeau! ad Alessandro Mori.

Essendo l’ultima degustazione della giornata hanno conclusivamente preso parte per i saluti finali, Federica Schir di Mediawine e Federico Gordini, Ideatore e Direttore artistico di Bottiglie Aperte.

Sono quasi le sette di sera e mi dirigo velocemente da i Gulfi in Sicilia, un mio pallino da un po’ di tempo a questa parte, per assaggiare almeno il Carricante – Carjcanti e il Cesaruolo di Vittoria. Il Carricante, vitigno autoctono siciliano, è completamente diverso da quello della zona etnea meno sulfureo più beverino, agrumi e frutta esotica al naso, sapido con chiusura balsamica, una “cala-cala” come simpaticamente mi suggerisce il patron Matteo Catania, mentre il Cerasuolo di Vittoria l’ho trovato elegante con sentori di ciliegia e fragolina di bosco, il grado alcoolico ben bilanciato nel corpo del vino, tannini morbidi e un finale piacevole che invoglia alla beva.

In chiusura, due vini dolci: il Recioto del Soave La Perlara 2015 della Catina Ca’ Rugate che richiama i sentori di uva sultanina e fico secco e il Buttafuoco Chinato Ambrosia di Fiamberti che ricorda un vino medievale per la speziatura.

Grazie ancora a Federica Schir, nostro nume tutelare per questa manifestazione.

By D.T.

P.S. Gippy aprirà un focus sulla degustazione dei vini sardi, sua recente passione, rappresentati al Bottiglie Aperte dalla cantina Mesa.

 

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